“Il ragazzo e l’airone” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 2023)

Tornano al cinema, dopo oltre in decennio, il maestro Hayao Miyazaki e la sua arte con un nuovo ed inedito lungometraggio animato.

Le genesi di questo film è stata molto lunga e travagliata – ci si è messa anche la pandemia, per esempio – ma il genio giapponese alla fine è riuscito a regalarci un’altra storia fantastica ed indimenticabile, piena di sublimi citazioni e auto citazioni che mandano in estasi gli amanti dello Studio Ghibli, come me.

Il maestro Miyazaki, a cui la produzione – a cui ha partecipato anche lo Studio Ponoc – non ha messo alcun vincolo di tempo o di trama – rendendo questa pellicola di fatto una delle più costose del cinema giapponese – scrive e dirige una storia che ha accenni autobiografici ambientata in un periodo ricorrente per il regista: la Seconda Guerra Mondiale, che per il Giappone, più che per altri paesi, ha segnato un momento tragico devastante e sanguinario.

Tokyo 1943, il piccolo Mahito – che nei tratti e nell’abbigliamento ricorda molto Seita, il protagonista dello struggente “La tomba delle lucciole” diretto nel 1988 da Yasao Takahata, stretto e storico collaboratore di Miyazaki – viene svegliato nella notte dalle sirene che urlano a causa del grande incendio che sta divorando l’ospedale dove è ricoverata sua madre.

Nonostante i soccorsi e la corsa disperata del padre Shoichi e dello stesso Mahito, la donna muore arsa dalle fiamme, così come molti altri pazienti. L’anno successivo, insieme a suo padre noto ingegnere aeronautico, Mahito si trasferisce nell’antica tenuta di campagna della famiglia di sua madre, non lontana dalla fabbrica che Shoichi ha iniziato a dirigere.

Nella tenuta ad attenderli c’è Natsuko, la sorella di sua madre che ora è la nuova consorte di Shoichi e da lui aspetta un bambino. Mahito, che non ha minimamente superato la morte della madre e il senso di colpa nel non essere riuscito a salvarla, stenta ad ambientarsi fino a quando non scopre un’antica torre costruita dal pro zio della madre.

Le persone di servizio presso la residenza gli raccontato che quello strano edificio è stato costruito intorno ad un misterioso meteorite caduto dal cielo. Molti anni prima una ragazza era scomparsa nei suoi pressi ed era tornata solo l’anno successivo, in perfetta salute e apparentemente non invecchiata di un giorno. Per questo gli accessi alla torre sono stati tutti murati. Ma uno strano e aggressivo airone cenerino inizia a inseguire Mahito, attirandolo proprio in quella torre misteriosa…

Ancora una volta Miyazaki ci regala 124 minuti di vera struggente e memorabile poesia in movimento, con una storia di formazione dolorosa ma allo tempo stesso splendente. I riferimenti alla sua cinematografia come alla letteratura sono numerosi e bellissimi; possiamo goderci, infatti, quelli a Dante, così come quelli dichiarati al romanzo “E voi come vivrete?”, scritto da Genzaburō Yoshino nel 1937, e ispirazione primaria per la stesura dello script del film.

Fantastici, come sempre, anche quelli visivi a partire dal quadro “L’isola dei morti” che l’artista svizzero Arnold Böcklin realizzò a partire dal 1880. E proprio nel quadro di Böcklin, Miyazaki ambienta un nodo narrativo cruciale, che connota alla pellicola un’atmosfera cupa, sia per l’ombra sempre più opprimente della Seconda Guerra Mondiale – che direttamente però non appare mai – sia per il lutto che rappresenta l’abbandono definitivo dell’infanzia, lutto che avviene per l’inesorabile passare del tempo o per la perdita di un affetto caro, come nel caso di Mahito.

Chi ama il cinema, l’arte e la fantasia non può non vedere questa nuova pellicola del genio giapponese, che rende il nostro mondo – che sta vivendo un momento storico particolarmente tragico e drammatico, tanto e troppo simile al periodo narrato – meno duro e più sopportabile.

“Cadaveri eccellenti” di Francesco Rosi

(Italia/Francia, 1975)

Fra i compiti della vera arte c’è anche quello di anticipare gli eventi e le svolte – anche terribili – della storia e della società. Così Francesco Rosi, con questo suo indimenticabile “Cadaveri eccellenti”, preannuncia di pochissimo uno degli eventi più traumatici e funesti della storia della Repubblica Italiana: il rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro.

Siamo a metà degli anni Settanta, uno dei decenni più complicati della nostra storia a partire dal secondo dopoguerra. La parte più reazionaria della società non vuole il cambiamento che quella più giovane chiede, anche scendendo in piazza e manifestando. Ci sono, per questo, poteri che lavorano nell’ombra, pronti a tutto, come la mafia i servizi segreti deviati e la loggia P2.

Temono che dopo trent’anni ininterrotti di governo, la Democrazia Cristiana stia entrando in crisi, soprattutto per la nuova spinta della parte più fresca del Paese che non tollera più l’ipocrisia perbenista e la corruzione di molti politici. Fra quelli che vedono con favore il cambiamento, invece, c’è il presidente della DC Aldo Moro, che già da tempo parla in maniera sempre più positiva del Compromesso Storico, ovvero formare un governo assieme al Partito Comunista Italiano, proposta partita proprio dal suo segretario Enrico Berlinguer.

