“Matrimonio in quattro” di Ernst Lubitsch

(USA, 1924)

Ernst Lubitsch (1892-1947) è considerato giustamente il padre fondatore della sophisticated comedy hollywoodiana che toccherà il suo apice negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, e che definirà il genere commedia nei decenni successivi. Nato a Berlino e figlio di un sarto, Lubitsch già adolescente si innamora del palcoscenico e decide di fare l’attore comico. Nel 1912 approda al cinema come apprendista e dall’anno successivo recita ruoli in alcune commedie di successo che gli iniziano a dargli una certa popolarità.

Intanto comincia a scrivere delle sceneggiature e nel 1918 esordisce dietro la macchina da presa col film “Gli occhi della mummia” che, a dispetto del genere per cui verrà ricordato nella storia del cinema, è un dramma. E’ nel 1919 che Lubitsch acquista notorietà internazionale con la commedia graffiante e ironica “La principessa delle ostriche”, dove interpreta anche una piccola parte.

All’inizio degli anni Venti si reca negli Stati Uniti per promuovere il suo film “Das Weib des Pharao”. Hollywood non si lascia scappare uno dei registi più sofisticati mitteleuropei e così viene assunto per dirigere due film: “Rosita” con Mary Pickford – allora star di prima grandezza – nel 1923 e “Un matrimonio in quattro” l’anno successivo.

Ed è soprattutto con quest’ultimo che Lubitsch pone la basi della grande sophisticated comedy americana. Grazie alla sua strepitosa regia – che ancora oggi viene studiata nelle scuole di cinema di tutto il mondo – Lubitsch crea un’atmosfera leggera ma la tempo stesso colma di allusioni, soprattutto sessuali, metafore e satira pungente che porta lo spettatore a seguire i protagonisti fino all’ultimo fotogramma, nonostante la totale assenza del sonoro che verrà collaudato solo tre anni dopo.

I passaggi e i movimenti seguono gli attori che si muovono nelle scenografie come se la macchina da presa fosse la partecipante ad uno dei classici e opulenti balli che in quegli anni si tenevano nell’Europa più altolocata. Lubitsch diventa quindi il più grande narratore di quell’idea decadente del vecchio continente che sogna e immagina il pubblico americano.

Così se Eric von Stroheim, negli stessi anni, racconta agli Stati Uniti in maniera più lucida e cruda la decadenza morale dell’Europa che inesorabilmente sta andando verso la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, Lubitsch la descrive con i toni classici della commedia colmi di ironia e satira.

Non è un caso quindi che la pellicola si svolga a Vienna, e non solo per rispettare l’opera originale.
Il Dottor Josef Stock (Adolphe Menjou) è stanco del suo matrimonio con Mizzi (Marie Prevost) e cerca in ogni modo di trovare una scusa per poter divorziare. Quando Charlotte Braun (Florence Vidor) le presenta suo marito il Dottor Franz Braun (Monte Blue) Mizzi se ne invaghisce subito e tenta in ogni modo di sedurlo. Ma Franz è perdutamente innamorato di Charlotte, anche se…

La sceneggiatura è scritta da Paul Bern ed è tratta dalla commedia teatrale – che ricorda in toni molto più leggeri “Girotondo” di Arthur Schnitzler – “Soltanto un sogno” di Lothar Schmidt (1862-1931) con una classica e intricata trama a base di equivoci e malintesi amorosi tipica dell’operetta, che però il regista tedesco riesce a trasformare superbamente in una pellicola divertente e graffiante che castiga i vizi e le ipocrisie dell’alta borghesia, non solo quella austriaca. Lubitsch girerà nel 1931 un’ottima versione sonora, sempre tratta dall’opera di Schmidt, con Maurice Chevalier come protagonista e come aiuto regista un giovane, e non accreditato, George Cukor.

Per comprendere al meglio l’impatto di Lubitsch nel cinema contemporaneo e la sua eredità in quello a lui successivo, basta rileggere ciò che uno dei suoi giovani assistenti, che molti considerano giustamente il suo erede, disse di lui in varie interviste.

Nel bellissimo “Conversazioni con Billy Wilder” di Cameron Crowe, per esempio, è lo stesso Wilder a raccontarci come Lubitsch fosse un regista quasi maniacale e che per ogni scena studiasse le soluzioni migliori e più incisive anche per i particolari meno rilevanti, sempre per rendere ogni fotogramma ricco di ironia e allusioni. Per questo lo stesso Wilder, divenuto sceneggiatore e regista, per risolvere problemi di scrittura o dubbi dietro la macchina da presa si chiedeva sibillino: “…Come la farebbe Lubitsch?”

“Il presidente” di Henri Verneuil

(Francia/Italia, 1961)

Ispirata al romanzo “Il presidente” pubblicato dal maestro George Simenon un paio di anni prima, questa pellicola ci offre una rilevante interpretazioni di Jean Gabin che veste il ruolo di uno dei più importanti statisti francesi del Novecento.

