Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Casa d’altri e altri racconti” di Silvio D’Arzo

(Einaudi, 2007)

Ezio Comparoni nacque a Reggio Emilia il 6 febbraio del 1920. Sua madre, Rosalinda Comparoni, nonostante le difficoltà materiali e morali che in quel contesto storico comportava crescere un figlio da sola, riuscì a farlo laureare in Lettere presso l’Università di Bologna a soli ventuno anni.

Ma già adolescente il piccolo Ezio aveva iniziato a scrivere racconti e storie legate soprattutto alle tradizioni e alla cultura della sua terra. Non a caso discuterà la tesi di glottologia sui dialetti di Montericco e di Albinea, comuni compresi nella provincia di Reggio Emilia.

Già dalle prime pubblicazioni Comparoni predilige usare vari pseudonimi ed è con quello di Silvio D’Arzo che viene pubblicata la sua opera più famosa: il racconto “Casa d’altri”, che uscirà però postumo nel 1953, visto che il suo autore verrà stroncato dalla leucemia nel gennaio del 1952 a soli 32 anni.

“Casa d’altri” ci racconta in maniera struggente l’ultimo periodo di sacerdozio di un anziano prete di montagna, che da giovane veniva chiamato “Doctor Ironicus” per la sua sottile intelligenza, ma che col passare del tempo è divenuto un “Prete da sagre”, abituato a vivere fra rocce e case diroccate dove la vita è molto dura e povera. Un giorno l’anziano prete scorge una “vecchia” che sola lava i panni nel ruscello ai piedi del paese.

Preso da una inspiegabile curiosità il prelato chiede informazioni e viene a sapere che l’anziana, che si chiama Zelinda, ha circa sessant’anni e vive da sola in un rudere nei dintorni. Ogni giorno macina a piedi svariati chilometri per lavare a pagamento i panni e poi torna a casa. L’unica compagna che ha nella vita è una vecchia capra che si porta appresso legata con una corda.

L’uomo poco dopo, inaspettatamente, viene avvicinato da Zelinda che, non senza difficoltà, gli pone una domanda cruciale e al tempo stesso ingenua alla quale il prelato però, per la prima volta nella sua vita, non ha il coraggio di rispondere. “Un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta una assurda storia da un soldo”, la definisce lo stesso protagonista, ma in realtà una delle vette più alte della letteratura del nostro Novecento.

Gli altri racconti contenuti nel volume sono: “Alla giornata”, “Una fasciatura ben fatta”, “L’aria della sera”, il bellissimo “Elegia alla signora Nodier”, il malinconico “Due vecchi” e “Un minuto così”, oltre alla prefazione a “Nostro lunedì” in cui Comparoni dichiara i suoi principi di scrittore e lettore.

Quasi tutti i racconti sono permeati e intrisi della tragedia della guerra, alla quale lo stesso autore prese parte e in qualità di ufficiale ebbe anche un ruolo di rilievo. Finì poi prigioniero in un campo inglese alla falde dell’Himalaya dal quale tornò, come tutti, profondamente turbato e cambiato. E i suoi sono i racconti di una generazione spezzata dal conflitto mondiale per la quale nulla sarà mai più come prima.

Comparoni per vivere insegnava lettere nelle scuole superiori reggiane e contemporaneamente aveva molti contatti stretti con altri scrittori, editori e critici anche se molti dei quali li considerava “Sottufficiali della cultura anche loro”.

“Niente al mondo è più bello che scrivere. Anche male. Anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa” scrive nella prefazione a “Nostro lunedì”. Il poeta Attilio Bertolucci, padre del regista Bernardo, scrisse di Comparoni: “La sua figura dolce e fiera, sognatrice e temeraria è rimasta a turbare la coscienza di quanti credono in una letteratura non effimera”.

Nel 1954 Giorgio Bassani scrive l’adattamento del racconto “Casa d’altri” che Alessandro Blasetti dirige inserendolo nel film “Tempi nostri – Zibaldone n.2”. La potenza narrativa rimane fedele a quella del racconto di Comparoni, ma per ovvie ragioni politiche e sociali legate al periodo irrequieto della nostra Repubblica in cui il film approda nelle sale, Bassani e Blasetti ne cambiano leggermente il finale.

Da leggere, assolutamente.

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“Ai confini della realtà” di John Landis, Steven Spielberg, George Miller e Joe Dante

(USA, 1983)

Un’intera generazione di cineasti americani – e non solo, parliamo anche di scrittori, come il Re Stephen King, tanto per citarne uno – è stata influenzata in maniera determinante da quella che molti, me per primo, considerano una delle serie televisive migliori di sempre: “Ai confini della realtà” creata dal grande Rod Serling nel 1959 e andata in onda per quattro indimenticabili stagioni fino al 1964.