L’idea di Berlinguer nasce sulla scia del sanguinoso colpo di stato militare avvenuto poco tempo prima in Cile, per mano del generale Pinochet che ha rovesciato e ucciso il presidente democraticamente eletto Salvador Allende, assieme a moltissimi suoi concittadini. La coalizione di governo DC-PCI, che avrebbe concesso ai rappresentanti dello storico partito d’opposizione ruoli chiave, avrebbe messo al sicuro – secondo lo stesso Berlinguer – il nostro Paese dalla cosiddetta strategia della tensione, da derive autoritarie e quindi da ipotetici e tragici golpe.

Il 16 marzo del 1978, proprio mentre il IV Governo Andreotti si apprestava a ottenere il voto di fiducia, grazie anche all’appoggio esterno del PCI, il presidente Moro venne rapito dalle Brigate Rosse, che trucidarono senza pietà tutti gli uomini della sua scorta, e che lo uccisero a sangue freddo, dopo 55 giorni di prigionia, il 9 maggio seguente. Il tragico evento, come era prevedibile, fece naufragare definitivamente il Compromesso Storico.

Ispirato al romanzo “Il contesto. Una parodia” che il maestro Leonardo Sciascia pubblica nel 1971, “Cadaveri eccellenti” ci porta in Sicilia dove, dopo una delle sue solite visite nella secolare catacomba dei Cappuccini di Palermo, il procuratore Varga (Charles Vanel) viene freddato in strada da un colpo d’arma da fuoco. La notizia fa scalpore, e il capo della Polizia (Tino Carraro) su insistenza del Ministro della Sicurezza (Fernando Rey) manda il suo investigatore migliore, l’ispettore Amerigo Rogas (Lino Ventura, che nella nostra versione si doppia da solo).

Poche ore dopo però viene rinvenuto sull’autostrada il corpo senza vita del giudice Sanza, ucciso con le stesse modalità di Varga. Rogas inizia a studiare tutti i casi in cui hanno lavorato i due giudici e scopre che sono stati tre, e tutti hanno portato a sentenze assai dubbie che nel corso del tempo sono state poi smentite dai fatti. Le condanne emesse, però, hanno rovinato definitivamente la vita ai presunti colpevoli.

Così l’ispettore si mette sulle tracce del farmacista Cres, uno dei tre condannati, che da qualche giorno ha fatto perdere le sue tracce. Scopre così che nel processo ai suoi danni hanno partecipato, sia direttamente che indirettamente, anche il giudice Rasto (Alan Cuny) e il Presidente della Corte Suprema (Max von Sydow, superbamente doppiato da Alberto Lionello).

L’ispettore si precipita ad avvertirli, ma entrambi rifiutano seccati il suo aiuto, cosa che costerà loro la vita. Dopo la morte del Presidente della Corte Suprema, Rogas comprende che dietro i delitti non c’è più solo Cres, ma una vera e propria organizzazione clandestina di cui fanno parte alti rappresentanti della nostra Repubblica.

Come ultima spiaggia non gli rimane che incontrare di persona il Segretario del Partito Comunista Italiano, per avvisarlo del complotto, atto a tenere sotto controllo la linea del Governo e del Paese. Grazie al giornalista Cusano (Luigi Pistilli) suo vecchio e personale amico, Rogas riesce ad ottenere un incontro riservato, nel quale però…

Non mi piace di solito rivelare l’epilogo di un film – o di un libro – ma per questo capolavoro della nostra cinematografia è necessario farlo, visto che la pellicola si chiude con l’omicidio di Rogas e, soprattutto, del Segretario del PCI per mano dello stesso killer degli omicidi precedenti. Evento tragico che però gli inquirenti archiviano come omicidio-suicidio commesso dall’ispettore in preda allo stress e alla follia provocati dall’indagine stessa.

Rosi ci preannuncia così che i famigerati poteri forti erano disposti a tutto pur di evitare una rivoluzione ai loro danni, anche ad assassinare il capo di uno dei maggiori partiti italiani. La storia ci ha detto chiaramente, nel corso dei decenni successivi, che sarebbe stato molto più deflagrante per il “vecchio” potere costituito un Presidente Moro vivo piuttosto che assassinato, e che quindi il suo omicidio ha contribuito a mantenere lo status quo allora vigente.

Poco tempo fa è scomparso, dopo aver superato il venerando secolo di età, Henry Kissinger che negli anni in cui venne realizzato questo film rivestiva la carica di Segretario di Stato degli Stati Uniti. Fra le cose che i media hanno ricordato di lui, oltre al premio Nobel per la Pace che gli venne assegnato nel 1973, ci sono le dichiarazioni che fece a favore del golpe di Pinochet apertamente appoggiato dagli USA, e i “consigli” che diede al presidente Aldo Moro nel 1974 proprio sul Compromesso Storico: “Onorevole lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui o lei la smette di fare queste cose o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere” (come ricordato anche nell’articolo di Orson Francescone pubblicato su “Il Sole 24 Ore” del 18 dicembre 2023).