Appena giunto a Parigi, il Primo Ministro britannico parte con tanto di scorta e codazzo di giornalisti per La Verdière, una piccola località della Provenza dove risiede Émile Beaufort, notissimo politico transalpino, numerose volte Presidente del Consiglio ma ormai ritiratosi da molti anni, suo storico compagno di lotte politiche internazionali.

La stampa francese, e non solo, si chiede e ipotizza l’argomento dell’incontro riservato fra i due, che però nella realtà è soprattutto una rimpatriata amichevole. Beaufort, partito il suo vecchio amico, torna alla sua routine quotidiana fatta di molte medicine, data la sua età e la sua salute cagionevole, e soprattutto fatta di ricordi politici e personali.

Da tempo, infatti, sta dettando alla sua storica segretaria Mademoiselle Milleran (Renée Faure) la sua autobiografia, attraverso la quale rivive i momenti fatidici della sua carriera, come quando fu tradito dal “fedele” assistente Philippe Chalamont (interpretato da un bravissimo Bernard Blier) o quando decise di ritirarsi “ricattato” da quasi tutto il Parlamento per la sua decisione di aderire al progetto dell’Europa Unita.

Leggendo i giornali, ascoltando la radio e guardando la televisione, Beaufort viene a sapere che per risolvere la grave crisi istituzionale che affligge la Francia, il Presidente della Repubblica ha incaricato proprio Chalamont di fare un Governo di unità nazionale.

Visto che possiede un documento assai compromettente per lo stesso Chalamont, Beaufort sa che il suo ex assistente verrà ad incontrarlo prima di accettare l’incarico datogli dal Presidente della Repubblica. E così, nel suo studio solitario il Presidente – così come ormai tutti chiamano Beaufort – contornato dai suoi ricordi attende un incontro che aspetta da oltre vent’anni. Ma la politica è una cosa dura e spietata…

Discreto film centrato sul tema della politica e dei suoi oscuri e bui corridoi che ci regala un grande Gabin in un ruolo insolito nella sua carriera. Proprio per far aderire al meglio al grande attore francese il personaggio, Verneuil e Michel Audiard – autori della sceneggiatura – si discostano dal personaggio originale creato da Simenon per crearne uno abbastanza differente, sia per l’età – il Beaufort del romanzo ha ottantadue anni mentre quello del film settantadue – che per le dinamiche politiche che lo vedono protagonista.

Il risultato comunque merita di essere visto e apprezzato anche a distanza di oltre sessant’anni. Nella nostra versione deve essere ricordato il grande Emilio Cigoli che doppia superbamente, ancora una volta, Jean Gabin.

Per la chicca: nonostante la produzione – così come lo stesso Simenon fece all’uscita del suo romanzo – dichiarò esplicitamente che Beaufort non era ispirato a nessun politico reale, le cronache contemporanee lo associarono a Georges Clemenceau (1841-1929), fautore dell’alleanza franco-britannica nonché artefice del Trattato di Versailles che mise fine alla Prima Guerra Mondiale, politico che lo stesso Gabin/Beaufort cita all’inizio della pellicola.

“El cochecito” di Marco Ferreri

(Spagna, 1960)

L’approdo di Marco Ferreri al mondo del cinema è stato molto difficile e lungo. Dopo alcuni tentativi falliti, Ferreri decide di fare il veterinario e per mantenersi, oltre al mestiere di pubblicitario, vende obiettivi anche fuori dai confini italiani. Così nel 1955 si trova a Madrid per affari e conosce casualmente lo scrittore e sceneggiatore Rafael Azcona.

La coppia, negli anni, diventerà una delle più rilevanti del cinema europeo del secondo Novecento. Esordiranno nel 1958 con “El pisito” seguito l’anno dopo da “Los chicos”. Ma è nel 1960, con la loro terza pellicola “El cochecito” – tratto dal romanzo della stesso Azcona – che acquisteranno, giustamente, fama internazionale a partire dalla Mostra del Cinema di Venezia.

Don Anselmo (José Isbert) passa con molta lentezza le sue giornate. Vedovo ormai da molti anni, vive in un grande appartamento al centro di Madrid, ospite di suo figlio Carlos noto avvocato, di sua moglie Matilde e di sua nipote Yolanda. Alla sua veneranda età gli svaghi sono pochi, così come i soldi che arrivano sempre e solo da Carlos. Gli unici beni che possiede sono i gioielli di sua moglie, promessi ormai a Yolanda per le sue nozze con Alvarito, tuttofare e assistente di Carlos.

Fra i pochi appuntamenti fissi che ha Anselmo c’è quello con Luca, suo coetaneo e come lui vedovo, con il quale condivide le visite alle rispettive mogli al cimitero. Ma un pomeriggio Luca ha una grande novità: per sopperire alla grave disabilità che lo affligge alle gambe, ha comprato una carrozzella – così si chiamavano allora gli ausili per i disabili – a motore. Improvvisamente si rovescia la situazione: Luca è diventato indipendente mentre l’amico lo deve seguire faticosamente con un taxi.