Così, agli inizi degli anni Ottanta, la nuova Hollywood decide di rendergli omaggio riportando e riadattando al cinema tre degli episodi più famosi. A prendere in mano l’idea è John Landis, reduce di gradi successi al botteghino come “Animal House“, “Un lupo mannaro americano a Londra”, “The Blues Brothers” o “Una poltrona per due“.

Nel progetto, sia come regista che come produttore, viene coinvolto anche l’amico Steven Spielberg – che proprio in “The Blue Brothers” aveva fatto un piccolo cameo – che sceglie di dirigere il segmento “Calcia il barattolo”, il cui episodio originale andò in onda nel 1962. Gli altri registi sono Joe Dante che dirige “Un piccolo mostro” – episodio originale della terza stagione e andato in onda nel 1961- e l’australiano George Miller, reduce dal successo dei film della serie “Interceptor” con Mel Gibson, che firma “Incubo a 20.000 piedi” il cui episodio originale passò per la prima volta in televisione nel 1963 e venne diretto da un giovane Richard Donner che poi passerà al cinema dirigendo film come “Superman”, “Arma letale” e, non a caso, il mitico “I Goonies“.

Tutto il film è pregno di citazioni e riferimenti diretti alla serie originale tanto che la voce narrante – che nella serie storica apparteneva allo stesso Serling – è quella di Burgess Meredith (che molti ricorderanno per sempre come l’allenatore sordo in “Rocky”) che fu il protagonista del famosissimo episodio “Tempo di leggere”, andato in onda nel 1959.

Landis dirige il prologo e l’epilogo del film interpretati dall’amico Dan Aykroyd con un cameo di Albert Books, e scrive un nuovo e originale episodio dal titolo “Time Out”. Bill Connor (Vic Morrow) è un uomo di mezz’età deluso e incattivito dalla vita. Così una sera, in un locale seduto assieme a due suoi amici, inizia a sfogarsi col mondo diventando ferocemente razzista e prendendosela con il collega ebreo che secondo lui ha avuto la promozione al suo posto, e poi con tutte le persone di religione ebraica, con quelle di colore e con gli asiatici visto che da giovane ha servito il suo Paese in Corea contro i “musi gialli”.

Ma appena Bill esce dal locale per fumarsi una sigaretta si ritrova nella Parigi occupata dalle truppe naziste nei panni di un ebreo braccato. Quando i tedeschi lo colpiscono a morte Bill si risveglia fra le mani di feroci membri del Ku Klux Klan che lo vogliono impiccare solo perché è di colore. L’uomo riesce a fuggire ma si ritrova in una foresta del Vietnam nei panni di un vietcong, inseguito dalle truppe americane. Colpito a morte si ritrova in loop nella Parigi occupata. Il suo ultimo contatto col mondo al quale apparteneva sarà da un treno piombato, diretto ai campi di sterminio nazisti, dal quale vedrà i suoi amici cercarlo fuori dal locale.

In “Calcia il barattolo” Mr. Bloom (Scatman Crothers) propone agli altri ospiti della casa di riposo in cui vive di giocare con un barattolo nel cuore della notte. Ma solo quelli che avranno il coraggio di mettersi in gioco accettando al tempo stesso la loro età potranno davvero divertirsi…

“Un piccolo mostro” ci racconta la storia dell’insegnante Helen Foley (Kathleen Quinlan) che durante il viaggio verso la città in cui comincerà una nuova esistenza incappa nel piccolo Anthony, che la porterà a casa sua dove scoprirà un terribile segreto. Nel cast, nei panni di zio Walt, appare Kevin McCarthy, protagonista di un altro episodio storico della serie originale: “Lunga vita a Walter Jameson”, andato in onda nel marzo del 1960.

“Incubo a 20.000 piedi” ha come protagonista l’esperto programmatore di computer John Valentine (John Lithgow) che ha il terrore di volare ma che per lavoro è costretto a farlo. Cercando in ogni modo di calmarsi si mette a guardare fuori dal finestrino e scorge un essere mostruoso intento a sabotare i motori dell’aereo su cui sta volando.

Tutti e quattro gli episodi e le loro atmosfere mantengono fede allo spirito dell’opera originale di Serling e a rivederli oggi, anche a distanza di quasi quarant’anni, si prova sempre un certo gusto e piacere. Ma, purtroppo, durante la lavorazione del film si consumò un terribile e mortale incidente che influì sulla sua riuscita globale. Durante le riprese della scena finale dell’episodio “Time Out” l’elicottero che inseguiva Bill Connor nei panni di un vietcong con in braccio due piccoli vietnamiti rovinò al suolo investendo e uccidendo sul colpo Vic Morrow – padre dell’attrice Jennifer Jason Leigh – e i due attori bambini che erano con lui.