Naturalmente il film, alla sua uscita nelle nostre sale, accese numerose polemiche, sia nella parte più reazionaria della nostra società che in quella più progressista, che Rosi descrive molto statica e poco reattiva. Fu soprattutto la battuta finale, detta da Florestano Vancini nei panni di un dirigente del PCI davanti ai cadaveri di Rogas e del Segretario, che fece indignare molti sostenitori del partito d’opposizione: “La verità non è sempre rivoluzionaria”. Noi che oggi siamo i posteri, possiamo esprimere la nostra ardua sentenza.

Scritto dallo stesso Rosi assieme a Tonino Guerra e Lino Jannuzzi, “Cadaveri eccellenti” è un vero e proprio pezzo di storia del nostro Paese, da custodire gelosamente e da far vedere a scuola. Nel ricco cast da ricordare anche: Renato Salvatori, Paolo Bonacelli, Paolo Graziosi, Corrado Gaipa e Renato Turi.

“Maestro” di Bradley Cooper

(USA, 2023)

Leonard Bernstein (1918-1990) è stato una delle maggiori figure di spicco della musica, nel solo quella classica, e della cultura del Novecento. Musicista poliedrico e assai prolifico, è stato compositore, arrangiatore, concertista, insegnante e, naturalmente, direttore d’orchestra.

Come direttore di un’orchestra sinfonica, per esempio, è considerato secondo, di un passo, solo ad Herbert von Karajan. E questo non dai famigerati “esperti” o critici – di cui naturalmente l’opinione lascia il tempo che trova, soprattutto col passare del tempo – ma dai musicisti stessi che hanno suonato e hanno avuto entrambi come direttori per un concerto. Parliamo dei maestri della Berliner Philharmoniker, dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma o della Metropolitan Opera House di New York, solo per citarne alcune.

L’impatto di Bernstein sulla cultura contemporanea, quindi, è stato molto rilevante. Basta pensare che il termine “radical chic” venne coniato dal giornalista Tom Wolfe nel 1970, che scrisse un articolo caustico sul New York Magazine dedicato ad una festa esclusiva organizzata da lui e da sua moglie Felicia Montealegre per raccogliere fondi a favore del gruppo rivoluzionario marxista-leninista delle Pantere Nere.

Anche la sua privata è stata al centro dei riflettori, soprattutto da quando nel 1976 rese pubblica la propria omosessualità, separandosi da sua moglie per convivere con un giovane direttore d’orchestra.

Bradley Cooper e Josh Singer decidono di raccontare la sua storia dalla mattina del novembre del 1943 quando venne chiamato a sostituire il direttore Bruno Walter per un concerto alla Carnegie Hall di New York. Si aprono così, finalmente, le porte per il giovane Lenny (un bravissimo Cooper, truccato in maniera davvero incredibile) della fama e del successo. La sua direzione lascia tutti entusiasti, soprattutto perché il giovane Bernstein, vista l’urgenza della sostituzione, ha diretto l’orchestra senza neanche poter fare una prova.

Sulla scia dei festeggiamenti per il suo clamoroso esordio, ad una festa, sua sorella Shirley (Sarah Silverman) le presenta la giovane attrice Felicia Montealegre (una straordinaria Carey Mulligan). Fra i due scocca subito la scintilla, anche se Leonard da tempo convive con David (Matt Bomer). Felicia accetta la sua sessualità fluida, che lui d’altronde non le nasconde, ma soprattutto la ragazza decide di convivere con il suo essere sempre alla ricerca di “onorare” il dono del genio musicale che gli è stato concesso.

Quattro anni dopo i due si sposano e nel giro di pochi anni diventano genitori di tre bambini, due femmine e un maschio. Intanto, la carriera artistica di Leonard è definitivamente decollata nonostante le sue umili origini di figlio di ebrei ucraini immigrati, che allora era un vero e proprio “limite”, tanto che il suo professore, agli inizi, gli propose di cambiare il cognome da Bernstein in Burns. Anche Felicia riesce a calcare con successo il palcoscenico dei teatri più noti degli Stati Uniti, a partire da quelli di Broadway.

Tutto sembra idilliaco, ma alla fine Felicia non riesce più a conciliare la natura e i desideri di Leonard con il suo ruolo di madre e moglie. Soprattutto quello di madre che cerca in ogni modo di proteggere e tenere nascosti ai figli, che crescono, i commenti e i pettegolezzi sulla “dubbia” sessualità del loro padre. Costringe per questo il marito a mentire spudoratamente a Jamie (Maya Hawke), la maggiore, quando preoccupata la ragazza gli chiede conferma se le voci che le sono arrivate sulla sua omosessualità siano vere.

Inesorabilmente arriva la rottura e nel 1976 Felicia e Leonard si separano ufficialmente. Mentre Lenny non nasconde la sua relazione con un giovane direttore d’orchestra, Felicia stenta a trovare un nuovo compagno. Quando però le viene diagnosticato un tumore al seno Leonard lascia tutto, lavoro e relazione, per dedicarsi a lei senza sosta…

Prodotto da Steven Spielberg e Martin Scorsese, “Maestro” ci racconta la storia di un uomo geniale che è riuscito a realizzarsi e a regalare al mondo opere uniche e immortali, così come concerti memorabili, grazie anche alla donna che gli è stata accanto, non certo come moglie tradizionale e devota – come vorrebbero i nostalgici del patriarcato – ma come compagna e alleata nei momenti più difficili e focali, legata a lui da un amore sconfinato che va oltre i canoni e i limiti ottusi della società più retrograda.