Anselmo rimane affascinato dal nuovo acquisto di Luca che lo introduce nel mondo dei disabili che possiedono le carrozzelle a motore, portandolo anche alle loro corse ufficiali. Anselmo viene conquistato dall’affiatamento che c’è nel gruppo e dalla grande indipendenza che una carrozzella a motore può dare. Così chiede al figlio se può compragliene una. Ma Carlos, dopo averlo deriso, si rifiuta categoricamente. Anselmo non si arrende e inizia a simulare gravi problemi motori che però il figlio intuisce subito essere falsi. Disperato, dopo aver venduto i gioielli di sua moglie, paga l’anticipo e firma un cospicuo mazzetto di cambiali per ottenere finalmente la sua carrozzella.

Ma, scoperto dal figlio e pesantemente umiliato, l’anziano è costretto a restituire il suo prezioso acquisto. Ad Anselmo così non rimane che un’unica drastica e definitiva soluzione…

Cattivissima e pungente pellicola con tutte le caratteristiche della grande commedia all’italiana, colma si satira e ironia così come di tanta amarezza. Ferreri e Azcona affrontano a viso aperto due temi che allora stavano diventando protagonisti, nel bene e nel male, della società: la terza età e la disabilità. Temi che solo nei decenni successivi verranno raccontati col giusto spessore – ma non ancora adeguatamente soprattutto per quanto riguarda la disabilità – dal cinema e poi dalla televisione.

Senza ipocrisie e falsi perbenismi, ma sempre con tanta graffiante ironia, Ferreri ci mostra quello che di solito andava nascosto dietro le tende di casa, ovvero la triste “inutilità” di un anziano che non ha più alcun diritto, nemmeno quello di divertirsi. Tema tanto attuale ancora oggi. Così come è schietto e limpido lo sguardo che il regista milanese fa della disabilità fatto troppo spesso di solitudine, esclusione, derisione o ipocrita compassione.

Intramontabile.

“Stanlio & Ollio” di Jon S. Baird

(UK/Canada/USA, 2019)

L’attore e comico A.J. Marriot pubblica nel 1993 il libro “Laurel & Hardy. The British Tours” dedicato alla prima grande coppia comica della storia del cinema. Nel corso degli anni poi Marriot pubblicherà altri volumi dedicati ai grandi artisti come Charlie Chaplin e agli stessi Laurel e Hardy. Ma il suo primo libro parla della fine della carriera artistica del duo avvenuta durante un tour teatrale in Gran Bretagna, nella prima metà degli anni Cinquanta. E dal libro Jeff Pope – fra gli autori dello script dello splendido “Philomena“, sempre con Steve Coogan – scrive la sceneggiatura di questo ottimo adattamento.

Hollywood 1937: le star indiscusse del botteghino sono “Stanlio & Ollio” che con i loro film fanno ridere mezzo mondo. Nel 1932 con l’irresistibile mediometraggio “La scala musicale” Stan Laurel (Steve Coogan) e Oliver Hardy (un bravissimo quanto irriconoscibile John C. Reilly) hanno vinto l’Oscar, e da allora ogni pellicola che arriva nelle sale è un successo clamoroso, anche al di là dell’oceano.

Ma Laurel è in grande conflitto con Hal Roach (Danny Huston), il produttore che per primo li ha messi a recitare insieme. Gli enormi guadagni che provengono dalle loro pellicole, infatti, vanno a finire quasi tutti nelle tasche del produttore – al quale lo stesso Laurel rinfaccia l’amicizia commerciale con Mussolini che il quel momento sta usando armi chimiche nella guerra d’invasione dell’Etiopia – mentre ai due arriva solo un compenso fisso. Per l’artista inglese – al quale Roach rinfaccia la vita sempre al limite fra alcol e donne che spesso lo costringe a intervenire economicamente per sedare uno scandalo – è giunto il momento di cambiare.

Laurel, oltre che interprete, è anche lo sceneggiatore regista e montatore non accreditato di tutte le pellicole del duo, ed esige un riconoscimento economico ma anche artistico adeguato. Così è pronto a firmare un nuovo e generoso contratto con la Fox, a patto però che firmi anche Hardy, naturalmente. Ma l’attore americano, posseduto dal demone del gioco d’azzardo e anche lui amante delle donne e quindi sempre alla ricerca di soldi, possiede un carattere più arrendevole e al momento della scelta azzardata preferisce il sicuro rimanendo con Roach e girando “Zenobia – Ollio sposo mattacchione” e “tradendo” Laurel recitando accanto a Harry Langdon.

16 anni dopo, nel 1953, la stella di “Stanlio & Ollio” a Hollywood è ormai tramontata. I produttori preferisco la nuova coppia Abbott & Costello (da noi tradotti “Gianni & Pinotto”) e così ai due grandi artisti non rimane che accettare una turné teatrale in Gran Bretagna prima di partecipare a un nuovo e comico adattamento cinematografico della storia di Robin Hood, prodotto da Harold J. Miffin. Nonostante i problemi fisici – Laurel per l’alcolismo è gravemente diabetico mentre Hardy per la sua obesità e la sua dieta incontrollata ha seri problemi cardiaci e di ipertensione – e l’età ormai avanzata i due affrontano con la loro grande arte sempre al massimo il palcoscenico.

