Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“LMVDM – La mia vita disegnata male” di GIPI

(Coconino Press – Fandango, 2018)

La fortuna, nella vita, ha un ruolo fondamentale. Soprattutto in momenti in cui ancora non sappiamo bene chi siamo, cosa vorremmo diventare e cosa in realtà diventeremo, come nel periodo dell’adolescenza.

Così GIPI (al secolo Gianni Pacinotti, classe 1963), uno dei nostri migliori autori, in questo “LMVDM – La mia vita disegnata male” ci racconta la sua che è stata segnata pesantemente da alcuni eventi. Con il suo tratto apparentemente “disegnato male”, GIPI ci parla di un periodo duro e oscuro dove il fatto di essere nato in una famiglia abbiente non è bastato a garantirgli la felicità, o quantomeno la serenità.

Ma, soprattutto, GIPI ci parla di uno degli elementi onnipresenti della nostra cultura: il senso di colpa. La nostra storia ci lega a doppio filo ad una “morale” – mi vengono i brividi solo a scriverlo… – dove i ruoli di donna e uomo sono ben definiti da secoli. Questo ampio, ingerente e oppressivo librone dove sono scritte a fuoco le regole per essere riconosciuto un vero e ineccepibile membro della più aurea società, anche se intangibile é ancora drammaticamente troppo presente nel nostro quotidiano.

I femminicidi che insanguinano il nostro Paese così come le violenze, gli abusi e le vessazioni che subiscono coloro i quali non si “adeguano” ai principi patriarcali del famigerato librone – per esempio con la loro libera sessualità – ne sono la tragica prova. E così GIPI ci racconta come la prima parte della sua esistenza è stata sbranata dai sensi di colpa dovuti ad atti e azioni che hanno fatto gli altri, mentre lui era fin troppo spesso solo un semplice testimone.

In questo bel romanzo grafico, fra i migliori libri di formazione degli ultimi tempi, GIPI amplia la ricostruzione del terribile evento narrato anche nel racconto grafico “Via degli Oleandri” pubblicato nella bellissima raccolta “Esterno notte“.

Un indimenticabile disegno di quel baratro oscuro che può essere l’adolescenza.

“Le cose: una storia degli anni Sessanta” di Georges Perec

(Einaudi, 2011)

Georges Perec (1936-1982) è stata una delle figure più rilevanti e al tempo stesso originali del panorama culturale francese, e non solo, del Novecento. E’ stato un membro di spicco dell’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle), il gruppo transalpino di matematici e letterati fondato da Raymond Queneau e François Le Lionnais, e di cui faceva parte anche Italo Calvino. Nato in una famiglia ebraica di origine polacca, il piccolo Georges perde entrambi i genitori durante la Seconda Guerra Mondiale. Il padre perisce al fronte, mentre la madre viene deportata e muore in un campo di concentramento, molto probabilmente ad Auschwitz.

Adottato dalla zia, Perec abbandona gli studi alla Sorbona e inizia a fare diversi lavori, uno dei quali lo porta a Sfax, in Tunisia, allora colonia francese. Nel 1965 pubblica il suo primo romanzo “Le cose: una storia degli anni Sessanta” che diventa subito un simbolo della società e della cultura contemporanea, non solo francese.

Attraverso il racconto della vita e del rapporto fra i giovani Jérome e Sylvie, Perec ci disegna una società che sta velocemente e ferocemente cambiando, abbandonando quell’anima rurale che da secoli la contraddistingueva, per diventare completamente proiettata verso il consumismo e il capitalismo.

Perec, in tempo reale, comprende e descrive dettagliatamente un cambiamento così radicale da diventare irreversibile. Naturalmente in Jèrome e Sylvie c’è molto del suo autore, visto che la coppia nel romanzo passa alcuni anni proprio a Sfax.

Ma, a differenza di altri scritti pubblicati negli stessi anni, “Le cose” racconta un cambiamento definitivo che va oltre i Sessanta. Io che sono nato all’inizio del decennio successivo e ho vissuto l’adolescenza negli edonistici anni Ottanta, in questo libro ho ritrovato incredibilmente atmosfere, situazioni e comportamenti tipici di quegli anni, e – ahimè.. – anche dei decenni successivi che, volenti o nolenti, hanno portato la nostra società ad essere quella che è diventata.

