Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Doctor Sleep” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2014)

Esatto! Sono fissato di Stephen King e leggo tutti i suoi libri appena escono: e allora?!

Prima di iniziare questa sua ultima fatica non sono riuscito ad evitare di sbirciare alcune aspre critiche sull’attesissimo seguito di “Shining”.

Ognuno la pensa come vuole e ha tutto il diritto pure di esternarlo, ma dite quello che vi pare: il Re è sempre il Re.

Gli anni passano e le persone maturano (e come ho già detto parlando del Re, maturare non vuol dire sempre invecchiare) e Stephen King è uno scrittore che rimane fedele a se stesso, ai suoi lettori e, soprattutto, ai suoi mostri interiori.

Chi pensa di leggere le stesse cose che King scriveva trent’anni fa – alcolista e al limite della tossicodipendenza per sua stessa ammissione: nel suo splendido “On Writing – Autobiografia di un mestiere” racconta come, proprio a causa di alcol e anfetamine di cui faceva abbondantemente uso in quegli anni, abbia sol un vago ricordo della genesi del suo “Cujo”  – sbaglia completamente.

“Doctor Sleep” è un romanzo che parla di mostri, ma soprattutto di dipendenze autodistruttive e di come, raramente, ci si può salvare da queste.

Di come la vita di una persona possa essere influenzata drammaticamente dal comportamento autodistruttivo dei suoi genitori, ma anche di come la stessa persona possa salvarsi, o almeno tentare onestamente di farlo.

Come capita sempre dopo aver letto un libro del Re, appena terminato “Doctor Sleep”, ci si rende conto che i mostri più famelici e letali sono quelli dentro di noi.

W il Re!

“Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson

(Marsilio, 2005)

Il giornalista svedese Stieg Larsson, classe 1954, è morto di un inaspettato infarto il 9 novembre del 2004. Fino a quel giorno, oltre ai numerosi articoli per varie testate, aveva pubblicato solo alcuni saggi sulla democrazia e sui movimenti di estrema destra nel suo paese natale.

Larsson era da anni uno dei massimi esperti dei rigurgiti neofascisti e neonazisti nel nord Europa, tanto da diventare, fra le altre cose, consulente di Scotland Yard per i reati e i delitti commessi in tale ambito.

Negli ultimi anni della sua vita aveva approfondito anche il terrificante mondo della tratta delle ragazze – soprattutto di provenienza dai paesi dell’ex blocco sovietico – nel ricco settentrione europeo.

Da queste sue ricerche Larsson aveva preso spunto per scrivere un romanzo incalzante e dallo stile asciutto (tipico di un giornalista d’inchiesta), che in breve tempo si sviluppò in una trilogia, con una protagonista fuori da ogni schema precedente, dal nome di Lisbeth Salander.

A fargli da contraltare è il giornalista Mikael Blomkvist, davvero tanto simile per storia personale e professionale al suo inventore.

Poche settimane prima di quel fatidico 9 novembre 2004 Larsson aveva inviato i suoi manoscritti a una casa editrice…

La storia ci dice come è andata: di fatto Lisbeth Salander è ormai un’icona nell’immaginario mondiale, solo fino a marzo del 2010 la trilogia del Millenium, ha venduto 27 milioni di copie in oltre 40 paesi, diventando l’emblema della grande tradizione giallo noir scandinava.

Anche il cinema si è appassionato a Larsson, prima in Svezia e poi pure Hollywood hanno realizzato l’adattamento cinematografico dei suoi romanzi.  

…E magari Stieg non ha neanche mai visto la bozza della copertina del suo “Uomini che odiano le donne”.

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“Elysium” di Neill Blomkamp

(USA, 2013)

Certo non si può dire che Neill Blomkamp, nato nel 1979 a Johannesburg, non conosca bene il razzismo e tutto quello che comporta.

Cresciuto in un paese che è stato prima il simbolo arrogante di questa triste e vergognosa piaga sociale e poi, accompagnato dal grande Nelson Mandela, esempio del cambiamento.

Già con il suo “District 9” del 2009 Blomkamp, con la “scusa” della fantascienza, raccontava i disagi e le umiliazioni di immigrati extraterrestri.

Con “Elysium” trasforma tutto il nostro pianeta in un continente sottosviluppato, che i pochissimi ricchi hanno abbandonato ma che sfruttano senza pietà.