I primi spettacoli però non riscuotono successo e così i due sono costretti a farsi pubblicità partecipando a trasmissioni radiofoniche, inaugurando attività commerciali o facendo gli special guest a piccoli eventi locali. Mentre lentamente il pubblico riempie per loro i teatri di tutto il Regno Unito, Laurel scopre che Miffin non ha alcuna intenzione di produrre il film. Intanto vengono raggiunti a Londra dalle rispettive consorti: Lucille Hardy (Shirley Henderson, già Mirtilla Malcontenta nella saga cinematografica di Harry Potter) e Ida Kitaeva Laurel (Nina Arianda). I rapporti fra le due consorti non sono sereni così come non lo sono quelli fra Laurel e Hardy che da anni sopiscono l’uno un rancore per l’altro.

Ma gli ultimi spettacoli interpretati dai due – alla fine della turné Hardy sarà costretto definitivamente ad abbandonare la scene per le gravi patologie che lo affiggono – saranno anche l’occasione per restaurare un rapporto che, come tutti i veri rapporti profondi, è fatto di alti e bassi, di risate e urla ma soprattutto di amore e rispetto soprattutto dell’uno per l’immensa arte e dedizione dell’altro.

Bella e crepuscolare pellicola dedicata a due dei più grandi pilastri della comicità planetaria che pubblico e – soprattutto… – produttori dimenticarono con troppa fretta, ma che le generazioni successive – come la mia – amano incondizionatamente. Non è un caso quindi se Blake Edwards, maestro indiscusso della commedia americana degli anni Sessanta e Settanta, dedichi proprio a “Mr Laurel e Mr Hardy” il suo spassoso “La grande corsa” uscito nelle sale americane proprio l’anno della scomparsa di Laurel, Hardy era morto nel 1957.

Come molti altri grandi comici, Laurel & Hardy hanno avuto una vita colma di successi sì, ma anche di tristezza e solitudine, soprattutto nella seconda parte della loro carriera. Due geni come loro si sono visti sbattere in faccia tante porte dopo che molti li consideravano obsoleti, nonostante sul grande schermo o in televisione imperversassero attori che erano molto spesso solo una loro pallida e mediocre imitazione.

Non si può non fare un triste paragone con Totò, al secolo Antonio De Curtis, snobbato dal nostro cinema più chic e intellettuale – ad eccezione non a caso del genio assoluto di Pier Paolo Pasolini – e per questo costretto a partecipare anche a pellicole davvero scadenti, deriso e schifato dalla critica a lui contemporanea, ma la cui arte immortale continua a divertire le nuove generazioni.

Da vedere.

“Lo straccione” di Carl Reiner

(USA, 1979)

“The Saturday Night Live” – che molti chiamano solo SNL – è ormai da quasi cinquant’anni la fucina delle nuove generazioni di comici, autori e registi della commedia made in USA, e non solo. Da lì sono partiti artisti che hanno conquistato il pubblico di tutto il mondo come John Belushi o Robin Williams, solo per citarne due.

Sotto i riflettori degli studi dove si registrava lo show si sono allacciate amicizie e sodalizi artistici memorabili. Così il giovane comico Steve Martin assieme all’autore Carl Gottlieb (che poco prima, con Peter Benchley, aveva scritto per l’amico Steven Spielberg la sceneggiatura de “Lo squalo”) buttano giù il soggetto per una commedia satirica e surreale in pieno stile SNL.

La sceneggiatura viene scritta insieme a Michael Elias e a dirigere il film viene chiamato Carl Reiner (padre di Rob Reiner), maestro indiscusso della commedia americana sia dietro che davanti la macchina da presa. Steven Soderbergh, tanto per fare un esempio, lo vuole nel cast di “Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco” accanto a George Clooney, Brad Pitt e Julia Roberts.

Navin Johnson (Steve Martin) è uno dei numerosi figli di un’indigente famiglia afroamericana che vive nei pressi delle paludi della Luisiana. Rispetto ai suoi genitori, alle sue sorelle e ai suoi fratelli però Navin si sente sempre in difficoltà e inadatto. Infatti, è l’unico della famiglia a non riuscire a tenere il tempo quando tutti gli altri cantano e ballano. Affranto si ritira nel suo letto dove la madre gli rivela di essere stato …adottato. La notte stessa, ascoltando casualmente la radio sente dello swing e finalmente i suoi piedi riescono a tenere il tempo. Folgorato dalla novità Navin ha un’illuminazione: andare a cercare la fortuna a St. Louis, la città da dove era trasmessa la musica.

Con pochi dollari in tasca e tanta voglia di farcela Navin parte alla ricerca di se stesso e soprattutto della sua realizzazione che, grazie alle sue doti di inventore realizzerà, ma…

Esilarante commedia sopra le righe con un grande Steve Martin, al suo primo ruolo da protagonista, che con tagliente ironia si sberleffa del grande “sogno americano”. Nel cast, oltre a Bernadette Peters, alcuni dei caratteristi più famosi del periodo come M. Emmet Walsh, Bill Macy e Jackie Mason, oltre a un delizioso cameo della stesso Carl Reiner nei panni di se stesso.