Sull’elicottero viaggiava Landis che dirigeva la scena, dando indicazioni al pilota. L’incidente, stabilirono gli inquirenti, venne causato dai numerosi fuochi d’artificio usati per riprodurre un bombardamento nella giungla, fuochi che abbagliarono il pilota facendogli perdere il controllo del mezzo.

Il processo durò circa dieci anni e ridimensionò inesorabilmente la carriera e il prestigio di Landis che molti considerarono colposamente e soprattutto moralmente responsabile in gran parte dell’accaduto. Spielberg troncò l’amicizia con lui e poi produsse da solo una serie televisiva chiaramente ispirata a quella di Serling – di cui però non possedeva i diritti – dal titolo “Storie incredibili” che andò in onda quasi in contemporanea alla nuova serie “Ai confini della realtà” prodotta dalla CBS e andata in onda dal 1985 al 1989.

Dal giorno dell’incidente e dopo l’esito dell’inchiesta, Hollywood cambiò drasticamente le normative per girare scene anche lontanamente pericolose per artisti e tecnici.

“Ho servito il re d’Inghilterra” di Bohumil Hrabal

(Edizioni e/o, 2017)

Pubblicato per la prima volta nel 1971, questo romanzo è arrivato nelle nostre librerie solo nel 1986, riscuotendo poi un notevole successo. Il suo autore Bohumil Hrabal (1914-1997) nacque a Brno in Moravia, nell’attuale Repubblica Ceca, e iniziò a scrivere già dagli anni Trenta, soprattutto poesie, e solo agli inizi degli anni Sessanta esordì come romanziere.

Nella Cecoslovacchia del primo e del secondo dopoguerra Hrabal fece numerosi mestieri fra cui il magazziniere, il birraio, l’assicuratore e il capo stazione. Questo ampio ventaglio di esperienze quotidiane influì in maniera determinante nelle sue opere. Il suo romanzo “Treni strettamente sorvegliati” del 1965, ambientato nella Seconda Guerra Mondiale e il cui protagonista è un giovane vice capo stazione, viene accolto anche all’estero con notevole entusiasmo e diventa un film che nel 1967 vince l’Oscar come migliore pellicola straniera. Il suo successivo romanzo “Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare” diventa il film pluripremiato “Allodole sul filo” diretto da Jirí Menzel nel 1969.

Nel 1971 Hrabal pubblica “Ho servito il re d’Inghilterra” che però ha una distribuzione clandestina vista la feroce censura del regime comunista che lo considera, giustamente, una tagliente critica alla società cecoslovacca contemporanea.

Jan Dite è un giovane e minuto apprendista cameriere che inizia a lavorare presso il ristorante dell’hotel Alla Città d’Oro di Praga. Il suo ruolo è del tutto marginale, ma Jan impara presto a conoscere e studiare l’umanità che passa ai tavoli che serve.

Col passare del tempo il giovane diventa sempre più bravo e scaltro, e viene assunto presso l’hotel La Quiete, un albergo più esclusivo. A fargli da mentore saranno i capo camerieri che lo dirigeranno fra cui Zdenek e il signor Skrivànek il cui blasone è rappresentato dal fatto di avere servito una volta, personalmente, il re d’Inghilterra. Il destino e la sua bravura offriranno anche a Jan un blasone altrettanto prestigioso.

Ma la storia del suo Paese influirà direttamente sulla sua vita e sulle sue aspirazioni, soprattutto con l’occupazione da parte delle truppe del III Reich della Cecoslovacchia. Jan, che frequenta Elizabetha, una maestra di ginnastica tedesca, viene cacciato dall’albergo come infame collaborazionista. Il matrimonio con la giovane “ariana” e un attento esame medico, però, lo portano a diventare un cittadino tedesco a tutti gli effetti. Il suo sogno di possedere e dirigere un albergo tutto suo diventa sempre più vicino, ma lo scoppio della guerra cambierà tutto.

A conflitto terminato a salvare Jan dalla feroce epurazione c’è Zdenek che nel frattempo è diventato un alto membro del Partito Comunista cecoslovacco. Ma la desolazione e le disparità del regime comunista non sembrano essere così lontane da quelle precedenti lo scoppio del conflitto…

Romanzo carnale e decadente che ci racconta in maniera cruda e al tempo stesso barocca una parte della società mitteleuropea che così tanta responsabilità ebbe nell’escalation che portò al secondo conflitto planetario. Ma Bohumil Hrabal ci racconta che alla tragedia della guerra ne seguì un’altra, meno sanguinaria e catastrofica forse, ma certamente profonda e incisiva soprattutto nella vita e nella cultura del suo Paese come il regime totalitario comunista.