Guardandoci bene intorno, anche oggi, non è difficile riconoscere Jèrome e Sylvie in persone nei nostri paraggi che, come le descrive Perec: “…troppo spesso, in ciò che chiamavano lusso, amavano solo il denaro che c’era dietro” e che “…soccombevano dinanzi ai segni della ricchezza, amavano la ricchezza prima di amare la vita”.

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“Nessuno ci può fermare” di Sidney Poitier

(USA, 1980)

La collaborazione artistica fra Gene Wilder e Richard Pryor inizia ufficialmente nel 1974 quando si trovano entrambi nella produzione di “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” diretto da Mel Brooks. Infatti, a scrivere la sceneggiatura lo stesso Brooks vuole il giovane Pryor, caustico esponente della stand up comedy che sta riscuotendo molto successo in numerosi locali del Paese. Dati i suoi clamorosi ritardi e le sue discusse abitudini la produzione, però, lo reputa troppo inaffidabile e non lo vuole nel sul set sostituendolo con Cleavon Little nel ruolo del protagonista Bart, lo sceriffo afroamericano di Rockridge.

Ma negli anni successivi l’affermazione delle carriere cinematografiche di entrambi li porta finalmente a recitare insieme in “Wagon-lits con omicidi” diretto a Arthur Hiller nel 1976. Il successo della pellicola consacra definitivamente la coppia come una delle più esilaranti ed efficaci del cinema americano.

Nel 1980 i due tornano a recitare insieme in “Nessuno ci può fermare”, che rappresenterà il maggior incasso americano dell’anno solo dopo “Star Wars: L’impero colpisce ancora” e “Dalle 9 alle 5 orario continuato“.

Dietro la macchina da presa c’è una vera e propria leggenda di Hollywood: Sidney Poitier. Scritta da Bruce Jay Friedman e Charles Blackwell, la pellicola ha per protagonisti Skip Donahue (Wilder) e Harry Monroe (Pryor), rispettivamente un commediografo e un attore che sognano di conquistare Broadway, ma che in realtà non riescono a mantenere un lavoro, lontano dalle assi di un palcoscenico, per più di qualche settimane.

Il fatto che la Grande Mela “non li voglia aiutare”, fa venire in mente a Skip di fare come gli antichi pionieri: attraversare l’intero Paese per raggiungere la California e lì tentare la fortuna a Hollywood. L’idea all’inizio non piace a Harry, che non è un ingenuo sognatore come l’amico, visto poi che essendo afroamericano ha dovuto affrontare prove che Skip, grazie al roseo della sua epidermide, ha potuto serenamente evitare. Ma l’insistenza dell’amico e l’impossibilità di sfondare a Broadway alla fine lo convincono.

Ma sulla strada che li porta in California i due vengono presi per due spietati rapinatori di banche, catturati e condannati a 30 anni da scontare in carcere. L’impatto dietro le sbarre è devastante, e al tempo stesso irresistibile.

Ma, in maniera del tutto inaspettata, Skip viene selezionato dal direttore del carcere per gareggiare nel rodeo annuale delle prigioni, dove girano molti soldi soprattutto legati alle scommesse clandestine. Grazie all’amicizia di alcuni detenuti, Skip e Harry intravedono una insperata occasione nel rodeo…

Questa esilarante commedia, nonostante l’apparenza del classico meccanismo dello scambio di persone, ci parla in maniera anche poco velata dell’atroce piaga del razzismo negli Stati Uniti. Se a dirigerla è uno dei volti simbolo della lotta al razzismo come Sidney Poitier, ad interpretarla c’è quello ironico ma anche segnato dal dolore di una vita passata a lottare contro l’arroganza del razzismo in un Paese che allora, come purtroppo in buona parte ancora oggi, doveva fare i conti con la parte più ottusa e violenta dell’integralismo razziale.

Non è un caso quindi che nei suoi spettacoli, già dagli anni Settanta, Richard Pryor parlasse dei soprusi e delle violenze che gli afroamericani subivano quotidianamente, anche da parte di chi li avrebbe dovuti proteggere come per esempio la Polizia.

I due grandi comici torneranno a recitare insieme nell’esilarante “Non guardami, non ti sento” del 1989.

