“I ragazzi del massacro” di Fernando Di Leo

(Italia, 1969)

Nel 1969 Fernando Di Leo realizza il primo adattamento cinematografico di un romanzo del grande Giorgio Scerbanenco. Si tratta de “I ragazzi del massacro”, pubblicato l’anno precedente, e terzo libro della quadrilogia dedicata a Duca Lamberti, un poliziotto con un passato da medico, radiato dall’Ordine per aver procurato l’eutanasia a una paziente terminale.

Ma Di Leo cambia i toni e alcuni snodi narrativi del romanzo – come ad esempio il movente e il colpevole che naturalmente non svelerò – realizzando il suo primo noir e dando il via a un filone cinematografico prolifico, crudo e violento di cui lui stesso sarà considerato un maestro imitato e omaggiato anche dalle generazioni successive di cineasti, che vede per esempio in Quentin Tarantino uno dei suoi più grandi fan. Al tempo stesso però, il regista riesce ad essere fedele all’anima dura del romanzo di Scerbanenco.

Già dai titoli di testa entriamo violentemente nella storia: su una musica pesante e ossessiva assistiamo allo stupro e alle sevizie che un gruppo di ragazzi compie ai danni della loro insegnate che alla fine muore quasi completamente nuda sulla cattedra.

La Polizia in breve tempo ricostruisce la dinamica di una così efferata e inaudita violenza, che è stata accesa senza dubbio da dell’anice lattescente – noto anche come assenzio – visto che una bottiglia vuota con ancora dei residui del distillato è stata rinvenuta accanto al corpo. Le Forze dell’Ordine in poche ore arrestano tutti i presenti che, ancora con i postumi dell’assenzio, ammettono di ricordare poco dell’evento scaricandosi la colpa l’uno conto l’altro.

Le indagini sono affidate al Commissario Lamberti (Pier Paolo Capponi) che dopo le prime tornate di interrogatori comincia a intravedere una figura dietro all’omicidio, che appare sempre più il frutto di una macchinazione e non di un gesto impulsivo…

Duro e crudo poliziottesco D.O.C. a tutti gli effetti in cui si evincono già le grandi doti narrative e visive di Di Leo che – come ricordò in più di un’intervista – scelse l’opera di Scerbanenco perché era la prima nel panorama contemporaneo del noir che denunciava una società come la nostra capace di rendere le nuove generazioni, soprattutto quella nata alle soglie del famigerato Boom economico, prive di principi e tutele sociali nonché statali e per questo spesso preda della più spietata e famelica criminalità.

Non a caso i volti dei “ragazzi del massacro” hanno chiari ed espliciti riferimenti a quelli che Pier Paolo Pasolini dipinge e descrive nei suoi romanzi come “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, o nei suoi film come lo splendido “Mamma Roma” su tutti.

La sequenza iniziale oggi, ad oltre cinquant’anni di distanza e nonostante tutto quello che è stato girato nel frattempo, ancora turba e ferisce e ce la dice lunga sulle doti cinematografiche del regista capace di creare un’opera ispirata ma allo stesso tempo nettamente separata da quella di Scerbanenco. Esempio molto simile a quello fra Stanley Kubrick e Stephen King per il film “Shining”. Il regista americano, infatti, dopo aver ottenuto diritti del romanzo del Re, già scrivendo la sceneggiatura attuò numerosi cambiamenti sia alla storia che nei personaggi e per chiarirlo bene agli spettatori inserì una sequenza esplicativa nella scena in cui Dick Hallorann, chiamato attraverso la luccicanza dal piccolo Danny Torrance, torna all’Overlook Hotel.     

Mentre l’uomo al volante della sua auto percorre una statale sotto la neve, deve rallentare a causa di un incidente. E quando raggiunge il luogo dello scontro si nota benissimo che l’auto coinvolta è un vecchio maggiolino rosso cappottato, con accanto un ambulanza e il personale sanitario che ci fa intendere che il guidatore è morto. Non è un caso, anche se la sequenza dura davvero pochi secondi, visto che è rosso il maggiolino che guida Jack Torrance nel romanzo, mentre Kubrick ne fa guidare uno giallo al suo Jack Torrance/Jack Nicholson sottolineando il fatto che il suo film e il suo personaggio sono “un’altra cosa” rispetto a quelli creati da King, il cui Jack nella pellicola “muore” ben lontano dalle vicende dell’Overlook Hotel.    