Se è vero, come diceva il giovane Fabrizio De Andrè al giovane Paolo Villaggio, che: “Ci vuole un genio per riconoscere un genio” allora dobbiamo riconoscere a Felicia Montealegre tutta la sua indiscussa genialità.

Da vedere ed ascoltare, visto che le musiche sono firmate dal maestro Leonard Bernstein …in persona.

“La maledizione dello scorpione di giada” di Woody Allen

(USA, 2001)

Gli anni Quaranta sono stati per Woody Allen quelli dell’infanzia, che ha magnificamente raccontato nel delizioso “Radio Days“. In questa sua opera, invece, li usa come ambientazione per narrare una storia su uno degli argomenti più affascinanti ed esotici di quel momento: l’ipnotismo.

Negli anni della definitiva esplosione della jazz – musica non a caso tanto amata dallo stesso Allen – la società era incantata da alcuni sedicenti maghi che riuscivano in pochi istanti ad ipnotizzare le persone davanti a un pubblico sempre più numeroso.

Da questo spunto il genio newyorkese scrive dirige e interpreta una deliziosa pellicola in pieno stile hollywoodiano da sophisticated comedy – in cui ha brillato, per esempio, la coppia Katharine Hepburn e Cary Grant – e i cui due ingredienti principali sono l’amore e il mistero. Non è un caso, quindi, se la colonna sonora del film è centrata su alcuni pezzi storici dell’epoca fra cui “Sophisticated Lady” firmata ed eseguita da Duke Ellington, con testo di Irving Mills.

1940, CW Briggs (lo stesso Allen) è l’investigatore più esperto – …e più anziano – di una grande compagnia di assicurazioni di New York. Nonostante i suoi metodi elementari e poco ortodossi, Briggs riesce sempre a smascherare le truffe e a ritrovare i pezzi trafugati e assicurati dalla sua società.

I problemi arrivano quando Chris Magruder (Dan Aykroyd), presidente delle assicurazioni nonché figlio del fondatore, assume Betty Ann Fitzgerald (una bravissima Helen Hunt) per rinnovare e svecchiare la compagnia.

Fra Briggs e Fitzgerald scoppiano però subito delle acredini e delle scintille, e a complicare tutto ci si mette un prestigiatore che una sera, nel locale dove i due assieme a Magruder e ad altri colleghi cenano, li ipnotizza con un ciondolo di giada a forma di scorpione ordinandogli di essere per alcuni momenti due felici innamorati. Intanto, nella città che non dorme mai, iniziano ad essere messi a segno clamorosi furti che hanno come obiettivo gioielli assicurati proprio dalla compagnia di Magruder…

Deliziosa ed esilarante commedia con dei dialoghi irresistibili, grazie anche alla bravura della Hunt che riesce davvero a tenere testa ad Allen come poche altri attrici hanno saputo fare. Un grande omaggio ai film di quegli anni, su cui già calava inesorabile la terribile ombra del secondo conflitto mondiale, che con una risata riuscivano a far sopravvivere gli spettatori alla “orribile realtà”, come la chiama Briggs/Allen in una delle ultime scene.

Nel cast anche una prorompente e fascinosa Charlize Theron e Wallace Shan, quest’ultimo uno degli attori preferiti in assoluto da Allen.

“Il lavoro” di Luchino Visconti

(Italia, 1962)

Tratto dal racconto di Guy de Maupassant “Sul bordo del letto” e sceneggiato dalla grande Suso Cecchi D’Amico assieme allo stesso Luchino Visconti, “Il lavoro” è forse il più amaro e caustico fra i quattro episodi che compongono “Boccaccio ’70” assieme a “Renzo e Luciana” di Monicelli, “Le tentazioni del dottor Antonio” di Fellini e “La riffa” di De Sica.

Visconti sceglie il racconto di de Maupassant per narrare una storia nell’ambiente in cui è nato e cresciuto: l’alta e opulenta aristocrazia italiana. La protagonista è una giovane donna “bella e ricca” che però, in una società patriarcale e maschilista come era la nostra, non può sottrarsi al suo ruolo satellite del marito.

Il conte Ottavio (Tomas Milian) torna nel secolare e storico palazzo milanese della sua nobile e antica famiglia. Ad attenderlo c’è il preoccupatissimo avvocato Zacchi (un sempre bravo Romolo Valli) insieme ad uno stuolo di altri prestigiosi legali, fra cui Alcamo (che ha il viso dell’immortale Paolo Stoppa che, assieme a Valli e alla compagna di vita la grandissima Rina Morelli, era uno degli attori preferiti sia davanti alla macchina di presa che sul palcoscenico da Visconti).

Ottavio, infatti, è al centro di uno scandalo internazionale: alcune ragazze squillo – come allora si chiamavano le escort – hanno rilasciato delle interviste scottanti alla carta stampata sulla sua assidua e dispendiosa frequentazione di un’esclusiva casa per appuntamenti sita all’estero.