Nel 2007, sempre il regista Jirí Menzel, realizza l’adattamento cinematografico.

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“Alice non abita più qui” di Martin Scorsese

(USA, 1974)

Fra le cose rilevanti che ha fatto il famigerato ’68 – visto che tante ne aveva promesse ma molte poche ne ha davvero mantenute – c’è quella di aver portato definitivamente l’attenzione dell’intera società sulla difficile emancipazione della donna. La strada, ancora oggi, è molto lunga ma da quegli anni anche solo il racconto della situazione è cambiato.

Affrontando concretamente il tema si realizza, già in quegli anni, anche che non ci sono solo le giovani che hanno bisogno dei loro diritti e dei loro spazi, ma anche le donne delle generazioni precedenti, cresciute sotto le asfissianti e opprimenti regole del patriarcato, hanno le medesime necessità, vista poi la scarsa considerazione che la società ha sempre e comunque di loro.

Così Robert Getchell scrive una sceneggiatura dedicata a una donna che superati i 35 anni – anni che nel momento in cui venne realizzato il film erano considerati per una donna l’abbondante “mezza età” – e che improvvisamente resta da sola contro un mondo arrogantemente maschilista.

Alice Hyatt (una bravissima Ellen Burstyn) vive col marito Donald (Billy Green Bush) e col figlio appena adolescente Tommy (Alfred Lutter). Donald, che è l’unico che porta i soldi a casa, è un’autista di camion che inizia a mal tollerare il figlio che, suo malgrado, sta crescendo. Ad Alice, quindi, spetta il compito di fare da ammortizzatore fra i due suoi maschi, oltre che naturalmente portare avanti la casa cucinando e rassettando senza dover troppo disturbare il marito che quando torna vuole solo guardare la televisione e bere birra. L’unica consolazione che Alice ha è Bea (Lelia Goldoni) la sua vicina di casa che ha una vita molto simile alla sua.

Un pomeriggio, però, Donald rimane vittima di un incidente automobilistico e Alice rimane sola assieme a Tommy. I pochi soldi che aveva da parte Doland se ne vanno col funerale e così la donna decide di partire e girare il Paese cercando di mantenere suo figlio e se stessa facendo quella che era la sua passione fin da bambina – ma che ha dovuto abbondare alle soglie del matrimonio – e cioè cantare.

Tra mille difficoltà Alice finalmente riesce ad avere una scrittura in un locale mediocre di Phoenix, in Arizona. Quando le cose sembrano finalmente ingranare e lei vede la concreta possibilità di abbandonare il motel in cui vive assieme al figlio per un appartamento dignitoso, sulla sua strada incappa in Ben (Harvey Keitel) un originale avventore che le inizia a fare una corte sfrenata.

Poco dopo aver iniziato il flirt con l’uomo, nella stanza del motel di Alice si presenta la moglie di Ben che umilmente le chiede di non vedere più il marito, visto che ha smesso di andare al lavoro proprio a causa sua. La donna e soprattutto suo figlio malato hanno bisogno dei soldi che Ben porta a casa per poter sopravvivere. Mentre le due donne stanno parlando nella stanza piomba Ben che picchia violentemente la moglie e minaccia Alice di non mettersi i testa di interrompere la loro relazione.

Appena l’uomo se ne va, Alice prende il figlio e lascia rapidamente la città in cerca di una nuova occasione. A Tucson la donna riesce a trovare solo un impiego come cameriera nella tavola calda di proprietà di Mel (Vic Tayback). I primi giorni di lavoro sono molto duri visto che il locale all’ora di pranzo si riempie come un uovo e il personale che serve ai tavoli, oltre a Alice, è composto solo da Flo (Diane Ladd) e Vera (Valerie Curtin). I rapporti con Flo poi, che ha un carattere opposto a quello di Alice, sono molto bruschi.

Tommy inizia a frequentare la scuola del posto dove conosce Audrey (Jodie Foster) una sua coetanea con delle particolari e originali abitudini. Nel frattempo nel locale appare sempre più spesso David (Kris Kristofferson), proprietario di una fattoria fuori città che inizia a corteggiare Alice. Ma la donna, forse per la prima volta nella sua vita, non è disposta a sacrificare tutto per un uomo…

Martin Scorsese realizza una piccola grande pellicola che rappresenta uno dei migliori e realistici ritratti cinematografici di donna degli anni Settanta. Grazie anche alla magistrale prova della Burstyn – che vince giustamente l’Oscar come miglior attrice protagonista – “Alice non abita più qui” rappresenta uno dei migliori esempi della cinematografia americana indipendente di sempre.