Cosa simile accade in questo “I ragazzi del massacro” dove Di Leo, che scrive la sceneggiatura assieme a Nino Latino e Andrea Maggiore, ci sottolinea che i suoi personaggi sono “altra cosa” rispetto a quelli creati da Scerbanenco e ce lo dice anche col particolare della targhetta che svetta sulla scrivania del Lamberti su cui c’è scritto “Dott. Luca Lamberti” e non “Dott. Duca Lamberti” come il personaggio originale creato dallo scrittore.

Gli unici segni del tempo che riporta la pellicola sono quelli legati all’ipocrita e perbenista visione della società italiana che la parte più bigotta della nostra cultura voleva mostrare. Alla fine degli anni Sessanta, nel nostro Paese, dove alti uomini di Stato dichiaravano pubblicamente che la Mafia non esisteva, i nostri costumi e la nostra “morale” erano fortemente legati alla Chiesa Cattolica Romana ed era così molto difficile parlare di violenza, abusi sulle donne o sui minori, sotto proletariato, omosessualità e tutti i temi che stavano esplodendo soprattutto nelle nostre metropoli ma che spesso venivano volutamente ignorati e insabbiati.

Così, per passare i famigerati visti di censura, gli omosessuali venivano chiamati barbaramente “invertiti”, termine seguito sempre da qualche sorriso da parte di tutti gli uomini che così ostentavano la loro indiscutibili virilità. Ma Scerbanenco prima e Di Leo poi squarciano il velo dell’ipocrisia e raccontano storie tragiche, violente e soprattutto vere. Basta ricordare bene cosa è stato e cosa ha significato sotto questo punto di vista, nella storia del nostro Paese, il decennio successivo segnato indiscutibilmente da tanta sanguinaria violenza sociale. 

Una fotografia nitida e dura della nostra storia recente.

Questo film è il primo della trilogia cinematografica che in quegli anni verrà realizzata dalle opere di Scerbanenco. Gli altri due sono l’ottimo “La morte risale a ieri era” di Duccio Tessari e – …purtroppo – il trash “Il caso ‘Venere privata’” di Yves Boisset.

“Il mio vicino Totoro” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 1988)

Pellicola pilastro della cinematografia del maestro Hayao Miyazaki e del cinema d’animazione planetario, fra le mie preferite in assoluto, nonché icona e simbolo di tutta la produzione del mitico Studio Ghibli.

Il genio assoluto di Miyazaki ci porta a Tokorozawa, una piccola località rurale nei pressi di Tokyo, in un momento non ben definito degli anni Cinquanta del secolo scorso. Lì, almeno, gli orrori e le tragedie della Seconda Guerra mondiale non hanno lasciato alcun segno fisico, elemento assai particolare rispetto a quasi tutti gli altri film del regista che hanno sempre un chiaro ed esplicito riferimento all’olocausto atomico subito dal suo Paese.

Tatsuo Kusakabe e le sue due piccole figlie Satsuki e Mei prendono possesso di una vecchia casa nelle cui vicinanze c’è un imponente e maestoso albero di canfora. Tatsuko insegna archeologia all’Università Imperiale, mentre Yasuko, sua moglie nonché madre delle due, è ricoverata per una lunga degenza in un ospedale nella vicinanze, e per questo la famiglia si è trasferita lì proprio per esserle più vicina.  

Se Satsuki è alle soglie dell’adolescenza Mei è ancora una bambina, e sarà lei la prima a entrare in contatto con le straordinarie e fantastiche creature che popolano la vegetazione nei dintorni e soprattutto il grande albero di canfora, nel quale vive lo spirito del bosco che Mei battezza Totoro, storpiando il termine giapponese “toruro” – che si traduce “troll” – essere mitologico che lei ha visto qualche tempo prima su un libro.

Anche Satsuki incontrerà Totoro e sarà proprio a lui che la piccola chiederà aiuto quando Mei si perderà nel tentativo di andare a trovare la madre in ospedale…

Splendida e immortale pellicola da portare con sé nella famigerata “isola deserta”, metafora meravigliosa di come è – o come dovrebbe essere – il mondo dei bambini anche in una situazione di disagio come quella di dover crescere con la propria madre in ospedale. Proprio per questo, nella pellicola, non è presente un vero e proprio “cattivo”, o quantomeno un antagonista, ma solo la paura della lontananza, della solitudine e della mancanza.

Non è un caso quindi che lo stesso Miyazaki, durante l’infanzia, passò molti anni lontano dalla madre che, afflitta da una grave forma di tubercolosi, trascorse lunghi periodi ricoverata appunto in ospedale.