“Quando soffia il vento” di Raymond Briggs

(Orient Express, 1984)

I coniugi Hilda e James Bloggs vivono in un piccolo cottage nella campagna inglese. I loro due figli Beryl e Ron, con le rispettive famiglie, risiedono da anni a Londra. I Bloggs hanno una vita molto semplice e spartana: James va tutti i giorni nel paese a pochi chilometri da casa a leggere il giornali in biblioteca e a fare quattro chiacchiere mentre fa la spesa.

Hilda, invece, pensa soprattutto alla casa e al piccolo giardino che la circonda. La loro tranquilla routine viene interrotta dalle drammatiche notizie che giungono da radio e carta stampata: la crisi internazionale è al collasso e si teme un attacco nucleare da parte dell’Unione Sovietica.

Seguendo scrupolosamente i dettami dell’opuscolo governativo che ha trovato in paese James, con delle porte e dei cuscini, costruisce un piccolo rifugio antiatomico dentro casa, dove il Governo consiglia di passare almeno 14 giorni dopo l’attacco nucleare.

Ai due anziani non può non tornare in mente quando, circa quarant’anni prima, insieme affrontarono la Seconda Guerra Mondiale e i devastanti bombardamenti di Londra. Ma l’olocausto atomico, purtroppo, è ancora più terrificante…

Pubblicato per la prima volta nel 1982, questo romanzo grafico, è una delle opere antimilitariste più taglienti ed efficaci realizzate negli anni Ottanta. Raymond Briggs (1934-2022), per parlare di uno degli incubi planetari più oscuri della guerra fredda, prende spunto dalla storia dei suoi veri genitori ai quali poi dedicherà nel 1999 il bellissimo romanzo grafico “Ethel & Ernest” (da cui Roger Mainwood ha tratto il lungometraggio animato “Ethel & Ernest – Una storia vera“), che si conobbero nel 1928 e rimasero insieme fino al 1971, anno in cui entrambi scomparvero.

Per molti anni abbiamo vissuto ingenuamente convinti che il pericolo di un olocausto atomico fosse stato scongiurato per sempre alla fine degli anni Ottanta. Ma la storia ci sta sbattendo in faccia che, purtroppo, non è così.

Drammaticamente attuale.

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“In caso di disgrazia” di Georges Simenon

(Adelphi, 2014)

L’avvocato Lucien Gobillot è uno dei più famosi di Parigi. E’ il penalista più noto del foro della capitale francese, e nel corso della sua lunga carriera non ha rinunciato a difendere anche rei moralmente ambigui.

Il suo studio – forse per questo – è uno dei più ambiti, e averlo dalla propria parte è una garanzia molto spesso di successo. Fra i suoi clienti ci sono nomi illustri e aziende internazionali, visto che il suo cognome è conosciuto anche all’estero.

Molto del suo successo Gobillot lo deve a sua moglie Viviane, fra le personalità più rilevanti dei salotti parigini. La donna era la giovane moglie di un altrettanto noto principe del foro, presso il quale lo stesso Gobillot iniziò la sua carriera.

Ma Viviane, con grande stupore dello stesso Gobillot, scelse lui e lasciò l’anziano avvocato per il suo giovane e assai promettente assistente. Grazie a Viviane e alle sue pubbliche e private relazioni personali, lo studio del nuovo marito in poco tempo prese quota e il nome Gobillot divenne uno dei più citati e ricercati al Palazzo di Giustizia.

Ma la sera dello scorso 6 novembre Lucien Gobillot ha iniziato a scrivere un vero e proprio memoriale che inserisce in un fascicolo, in carta di Lione beige, esattamente uguale a quelli che redige per i suoi casi. Ciò che lo spinge a farlo è il timore, o forse la certezza, che quelle pagine possano diventare utili …in caso di disgrazia.

Circa un anno prima Gobillot ha conosciuto la ventenne Yvette, una giovane prostituta implicata nel furto di alcuni orologi in un negozio, e che proprio da lui è andata per essere difesa. L’avvocato, incuriosito dal carattere e dall’aspetto della giovane, l’ha fatta parlare e al momento delle garanzie per pagare la parcella la giovane, come se fosse la cosa più naturale, gli si è offerta sessualmente.

Gabillot ha declinato l’invito, ma ha lo stesso deciso di diventare il suo legale Pro Bono. Il caso, e soprattutto il difensore, hanno suscitato non poco l’interesse della stampa e degli addetti ai lavori. Solo dopo l’assoluzione Gobillot è diventato l’amante di Yvette.