Non è facie far ridere, ed è ancora più difficile fare un film che a distanza di oltre quarant’anni continui a farlo, come questo.

“Mezzogiorno e mezzo di fuoco” di Mel Brooks

(USA, 1974)

Agli inizi degli anni Settanta Andrew Bergman (newyorkese classe 1945) scrive la sua prima sceneggiatura “Blazing Saddles” (“Selle fiammeggianti”) che inaspettatamente la Warner Bros acquista. Lo stesso Bergman (che qualche anno dopo scriverà lo script dell’esilarante “Una strana coppia di suoceri” diretto da Arthur Hiller nel 1979) ne rimane stupito visto che la sua storia parla in maniera assai ironica e tagliente del “mitico” Far West e ha come protagonista uno sceriffo nientepopodimeno che …afroamericano.

La casa di produzione vorrebbe affidare la regia a Orson Welles e il ruolo da protagonista a James Earl Jones (che poi, fra le altre cose, presterà la voce a Dart Fener nei primi mitici episodi della saga di Guerre Stellari, nonché a Mufasa nel lungometraggio animato “Il re leone” della Disney) ma il progetto non riesce a decollare.

La Warner propone così la sceneggiatura al regista e autore di due commedie cinematografiche non convenzionali che hanno riscosso un certo successo: Mel Brooks, che chiama ad ampliare lo script, oltre che lo stesso Bergman, anche Norman Steinberg e Alan Uger. Inoltre, chiede alla produzione di inserire nel team un giovane e irriverente comico che sta riscuotendo un discreto successo in molti locali off: Richard Pryor.

La miscela è davvero esplosiva e il risultato è tanto divertente quanto fuori gli schemi. Brooks inizia così a selezionare il cast e visto che la Warner reputa Pryor inaffidabile assegna il ruolo del protagonista Bart a Cleavon Little, noto interprete di Broadway e vincitore del Tony Award come miglior attore protagonista di un musical nel 1970, primo attore afroamericano a vincerlo nella storia.

I problemi più seri arrivano per il ruolo di Waco Kid per il quale nessun attore interpellato è disponibile visti soprattutto i toni, gli argomenti affrontati e le battute volutamente razziste. Così Brooks si rivolge all’autore e interprete – col quale ha iniziato a scrivere quello che sarà il suo film successivo ovvero “Frankenstein Junior” – Gene Wilder, nonostante la sua giovane età rispetto al personaggio descritto originariamente nella sceneggiatura.

Per il ruolo del perfido e cattivo Hedley Lamarr, Brooks vorrebbe il regista e attore Carl Reiner (padre di Rob Reiner) che però è indisponibile, così “ripiega” su Harvey Korman, allora noto caratterista soprattutto della televisione. Per il personaggio di Lili von Shtupp, dichiaratamente ispirato a Marlene Dietrich, il regista deve trovare un’attrice avvenente, che sappia imitare la diva tedesca e al tempo stesso sappia far ridere. Così fa un provino a una giovane artista di Broadway reduce da una candidatura all’Oscar come migliore attrice non protagonista per il film “Paper Moon – Luna di carta”: Madeline Kahn, che riceverà una seconda candidatura all’Oscar proprio per questa nuova interpretazione.

Il resto del cast verrà composto da grandi caratteristi che poi lavoreranno molto spesso con Brooks come Dom DeLuise e Liam Dunn, nonché da Slim Pickens – nel ruolo di Taggart – unico vero, navigato e storico attore di film Western con un passato di clown da rodeo. Da ricordare anche due altri ottimi caratteristi: John Hillerman che poi diverrà famoso nel ruolo di Higgins nella serie “Magnum P.I.” e David Huddleston che, fra le numerose piccole parti, impersonerà anche il capitano McBride nell’inarrivabile “I 2 superpiedi quasi piatti” di Enzo Barboni.

Il resto è …storia del cinema. La pellicola sbanca al botteghino è diventa una pietra miliare non solo della comicità. Le numerose e strepitose gag segnano l’immaginario collettivo a partire da quella della cena nel vecchio e leggendario West a base di caffè, fagioli e …peti, passando per il discorso di insediamento di Bart o per il caotico e sui generis finale. Ma soprattutto “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” punta il dito senza false ipocrisie e senza pietà sulla tragica piaga del razzismo negli Stati Uniti, prendendo ferocemente in giro uno dei “sacri” – e troppo spesso reazionari – elementi fondanti il Paese: il leggendario Western.

Intramontabile, da rivedere a intervalli regolari.

Per la chicca: Hedy Lamarr, nata in Austria e naturalizzata negli Stati Uniti nonché prima attrice nella storia del cinema ad apparire completamente nuda davanti alla macchina da presa nel film “Estasi” del 1933 (ma anche studentessa di Ingegneria a Vienna e inventrice assieme al compositore George Antheil di un sistema di guida a distanza per siluri, realizzato per contrastare l’espansione di Hitler e dell’Asse di Ferro, che è oggi alla base della tecnologia delle reti wireless) fece causa alla Warner per la gag surreale di cui era protagonista il cattivo Hedley Lamarr che tutti chiamavano erroneamente “Hedy” scambiandolo con l’attrice. Su richiesta dello stesso Brooks la casa di produzione pagò quanto richiesto senza ricorrere all’ufficio legale.