Chi, dopo averlo visto, non ha sognato di dormire anche solo per un pomeriggio sulla enorme e soffice pancia di Totoro?  

Da vedere e rivedere a intervalli regolari per riconciliarsi con se stessi e con il mondo.       

Ancora oggi continuamente citato e copiato.  

“Il fantasma e la signora Muir” di Joseph L. Mankiewicz

(USA, 1947)

Nel 1945 la scrittrice irlandese Josephine Leslie (1898-1979) pubblica il romanzo surreale e sentimentale “The Ghost and Mrs. Muir”. Tanto per comprendere quanto ci sia di autobiografico nel testo, basta considerare che la Leslie per pubblicare usa lo pseudonimo di R. A. Dick, ispirandosi alle iniziali del padre Robert Abercromby, vero lupo di mare e capitano di Marina.      

Il libro riscuote un notevole successo in tutto il mondo tanto da dare spunto a numerosi adattamenti radiofonici e nei decenni successivi anche a quelli televisivi. Due anni dopo, invece, arriva quello cinematografico firmato da Joseph L. Mankiewicz – la cui sceneggiatura è firmata da Philip Dunne – che approderà nelle nostre sale solo nel 1949.

Alle soglie del Novecento Lucy Muir (Gene Tierney) si ritrova vedova e con la sua piccola Anna da crescere. La suocera e la cognata vorrebbero trattenerla con loro nella casa di famiglia a Londra, ma la giovane donna vuole essere indipendente e così decide, grazie alla piccola rendita lasciatale dal marito, di trasferirsi sul mare.

L’unica casa disponibile, il cui affitto è stranamente alla sua portata, è Gull Cottage che però l’agente immobiliare che se ne occupa dice essere infestato dal fantasma del suo ex proprietario, morto suicida quattro anni prima. La signora Muir non teme l’occulto e così firma il contratto e ci si trasferisce assieme alla piccola figlia e alla fedele cameriera.

Poco dopo il suo arrivo, nella notte, si materializza davanti ai suoi occhi il fantasma del burbero e rude Capitano Daniele Gregg (Rex Harrison) che tenta in ogni modo di convincerla a scappare come hanno fatto tutti i precedenti inquilini. Ma Lucy Muir non si arrende e con cortese fermezza dichiara all’ectoplasma di essersi innamorata di Gull Cottage e di volere rimanerci per il resto della vita.

Gregg, colpito dalla volontà granitica della donna e dal suo apprezzamento per la casa, acconsente. Inizia così una convivenza assai particolare fra i due che ogni giorno passano sempre più tempo insieme diventando ogni volta più intimi. L’ex lupo di mare le rivela di non essersi affatto suicidato, ma di aver toccato involontariamente nel sonno la leva del gas del camino in camera da letto che aprendosi lo ha ucciso. E soprattutto le racconta come il suo sogno fosse quello di trasformare Gull Cottage in un pensionato per vecchi marinai.

Col passare dei mesi le finanze della signora Muir iniziano a scarseggiare e così all’orizzonte si concretizza la possibilità che madre, figlia e cameriera debbano lasciare la casa per tornare a Londra. Gregg allora si offre di aiutarla: le detterà la sua autobiografia di lupo di mare che lei potrà proporre agli editori. Infatti la Muir poco dopo aver presentato il manoscritto viene convocata a Londra per firmare un lauto contratto.

Proprio nell’ufficio del suo editore Lucy incontra Miles Fairley (George Sanders) noto autore di libri per bambini. Fra i due scocca la scintilla e allora Gregg decide di farsi da parte e, dopo averla salutata nel sonno convincendola che il loro rapporto era solo il frutto della sua immaginazione, scompare per sempre.

Ma fra Lucy e Miles le cose non sono come sembrano…        

Pellicola molto originale e onirica, girata in un bianco e nero davvero d’atmosfera, con due attori in ruoli molto insoliti e forse per questo particolarmente affascinanti, e con una scena finale da fazzoletto e cibo ipercalorico.   

“Yaya e Lennie: The Walking Liberty” di Alessandro Rak

(Italia, 2021)

Se di solito siamo abituati a film e lungometraggi di animazione che si svolgono in un futuro post apocalittico, lo siamo molto meno a quelli ambientati nel nostro Paese, e soprattutto a quelli che si consumano dove “una volta” c’era la meravigliosa e unica baia di Napoli, come questo “Yaya e Lennie: The Walking Liberty”.