Con gli ottimi Matt Damon e Diego Luna, e un’ancora più brava Jodie Foster (che mostra tutto il suo talento anche nello scegliersi i ruoli più provocatori) “Elysium” è da vedere, soprattutto in questo momento di inizio campagna elettorale, diventa ancora più inquietante…

“Lezioni Americane – Sei proposte per il prossimo millennio” di Italo Calvino

(Garzanti, 1988)

Il 19 settembre del 1985, oltre che imberbe, ero troppo depresso per il rientro a scuola e certamente la notizia dell’improvvisa morte di Italo Calvino mi è passata fra le orecchie senza rendermi davvero conto di quello che significava per la nostra cultura e per quella mondiale tutta.

Avevo letto alcuni suoi scritti durante l’infanzia (come “Il Barone rampante“; “Il visconte dimezzato” e “Marcovaldo“) che mi avevano appassionato e fatto venire voglia di scrivere. Alle scuole medie la prof mi aveva dato da leggere “Il sentiero dei nidi di ragno” per l’estate. Ne ero rimasto profondamente colpito, ma anche inquietato e impressionato.

Ma l’incontro definitivo e cosciente con Calvino arrivò solo qualche anno dopo, all’Università, al mio primo esame che prevedeva il suo “Lezioni americane” in programma. Catartico è dire poco…

Il libro raccoglie le sei lezioni – l’ultima purtroppo largamente incompleta – che avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard nell’ambito delle prestigiose “Poetry Lectures” (intitolate al dantista e storico dell’arte americano Charles Eliot Norton) nell’autunno del 1985.

In pratica sono i criteri fondamentali per chi vuole scrivere, e al contempo stesso, i diritti di chi vuole leggere.

Sono lo specchio della nostra grande cultura del Novecento che ha segnato quella mondiale, ma che non sembra avere avuto poi tanti veri eredi.

Sulla grandezza e l’immortalità di Calvino non sono certo io che scopro niente: il suo racconto “Furto in una pasticceria”, che appartiene alla raccolta “Ultimo viene il corvo”, ha ispirato “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, tanto per fare un esempio…

Da leggere a cadenza regolare.

La mia copia, come si vede nella fotografia, è un tantino consumata: ma guai a chi me la tocca!

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“Hitchcock” di Sacha Gervasi

(USA/UK, 2012)

Sulla personalità del grande Alfred Hicthcock sono stati scritti tanti libri (“Il cinema secondo Hitchcock” di Francois Truffaut” su tutti) ma quello di Stephen Rebello – da cui è tratto questo film – si sofferma in maniera originale il rapporto personale e artistico che il grande cineasta ha avuto con la moglie Alma Reville, vero editor per lo script e soprattutto per il montaggio di tutti i suoi grandi film.

Oltre all’inquietante somiglianza fisica e gestuale che sfodera Anthony Hopkins nei panni del maestro del brivido, c’è una bravissima Helen Mirren in quelli della Reville, che deve confrontarsi quotidianamente con i capricci, le ansie e manie – che a volte rasentano l’ossessione – del grande Hitch alle prese con la genesi di quello che molti considerano il suo capolavoro: “Psyco”, e che nessuno allora voleva produrre…

Da vedere per poi rivedere “Psyco”!

“Il richiamo del cuculo” di Robert Galbraith alias J. K. Rowling

(Salani, 2013)

Alla sua uscita questo bel giallo, esordio dello sconosciuto Robert Galbraith, ha venduto poco più di mille copie.

E il numero sarebbe cresciuto al massimo di un paio d’unità se qualcuno non avesse reso pubblica la vera identità del suo autore: J.K. Rowling, la geniale creatrice di Harry Potter. 

Da quel momento il libro è diventato un best seller. L’episodio la dice lunga su quanto purtroppo, e troppo spesso, la qualità non è direttamente proporzionale alle vendite.

Lo dico soprattutto perché “Il richiamo del cuculo” è davvero un ottimo giallo con un protagonista strepitoso, Cormoran Strike ottimamente costruito, tanto interessante quanto irrisolto nell’animo e che rimane impresso nella mente anche terminata l’ultima pagina.

Senza conoscere la vera identità dell’autore, già dalle prime pagine, emergono subito le sue grandi doti narrative tipiche di uno scrittore di razza: ma nessun “geniale” critico le ha notate.

Senza marketing o apparizioni televisive queste cose davvero non contano?

“Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi praterie” di Akira Kurosawa

(URSS/Giappone, 1975)

Ispirato alle vere memorie del capitano russo Vladimir Arseniev che nei primi del Novecento viene inviato a capo di una piccola spedizione geografica ai confini con la Cina.

Lì incontra casualmente Dersu Uzala, un anziano cacciatore della tribù dei Gold, rimasto senza famiglia che decide di fare da guida al gruppo.

Il cacciatore mostrerà al militare russo come la sua gente vive in simbiosi perfetta con la natura che in quelle lande sembra così dura.

Arseniev viene mandato nella zona per una seconda spedizione e ritrova Uzala che anche questa volta lo accompagna. Ma il cacciatore sta diventando cieco e così Arseniev decide di riportarlo con se in città.

Il piccolo uomo delle praterie però è nato per vivere e morire nella sua terra, e così decide di tornarci, ma…

Splendido film, vincitore dell’Oscar e del David di Donatello come migliore opera straniera, con il quale il maestro Kurosawa ripercorre metaforicamente la storia recente del Giappone, che solo a metà dell’Ottocento era fermo al medioevo e che nell’arco di meno di un secolo si è trovato al centro di un devastante e tragico conflitto mondiale che ha stravolto buona parte della sua cultura millenaria.

Da vedere.

“Testimone d’accusa” di Billy Wilder

(USA, 1957)

Questo è uno dei migliori adattamenti cinematografici in assoluto fra tutte le opere di Agatha Christie, lei stessa lo ha dichiarato in più di una occasione. Per l’intensità e i colpi di scena è stato spesso attribuito ad Alfred Hitchcock, ma a firmarlo invece è uno dei maestri indiscussi della commedia: Billy Wilder, che dimostra ancora una volta tutte le sue doti dietro la MDP.

Se un bravissimo Tyrone Power ci regala uno dei suoi rarissimi personaggi oscuri, Marlene Dietrich incarna una dark lady memorabile, doppiata poi superbamente nella nostra versione da una indimenticabile Andreina Pagnani.

Ma in questa pellicola ad incastro perfetto spicca, un palmo sopra gli altri, il grande e indimenticabile Charles Laughton – primo attore inglese nella storia ad essere ammesso alla Comédie-Française, e uno dei massimi interpreti e conoscitori delle opere di William Shakespeare, con il quale, per esempio, si confrontava anche Vittorio Gassman per le sue regie teatrali – che veste i panni di Sir Wilfred avvocato difensore di Leonard Vole/Tyrone Power.

A Laughton viene assegnato il David di Donatello come miglior attore straniero dell’anno, mentre ad Elsa Lanchester sua moglie nella vita, che nel film ha il ruolo della combattiva infermiera che se ne prende cura, il Golden Globe come miglior attrice non protagonista.

Da vedere e rivedere anche se già si conosce il finale!

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“Una storia vera” di David Lynch

(Francia/UK/USA, 1999)

Questa bellissima e crepuscolare pellicola è tratta da una storia vera, come ricorda il banale titolo italiano, mentre quello originale, The Straight Story, gioca sul doppio senso del cognome del protagonista: ma “straight” è anche il dritto, il retto, l’onesto. La storia di Alvin Straight, ma anche una storia semplice e lineare, una strada dritta da percorrere.

Chi si aspetta il Lynch di Eraserhead, Strade perdute, I segreti di Twin Peaks o Mulholland Drive resterà spiazzato. Qui non ci sono sogni distorti, uomini misteriosi che parlano al contrario o labirinti mentali. Eppure il film è lynchiano fino al midollo, perché il regista guarda l’America di provincia con la stessa attenzione ossessiva e un po’ straniata di sempre. Cambia il tono, non lo sguardo. Ed è forse il suo film più radicale proprio perché si permette di essere semplice, dopo anni passati a complicare tutto. E’ l’unica sua opera a ottenere negli Stati Uniti una classificazione per tutti, e questo la dice lunga sul paradosso.

Il protagonista è Alvin Straight, appunto, interpretato splendidamente da Richard Farnsworth, storico caratterista di Hollywood ed ex stuntman, qui al suo primo grande ruolo da protagonista e purtroppo anche alla sua ultima interpretazione. Il suo volto, scavato come un campo arato, vale da solo la visione. Farnsworth recita con una sobrietà commovente: gli bastano uno sguardo, un silenzio, un mezzo sorriso, senza cercare mai la lacrima facile.