Visto il successo del film, che decreta definitivamente Scorsese come giovane e geniale cineasta, venne creata una serie televisiva dal titolo “Alice” che andò in onda negli Stati Uniti, con un discreto successo, dal 1976 al 1985, serie che poi approdò anche sui nostri schermi.

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“Tugèin” di Bruno Bozzetto e Grégory Panaccione

(ReNoir, 2022)

Il grande Bruno Bozzetto torna a pubblicare un fumetto, ma stavolta ne scrive solo i testi, a disegnarlo è Grégory Panaccione. Ma la magia del maestro visionario milanese è sempre la stessa.

Questo volume in realtà è stato pubblicato in Francia nel 2020 e solo a novembre scorso è approdato anche nel nostro Paese. Così, in piena pandemia, quando tutto il mondo era stravolto dal Covid-19 col terrore di essere spazzato via anche da uno solo starnuto, Bozzetto ci racconta la storia di un piccolo essere antropomorfo che cerca disperatamente la sua Tugéin.

Come sempre, però, gli esseri umani ne vogliono approfittare con la scusa del bene superiore, tentando così di celare il loro mero interesse personale. Ma essere piccoli non vuol dire per forza essere stupidi o sprovveduti…

Nel libro c’è un delizioso omaggio all’attrice Maureen O’Sullivan, che nella realtà è stata anche la mamma di Mia Farrow e con lei ha recitato in “Hannah e le sue sorelle” di Woody Allen, proprio nel ruolo di sua madre.

Con atmosfere deliziosamente alla Bozzetto, assistiamo alla storia di un essere tanto piccolo – ma che negli ultimi tempi diventato tanto importante… – che cerca suo malgrado una cosa sola nella vita, che è poi quella che cerchiamo tutti: l’amore.

Da leggere, come tutte le opere del grande Bruno Bozzetto.

“Il male oscuro” di Mario Monicelli

(Italia, 1990)

Troppo spesso gli adattamenti cinematografici di un libro, soprattutto di un ottimo libro, non sono all’altezza. L’elenco è davvero molto lungo, ma ne cito solo uno che li rappresenta un pò tutti al meglio – o forse è il caso di dire al peggio… – come quello di Nicole Garcia che nel 2002 dirige uno dei film più noiosi, sterili e irrisolti della cinematografia francese nonostante prenda spunto da uno dei libri più belli e inquietanti degli ultimi decenni come “L’avversario” di Emmanuel Carrère.

Per questo, forse, lo splendido “Il male oscuro” che Giuseppe Berto pubblicò nel 1964 è stato molto tempo “fermo” nel cassetto per la sua evidente complessità narrativa, e solo un grande cineasta come Mario Monicelli, coadiuvato da due pilastri della nostra cinematografia come la grande Suso Cecchi D’Amico e Tonino Guerra, potevano portarlo sul grande schermo mantenendo l’anima dell’opera letteraria.

Certo, la fine degli anni Ottanta non era la prima metà degli anni Sessanta, l’Italia era cambiata diventando più cinica e meno disincantata. C’era stato il famigerato ’68 in cui i figli avevano mandato ufficialmente e pubblicamente a quel paese i propri genitori, per cui era diventato lecito mettere in discussione ruolo e autorità paterne e materne. Ma proprio mentre quei figli, ex contestatori, stavano cambiando pelle e inesorabilmente prendendo il ruolo sociale dei propri genitori – esercitandolo sovente con più rabbia, ferocia e avidità – Monicelli ci racconta la storia di Giuseppe Marchi (interpretato da un bravissimo Giancarlo Giannini), sceneggiatore cinematografico che sogna di scrivere il suo romanzo capolavoro così che tutti, soprattutto suo padre, possano riconoscerlo come genio indiscusso.

Ma la morte di un genitore così ingerente non fa però che peggiorare la situazione emotiva di Giuseppe, che viene travolto da numerosi dolori imputabili alle più diverse e poi puntalmente smentite patologie. Anche la sua vita sentimentale ne risente tanto che lui non ha la minima intenzione di assumersi alcuna responsabilità nella sua storia con Sylvaine (Stefania Sandrelli), una vedova italo francese che tanto ha scandalizzato le sue quattro sorelle al capezzale del padre.

Sulla sua strada Giuseppe incontra per caso un’avvenente e volitiva adolescente (Emmanuelle Seigner) con la quale intraprende un flirt che diventa sempre più profondo tanto da scalzare definitivamente Sylvaine. E quando la giovane rimane incinta Giuseppe alla fine la sposa volentieri. Ma il male oscuro che lo attanaglia da dentro, nonostante la splendida scoperta della paternità, torna inesorabilmente a tormentarlo, soprattutto quando si siede davanti alla sua macchina da scrivere per iniziare quello che sarà senza dubbio il suo capolavoro.