Così ci troviamo in un mondo dove la vegetazione ha ripreso possesso dei territori dove, molto tempo fa e prima di un’indicibile catastrofe, per millenni l’uomo faceva da padrone e aveva costruito grandi città ed enormi monumenti che ormai sono diventati solo ruderi persi nella grande e infinita foresta che ricopre le terre emerse.

Gli essere umani sopravvissuti hanno formato diverse piccole comunità fra cui spicca l’arrogante “Istituzione” che con la tecnica e la scienza sopravvissute alla catastrofe – fra cui soprattutto le armi – vuole tutti i bambini per forgiare le nuove generazione all’insegna dell’ordine e dell’omologazione.

Ai margini dell’”Istituzione” e delle altre piccole comunità vivono Yaya e Lennie, due ragazzi cresciuti da Zia Claire – doppiata da Lina Sastri – che, una volta scomparsa, ha lasciato loro in eredità la cosa più preziosa: la libertà. La prima è una giovane ragazza impavida e concreta mentre il secondo è un gigante, con un ritardo cognitivo, dal grande cuore. I due sono ormai abituati a bastare a loro stessi, e per non finire nelle mani dell’Istituzione o di qualche altra banda, sanno che devono spostarsi in continuazione, cioè camminando sempre…

Delizioso film d’animazione italiano scritto dallo stesso Alessandro Rak assieme a Marino Guarnieri, Dario Sansone e Francesco Filippini, con una tecnica visiva molto particolare e d’effetto, che ci racconta una storia originale di speranza e amore.  

“Due estranei” di Travon Free e Martin Desmond Roe

(USA, 2020)

Carter (Joey Bada$$) si sveglia in una luminosa mattina newyorkese nel letto di Perri (Zaria Simone). I due si sono conosciuti la sera prima in un locale e hanno passato la notte insieme. Dopo il primo classico imbarazzo del risveglio Perri chiede a Carter di rimanere a mangiare qualcosa, ma lui deve tornare a casa dal suo cane, che dalla sera prima è rimasto solo.

Così, un pò a malincuore e un pò per farsi desiderare, Carter esce per tornare nel suo quartiere e coccolare il suo fedele amico. Ma appena uscito dal portone viene fermato bruscamente dall’agente Mark (Andrew Howard) del Dipartimento di Polizia di New York insospettito dal fatto che un uomo di colore “come” lui giri per una strada così elegante nel centro di Manhattan.

Carter, che è un ricco disegnatore, protesta cosa che fa imbestialire il poliziotto che subito lo atterra e lo immobilizza con l’aiuto di altri due agenti che accorrono poco dopo. Carter non riesce più a muoversi e alla fine neanche più a respirare…

Il ragazzo si risveglia esattamente nel letto di Perri e rivive le stesse cose fino al fatale incontro con l’agente Mark. Ma ogni tentativo di fuga o di cambiare il corso degli eventi è inutile: alla fine il poliziotto lo uccide, in mille modi diversi, ma lo uccide sempre. E lui si risveglia sempre nel letto di Perri.

Arrivato al centesimo loop Carter decide di parlare con l’agente. Il poliziotto, dopo averlo ascoltato, decide di accompagnarlo a casa. Durante il tragitto Carter tenta di convincere l’agente Mark che il modo in cui l’attuale società americana premia quelli “come” lui è fondamentalmente e tragicamente sbagliato, visto che li premia per l’unica cosa di cui non hanno alcuna responsabilità: nascere bianchi.

Finalmente l’auto del NYPD arriva sotto casa di Carter e il ragazzo scende e si avvia verso la porta di casa ma Mark, dopo aver platealmente applaudito il lungo discorso del disegnatore, tira fuori la pistola e lo fredda in mezzo alla strada, proprio a pochi metri del suo cane che sente morire il padrone dietro la porta.

Al risveglio successivo Carter, sconvolto, racconta l’accaduto a Perri che gli offre la sua protezione proponendogli di nascondersi, ma il ragazzo si rifiuta. Ormai ha compreso che è inutile tentare di sfuggire al proprio destino nell’attuale società a stelle e strisce, anche se ormai le persone di colore hanno un’educazione e un tenore di vita spesso molto più alti degli agenti che li uccidono. Ma sa anche che: “…prima o poi riuscirà a tornare a casa sua, dal suo amato cane”.

Scritto dallo stesso Travon Free “Two Distant Strangers” è davvero un duro colpo allo stomaco, visto anche che i sanguinari modi in cui Carter viene ucciso dall’agente Mark sono gli stessi dei reali casi di cronaca più tragicamente noti come quello di George Floyd o Breonna Taylor.