“L’ultima follia di Mel Brooks” di Mel Brooks

(USA, 1976)

La quinta pellicola diretta da Mel Brooks, dal titolo originale “Silent Movie”, non doveva avere neanche una colonna sonora. Solo la parola “No!” detta dal grande mimo francese Marcel Marceau avrebbe dovuto toccare le orecchie degli spettatori in sala durante la proiezione. Questo proprio per omaggiare i film muti dei primi decenni del Novecento dei quali erano maestri indiscussi Buster Keaton, Mack Sennett (il primo produttore e regista del maestro Charlie Chaplin e di molti altri pionieri della macchina da presa dell’epoca) e Hal Roach, scopritore e storico produttore, tanto per fare due nomi, di Stan Laurel e Oliver Hardy. 

Ma alla fine la 20th Century Fox, che già aveva forti perplessità sul realizzare in pieni anni Settanta un film muto per la grande distribuzione, si impose e Brooks dovette accettare la colonna sonora. Nonostante lo scetticismo il film fu un successo al botteghino ricordando – come fece “The Artist” di Hazanavicius quasi quarant’anni dopo – quanto il sonoro sia “solo” una parte del film, e che a volte può anche mancare ma non per questo la pellicola non esprima forti emozioni o faccia ridere a crepapelle nella grande tradizione della farsa che alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento dominava i teatri di tutto il mondo per poi approdare sul grande schermo, regalandoci dei veri e propri capolavori immortali che, anche a distanza di oltre un secolo, brillano e possiedono intatto tutto il loro fascino.

Ispirandosi alla reale scalata della Paramount Pictures da parte di una grande industria di estrazione, Brooks ci racconta la “redenzione” del regista Mel Spass (interpretato dallo stesso Brooks) caduto in disgrazia a causa del suo alcolismo che, assieme i suoi fedeli amici Bellocchio (Marty Feldman) e Trippa (Dom DeLuise) propone al capo della Big Picture Studios (Sid Caesar, noto comico e autore televisivo degli anni Cinquanta e Sessanta per il quale lo stesso Brooks, per un periodo anche assieme a Woody Allen, scrisse numerosi sketch televisivi) il suo nuovo progetto per un film muto.

Intanto, la famelica multinazionale “Trangugia & Di Vora” vuole rilevare la Big Pictures Studios e i suoi titolari Trangugia (Harold Gould) e Di Vora (Ron Carey) sono disposti a tutto pur di avere quello che vogliono. Così, quando vengono a sapere del progetto di Spass e del fatto che lui vuole scritturare divi del calibro di Paul Newman, Burt Reynolds, Anne Bancroft, Liza Minnelli e James Caan decidono di usare le maniere forti…

Spassosa pellicola scritta da Brooks assieme ai suoi collaboratori preferiti del periodo quali Ron Clark, Rudy De Luca e Barry Levinson, colma di gag e scene tipiche dei film basati sulla farsa e la comicità tipica del vaudeville. Spass, Trippa e Bellocchio nelle loro dinamiche richiamano, infatti, ai Tre Marmittoni, trio comico creato da Hal Roach e protagonista di numerosi film dell’epoca.  

Gioiellino delizioso dell’epoca d’oro di Brooks da tenere nella propria videoteca accanto a “Frankenstein Junior“, “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” e “Alta tensione“.

“Luv vuol dire amore?” di Clive Donner

(USA, 1967)

Nel 1964 furoreggia a Broadway “Luv”, commedia brillante scritta da Murray Schisgal (1926-2020) e diretta da Mike Nichols, che già aveva portato con successo sul palcoscenico le prime opere scritte dal grande Neil Simon.

Come spesso accade Hollywood decide di farne un film e sceglie un cast davvero di prim’ordine a partire dal Jack Lemmon nei panni di Harry Berlin, Peter Falk in quelli di Milt Manville ed Elaine May nelle vesti di Ellen Manville. Lemmon e Falk tornano a recitare insieme dopo l’esilarante “La grande corsa” diretto da Blake Edwards nel 1965. Per la May, invece, che diventerà nel corso degli anni una delle attrici, sceneggiatrici e registe più rilevanti degli Stati Uniti, rappresenta il primo vero e proprio ruolo da protagonista davanti alla macchina da presa.

Proprio assieme allo stesso Mike Nichols, la May negli anni Cinquanta formò un duo comico e cabarettistico indimenticabile e di enorme successo non solo a Broadway, tanto che le registrazioni dei loro spettacoli ancora sono ascoltate e studiate. Ma l’arte e il genio della May non si limitano solo al brillante: nel 1976, infatti, dirige lo stesso Peter Falk assieme a John Cassavetes nel duro e cupo “Mickey & Nicky” di cui firma anche la sceneggiatura.