Il rapporto con la sua ormai ex cliente, per l’avvocato è diventato sempre più possessivo e morboso, soprattutto da quando Yvette gli ha confessato di aver incontrato un giovane, tale Mazetti, intenzionato a sposarla. Per GobiIlot il nuovo amore rischia però di rallentare le frenetiche attività del suo studio, ma la stessa Viviane ne è a conoscenza e lo tollera purché il marito rispetti gli impegni ufficiali che lei programma. Ma…

Finito di scrivere nel 1955 e pubblicato per la prima volta l’anno successivo, questo “In caso di disgrazia” ci parla degli uomini che vogliono trattenere e stringere le donne ma che in realtà alla fine e nel profondo proprio non le comprendono. E forse per questo non riescono ad afferrarne la vera essenza.

Il maestro Simenon, che invece le capiva molto bene, tratteggia superbamente ancora una volta il ritratto di alcune donne indimenticabili e, in un modo o nell’altro, vittime loro malgrado dell’ottusità degli uomini. E non è solo quello della giovane e affamata di vita Yvette, ma anche quello indimenticabile di Viviane, donna matura e razionale.

Un altro viaggio intimo e carnale nel rapporto fra uomini troppi miopi e immaturi e donne troppo libere ed emancipate.

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“Blankets” di Craig Thompson

(Rizzoli Lizard, 2010)

Come sottolinea anche Zerocalcare: il fumetto non è un genere ma un vero e proprio linguaggio narrativo. Se nel resto del mondo questo concetto è ormai assodato e riconosciuto, solo nel nostro Paese sembra scontrarsi con una barriera di polverosi e ottusi pregiudizi.

Basta leggere però questo splendido romanzo grafico per abbandonare ogni indugio e considerare il fumetto alla pari del più classico dei romanzi.

Pubblicato per la prima volta nel 2003 questo “Blankets” di Craig Thompson (classe 1975) – che aveva debuttato con “Addio Chunky Rice” nel 1999 – ci racconta la storia autobiografica e poco semplice dell’adolescenza del suo autore. Nato nel Michigan, Thompson è cresciuto nella Contea di Marathon nel Wisconsin settentrionale, in una comunità prettamente agricola.

I suoi genitori appartenevano ai Cristiani Rinati, protestanti molto ortodossi, che fin da piccolo lo hanno cresciuto, assieme al fratello minore Phil, in maniera molto spartana e religiosa. Se fra le mura di casa Craig ha Phil come riferimento, fuori la vita è molto più dura, sia a scuola che in chiesa.

Ma durante una vacanza in un campo religioso Craig conosce Raina, una sua coetanea che vive a Marquette, nel Michigan. Fra i due nasce subito un’amicizia molto particolare che non naufraga alla fine della vacanza. Dopo mesi di telefonate e lettere, Raina lo invita per due settimane a casa sua approfittando delle vacanze invernali.

L’impatto con la famiglia di Raina sarà per Craig profondamente catartico, visto che per la sua educazione, soprattutto quella religiosa, il senso di colpa non lo ha mai abbandonato da quando ha memoria. E con dolore affronterà anche il distacco dai suoi genitori e dalla loro scelta di vita.

La presenza del freddo e della neve è una costante del libro, metafora geniale e profonda dell’adolescenza che è spesso uno dei momenti più “freddi” della nostra esistenza, in cui cerchiamo più di ogni altra cosa la coperta – che in inglese si dice appunto blanket – più adatta a noi per tenerci al caldo.

Bellissimo romanzo – grafico – di formazione che ci parla direttamente al cuore con dei disegni e delle atmosfere struggenti ed emozionanti. Non è un caso quindi che “Blankets” abbia fatto incetta dei premi americani più prestigiosi per autori di fumetti come gli Eisner Awards, gli Harvey Awards e gli Ignatz Awards, premi che hanno consacrato giustamente Thompson come autore di spicco del romanzo grafico contemporaneo.

Da leggere.

“Sunshine Cleaning” di Christine Jeffs

(USA, 2008)

L’eredità che i genitori lasciano ai proprio figli molto spesso incide in maniera determinante nella loro vita. Questo vale per le cose materiali ma, soprattutto, per quelle immateriali che riguardano la sfera sentimentale ed emotiva.