Zacchi e i suoi collaboratori hanno cercato in ogni modo di arginare lo scandalo, ma quello di cui ora Ottavio ha bisogno è una dichiarazione a suo favore di Pupe (una dirompente e luminosa Romy Schneider) la sua giovane moglie, a cui peraltro il conte ha intestato tutte le sue attività per ragioni fiscali.

Ottavio, così, cerca in ogni modo di minimizzare l’accaduto, ma Pupe gli confessa di essere andata direttamente a parlare con le squillo per sapere alla fonte la verità. Il padre della donna vorrebbe bloccare i conti e lasciare Ottavio sul lastrico per l’onta pubblica subita, ma Pupe è contraria. Alla fine, stufa di dipendere economicamente dal padre o dal marito, decide di mettersi a lavorare. Ma dopo una lunga riflessione, in cui deve ammettere di non saper fare nulla, si rassegna all’unico “lavoro” che è in grado di portare a termine: soddisfare sessualmente il marito …a pagamento.

Dura e senza via di scampo riflessione sul matrimonio, dove la donna, indipendentemente dall’ambiente e dai beni che possiede è “incatenata” moralmente e materialmente al marito. Siamo in anni in cui il divorzio nel nostro Paese è ancora molto lontano, e nessuno può sfuggire alla morale più reazionaria della società.

Pupe così si ritrova da sola, perché anche il padre è alla fine un uomo patriarcale molto simile al marito. Certo, è offeso e indignato per lo scandalo che vede come vittima sua figlia che porta il suo stesso cognome, ma Pupe – suo malgrado – è sempre una donna, ricca sì …ma sempre una donna.

Triste concetto che ci ricorda superbamente anche Paola Cortellesi nel suo bellissimo “C’è ancora domani“. Quando Delia va dal Notaio per fargli la puntura, assiste casualmente alla conversazione fra il figlio del padrone di casa e la moglie. Ricca e laureata, lei vorrebbe intervenire nella conversazione che il marito sta facendo col figlio sulle imminenti elezioni, ma viene zittita perché …donna.

Sono passati molti decenni dall’uscita nelle sale dell’episodio diretto da Visconti, e grazie all’impegno di molte e di molti le cose sono cambiate. Ma non abbastanza. E visto che nel nostro Paese ci sono ancora dei romantici e nostalgici fan del patriarcato – di quando, per esempio, le donne non avevano diritto al voto – quanto è ancora lunga la strada da fare per arrivare davvero alla parità di genere?

Stavolta, però, non lasciamo ai posteri l’ardua sentenza.

“Nella città l’inferno” di Renato Castellani

(Italia, 1959)

Isa Mari (1910-1992), pseudonimo di Luisa Rodriguez, pubblica nel 1953 il romanzo “Roma, Via delle Mantellate” in cui racconta la sua esperienza di detenuta nel carcere femminile di Regina Coeli, che si trovava allora nella storica via delle Mantellate, a Trastevere.

La Mari aveva passato 8 mesi lì per motivi politici, e lì aveva conosciuto l’universo terribile del carcere femminile. Qualche anno dopo lo storico produttore Giuseppe Amato – primo finanziatore nel 1945 del film scritto da Sergio Amidei e diretto da Roberto Rossellini che poi prenderà il titolo di “Roma città aperta”, nonché de “La dolce vita” di Federico Fellini, e che diventerà successivamente il suocero di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer – ne compra i diritti per fare un film la cui protagonista sarà Anna Magnani.

Come regista Amato sceglie Renato Castellani, che ha già firmato ottime pellicole come lo splendido “Due soldi di speranza” nel 1952. Per la sceneggiatura il produttore si rivolge a una delle colonne portanti del nostro cinema: Suso Cecchi D’Amico, che proprio con Castellani firmò il suo primo script nel secondo dopoguerra.

Per scrivere la sceneggiatura e i dialoghi Cecchi D’Amico, accompagnata da Castellani, si reca numerose volte a Regina Coeli e parla sia con le detenute che con le suore che allora provvedevano alla loro gestione. Nasce così il film che vede, assieme a “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini e “Risate di gioia” di Mario Monicelli, una delle più grandi interpretazioni cinematografiche di Anna Magnani.

L’ingenua Lina (una bravissima Giulietta Masina) dentro un furgone della Questura viene condotta nel Carcere Giudiziario di Regina Coeli. Mentre le altre sono evidentemente consumate alla trafila, lei non riesce a trattenere i singhiozzi dicendo a tutti di essere innocente del furto con scasso di cui è stata accusata.

Le suore, che si occupano delle recluse, la portano nella grande cella che ospita, fra le altre, Egle (una stratosferica e prorompente Anna Magnani che recita per quasi tutto il film in una memorabile sottoveste nera) alla sua ennesima condanna. L’impatto per Lina è devastante ma lentamente la donna, grazie anche proprio ad Egle, riesce ad ambientarsi e a confidare alle compagne di cella il raggiro che ha subito dal suo presunto fidanzato Adone (Alberto Sordi) che la circuita per svaligiare la casa in cui prestava servizio.