Ma torniamo alla pellicola di Donner che si apre su uno dei lunghissimi ponti che collegano Manhattan al resto della città. Lo sconsolato e depresso Harry Berlin cammina senza una meta fino a quando trova una panchina dalla quale sale sul parapetto del ponte con l’intenzione di gettarsi nel fiume Hudson. Ma proprio mentre Harry sta per lanciarsi arriva su uno scooter un uomo che si ferma per osservare un vecchio paralume che qualcuno ha gettato nel cestino dei rifiuti accanto alla panchina dove è salito Harry.

Fortunatamente l’uomo, che si chiama Milt, riconosce in Harry il suo vecchio compagno di college e lo convince a scendere per andare a bere qualcosa assieme. Nel pub Harry racconta al suo vecchio amico di come non creda più in nulla: la sua vita è vuota visto che non ha mai incontrato l’amore. A Milt viene in mente un’idea che risolverebbe i problemi a entrambe: andare a cena da lui e conoscere sua moglie Ellen.

Il loro matrimonio è ormai in crisi e Milt si è innamorato della bella, giovane e assai prosperosa insegnante di ginnastica Linda (Nina Wayne). Se Harry riesce a far innamorare Ellen, questa gli concederà il divorzio permettendogli così finalmente di sposare Linda. Ma, come dice un vecchio detto: i piani (…soprattutto in amore) li rispetta solo l’ascensore…

Divertente commedia sopra le righe nella quale si respira ancora oggi l’aria frizzante dei Sessanta e dove si parla con serenità, senza ipocrisia o falsi moralismi, di sessualità e di omosessualità. Un piccolo gioiellino, forse un pò troppo legato al mondo di allora, che però rimane godibile fino all’ultimo fotogramma soprattutto per il suo splendido cast.

Per la chicca: nei panni di uno scorbutico automobilista che colpisce dritto sul naso il povero Harry c’è un giovane e allora sconosciuto Harrison Ford, che proprio in quel periodo stava facendo i provini col maestro Stanley Kubrick per il ruolo da protagonista di “2001: odissea nello spazio”. Ruolo che poi venne affidato a Keir Dullea.

“I fratelli De Filippo” di Sergio Rubini

(Italia, 2021)

Eduardo De Filippo è il nostro secondo drammaturgo più tradotto e rappresentato al mondo, dopo Luigi Pirandello e prima del Nobel Dario Fo.

Sulle sue opere immortali e “drammaticamente” sempre attuali sono stati scritti numerosi libri e saggi, ma soprattutto le possiamo rivedere e apprezzare tutte le volte che vogliamo visto che lui fu il primo grande autore che comprese l’importanza della televisione sin dai suoi albori, mettendo in scena appositamente per la neonata RAI Radiotelevisione Italiana la commedia “Miseria e nobiltà” proprio per festeggiare i cento anni dalla nascita di Eduardo Scarpetta e poi, nel corso degli anni, registrò quasi tutte le sue opere grazie anche alla collaborazione dell’allora delegato RAI Andrea Camilleri.

Ma sulla sua dura infanzia e sui suoi inizi artistici non sono molte le opere, a parte questo film scritto dallo stesso Rubini assieme a Carla Cavalluzzi (che con Rubini ha scritto “Dobbiamo Parlare”) e Angelo Pasquini, che ci racconta la storia dei tre fratelli De Filippo dal momento della loro unione alla prima assoluta della splendida “Natale in Casa Cupiello” avvenuta proprio la sera del Natale del 1931 a Napoli.

Alla soglia del secondo decennio del secolo scorso il piccolo Peppino De Filippo viene portato dalla balia, con la quale è cresciuto, a casa di sua madre Luisa De Filippo (Susy Del Giudice) dove incontra per la prima volta i suoi fratelli maggiori Titina e Eduardo. I bambini e la loro mamma vivono mantenuti dallo “zio” Eduardo Scarpetta (Giancarlo Giannini), il più famoso autore e attore teatrale napoletano del momento.

Anche se durante le festività comandate i tre, assieme alla madre, possono sedersi al tavolo degli Scarpetta, nessuno – compreso lo stesso grande attore – si astiene dal ricordare loro di essere degli estranei di rango “inferiore” appena tollerati.

Quando i piccoli fratelli scopriranno loro malgrado che lo “zio” è in realtà il loro padre naturale la
situazione non cambierà affatto. Se il grande attore non dona loro il suo cognome, passa però ai tre piccoli l’amore e l’arte per il teatro facendoli recitare accanto a lui sul palcoscenico da subito. Ma il nome della compagnia è Scarpetta e col passare degli anni a prenderne le redini è Vincenzo (Biagio Izzo) erede ufficiale di Eduardo, che lo sostituisce quando questo si ritira definitivamente dalle scene.

La parte dell’attor giovane viene quindi affidata a Eduardo De Filippo (Mario Autore) che brilla subito quasi come il padre, cosa che suscita non poche indivie in suo fratello Peppino (Domenico Pinelli) come nel suo fratellastro Vincenzo. Ma Eduardo sente di dovere andare oltre la classica farsa, tipica del teatro leggero dell’Ottocento e di cui suo padre era maestro, soprattutto dopo aver visto “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello.

