“Il ragazzo dai capelli verdi” di Joseph Losey

(USA, 1948)

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi forse – e purtroppo… – non c’è stato un momento più adatto per rivedere questa struggente e al tempo stesso ottimista pellicola firmata dal maestro Joseph Losey.

La guerra è finita da poco e anche nei Paesi che l’hanno vinta ci sono gravi lutti e incolmabili dolori. E’ il caso del piccolo Pietro (che nella versione originale è Peter, e che ha il volto di un giovanissimo Dean Stockwell che nel corso dei decenni successivi parteciperà a grandi film come lo splendido “Paris, Texas” di Wim Wenders o a produzioni televisive di successo come “Quantum Leap”) i cui genitori medici si sono trasferiti dagli Stati Uniti in Europa per portare soccorso ai milioni di bambini tormentati dalla guerra, e che proprio mentre curavano i loro piccoli pazienti a Londra sono periti durante un bombardamento.

L’unica cosa che rimane al piccolo è una lettera scritta dal padre poco prima di morire, che lui dovrà aprire raggiunti i sedici anni. Nessuno ha il coraggio di dare le terribile notizia al piccolo, che con la convinzione che i genitori sono ancora in viaggio viene trasferito – insieme alla sua lettera chiusa – da un parente all’altro fino a quando approda a casa di un lontano parente del padre che lui chiama nonno Fry (Pat O’Brien). Il carattere giovale e scherzoso dell’uomo sembrano tranquillizzare Pietro che lentamente ricomincia a vivere una vita adatta alla sua età.

Partecipando a una raccolta fondi per gli orfani della guerra Pietro incappa in alcuni manifesti che riportano le desolanti fotografie di bambini vittime del conflitto, e ne rimane particolarmente colpito. Un suo compagno, vedendolo turbato per quei bambini sconosciuti, tenta di consolarlo raccontandogli la verità: anche lui è un orfano di guerra e per questo non dovrebbe essere tanto sconvolto.

La sera nonno Fry, per allentare la tristezza di cui è vittima il piccolo, gli racconta del suo unico e grande amore, ragione per la quale ha lasciato l’Irlanda per gli Stati Uniti. Era una splendida e affascinante acrobata che una sera perì cadendo dal trapezio. Amava molto la vita e la sua passione era una piccola pianta che teneva in casa. Quel verde, ricorda commosso Fry, le donava la gioia di vivere e le regalava la speranza per affrontare ogni nuovo giorno.

La mattina dopo Pietro, lavandosi il viso, si accorge che i suoi capelli sono diventati tutti verdi. Nonno Fry lo porta dal dottore che dopo averlo esaminato lo tranquillizza: Pietro sta bene e non è vittima di alcun veleno o temibile malattia. Semplicemente i suoi capelli sono diventati verdi. La reazione dei suoi concittadini, così come quella dei suoi compagni di classe, è però gretta e becera: c’è chi imputa il colore dei suoi capelli al latte avvelenato o chi a una grave malattia contagiosa. C’è anche chi è convinto che la cosa sia un funesto presagio delle gravi calamità che a breve colpiranno la cittadina.

Pietro decide di fare una passeggiata nel bosco e lì, fra i ruderi di una vecchia abitazione, incontra i ragazzi che il giorno prima ha visto sui manifesti. E uno di loro gli rivela il motivo del colore dei suoi capelli: lui è il simbolo della sofferenza che la guerra ha inflitto e continua a infliggere soprattutto ai bambini. La sua chioma è la bandiera del dolore e delle privazioni che subiscono i bambini di tutti i Paesi a causa dei conflitti, e lui dovrà mostrarla a tutti per ricordarglielo.

Ma la becera paura del diverso e dello sconosciuto portano i suoi compagni a tentare un agguato per tagliargli i capelli. Agguato dal quale Pietro riesce a scappare, ma tornato a casa vi trova un Fry triste e rassegnato che lo convince ad andare dal barbiere per tagliarsi i capelli. Dalle vetrine del negozio tutta la città osserva attenta il taglio di capelli di Pietro, alla fine del quale tutti si dileguano senza dire una parola.

Nel cuore della notte Pietro, deluso e arrabbiato, scappa dalla casa di nonno Fry che lo ha profondamente deluso. A ritrovarlo sono degli agenti che lo portano in commissariato dove lo consegnano al medico dei bambini il dottor Evans (Robert Ryan) che, ascoltata attentamente la sua storia, lo esorta a non mollare e ad adempiere al suo compito con la speranza che una volta ricresciuti i suoi capelli siano ancora verdi. Ad attenderlo fuori il distretto c’è un disperato e pentito nonno Fry che gli chiede perdono e gli legge la lettera del padre, che gli lascia l’alto compito di far ricordare a tutti l’orrore della guerra e la sofferenza di tutti bambini.   

Scritto da Ben Barzman e Alfred Lewis Levitt (e tratto da un racconto di Betsy Beaton) “Il ragazzo dai capelli verdi” è un vero e proprio manifesto contro ogni tipo di guerra, a favore di tutte le vittime e contro ogni razzismo o pregiudizio. Non è un caso quindi che lo stesso Losey, poco più di due anni dopo aver girato questo film, in pieno maccartismo, venne inserito nella famigerata lista nera di Hollywood per essere sospettato di attività anti-americane. L’antimilitarismo, la spinta verso la pace e il considerare i bambini al di là del loro Paese d’origine tutti uguali, costrinsero Losey a rimanere in Gran Bretagna, dove si trovava a girare un film.