Ma la storia di Lina è come quella di molte altre che, vittime degli uomini, non hanno avuto più una scelta, reiette ed escluse dalla società “perbene” che non concede loro una seconda possibilità, in quanto donne peccatrici. Ma alla fine, anche il cuore duro di Egle si addolcirà per aiutare la giovanissima Marietta (Cristina Gajoni) a non finire come lei…

Bellissima pellicola, fiore all’occhiello del nostro grande cinema d’autore, che ci racconta meglio di mille saggi o articoli la società italiana del tempo. Una società profondamente maschilista e patriarcale dove una donna macchiata dalla prigione, una volta uscita, per sopravvivere aveva quasi sempre solo una strada: il marciapiede.

E così invece che redimere la cella, per una donna degli anni Cinquanta, era una vera e propria condanna senza appello trasformandole in facili prede che finivano inesorabilmente in bocca alla bassa criminalità.

Non si può poi parlare delle interpretazioni delle due protagoniste, così caratterialmente differenti, e al tempo stesso così straordinarie. Ma la bravura e la sensualità della Magnani svettano, e donano a Egle una carnalità tragica e al tempo stesso euforica quasi unica nel nostro cinema del tempo e raggiunta, forse, solo decenni dopo.

Nel film, oltre a quello di Sordi, ci sono numerosi e godibilissimi camei come quelli di Renato Salvatori nei panni di Piero il fidanzato di Marietta, Sergio Fantoni in quello del Giudice Istruttore e Saro Urzì nelle vesti del secondino che scheda Lina.

Da vedere.

Per la chicca: Isa Mari, qualche tempo dopo aver pubblicato “Roma, Via delle Mantellate” (che è stato ripubblicato successivamente col titolo “Nella città l’inferno”) ha scritto un altro romanzo adattato poi per il grande schermo: “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” diretto da Luigi Zampa nel 1971 con, nuovamente, Alberto Sordi e una bellissima Claudia Cardinale.

“La riffa” di Vittorio De Sica

(Italia, 1962)

“La riffa” è forse il più iconico fra “Renzo e Luciana” di Monicelli, “Le tentazioni del dottor Antonio” di Fellini e “Il lavoro” di Visconti, i quattro storici episodi di “Boccaccio ’70”, film ideato da Cesare Zavattini e prodotto da Carlo Ponti. Ed è proprio Zavattini, assieme allo stesso Vittorio De Sica che poi lo dirige, a scriverne la sceneggiatura.

Siamo in piena esplosione economica e grazie – …o a causa – del Boom la società italiana sta inesorabilmente cambiando da rurale ad industrializzata e cittadina. Tra i bellissimi ritratti di donne che l’intera pellicola racconta, il duo De Sica/Zavattini sceglie quello di un’avvenente giovane donna, vero e proprio desiderio carnale di tutti gli uomini che incontra.

Zoe (una straripante e luminosa Sophia Loren) gestisce il tiro a segno di un luna park itinerante. Se la sua incontenibile avvenenza fa la fortuna del baraccone, allo stesso tempo le lascia poco spazio per vivere serenamente la sua vita personale, visto che dove si gira trova invadenti e raramente cortesi spasimanti.

Per questo vuole mettere da parte dei soldi e cambiare vita, ma il suo cuore è troppo generoso per non aiutare una coppia di giovani colleghi del luna park senza un soldo e in attesa del primo figlio. La ragazza così accetta di essere il “premio” di una riffa clandestina i cui proventi divide con la coppia. Zoe, purtroppo, è avvezza al “mestiere più antico del mondo” ma ha promesso a se stessa di non fare la prostituta tutta la vita, come sua madre.

Come già accaduto, l’ultima sera che il luna park staziona in una località, scatta la lotteria clandestina il cui vincitore è decretato dal primo numero estratto al lotto, nel pomeriggio, sulla ruota di Napoli. A vincere è Cuspet (Alfio Vita) il sagrestano di Lugo di Romagna, località che ospita i baracconi. Ma mentre Zoe, rassegnata, si appresta a darsi in premio, incontra lo sguardo di Gaetano (Luigi Giuliani) un giovane e aitante bracciante che…

Questo episodio, come tutto il film, ha superato ormai i sessant’anni di vita, sessant’anni in cui il nostro Paese è cambiato molto. Ma per quanto riguarda il ruolo della donna nella società in realtà è – …purtroppo – cambiato ancora non a sufficienza. Zoe, nonostante la sua volontà e il suo ottimismo, alla fine non può fare altro che assecondare quello che la società maschilista e patriarcale le impone: la “maggiorata” e quindi un mezzo per assecondare e soddisfare i desideri materiali e morali degli uomini, e non solo.

Spicca, in questo senso, anche l’anziana madre del sagrestano che, tutta orgogliosa, lo aiuta a lavarsi per godere al meglio il “premio” che finalmente gli darà, oltre al piacere fisico, il tanto ambito “riconoscimento” sociale quale maschio sessualmente attivo. Così come spicca quello della collega che ostenta la sua gravidanza, sempre piangendo, ogni volta che Zoe è preda di dubbi o rimorsi, per farle venire i sensi di colpa e assecondare la riffa.

E’ quindi tutta – o la sua stragrande maggioranza – la società italiana che incatena Zoe al suo ruolo carnale ed effimero ad uso e consumo degli uomini ma anche di alcune donne. De Sica e Zavattini ci raccontano superbamente, con un’ironia molto amara, di un Paese che ha tanto da imparare sull’emancipazione delle donne e sulle concrete e reali pari opportunità.