Un ottimo cortometraggio che lancia un grido di protesta contro le innumerevoli e continue morti di persone di colore per mano di agenti della polizia bianchi, vittime che vengono ricordate nei titoli di coda, per non dimenticare. Gli ultimi anni di pandemia e le ultime settimane di guerra dovrebbero averci fatto finalmente capire che siamo tutti esseri umani e che tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri per sopravvivere e vivere dignitosamente. Dovrebbero…

E se pensate che il problema vergognoso del razzismo sia solo al di là dell’oceano, basta che vi leggiate alcuni post firmati da italici figuri che sottilizzano sulla differenza di “autenticità” fra profughi e profughi in relazione al colore della loro pelle.

“Due estranei”, fra gli altri premi, ha vinto anche l’Oscar come miglior cortometraggio nel 2021.

Al momento è disponibile su Netflix.

“Lassù qualcuno mi attende” di John Boulting e Roy Boulting

(UK, 1963)

Peter Sellers è stata – e lo è ancora – una delle maggiori icone della cultura cinematografica degli anni Sessanta, e non solo. Cultura e cinema in senso internazionale, infatti la bravura e l’irresistibile ironia fisica e dialettica dell’attore inglese hanno attraversato i confini britannici per toccare prima gli Stati Uniti e poi tutto il mondo.

Ancora oggi, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua scomparsa, vengono pubblicate biografie e prodotti documentari e film su di lui, come per esempio “Tu chiamami Peter” con un grande Goffrey Rush nei panni di Sellers e Charlize Theron in quelli della compagna Britt Ekland.

Ma allora perché questa deliziosa commedia realizzata nel 1963, venne distribuita nel nostro Paese solo nel 1965 e per giunta solamente in alcune grandi città? …Forse la sua trama, assieme alla tagliente bravura del suo protagonista, possono fornirci qualche indizio.

Approdiamo così nella piccola ma prospera – nonché fittizia – cittadina inglese di Orbiston Parva. L’economia della località, come quella di tutto il resto della contea, è basata sulla fabbrica di “Tranquillax” – un potente e assai redditizio antidepressivo – che ormai da due generazioni è di proprietà dell’aristocratica e facoltosissima famiglia Despard, vero e luccicante simbolo di Orbiston Parva.

Non c’è decisione pubblica, quindi, per quanto riguarda la cittadina e tutta la contea che non passi per la residenza Despard dove Lady Lucy (Isabel Jeans) e suo figlio Sir Geoffrey (Mark Eden) devono dare la loro serafica approvazione. Come nel caso della nomina del nuovo parroco cittadino, nomina per la quale l’Arcidiacono Aspinall (Cecil Parker) suggerisce il giovane ma già integerrimo John Smallwood (Ian Carmichael), tralasciando di rivelare poi che si tratta anche del figlio di un suo caro amico.

Avuto il benestare dei Despard, Aspinall si reca dal vescovo (George Woodbridge) che fa formalizzare al suo ufficio la nomina. Solo che una delle segretaria della Diocesi prende dallo schedario il primo “John Edward Smallwood” (Peter Sellers) non accorgendosi dell’esistenza di un omonimo (meccanica narrativa molto simile a quella dell’irresistibile “Hollywood Party” che Sellers girerà nel 1968).

Così la nomina a nuovo parroco di Orbiston Parva arriva in un carcere dove il John Smallwood “sbagliato” fa il cappellano. L’impatto dell’ecclesiastico con la sua nuova comunità è fragoroso, visto che Smallwood è un uomo forse un po’ troppo ingenuo, ma che basa la propria esistenza sui principi cardini del Cristianesimo, e soprattutto su quelli che indicano nel dare e nel donarsi agli altri la principale dottrina del Signore.

Ma oltre che aiutare incondizionatamente i più deboli, Smallwood sarà “reo” di un altro imperdonabile e gravissimo sopruso: con la sua ingenuità e la sua granitica fede porterà persino Lady Despard a rileggere la Sacra Bibbia e a comprendere meglio i veri doveri di un cristiano…

Naturalmente la Diocesi, non indifferente a certe “imperdonabili” mancanze, sarà costretta a intervenire…      

Deliziosa e pungente commedia, nella migliore tradizione di quelle satiriche tipiche del cinema britannico degli anni Cinquanta e Sessanta, con un grandissimo Sellers che interpreta magistralmente un pacato ma graniticamente convinto parroco che ha l’unica – e inammissibile – colpa di seguire alla lettera i dettami della Bibbia …e non quelli della Chiesa.

