
(USA, 2009)
Anche se non sono pochi i film d’animazione che raccontano di un mondo post-apocalittico e distopico – “Nausicaa della Valle del Vento” del maestro Hayao Miyazaki su tutti – così come quelli che parlano di un futuro dove le “macchine” hanno preso il sopravvento sugli esseri umani, questo bel lungometraggio d’animazione scritto da Shane Acker insieme a Ben Gluck e Pamela Pettler – e diretto dallo stesso Acker – merita davvero di essere visto, sia per le sue splendide immagini gotiche, sia per le sue atmosfere cupe e affascinanti che ti entrano dentro come un incubo che non riesci a dimenticare al risveglio.
Ottanta minuti di bel cinema, adatto a tutti – anche se i più piccoli potrebbero trovarlo forse un po’ inquietante – che ci porta in un mondo devastato dove non esistono più esseri umani, solo piccole creature di iuta e metallo che cercano disperatamente di capire cosa è successo e perché loro vivono.
Il protagonista è il numero 9, una creatura risvegliata in un laboratorio abbandonato senza memoria e senza voce, che scopre presto di non essere solo. Ci sono altri come lui, otto per la precisione, ognuno con una personalità distinta, ognuno con un ruolo nella loro piccola società di sopravvissuti. E qui sta la prima grande intuizione di Acker: questi personaggi non sono solo pupazzi animati, sono incarnazioni di aspetti diversi dell’animo umano. C’è il leader autoritario, lo scienziato curioso, il guerriero coraggioso, il folle visionario. Sono frammenti di umanità in un mondo dove l’umanità non c’è più.
La trama si sviluppa come un puzzle che si ricompone pezzo dopo pezzo, rivelando la verità su cosa ha causato l’apocalisse e perché queste creature sono state create. Acker non ti dà tutto subito, ti fa lavorare, ti costringe a guardare con attenzione i dettagli, le scritte sui muri, gli oggetti sparsi in questo mondo morto. E quando capisci cosa è successo davvero, quando scopri il ruolo che ha avuto l’intelligenza artificiale e soprattutto l’arroganza umana nel causare la fine di tutto, senti un brivido che va oltre la semplice paura. Perché quello che racconta “9” non è poi così lontano dal nostro presente, dalle nostre ansie tecnologiche, dalla nostra paura che le macchine possano davvero prendere il controllo.
Prodotto da Tim Burton – e si vede eccome, in quella estetica dark che mescola il gotico con lo steampunk, in quei paesaggi desolati che sembrano usciti da un quadro espressionista – e da Timur Bekmambetov, il regista russo dell’adattamento cinematografico de “I guardiani della notte”, “9” non è solo per gli appassionati del genere, ma per tutti quelli che amano la fantascienza, quella fantascienza che raccontando del nostro ipotetico futuro parla in realtà anche del nostro presente.
Le animazioni sono straordinarie, con un livello di dettaglio che lascia a bocca aperta. Vedi i punti di cucitura sulla iuta, vedi la ruggine sul metallo, vedi la polvere che si solleva quando camminano. È un mondo visivamente ricchissimo, dove ogni inquadratura potrebbe essere un quadro a sé stante. I colori sono prevalentemente seppia, grigi e marroni, ma quando compare un lampo di luce verde – il colore dell’energia vitale che anima queste creature – l’impatto visivo è potentissimo.
Ma non è solo una questione estetica. Acker usa il design visivo per raccontare la storia. Le rovine della civiltà umana sono ovunque: scheletri arrugginiti di automobili, edifici crollati, simboli di propaganda bellica sbiaditi sui muri. È un mondo che porta i segni di una guerra che gli umani hanno combattuto contro se stessi, o meglio, contro le proprie creazioni. E in questo senso “9” dialoga con tutta una tradizione di storie sulla ribellione delle macchine, da “Metropolis” fino a “Matrix”, passando per “Terminator”.
Le creature antagoniste sono macchine mostruose, ibridi di tecnologia e biomeccanica che sembrano uscite da un incubo. Cacciano i nostri protagonisti con una spietatezza che fa ancora più impressione perché è fredda, meccanica, priva di emozione. Sono la perfezione della logica portata all’estremo, l’efficienza senza compassione. E i nostri eroi di stoffa devono sopravvivere usando l’ingegno, il coraggio e soprattutto quella cosa che le macchine non hanno: la capacità di sacrificarsi per gli altri.
Perché alla fine “9” è anche questo: una storia sul sacrificio, sulla scelta di proteggere qualcosa di più grande di te stesso. Il personaggio del numero 9 parte come una tabula rasa e nel corso del film impara cosa significa essere vivi, cosa significa avere una comunità, cosa significa lottare per qualcosa in cui credi. E quando alla fine deve fare la scelta più difficile, quando deve decidere se salvare se stesso o gli altri, capiamo che questa piccola creatura di iuta ha dentro di sé più umanità di quante ne avessero gli esseri umani che l’hanno creata.
“9” è un film coraggioso perché non ha paura di essere cupo, di mostrare la morte e la distruzione, di parlare di temi pesanti come la responsabilità della scienza e il prezzo del progresso. E lo fa attraverso l’animazione, un mezzo che troppo spesso, soprattutto nel nostro Paese, viene considerato solo per le più piccole e i più piccoli, dimostrando invece che si possono raccontare storie mature e complesse anche con personaggi che sembrano pupazzi di pezza.
È un film che merita di essere recuperato, rivisto, rivalutato. Perché in questi ottanta minuti c’è più cinema, più immaginazione, più coraggio di quanto non ce ne sia in tanti blockbuster milionari. E perché ci ricorda che le storie migliori sono quelle che ci fanno pensare, che ci interrogano, che ci mostrano uno specchio in cui forse non vogliamo guardarci ma da cui non riusciamo a distogliere lo sguardo.
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