Fra le mille cure che prova, Giuseppe alla fine acconsente alla psicoanalisi e così inizia un percorso con un noto analista (Vittorio Caprioli, alla sua ultima interpretazione) che lo costringe ad affrontare le radici profonde del suo male oscuro, ma…

Monicelli ci regala se non il migliore, uno dei migliori adattamenti di un’opera di Berto, e lo fa grazie a due grandi sceneggiatori e ad un cast davvero di prim’ordine. Questa pellicola però non fu particolarmente amata dalla critica contemporanea e il pubblico la considerò “di nicchia” e non appartenente alla classica e grande commedia all’italiana di cui Monicelli era fra i più grandi rappresentati.

Ma, come sempre, i veri artisti vengono compresi meglio col passare degli anni. E così, nel rivederla oggi a distanza di oltre trent’anni, si apprezza al meglio il suo racconto e soprattutto la sua indiretta critica alla nostra società, caratteristica fondamentale di tutte le opere del regista toscano che sono la grande eredità che ci ha lasciato.

Non è un caso, quindi, che a fare l’assistente alla regia di Monicelli in questo film ci sia un giovane Riccardo Milani che poi, nel corso dei decenni successivi, dirigerà deliziose commedia come “Il posto dell’anima“, “Scusate se esisto!” o “Come un gatto in tangenziale”.

“Sanpei il ragazzo pescatore 1” di Takao Yaguchi

(Star Comics, 2002)

Takao Yaguchi (1939-2020) per oltre dieci anni ha lavorato in una banca, ma a trent’anni ha deciso di seguire la sua grande passione e si è trasferito a Tokyo per fare il fumettista. Nel 1973 inizia la pubblicazione del suo fumetto più famoso, soprattutto fuori dal Giappone: “Sanpei il ragazzo pescatore”. Le avventure del giovane pescatore diventano anche una famosa e fortunata serie d’animazione che conquista i telespettatori di tutto il mondo. Nel 1983 Yaguchi decide di terminare il fumetto con la morte del nonno, suo vero mentore e maestro di pesca.

L’autore, nonostante il successo di altri suoi manga, per lunghi anni ha avuto infinite richieste per tornare a firmare avventure inedite del suo personaggio più noto. Solo alle soglie del nuovo millennio, a diciott’anni dall’ultimo numero uscito, Yaguchi accetta finalmente la sfida. Lo stesso autore, nella post fazione di questo volume, ci parla dei suoi grandi dubbi legati al raccontare dopo tanto tempo la storia di un ragazzo che inevitabilmente è cresciuto, così come è cambiato il Giappone dal 1983 al 2001.

Come punto di riferimento Yaguchi decide di ambientare la nuova storia fra i monti, fiumi e corsi d’acqua dove è cresciuto e cioè alle terme del fiume Tama nei pressi della località di Akita. Così fra le mani di Sanpei capita un volantino con una il titolo: “Per favore trovate il kunimasu!”. Il kunimasu è un pesce della famiglia dei salmonidi che prosperava nel lago Tazawa, in più profondo del Giappone, che si trova ad Akita.

Negli anni Trenta, per favorire l’urbanizzazione dell’intera regione venne costruita un’imponente centrale elettrica che iniziò a scaricare le acque proprio nel lago. Quelle acque cambiarono rapidamente l’acidità del lago e fecero estinguere in breve tempo il kunimasu. Col passare dei decenni il Governo ha finalmente compreso l’importanza della salvaguardia della Natura e dell’ecosistema e così ha fatto costruire un depuratore per le acque di scarico della centrale che ora sono tornare normali e stanno normalizzando anche quelle del lago.

Ma, ormai, del kunimasu non ci sono più tracce. Così i responsabili degli enti locali della regione hanno creato la commissione e indetto un premio di 5.000.000 di yen per chi provasse che il pesce tipico del lago non si sia veramente estinto.

Ma naturalmente per Sanpei i soldi non sono importanti, la cosa fondamentale è la pesca, le sue sfide e soprattutto i preziosi insegnamenti del nonno…

Piacevolissimo volume che proietta l’arte dei manga nel nuovo millennio. Un’arte che come Sanpei dimostra di essere sempre attuale e di non invecchiare mai, e che è stata fra le prima a ricordare a tutti, già a partire dagli anni Settanta in cui il Giappone viveva un incredibile boom economico, l’importanza dell’ecologia e del rispetto della Natura.