E l’eredità di un genitore può essere trasmessa ai figli anche prima di morire. Come nel caso di Rose (una bravissima Amy Adams) e sua sorella minore Norah (Emily Blunt) nate e cresciute ad Albuquerque da Joe (un sempre grande Alan Arkin) alla ricerca perenne dell’affare del secolo, e dalla loro madre che però, quando erano ancora due bambine, si è tolta la vita.

Se Rose al liceo era la stella delle cheerleader nonché fidanzata col quoterback della squadra di football, una volta preso il diploma la sua vita ha iniziato inesorabilmente a franare. Madre single di Oscar, sbarca il lunario facendo le pulizie per una ditta locale e non riesce a smettere di essere l’amante di Mac (Steve Zahn), il suo fidanzatino del liceo che ora fa il poliziotto, che però è felicemente sposato con un’altra donna.

Anche sua sorella Norah non riesce a mantenere un lavoro per più di una settimana, come non riesce ad avere una relazione stabile e soddisfacente. Proprio durante uno dei settimanali incontri clandestini con Mac, a Rose viene l’idea di creare una società per la pulizia dei luoghi scene di un crimine o di una morte violenta, nicchia di mercato assai redditizia e poco sfruttata.

Ma Rose, assieme a Norah che suo malgrado l’aiuta, scoprirà che si tratta di un lavoro molto duro e faticoso, che comprende anche il ripulire le case di persone morte suicide o da molto tempo prima che qualcuno le abbia ritrovate.

Grazie anche a Winston (Clifton Collins Jr.), il commesso dell’emporio che vende i prodotti professionali per le pulizie, Rose inizia per la prima volta, dopo tanto tempo, ad avere fiducia in se stessa, ma…

Non si possono scegliere i propri genitori, ma si può scegliere di prendere distacco da loro, soprattutto dalle loro scelte più funeste o egoiste.

Scritto da Megan Holley, questo “Sunshine Cleaning” – il cui titolo richiama forse alla pulizia del proprio essere dalle tossine che qualcun altro vi ha lasciato… – ci ricorda quanto possa essere delizioso il cinema indipendente americano.

“Brittany non si ferma più” di Paul Downs Colaizzo

(USA/Canada, 2019)

Brittany Forgleris (una brava Jillian Bell, nota soprattutto negli Stati Uniti come comica e autrice di vari show televisivi tra cui il mitico “Saturday Night Live”) è una 27enne che vive e lavora a New York.

Sbarca il lunario alla reception di un piccolo cinema/teatro Off Broadway, e vive in affitto dalla sua amica Gretchen (Alice Lee) che, a differenza di lei, ha un certo seguito fra gli uomini e sui social. Ma quando Brittany era arrivata nella Grande Mela, solo qualche anno prima, le premesse erano assai diverse.

Era stata scelta per uno stage presso una delle più rinomate agenzie pubblicitarie della città, ma le sue insicurezze hanno fatto naufragare quella incredibile possibilità e Brittany si è lasciata andare. Così ha imparato ad accontentarsi, rinunciando a molti sogni. Per arginare la tristezza e quell’insopportabile senso di vuoto che inesorabilmente l’ha assalita, Brittany ha iniziato a bere e mangiare senza freno.

Il suo carattere gioviale e accomodante l’ha resa l’amica ideale del sabato sera, quella che con una battuta – spesso su se stessa e sul suo aspetto – fa sempre ridere. Insomma, una compagna ideale per far divertire tutti, tranne se stessa. E più il vuoto aumenta e più Brittany mangia e beve. Fino a un pomeriggio quando il medico dal quale è andata per farsi prescrivere dei sonniferi, non solo si rifiuta di farlo ma le apre gli occhi sulla sua situazione medica. Anche se ha solo 27 anni soffre già di ipertensione e l’obesità rischia di compromettere le sue funzioni vitali nonché le sue capacità motorie.

L’unica soluzione è quella di cambiare stile di vita, alimentazione e, soprattutto, fare quotidianamente del moto. Brittany cade nello sconforto buttandosi disperatamente e ancora più voracemente sul cibo. Mentre è preda di una crisi di pianto alla sua porta bussa Catherine (Michaela Watkins) che fa la fotografa e che ha il suo studio alla porta accanto. Brittany l’ha sempre considerata una ricca viziata arrogante e così rimane stupita e perplessa del suo interesse, anche se alla fine bruscamente la caccia via.