Nonostante il film parli e schernisca dichiaratamente la Chiesa Anglicana, evidentemente i nostri distributori hanno visto qualche collegamento spinoso o assai calzante con la società del Belpaese e così hanno preferito distribuirlo solo in alcune piazze e per breve tempo …ma naturalmente la mia è solo un’ipotesi fantasiosa e senza alcun vero riscontro storico.     

Per la chicca: nel ruolo di una casalinga volitiva e assai aggressiva c’è Joan Hickson, che diventerà famosa qualche decennio dopo impersonando Miss Marple in una lunga serie di film per la tv.  

“O ti spogli… o ti denuncio” di Alvin Rakoff

(UK, 1970)

L’8 aprile del 1967 andò in onda l’episodio “Call Me Daddy” della seria antologica “Armchair Theatre” (il cui titolo si potrebbe tradurre come “Una poltrona al teatro”), serie trasmessa sulla televisione britannica la domenica sera dal 1956 al 1974 e composta in tutto da 152 episodi, ognuno indipendente dall’altro e con ognuno i tratti classici del dramma teatrale televisivo. 

La sceneggiatura di “Call My Daddy” è opera dello scrittore irlandese di origini ceche Ernest Gébler (1914-1998) che prende spunto dal doloroso e duro naufragio del suo matrimonio con la scrittrice irlandese Edna O’Brien. A interpretare il protagonista, il grigio e antipatico Benjamin Hoffman, è Donald Pleasence. Il successo dell’episodio è notevole e la sceneggiatura viene premiata con un International Emmy Award, cosa che spinge Gébler a scrivere un romanzo ispirato ad essa che prende il titolo “Shall I Eat You Now?” e che viene pubblicato nel 1969.  

Sulla scia del successo del romanzo, il cinema decide di portare la storia di Ben Hoffman sul grande schermo e la parte viene offerta all’attore fra i più in voga nel momento: Peter Sellers. All’inizio lo stesso rifiuta, o al massimo è disposto a interpretarla recitando però con un’improbabile accento austriaco, sulla falsa riga dell’ispettore Clouseau. Ma alla fine sia la produzione che lo stesso Alvin Rakoff – regista anche di “Call Me Daddy” – riescono a convincere Sellers e il film prenderà il titolo originale proprio dal suo protagonista: “Hoffman”.

Così assistiamo alla falsa partenza della giovane e avvenente Janet Smith (Sinéad Cusack) che, accompagnata dal suo premuroso fidanzato Tom (Jeremy Bulloch) finge di prendere il treno che da Londra la porterebbe a Scarborough, dove l’aspetta sua nonna convalescente. Una volta congedato Tom, Janet lascia la stazione per raggiungere clandestinamente l’appartamento di Benjamin Hoffman (Sellers appunto) con il quale ha fatto un patto basso e maschino. 

Hoffman, infatti, ha scoperto che Tom è coinvolto nei furti che flagellano la compagnia per la quale anche lui come Janet lavorano. E così ha fatto una proposta all’avvenente ragazza, che il mese successivo ne diventerà la moglie: per non denunciare Tom lei dovrà passare una settimana a casa sua e dovrà essere sessualmente accondiscendente a tutte le sue voglie e fantasie.

La giovane, disperata per il destino del suo futuro marito, ha accettato senza dire niente a nessuno, e così si presenta alla porta di Hoffman che eccitato e “famelico” la fa accomodare. Ma dall’iniziale fantasia di una vendetta misogina del grigio e introverso Hoffman – che durante il suo soggiorno Janet scopre essere stato tradito e umiliato dalla sua “terribile” ex moglie – il rapporto fra i due lentamente prende pieghe inaspettate. Così assistiamo al cambiamento del padrone di casa che da viscido e silenzioso aguzzino diventa un uomo corretto leale e rispettoso, cosa che alla fine permette alla stessa Janet di crescere e comprendere al meglio di chi può fidarsi davvero.

Insolita e originale pellicola che ci offre l’ennesima ottima interpretazione del grande Peter Sellers, anche se fuori dai suoi soliti canoni, grazie anche a quella della bravissima Sinéad Cusack, non a caso membro dal 1967 della Royal Shakespeare Company.

Il film, forse proprio per l’insolito ruolo interpretato dal suo protagonista, non fu un successo al botteghino cosa che spinse Sellers a disprezzarlo pubblicamente e a cercare di acquistare e distruggere tutte le copie esistenti. Ma in molti, soprattutto quelli a lui vicino, dichiararono che tale avversione nasceva dai numerosi – e forse troppi… – punti in comune fra Benjamin Hoffman e il vero Peter Sellers.       