Da ricordare nel cast anche Robert Ryan, che nella sua carriera impersonò molti “maledetti cattivi” ma che nella vita reale fu un grande paladino dei diritti civili.  

Da vedere e da far vedere nelle scuole.

Il dvd contiene la versione restaurata e colorata, cosa che andava di moda negli anni Ottanta per ridistribuire le pellicole che qualcuno in quel momento considerava erroneamente invendibili così come erano nel loro splendido bianco e nero. Di solito considero la colorizzazione di un film in b/n un vero e proprio scempio, ma bisogna comunque ricordare che grazie a tale iniziativa, fra gli anni Ottanta e i Novanta, vennero “salvate” numerose pellicole che altrimenti sarebbero andate perdute.

E poi, anche se il colore rovina l’atmosfera che solo il b/n può creare, in questo specifico caso, in cui il verde dei capelli di Pietro è davvero centrale nella narrazione, la cosa diventa tollerabile. La versione del dvd riporta il doppiaggio originale fatto quando la pellicola venne distribuita nel nostro Paese, ed è riconoscibile la splendida e giovanile voce dell’indimenticabile Riccardo Cucciolla che doppia l’orfano di guerra che rivela a Pietro la sua alta e fondamentale missione. Versione che però, purtroppo, presenta anche molti difetti. Nella sezione extra ci sono alcuni sfiziosi trailer originali di film anni ’30, ’40 e ’50.

“L’istituto” di Stephen King

(Speling & Kupfer/Mondadori, 2019)

Maledetto di uno Stephen King che anche questa volta non mi hai fatto dormire per finire di leggere il tuo romanzo!

Fin da quando lessi la prima volta “La zona morta”, caro il mio Fedele Scrittore, per poi passare a ”L’ombra dello scorpione”, allo strepitoso “It”, al claustrofobico “Il gioco di Gerald” – e potrei continuare per molto… – mi hai inchiodato alle tue pagine fino all’ultimo rigo. E anche questa volta non mi hai deluso.

In questo angosciante libro ci porti in uno degli incubi di quasi tutti i ragazzini: essere rapiti e allontanati dai propri genitori. Così il dodicenne Luke Ellis, bambino intellettualmente superdotato, in una oscura notte viene rapito dalla sua casa a Minneapolis per risvegliarsi in una sorta di Istituto, perso nei boschi del Maine, dove insieme ad alcuni suoi coetanei viene sottoposto a numerosi e misteriosi esami medici, che sono anche delle vere e proprie torture fisiche e mentali.

Coloro i quali tentano di ribellarsi vengono violentemente picchiati, e per renderli il più possibile remissivi, viene elargito loro alcol e tabacco. Luke non riesce a comprendere come degli adulti possano torturare e picchiare dei bambini e poi la sera tornare a casa come se nulla fosse. Ma la storia, purtroppo, gli ricorda come gli essere umani riescano ad abituarsi a tutto, come quando nazisti e fascisti sterminavano ebrei, disabili, omosessuali o zingari per poi tornare a casa e cenare o giocare con i propri figli.

Ma soprattutto Luke scopre che il motivo per cui è stato rapito non è il suo incredibile intelletto, ma un’altra cosa, che lui ha sempre considerato secondaria. E così i suoi aguzzini a commettono l’errore di considerare secondaria la sua straordinaria intelligenza…

Il Re ci regala un grande e inquietante romanzo che come ritmo e ansia si allinea ai suoi scritti migliori.

E adesso che ho finito questo tuo romanzo, caro Stephen King, come mi addormento?

“Miyo – Un amore felino” di Jun’ichi Satō e Tomotaka Shibayama

(Giappone, 2020)

L’adolescenza non è mai semplice, soprattutto se si è figli unici ed i propri genitori si sono separati. Ma la giovane e solitaria Miyo affronta la sua vita sempre col sorriso sulle labbra, nonostante i drammi interiori che l’affliggono.

La sua vita sembra finalmente avere un senso quando una sera incontra un enorme e magico gatto che le offre una maschera da felino che potrà indossare a suo piacimento che le consentirà di diventare un piccolo felino. La sera stessa Miyo la prove e finisce casualmente fra le braccia di Hinode, un suo compagno di classe.

Hinode prende a ben volere la piccola gattina che battezza Tarō – in ricordo del suo cane ormai scomparso da anni – e alla quale confida tutti i suoi segreti e problemi. Conoscere intimamente Hinode porta Miyo ad innamorarsi di lui, ma diventa sempre più difficile per la ragazza conciliare la vita diurna da adolescente e quella notturna da gatto.

Fra la madre che l’ha abbandonata quando era ancora una bambina, e la nuova compagna del padre con la quale Miyo non riesce ad instaurare un vero rapporto, oltre ai soliti bulli a scuola, la vita felina sembra essere l’unica sostenibile. E così quando il grosso gatto le propone lo scambio definitivo fra la maschera da gatto e quella da umana, Miyo accetta. Ma tutto ha un costo, e spesso molto alto…

Delizioso anime all’insegna della grande tradizione nipponica che li vede fra i più efficaci mezzi per parlare dei travagli dell’adolescenza, soprattutto quelli delle ragazze. Scritto da Mari Okada, il film ci parla con garbo e delicatezza di una delle fasi più complicate della nostra vita.

E ovviamente, visto che è Giapponese, nel film non potevano mancare i gatti, così come nei deliziosi “I sospiri del mio cuore” e il suo spin-off “La ricompensa del gatto“.