Per tutti gli appassionati di cultura giapponese e non solo della pesca.

“No Sleep Till Shengal” di Zerocalcare

(BAO Edizioni, 2022)

Dopo sei anni Zerocalcare torna in Iraq, ma non a Kobane – come ci ha raccontato nel suo indimenticabile “Kobane Calling”- nella confederazione democratica del Rojava, ma più a ovest verso il confine con la Siria e precisamente a Shengal, ai confini della regione del Kurdistan iracheno.

La località di Shengal – in arabo Sinjar o Shingal – è abitata dagli Ezidi – Yazidi in arabo – molti dei quali sopravvissuti al massacro compiuto contro di loro dalle forze dell’Isis nel 2014. Gli unici che li hanno soccorsi e protetti, la maggior parte erano donne e bambini, sono stati le miliziane e i miliziani curdi.

Dopo aver conosciuto l’esperienza di autogoverno del Rojava, con la parità di genere, la convivenza tra tutti i popoli e la ricerca della democrazia in mezzo alle atrocità e alla barbarie, gli Ezidi hanno deciso di adottarlo anche nella loro Shengal.

Ma in un paese strategico e dilaniato dalle tragiche conseguenze di una guerra che in realtà non è mai finita, l’autonomia di Shengal è “scomoda” per troppi interessi. A partire da quelli della vicinissima Turchia che non tollera qualsiasi riferimento ai Curdi e alle loro tradizioni, ma anche a quelli del Governo centrale iracheno. E la confinante Siria ancora non si è palesemente espressa.

Fra la primavera e l’estate del 2021 Zerocalcare si è recato, non senza difficoltà, a Shengal semplicemente per raccontare attraverso il suo libro la situazione di alcune delle persone che qualche anno fa hanno difeso, anche con la loro vita, il mondo dall’Isis, ma che oggi si ritrovano quasi isolate.

Eppure nel nostro Paese, durante l’avanzata delle truppe dell’Isis, tutti i grandi media esaltavano le donne e gli uomini che si sacrificavano per fermarla, tanto che alle combattenti curde venne dedicata anche una linea di abbigliamento …ma oggi?

Con “No sleep till Shengal” Zerocalcare – con i toni di grigio di Alberto Madrigal – ci racconta la storia di donne e uomini che nonostante la loro storia straziante tentano di portare a termine una rivoluzione sociale e culturale che inciderebbe nel presente di tutto il resto del pianeta in maniera davvero impattante. Ma tutto il resto del pianeta, per un interesse diretto o indiretto, sembra proprio volutamente guardare da un’altra parte.

L’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe della Russia ha ulteriormente complicato la vita e i sogni delle donne e degli uomini di Shengal.

A volte anche un disegno è importante.

“Il male oscuro” di Giuseppe Berto

(Neri Pozza, 2016)

Pubblicato per la prima volta da Rizzoli nel 1964 questo “Il male oscuro” è uno dei capisaldi della letteratura italiana, e non solo, del Novecento.

Giuseppe Berto (1914-1978) sulla scia del grande Italo Svevo e del suo contemporaneo Carlo Emilio Gadda, capovolge all’indietro la pupilla del narratore, raccontando così non più il mondo esterno ma quello interno all’essere umano.

Viviamo il racconto del protagonista che inizia proprio al capezzale del padre morente. Padre severo e ottuso, che così tanto gli ha influenzato l’esistenza. E che, anche una volta morto, continua a infettagli la vita. Fra le mille cure che il protagonista prova per il suo “oscuro” e inafferrabile male fisico che inesorabilmente gli toglie sempre più parti della vita quotidiana, c’è anche quella della psicoanalisi grazie alla quale scoprirà dolorosamente se stesso e i rapporti col mondo esterno…

Se l’evento di partenza richiama fin troppo chiaramente lo straordinario “La coscienza di Zeno“, il titolo è un richiamo esplicito a “La cognizione del dolore” di Gadda. E Berto alza l’asticella dei due grandi scrittori italiani, raccontando delle nevrosi e del “male di vivere” di un uomo cresciuto all’ombra di una generazione che, con la tragedia immane della Seconda Guerra Mondiale, ha sbagliato le scelte più importanti.

Ma non basta, sulle rovine ancora insanguinate la vecchia generazione è disposta, senza fare una piega, a voltare pagine e ideali lasciando coloro che ha cresciuto – vera carne da cannone del periodo storico – ancora più disorientati e soli. Il protagonista, che dopo aver indossato la camicia nera a fine conflitto diventata un convinto uomo di sinistra, è annichilito dal comportamento del padre – ex Carabiniere del Re – che senza ammettere alcuna colpa tenta spudoratamente di adeguarsi al nuovo Paese che, suo malgrado, anche lui ha contribuito a creare.