Per la chicca: cosa si può aggiungere al titolo con cui è stato distribuito nelle sale italiane e che richiama alla nostra peggiore tradizione di commedia pecoreccia?

“Splendori e miserie di Madame Royale” di Vittorio Caprioli

(Italia/Francia, 1970)

Scritto dallo stesso Caprioli assieme a Bernardino Zapponi ed Enrico Medioli (assiduo collaboratore di Luchino Visconti) questo film rappresenta una pietra miliare della cinematografia italiana, e non solo.

Alessio (uno stratosferico Ugo Tognazzi) è un ex ballerino che ha dedicato la sua vita a Mimmina (Jenny Tamburi), figlia del suo storico compagno di vita morto ormai da tempo. Proprio per Mimmina, che ormai è un’irrequieta adolescente alla soglia della maggiore età, ha abbandonato la sua carriera artistica per fare il corniciaio in un negozio del centro storico di Roma.

Le rughe e la pelle, ormai non più così tesa ed elastica, pesano sull’anima di Alessio che segretamente è ancora in cerca di un nuovo grande amore. Ma gli omosessuali in quegli anni potevano incontrarsi solo di nascosto, dentro a case private o fra i ruderi romani nelle ore notturne, lontano dall’occhio poco tollerante e ferocemente ipocrita, quanto perbenista, della nostra cattolicissima società.

Così, proprio fra i ruderi del Colosseo, un uomo avvenente e particolarmente elegante avvicina Alessio invitandolo a seguirlo. Ma i sogni amorosi di Alessio naufragano quando l’uomo (Maurice Ronet) si rivela essere un commissario di Pubblica Sicurezza che lo ha adescato per avere notizie sulla morte di un omosessuale, ucciso qualche giorno prima in un parco.

Alessio, ferito e deluso, si rifiuta di collaborare e così torna a casa. L’unico modo che ha per consolarsi è quello di organizzare una serata en travesti a casa sua, dove ha arredato apposta una stanza con tanto di drappi e trono sul quale, debitamente travestito, prende i panni della regale Madame Royale, alla quale le altre dame della “corte”, fra cui Bambola di Pechino (lo stesso Vittorio Caprioli), sono use introdurre nuovi adepti.

A rompere la nuova quotidianità di Alessio ci pensa Mimmina che gli piomba in casa con la richiesta di duecentomila lire per abortire. Siamo nel 1970 e nella cattolica e medievale Italia l’aborto è ancora illegale. Così chi non ha i soldi per andare all’estero, è costretta a finire nelle mani sanguinolente di persone senza scrupoli e fin troppo spesso incapaci. Ma Alessio è moralmente contrario all’aborto, visto che poi non vede l’ora di diventare nonno, e promette alla ragazza di prendersi cura lui stesso del nascituro.

Mimmina però non ha voglia assolutamente di portare avanti una gravidanza e così, in qualche modo, racimola i soldi e si affida a una mammana clandestina. Come purtroppo fin troppo spesso accadeva in quei tempi – sotto questo punto di vista senza dubbio ancora assai barbari – Mimmina rischia di morire per un’emorragia, ma a salvarla ci pensa lo stesso Alessio che chiama un’ambulanza.

Passata l’emergenza Mimmina viene arrestata per aver abortito e il commissario di Pubblica Sicurezza torna a bussare alla porta di Alessio: se vuole che la sua figliastra esca dal riformatorio senza alcuno strascico legale deve collaborare. E così il corniciaio inizia a denunciare tutto quel sottobosco criminale romano con cui lui stesso a volte riesce ad arrotondare lo stipendio, sottobosco che ha appena iniziato ad occuparsi anche di stupefacenti.

Ma le notizie, prima o poi, si spargono…

Delizioso e sincero omaggio agli ultimi, come allora erano trattati e considerati gli omosessuali, che al tempo stesso venivano schifati e sfruttati dalla società che li tollerava a patto che si nascondessero. Ma nella Nazione confinate con lo Stato Città del Vaticano, simbolo terreno della Cristianità planetaria, ci si scordava – colpevolmente – che anche loro avevano bisogno soprattutto di amore, amore che è senza dubbio il tema centrale del film.

Memorabile è poi l’interpretazione di Tognazzi nel ruolo di un omosessuale indubbiamente marcato evidente e a volte patetico, ma che non scade mai nella macchietta o nel volgare ridicolo. Senza dubbio da questa sua straordinaria interpretazione nasce quella che farà qualche anno dopo nel delizioso “Il vizietto”.