Combattendo strenuamente contro tutte le sue insicurezze e scalando tutti i suoi alibi Brittany inizia a fare footing intorno al palazzo. Dopo le prime devastanti e dolorosissime volte, la ragazza riesce a trovare una certa stabilità e così accetta l’invito di Catherine che fa parte di un gruppo di corsa che si vede regolarmente ogni sabato mattina per fare una mini maratona da pochi chilometri.

Lì Brittany incontra Terrence (Dan Bittner) anche lui un neofita della corsa, che ha deciso di unirsi al gruppo perché suo figlio di pochi anni lo ha preso in giro per il suo fiato corto mentre giocavano. Gli appuntamenti del sabato diventano un punto fisso e irrinunciabile per Brittany che gli altri giorni, compatibilmente col suo lavoro, si allena appena può.

I vestiti iniziano a essere sempre più larghi e la bilancia comincia incredibilmente a tornare indietro così Brittany è sempre più motivata e decisa, e le rinunce di cibo o alcol pesano sempre meno. All’orizzonte si staglia l’evento che ogni corridore sogna: la Maratona di New York; e così Catherine, Terrence e Brittany decidono di parteciparvi insieme.

La tassa d’iscrizione è molto alta e così Brittany decide di fare un secondo lavoro e casualmente trova un posto come dogsitter presso una lussuosa abitazione di Park Avenue. Nelle dodici ore del giorno deve provvedere al cane e alla casa, la notte il suo stesso compito spetta a Jern (Utkarsh Ambudkar) che però, per risparmiare e approfittando della lunga assenza dei proprietari, si è clandestinamente trasferito nella grande casa.

Il drastico cambio di stile di vita così come quello della considerazione che lei ha di se stessa portano inesorabilmente Brittany a dover affrontare il mondo che la circonda non potendo più accettare le persone che si approfittano di lei e delle sue debolezze. Il giorno della maratona si avvicina, ma…

Struggente commedia che ci racconta la piccola storia di una grande ragazza che affronta con coraggio e dolore la parte più oscura di se stessa, e ci riesce grazie anche all’aiuto di amici sinceri e leali. Scritta e diretta da Paul Downs Colaizzo, e prodotta anche da Tobey Maguire, la pellicola ci racconta la vera storia di Brittany O’Neill, che appare nelle sequenze finali.

“Brittany Runs a Marathon”, nel titolo originale, è un ottimo esempio del cinema indipendente statunitense, non a caso premiato al Sundance Film Festival. Consigliato a tutti ma soprattutto a chi, come me, ha scalato impervie montagne e guadato mari sconfinati per trovare se stesso.

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“Pigiama computer biscotti” di Alberto Madrigal

(Bao Edizioni, 2019)

E’ semplice conciliare la propria vena artistica e creativa con la vita quotidiana centrata sulla famiglia e col lavoro fatto solo per sbarcare il lunario? …Assolutamente no, ma non è impossibile e quando ci si riesce è bellissimo, ci risponde Alberto Madrigal con questo delizioso graphic novel.

Madrigal ci racconta la storia della sua vita personale da quando, insieme alla sua compagna, ha deciso di diventare genitore. E con acquarelli in bianco e nero, davvero molto belli e d’atmosfera, l’artista ci parla di come una cosa così grande come un figlio può mettere in crisi il rapporto che abbiamo con la nostra creatività.

Per fare i genitori bisogna essere onesti e sinceri col proprio figlio, e così anche per realizzare un’opera d’arte bisogna essere onesti e sinceri con se stessi. Un ruolo fondamentale ce l’ha, ovviamente, la persona con cui si decide di iniziare un viaggio così importante e che non finirà più. Anche gli amici possiedono un’influenza rilevante e fra quelli di Madrigal spicca Michele Reich – al secolo Zerocalcare – col quale lui ha collaborato per le copertine e i toni di grigio di libri come “Macerie prime” o “No Sleep Till Shengal“.

Naturalmente il processo creativo ognuno lo deve trovare dentro se stesso, come ci ricorda anche il Re Stephen King nel suo fondamentale “On Writing – Autobiografia di un mestiere“, che anche Madrigal cita in questo tomo. E ci si riesce, repetita iuvant, soprattutto quando si è onesti con se stessi e con le proprie emozioni.

Godibile conforto e spunto di riflessione per chi ama creare usando una matita, una penna o un computer.

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