Berto ci racconta in maniera cruda e carnale la tragedia di un uomo e di una generazione ma, come forse solo il grande Svevo aveva fatto, lo fa con un sublime e irresistibile umorismo che, sottile e implacabile, illumina ogni pagina e ogni riga. D’altronde lo stesso autore afferma nell’appendice del libro: “…un nevrotico non potrebbe scrivere se non fosse sostenuto dall’umorismo: una fortuna in mezzo a tanti malanni”.

Perché “Il male oscuro” è un romanzo molto autobiografico, in cui Berto ci racconta buona parte della sua esistenza, soprattutto la prima parte. Era figlio di un ex Carabiniere del Re che – come quello del romanzo – ha lasciato l’arma per aprire un negozio di cappelli. E molti altri sono i riferimenti alla vita reale dello scrittore, che a causa delle sue nevrosi per oltre dieci anni non riuscì più a scrivere. Lo fece poi pubblicando proprio questo splendido libro, nel cui frontespizio volle mettere tre citazioni: la prima da “La cognizione del dolore” di Gadda con la frase contenete “il male oscuro”. La seconda è presa da una lettera di Freud e la terza, splendidamente illuminante, dal “Prometeo incatenato” di Eschilo che dice: “Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”.

Un capolavoro.

Nel 1990 il maestro Mario Monicelli realizza “Il male oscuro“, l’adattamento cinematografico con Giancarlo Giannini nei panni del protagonista.

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“Pinocchio” di Guillermo Del Toro e Mark Gustafson

(USA/Messico/Francia, 2022)

Fra gli innumerevoli adattamenti dell’opera immortale di Carlo Collodi – al secolo Carlo Lorenzini, la cui prima puntata, è giusto ricordarlo, venne pubblicata nel 1881- questo scritto Guillermo Del Toro, assieme a Patrick McHale, e diretto in stop motion insieme a Mark Gustafson, accanto a “Le avventure di Pinocchio” diretto da Luigi Comencini nel 1972 e al “Pinocchio” di Matteo Garrone del 2019, è uno dei migliori.

Il geniale e visionario cineasta messicano prende spunto dalla storia originale per riscriverla attualizzandola, ambientandola nella cupa Italia del ventennio fascista. Geppetto è un uomo solo, anziano e disperato. Disperato perché la Grande Guerra gli ha portato via Carlo, il suo piccolo unico e tanto amato figlio.

Ormai preda dell’alcol, Geppetto non riesce quasi più a lavorare ma una notte, lo Spirito del Bosco, dona la vita al burattino di legno che l’uomo ha furiosamente costruito in preda ai fumi del vino. La mattina dopo la sorpresa di Geppetto sarà clamorosa quanto quella di tutta la comunità che però, a differenza del falegname, vede nel burattino vivo e animato un pericolo per la morale e soprattutto per l’ordine nella reazionaria, arrogante e guerrafondaia Italia fascista, incarnata dal prepotente podestà del paese.

Ad incantare e soggiogare Pinocchio, intanto, ci pensa il Conte Volpe, proprietario di una sorta di circo ambulante in cerca sempre di fenomeni da baraccone a basso costo. E grazie a Spazzatura, la sua fedele scimmia, attira il burattino nel suo capannone…

Del Toro ci racconta il suo personale Pinocchio, che vive e cammina in un ambiente molto cupo e freddo, che non a caso ricorda quello dell’adattamento di Comencini. Nonostante tutto il mondo voglia cambiarlo e omologarlo, a partire all’inizio anche da Geppetto, Pinocchio conserva sempre il suo sorriso e il suo cuore puro, incarnato dal Grillo Parlante narratore dell’intera vicenda, grazie al quale potrà mantenersi sempre fedele a se stesso.

L’attualizzazione della vicenda del burattino più famoso della storia che fa Del Toro è incredibilmente calzante con la nostra storia recente che ha portato una nuova e tragica guerra in Europa dopo oltre sette decenni.

Come nel bellissimo “Il labirinto del fauno” ambientato durante la guerra civile spagnola, anche in questo ottimo film Del Toro ci ricorda che chi non conosce la propria storia non ha futuro.

Questa pellicola, volutamente realizzata in stop motion per conservare al meglio l’originalità della storia e degli ambienti, ha avuto una lavorazione durata circa quindici anni, e nella versione originale Ewan McGregor doppia il Grillo Parlante, Christoph Waltz il Conte Volpe, Ron Perlman il podestà, Tilda Swinton lo Spirito del Bosco, Cate Blanchett Spazzatura e John Turturro il medico del paese.