Le cronache dell’epoca riportano che l’idea originale del film venne a Caprioli parlando con un ex artista del “Madame Arthur”, notissimo e storico cabaret di Drag Queen di Parigi che sembra proprio il locale dove lavora Gabriel, lo zio della protagonista di “Zazie nel Metrò” di Raymond Queneau e nella cui omonima versione cinematografica diretta da Malle nel 1960 ha partecipato lo stesso Caprioli, e che poi ha inspirato senza dubbio il club “Le Cage aux Folles” dello stesso “Il vizietto”.  

“Orecchie rosa” di Pax

(Gonzo Editore, 2021)

Quanto incide sulla nostra esistenza la storia personale di “figli” dei nostri genitori?   …‘Na cifra, purtroppo.

Almeno è questo quello che ci dice Pax nel suo autobiografico graphic novel “Orecchie rosa”.

Ma la stessa autrice ci racconta che esiste anche un modo per sopravvivere a questa pesante e ingombrante ingerenza, troppo spesso poi “diabolicamente” involontaria. Così riviviamo i traumi subiti dalla madre che, come la classica e malefica goccia in testa, alla fine entrano nell’anima e nell’essere della figlia.

Figlia però che, non senza fatica – e fin troppo spesso con molto dolore – alla fine riesce a sottrarsi a tali perversi e autolesionistici meccanismi.

Un libro disegnato e scritto fuori le righe ma che ci parla di uno dei grandi dilemma esistenziali da quando l’essere umano ha …inventato la famiglia.

Godibile fino all’ultimo disegno e consigliato ai professionisti di traumi e dolori familiari, proprio come me.

“La morte risale a ieri sera” di Duccio Tessari

(Italia/Germania Ovest, 1970)

A fagiolo, proprio l’anno della mia nascita, arriva nelle nostre sale uno dei migliori adattamenti cinematografici di un’opera del maestro Giorgio Scerbanenco, e nello specifico del suo romanzo indimenticabile “I milanesi ammazzano al sabato” pubblicato nel 1969.

Il commissario Duca Lamberti della Questura di Milano, interpretato – superbamente – da Frank Wolff e doppiato ancora più superbamente da Aldo Giuffrè, è un uomo della Pubblica Sicurezza fuori dagli schemi, soprattutto per quegli anni, e anticipa per molte caratteristiche il futuro Salvo Montalbano del maestro Camilleri.

Alla sua scrivania una mattina arriva il pacato ma volitivo signor Amanzio Berzaghi (Raf Vallone) che lo implora di ritrovare sua figlia neanche ventenne Donatella, scomparsa ormai da un mese. Se all’inizio Lamberti ascolta quasi distratto Berzaghi – viste le numerose ragazze che mensilmente a Milano abbandonano volontariamente la casa dei propri genitori – quando questo gli rivela che sua figlia, nonostante l’aspetto e la bella presenza di una ventenne, è in realtà una disabile avendo un grave ritardo cognitivo che le fa avere la coscienza e la capacità intellettiva di una bambina di tre anni, il commissario inizia subito a lavorare al caso.

Insieme al suo collaboratore Mascaranti (Gabriele Tinti) Lamberti inizia a investigare nel mondo della prostituzione e delle case d’appuntamento clandestine milanesi, angoli oscuri dove finiscono la maggior parte delle giovani donne che scompaiono. Lì risale a Salvatore (Gigi Rizzi) un ex sfruttatore noto alla Polizia e con precedenti, che adesso però gestisce un autosalone di lusso. Ma sarà lo stesso Berzaghi a trovare casualmente per primo un indizio fondamentale…

Indimenticabile poliziottesco italiano d’annata che, a differenza di molti suoi “fratelli” contemporanei, ancora oggi nella struttura e nella dinamica narrativa non risente del tempo passato, ricordandoci che ottimo artigiano della macchina da presa fosse Duccio Tessari.  

Da ricordare anche le due canzoni originali interpretate da Mina, la prima della quali apre splendidamente il film.

Per la chicca: come aiuto regista appare Lorella De Luca, attrice fra la più famose della commedia all’italiana e protagonista di pellicole come “Poveri ma belli” di Risi, nonché compagna di vita della stesso Tessari.

Il film fa parte della trilogia dedicata a Duca Lamberti di cui fanno parte “I ragazzi del massacro” di Ferdinando Di Leo – altro e unico adattamento più che dignitoso di un’opera di Scerbanenco – e l’improponibile “Il caso Venere privata” di Yves Boisset.