Alvin è un anziano miope quasi al limite dell’ipovisione, con le anche malandate e due bastoni per camminare. Ha saputo che il fratello Lyle, con cui non parla da molti anni per una lite il cui motivo si è perso nel tempo, ha avuto un infarto. Vuole rivederlo prima che sia troppo tardi. Il fratello vive in un altro stato, e Alvin non può guidare un’auto. L’unico mezzo che può condurre legalmente e in maniera indipendente è il suo tagliaerba, e con quello, coraggiosamente, parte.

Il viaggio dura settimane, a pochi chilometri orari, e diventa l’esplorazione di un’America fatta di strade statali, campi di grano a perdita d’occhio e piccole cittadine, che racconta il Paese da un’angolazione insolita e particolare. La fotografia del grande Freddie Francis – con cui Lynch aveva girato lo splendido The Elephant Man – trasforma il panorama in un paesaggio quasi sacro, con cieli immensi e tramonti che sembrano dipinti. Le musiche di Angelo Badalamenti, malinconiche e dolcissime, accompagnano il lento avanzare del trattorino come un respiro.

Lungo la strada Alvin incontra una galleria di personaggi minimi ma indimenticabili: la ragazza incinta in fuga da casa, la donna sconvolta per aver investito l’ennesimo cervo, i gemelli meccanici che litigano su tutto ma lavorano in perfetta sintonia, il reduce di guerra con cui condividere un ricordo che brucia ancora. A ciascuno Alvin offre non consigli saccenti ma la sua presenza, un ascolto sincero e qualche parola semplice, frutto di una vita vissuta fino in fondo. La scena dei bastoncini, che da soli si spezzano e uniti no, è una lezione sulla famiglia raccontata senza nessuna retorica.

Il cuore del film è la riflessione sulla vecchiaia, sul tempo che passa e sull’orgoglio che ci impedisce di fare il primo passo. Alvin non parte per ritrovare un fratello soltanto: parte per fare i conti con sé stesso, con gli errori, con i rimpianti, con la guerra che a distanza di tanto tempo ancora lo tormenta. Il tagliaerba è un mezzo ridicolo, ma proprio per questo il viaggio ha un valore enorme. Ogni chilometro è una penitenza e un atto d’amore.

Il finale, con il fratello Lyle (Harry Dean Stanton, in una breve ma intensissima apparizione) che come sempre non anticipo, è una delle scene più commoventi del cinema degli anni Novanta. Basta una battuta, e tutto il film trova il suo senso. Ci vuole coraggio per girare un’ultima sequenza così, e Lynch ovviamente ce l’ha.

Una struggente e minimalista riflessione sulla vita, firmata da un grande regista. Un’opera che va contro ogni corsa e ogni frenesia, e ci ricorda che a volte la distanza più difficile da percorrere è quella tra due persone che si vogliono bene.

Da vedere e rivedere per riconciliarsi con se stessi.

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“La bottega dei suicidi” di Patrice Leconte

(Francia/Canada/Belgio, 2012)

Tratta dal romanzo di Jean Teulé, questa pellicola è l’esordio nel mondo dei cartoni animati del regista francese Patrice Leconte, autore fra gli altri di pellicole come “Il marito della parrucchiera” (1990) e “Confidenze troppo intime” (2004).

In una cupa e mortalmente grigia città sono numerosi i suicidi dei cittadini che preferiscono la morte alla vita. Ma le multe per chi si toglie la vita in pubblico sono salatissime, e anche in caso di ”successo” gli Enti preposti si rifanno sugli eredi.

Il modo più sicuro e garantito così è quello di rivolgersi alla Bottega dei Suicidi, un piccolo negozio artigianale gestito con grande successo dai coniugi Tuvache insieme ai loro due giovani figli.

Il macabro incantesimo si spezza quando nasce il terzo genito Alan, che ancora neonato non può fare a meno di sorridere alla vita…

Insomma, una deliziosa favola nera non adatta ai bambini più piccoli, con toni e umori che richiamano al maestro Tim Burton, e che da noi è stata vietata dalla censura ai minori di 18 anni.

Solo dopo un ricorso, quell’imbarazzante divieto – soprattutto se si considerano le ignobili vaccate, con il massimo rispetto per i veri bovini, che senza problemi hanno il visto di censura per tutti – è stato rimosso.