Così accetta un ingaggio a Milano nel teatro classico, cosa che di fatto apre la porta a Peppino che lo sostituisce nella compagna Scarpetta. Ma l’ambiente e il teatro nel capoluogo lombardo non sono adatti al giovane napoletano che si sente un pesce fuor d’acqua e così, cospargendosi il capo di cenere, chiede al fratellastro di tornare a lavorare nella compagnia di famiglia anche solo come autore. Vincenzo lo accetta a braccia aperte, conoscendo bene il suo talento, ma non gli risparmia umiliazioni e vessazioni pubbliche.

E proprio dopo una di queste, assieme a Peppino, alla sorella Titina (Anna Ferraioli Ravel) e a suo marito Pietro Carloni (Francesco Maccarinelli) decide di fondare la compagnia del “Teatro Umoristico i De Filippo” usando quel cognome da sempre schiacciato e umiliato da quello degli Scarpetta…

Sfiziosa pellicola sulla vita di alcune delle figure più rilevanti del nostro Novecento troppo spesso, tranne naturalmente lo stesso Eduardo, associate solo all’ambito comico come Titina e soprattutto Peppino che forse sul palcoscenico sapeva fare ridere ancora di più del fratello. La colonna sonora è firmata da Nicola Piovani per la quale il musicista ha vinto il David di Donatello.

“Alta tensione” di Mel Brooks

(USA, 1977)

Già nei titoli di testa Mel Brooks dedica questo film a: “The Master of Suspense” Alfred Hitchcock che ha spaventato e continua a spaventare intere generazioni di spettatori.

Così Brooks realizza una parodia omaggio al maestro del brivido impersonando lui stesso il dottor Richard H. Thorndyke (dove la H sta per Harpo, citazione dei mitici fratelli Marx, a loro volta maestri di intere generazioni di comici) che viene nominato direttore sanitario dell'”Istituto Psico-Neurotico per Individui Molto Molto Nervosi”.

Il precedente reggente è morto in circostanze misteriose e Throndyke trova un’atmosfera inquieta e tesa. A dirigere la clinica sono Fratella Diesel (Cloris Leachman in ruolo molto simile a quello interpretato nel mitico “Frankenstein Junior“) e il dottor Montague (un sempre bravo Harvey Korman, fra i migliori caratteristi del periodo) legati da una “torbida” relazione amorosa.

Thorndyke vorrebbe prendere in mano la clinica, ma un importante convegno di neuropsichiatria lo chiama a San Francisco, dove incontra casualmente l’avvenente Victoria Brisbane (una irresistibile Madeline Kahn) figlia di un noto industriale che per un esaurimento nervoso è ospite dell'”Istituto “Psico-Neurotico per Individui Molto Molto Nervosi”. Thorndyke capisce così che Fratella Diesel e Montague gli hanno mentito e molto probabilmente sono loro i responsabili della morte del suo precedessore così come di altre considerate strani incidenti. Ma i due (…malvagi!) hanno inviato uno spietato killer per ucciderlo…

Deliziosa commedia diretta e interpretata del Re della parodie nella sua epoca d’oro, che segue pellicole immortali come “Mezzogiorno e mezzo di fuoco”, “Frankenstein Junior” e “L’ultima follia di Mel Brooks”, pellicole che hanno segnato la comicità in maniera profonda e che ancora oggi fanno scuola alle nuove generazioni di comici.

Il successo di questi film è dovuto, oltre alla grande verve comica dello steso Brooks, anche a un’ottima sceneggiatura e a un cast di prim’ordine. Lo script di questo film, infatti, è firmato dallo stesso regista assieme a Ron Clark, Rudy De Luca e Barry Levinson. Clark e De Luca sono due ottimi comici come Brooks, tanto che nel film rivestono ruoli secondari ma irresistibili, come quello del paziente timoroso/Clark che viene spaventato apposta da Montague, o quello dello spietato serial killer che impersona De Luca. Barry Levinson, tanto per la cronaca, che nel film interpreta il cameriere bizzoso che porta il giornale in camera a Thorndyke creando la strepitosa scena della parodia della doccia di “Psyco”, diventerà poco dopo un apprezzato regista dirigendo pellicole come “Piramide di paura“, “Good Morning, Vietnam”, “Rain Man – L’uomo della pioggia” per la quale vince l’Oscar come migliore regia e lo strepitoso “Sesso & potere” con la coppia De Niro/Hoffman.

Per quanto riguarda il cast, oltre ai numerosi artisti citati, deve essere ricordata senza dubbio Madeline Kahn grande interprete brillante non solo al cinema ma anche in teatro, visto che nella sua purtroppo non troppa lunga carriera (venne stroncata da un tumore nel 1999 a soli 57 anni) vinse un Tony Award e un Emmy Award come migliore attrice, collezionando numerose candidature fra Oscar e Golden Globe.

Le cronache del tempo riportano che lo stesso Hitchcock lesse la sceneggiatura prima delle riprese, ma è ufficiale che dopo aver visto il film completato inviò una cassa di champagne a Mel Brooks come ringraziamento.

Immortale, come i film del grande Hitch.