“Piombo rovente” di Alexander Mackendrick

(USA, 1957)

“Piombo Rovente”, il cui titolo originale è “Sweet Smell of Success”, rappresenta uno dei più crudi e affascinanti affreschi del giornalismo senza scrupoli mai portati sul grande schermo. Diretto magistralmente da Alexander Mackendrick, già noto per il delicato “Mandy” del 1952, questo film segna una svolta drastica nello stile del regista, che qui abbraccia il noir più cinico e tagliente.

La pellicola vede protagonisti Burt Lancaster e Tony Curtis in due delle interpretazioni più memorabili delle loro carriere. Lancaster – che è anche fra i produttori della pellicola assieme allo stesso Curtis e all’allora consorte Janet Leigh – interpreta J.J. Hunsecker, potentissimo giornalista di una nota testata newyorkese, il cui editoriale viene letto da 60 milioni di americani ogni giorno, oltre a condurre una trasmissione settimanale televisiva, sempre dedicata al mondo dello spettacolo. Il suo personaggio, spietato e manipolatore, si ispira chiaramente a figure del giornalismo americano dell’epoca come Walter Winchell, ma evoca anche lo stile senza scrupoli di figure come Hedda Hopper, celebre “penna armata” di Hollywood nota per la sua influenza e spietatezza.

Tony Curtis brilla nel ruolo di Sidney Falco, un agente pubblicitario disposto a tutto per entrare nelle grazie di Hunsecker. Curtis, solitamente associato a ruoli più leggeri, qui rivela un talento drammatico sorprendente, dando vita a un personaggio viscido e disperato, eternamente in bilico tra ambizione e autodistruzione.

La New York notturna fotografata in un magnifico bianco e nero da James Wong Howe è quasi un personaggio aggiuntivo: luci al neon, locali fumosi, strade umide e angoli bui compongono un ambiente claustrofobico e corrotto. Mackendrick trasforma la metropoli in un labirinto morale dove ogni scelta ha un prezzo, ogni favore richiede un contraccambio, e la dignità è merce di scambio.

La forza di “Piombo Rovente” risiede anche nella sua straordinaria sceneggiatura, firmata da Clifford Odets e Ernest Lehman. I dialoghi sono tra i più brillanti e taglienti della storia del cinema, ricchi di battute memorabili che rivelano l’essenza tossica dei due protagonisti e del loro mondo. “Ti vedo con gli occhiali da sole di notte. Sei uno che vive dentro una grotta”, dice un personaggio a Falco, sintetizzando perfettamente la sua oscurità morale.

Al centro del film c’è una spietata analisi del potere della stampa e di come questo possa essere usato per manipolare l’opinione pubblica e distruggere carriere e vite. Hunsecker usa la sua rubrica come un’arma: con poche parole può lanciare una carriera o affossarla per sempre. La relazione tra Hunsecker e sua sorella Susan (Susan Harrison) aggiunge uno strato ulteriore di complessità psicologica, trasformando il controllo mediatico in una metafora del controllo familiare e personale.

“Piombo Rovente” è un noir che non fa sconti a nessuno. Non ci sono eroi, solo diverse sfumature di antieroi, in un mondo dove l’etica è un lusso che nessuno può permettersi. La regia precisa di Mackendrick, le interpretazioni straordinarie di Lancaster e Curtis, la fotografia espressiva e la colonna sonora jazz di Elmer Bernstein si fondono in un’opera che, più di sessant’anni dopo la sua uscita, rimane di una modernità sconcertante.

Un film essenziale non solo per gli amanti del noir, ma per chiunque sia interessato alle dinamiche del potere mediatico e alle conseguenze morali della ricerca del successo a ogni costo, temi così attuali e presenti anche nella società contemporanea.

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“Harper” di Jack Smight

(USA, 1966)

Il 1966 ha regalato agli amanti del cinema noir un piccolo gioiello intitolato Harper, un film diretto con mano sapiente da Jack Smight e reso indimenticabile dalla straordinaria interpretazione di Paul Newman. In un’epoca in cui il cinema era popolato da eroi monolitici e investigatori dai metodi ortodossi, Harper emerge come un’opera che sfida le convenzioni del genere, portando sul grande schermo un detective dai tratti cinici, disillusi, ma anche incredibilmente affascinanti.

Il film è un adattamento del romanzo “The Moving Target” di Ross Macdonald, e vede Newman vestire i panni di Lew Harper, un investigatore privato che sembra uscito direttamente dalle pagine di Chandler o Hammett, ma con quel tocco di modernità che solo Newman poteva dare. Harper è un personaggio complesso, un uomo la cui vita personale è in rovina, ma che riesce a trovare un equilibrio instabile attraverso il suo lavoro, fatto di casi intricati e relazioni ambigue.

La trama segue Harper mentre indaga sulla scomparsa di un ricco magnate, un caso che lo porterà a confrontarsi con una Los Angeles decadente, piena di personaggi ambigui e situazioni al limite del legale. È qui che il talento di Smight emerge con prepotenza, riuscendo a creare un’atmosfera densa e opprimente, in cui ogni scena è intrisa di una tensione sottile ma persistente. La regia di Smight, pur non avendo il tocco autoriale dei più grandi, è funzionale e incisiva, capace di tenere lo spettatore costantemente sul filo del rasoio.

Ma il vero cuore pulsante di Harper è Paul Newman. Con la sua interpretazione, l’attore riesce a rendere il personaggio di Lew Harper non solo credibile, ma anche profondamente umano. Newman gioca con le sfumature, passando con naturalezza dal sarcasmo al dolore, dalla determinazione alla vulnerabilità. È una performance che cattura l’essenza stessa del detective noir: un uomo che non si ferma davanti a nulla, ma che è anche consapevole delle proprie fragilità.

Il cast di supporto non è da meno, con una brillante Lauren Bacall nel ruolo della moglie del magnate scomparso e un’ottima Janet Leigh che interpreta la moglie di Harper, una presenza costante che ci ricorda il lato più oscuro e malinconico della vita del protagonista.

Harper non è solo un film noir, ma anche un ritratto di un’epoca e di una città. La Los Angeles degli anni ’60 è rappresentata come una metropoli in cui il sogno americano sembra essersi infranto, lasciando spazio solo a illusioni e corruzione. Smight, attraverso la lente di Harper, ci mostra un mondo in cui il confine tra giusto e sbagliato è sempre più sfumato, e in cui i personaggi sono costretti a navigare in acque torbide, alla ricerca di una verità che, forse, non esiste.

In conclusione, Harper è un film che merita di essere riscoperto, non solo per la straordinaria interpretazione di Paul Newman, ma anche per la sua capacità di catturare lo spirito di un genere e di un’epoca. È un’opera che, nonostante i suoi quasi sessant’anni, riesce ancora a coinvolgere e a far riflettere, dimostrando come il noir, quando fatto con intelligenza e passione, possa ancora parlare al cuore e alla mente dello spettatore moderno.

Nel 1975 Stuart Rosenberg dirige il sequel “Detective Harper: acqua alla gola”, sempre tratto da un romanzo di Macdonald e sempre con un grande Paul Newman nei panni del protagonista.

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