Allora è lecito chiedersi: ma oggi siamo davvero molto più avanti alla Zoe di questo film?

Magistrale e tristemente attuale.

“Un colpo di fortuna – Coup de Chance” di Woody Allen

(USA/Francia, 2023)

Woody Allen torna a parlarci dell’importanza della fortuna nella vita.

Dopo il bellissimo “Match Point” il genio newyorkese ci racconta una nuova storia di amore, desiderio e delitto. Questa volta siamo a Parigi, dove vive Fanny Moreau (Lou de Laâge) e lavora presso una prestigiosa casa d’aste. Una mattina – …per caso – incontra per strada Alain (Niels Schneider) un suo vecchio compagno di liceo, ai tempi in cui entrambi vivevano a New York.

Fanny racconta ad Alain di essere diventata la signora Fournier, sposa devota di Jean Fournier (un bravissimo Melvil Poupaud) facoltoso personaggio di rilievo dell’alta finanza transalpina. Alain, invece, fa lo scrittore e dopo aver girato il mondo, sta finendo di scrivere il suo ultimo romanzo nella capitale francese.

Fanny accetta piacevolmente i successivi inviti di Alain a pranzo, mentre il ruolo di “moglie trofeo” nel quale l’ha incastonata Jean le inizia a stare sempre più stretto. Ma Jean, per arrivare dove è arrivato nel mondo della finanza, ha imparato a provocarla la fortuna e non più ad aspettarla, e tutte le cose che vuole le prende, come qualche tempo prima ha “preso” Fanny, e non è certo disposto a perderle facilmente. A casa Fournier, intanto, arriva Camille (Valérie Lemercier), la madre di Fanny, che ha un carattere e un approccio alla vita molto simile a quello di Jean. Infatti, come al genero, anche a Camille piace molto fare trekking e andare a caccia di cervi…

Scritto e diretto, ma non interpretato, da Allen questo film ci ricorda come l’autore americano sia particolarmente bravo a raccontare drammi, e non solo commedie. L’anima tragica di Allen – che lui stesso più volte ha reclamato in varie interviste – ci regala un racconto delizioso delle debolezze, delle ingenuità e delle cattiverie di noi esseri umani che, indipendentemente dal nostro status o conto bancario, siamo preda di atti e desideri spesso profondi e senza remore. Ma alla fine, di questo prima o poi tutti se ne devono fare una ragione, a far oscillare l’ago del destino ci pensa sempre e solo lei: la Dea Fortuna.

E poi Woody Allen in questa pellicola ci ricorda anche quanto possa essere inutilmente crudele la caccia …chapeau!

“Palazzina Laf” di Michele Riondino

(Italia/Francia, 2023)

L’immenso stabilimento Ilva di Taranto, uno dei più grandi centri siderurgici d’Europa inaugurato definitivamente nel 1965, da fiore all’occhiello della nostra grande industria dell’epoca d’oro del Boom economico, nel corso degli ultimi decenni si è trasformato in uno dei più grandi problemi sociali, sanitari ed economici del nostro Paese.

La medicina e la scienza hanno dimostrato, purtroppo, come l’acciaieria abbia causato gravissimi e spesso inesorabili danni alla salute non solo alle lavoratrici ed ai lavoratori dello stabilimento stesso, ma anche a quella delle cittadine e dei cittadini della limitrofa Taranto. Intanto, la situazione dei dipendenti dell’Ilva subisce un indiscriminato peggioramento a metà degli anni Novanta, quando il nostro Paese inizia a privatizzare le sue più grandi aziende nazionali.

Nel grande patrimonio di società statali creato dai nostri governi a partire dal secondo dopoguerra – patrimonio che ci permise di diventare negli anni Sessanta la settima potenza industriale del pianeta – che dal 1992 è stato messo in vendita c’è anche l’Ilva, che si ritrova così ad avere dall’oggi al domani una proprietà privata che, come accade fin troppo spesso, per aumentare i ricavi e limitare le spese, per prima cosa inizia a mettere in discussione alcuni fondamentali diritti dei lavoratori.

Taranto, 1997. All’llva lavora come operaio Caterino Lamanna (Michele Riondino), nipote di uno dei dirigenti storici dello stabilimento. Per Caterino il cambio di proprietà non ha voluto dire nulla anzi, poco condivide le proteste che alcuni suoi colleghi minacciano ogni giorno visto il numero sempre più rilevante di incidenti, spesso mortali, che si consumano nello stabilimento.

Così Lamanna viene avvicinato dal dottor Giancarlo Basile (un bravissimo Elio Germano), alto dirigente che ha il compito di riordinare la società per renderla più “snella ed efficiente”. Basile, con la scusa di parlare dello zio di Caterino con il quale lui ha lavorato da giovane, gli chiede di tenerlo informato sugli umori e soprattutto sulle intenzioni dei lavatori in relazione alla nuova riorganizzazione.

Per incoraggiarlo e dimostrargli fiducia, Basile gli assegna anche un’automobile aziendale. Lamanna inizia così a diventare gli occhi e le orecchie di Basile, scoprendo che il delegato sindacale Renato Morra (Fulvio Pepe) si sta rivolgendo ad un avvocato specializzato nel Diritto del Lavoro.

Morra va spesso nella Palazzina Laf – che è l’acronimo di “Laminatoio a freddo” – che molti considerano il “rifugio” dei dipendenti scansafatiche dell’Ilva. Lamanna allora chiede a Basile di essere trasferito proprio lì, in quello che molti considerano il paradiso dei privilegiati. Ma Caterino, nonostante i suoi grandi limiti difficili da superare a causa soprattutto della sua indolenza e dei suoi pregiudizi, alla fine comprenderà che la Palazzina Laf più che il Paradiso è l’Inferno dei lavoratori dell’Ilva, che la nuova dirigenza considera scomodi e che vuole riassegnare in posti lontani o opposti alle loro peculiari competenza proprio per renderli pesi morti, anche agli occhi dei colleghi…

Riondino, al suo esordio dietro la macchina da presa, ci racconta gli eventi che portano la Magistratura italiana ad indagare su quello che ancora oggi è considerato uno dei casi di mobbing più gravi della nostra storia repubblicana. Grazie anche alle ottime interpretazioni di Riondino e Germano, alla sceneggiatura scritta dallo stesso Riondino assieme a Maurizio Braucci, riviviamo uno dei drammi lavorativi più rilevanti della nostra storia recente, e di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.

La – troppo spesso frenetica – privatizzazione delle nostre grandi aziende, a distanza di circa trent’anni, non ha reso il nostro Paese più agile e più competitivo – come …qualcuno… prometteva allora – ma lo ha fatto diventare soprattutto più povero, arricchendo solo una manciata di “eletti” individui col passaporto italiano, oltre che rimpinguare la casse di varie società straniere.

“Parasite” di Bong Joon Ho

(Corea del Sud, 2019)

I Kim, una famiglia indigente di Seul, vive alla giornata grazie al modesto sussidio di Kim Ki Taek (Song Kang-ho) il padre ed ex autista, e agli espedienti che riescono a realizzare i due figli poco più che adolescenti Ki Woo (Choi Woo-sik) e la secondogenita Ki Jung (Park So-dam) ai quali collabora sempre anche la madre Chung Sook (Jang Hye-jin).

Gli scarsi mezzi economici hanno impedito ai due ragazzi di portare avanti i loro studi, ma grazie al loro estro e alla loro volontà riescono sempre a rimanere aggiornati sulle novità planetarie attraverso la rete, anche se nel seminterrato dove vivono il segnale è spesso altalenante.

Una sera, un vecchio compagno di studi di Ki Woo, gli propone un’ottima occasione per guadagnare dei soldi. A breve lui dovrà lasciare la Corea per un corso di studi all’estero e da tempo fa delle ripetizioni di inglese alla giovane Da-Hye, la figlia maggiore di una ricca famiglia dell’upperclass della capitale. Per evitare che la giovane s’invaghisca del suo sconosciuto futuro sostituto offre a Ki Woo il posto, certo che lui non lo tradirà, a patto però che si finga uno studente universitario.

A convincere definitivamente Ki Woo è soprattutto la disarmante ingenuità di Yeon Kyo (Cho Yeo-jeong) la madre di Da-Hye. Così Ki Woo inizia il suo nuovo, semplice e assai redditizio lavoro. Tutti i suoi familiari ascoltano incantati i suoi racconti, soprattutto quelli riguardanti la grande opulenza in cui vivono Da-Hye e la sua famiglia.

Ki Jung, assieme al fratello, inizia allora ad elaborare un piano basato su un nuovo castello di bugie per arrivare a lavorare anche lei a casa di Da-Hye; e visto che funziona e che a casa finalmente si vedono soldi come mai era accaduto prima, ne studia un altro subdolo per il padre e poi un altro ancora, senza scrupoli, per la madre ma…

Scritto dallo stesso Bong Joon Ho assieme a Han Jin-won “Parasite” ci racconta in maniera cruda e al tempo stesso visionaria, grazia anche all’ottima regia, una società spaccata in due: poveri e ricchi. Ma le due parti non sono uguali una, quella dei ricchi, è sempre più piccola e opulente, mentre l’altra, quella dei poveri, è sempre più popolosa e senza speranza.

Il ritratto che fa Bong Joon Ho, purtroppo, riguarda tutto l’Occidente, e non solo, dove gli ultimi anni le – famigerate… – contingenze internazionali hanno fomentato una crisi economica che ha abbassato ulteriormente il tenore di vita di quella che una volta era la classe media, la cui consistenza si sta assottigliando sempre di più, naturalmente verso il basso.

Alla stragrande maggioranza del pianeta, quindi, non rimangono altro che le “briciole”, il resto – che certo non è poco – è in mano a sempre meno. I poveri devono accontentarsi e devono essere pronti a tutto e riconoscenti per quello che riescono a rosicchiare e che lasciano, come avanzi, i ricchi nel piatto.

Nei nostri dizionari la parola “parassita” rappresenta, soprattutto, un organismo che vive alle spalle di un altro sfruttandolo al massimo e portandolo, non di rado, alla morte. E dopo aver visto questo film sorge spontanea la domanda: nella società moderna, alla fine, chi sono i veri parassiti?

Da vedere.