
(UK, 1979)
Nel 1979, Terry Jones dirige quello che probabilmente rappresenta l’apice creativo dei Monty Python: “Brian di Nazareth”. Un’opera che, a distanza di quasi mezzo secolo, conserva intatta la sua forza dirompente e la sua capacità di scandalizzare, far riflettere e, soprattutto, far ridere.
Brian Cohen, interpretato da Graham Chapman, è un giovane ebreo della Giudea del I secolo d.C. che, per una serie di equivoci sempre più grotteschi, viene scambiato per il Messia. La sua vicenda si dipana parallelamente a quella del vero Gesù, di cui sentiamo solo gli echi lontani durante il celeberrimo Discorso della Montagna.
Il gruppo comico britannico, formato da Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin, costruisce una satira feroce ma mai banale del fanatismo religioso, dell’estremismo politico e della stupidità umana in generale. La genialità dell’operazione risiede nel non prendersela direttamente con il cristianesimo o con la figura storica di Gesù, ma piuttosto con l’interpretazione cieca e acritica dei messaggi religiosi e con la tendenza umana a seguire leader carismatici senza porsi domande.
Ciò che rende “Brian di Nazareth” un’opera straordinaria è la sua capacità di essere irriverente senza essere volgare, blasfemo senza essere offensivo verso la sincera fede religiosa. I Python prendono di mira l’istituzione, la dogmatica, il fanatismo, ma mai la spiritualità autentica. È una distinzione sottile ma fondamentale che dimostra la maturità intellettuale degli autori. Una sottigliezza che molti, all’epoca, non compresero, accecati dal bisogno di gridare solo “allo scandalo” soprattutto nei confronti della produzione televisiva internazionale “Gesù di Nazareth” diretta da Franco Zeffirelli nel 1977.
Nell’opera dei Monty Phyton è particolarmente brillante la satira del settarismo politico, incarnata dal “Fronte Popolare di Giudea” e dal “Fronte di Giudea del Popolo”, organizzazioni che si odiano reciprocamente pur condividendo gli stessi identici obiettivi. Un’anticipazione geniale di dinamiche che ritroviamo puntualmente in quasi ogni movimento rivoluzionario.
La scena del mercato dove Brian cerca di nascondersi fingendo di essere un venditore di barbe finte, quella della con lapidazione, l’udienza davanti a Ponzio Pilato (Michael Palin) con il suo difetto di pronuncia, sono momenti di pura comicità che si sono impressi nell’immaginario collettivo, diventando citazioni cult.
Particolarmente riuscita è la gestione dei tempi comici: Terry Jones sa quando indugiare su una battuta e quando invece accelerare il ritmo per non perdere l’attenzione dello spettatore. Il montaggio, curato da Julian Doyle, è serrato ma mai frenetico, permettendo a ogni gag di svilupparsi completamente.
Graham Chapman ci regala una delle sue interpretazioni più convincenti nel ruolo del protagonista. Il suo Brian è un antieroe perfetto: inadeguato, spaventato, ma fondamentalmente onesto. Chapman riesce a mantenere un equilibrio difficilissimo tra comico e drammatico, rendendo credibile un personaggio che potrebbe facilmente scadere nella caricatura.
John Cleese è magnifico nei suoi vari ruoli, dal centurione romano al rivoluzionario. La sua capacità di passare da personaggio all’altro, senza perdere mai la propria identità comica, è straordinaria.
Eric Idle sfoggia il suo talento musicale con “Always Look on the Bright Side of Life”, una canzone apparentemente leggera che nasconde una filosofia esistenziale profonda e che è diventata un vero e proprio inno alla resilienza.
Michael Palin è delizioso in tutti i suoi ruoli, da Ponzio Pilato all’ex lebbroso guarito miracolosamente che rimpiange i bei tempi della questua.
La pellicola scatenò all’epoca polemiche feroci. Fu bandita in numerosi paesi, censurata in altri, e ancora oggi in alcuni luoghi viene proiettata con restrizioni. Nel nostro Paese uscì ufficialmente solo nel 1991. Paradossalmente, questo scandalo non fece altro che aumentare la fama del film e sottolinearne l’importanza culturale.
Il film rappresenta anche un momento di svolta nella carriera del gruppo: dopo questo successo, i Monty Python si concentreranno sempre più su progetti individuali, rendendo “Brian di Nazareth” una sorta di canto del cigno della loro collaborazione più intensa.
A quarantacinque anni dalla sua uscita, “Brian di Nazareth” mantiene intatta la sua forza comica e la sua rilevanza sociale. In un’epoca in cui il fanatismo religioso e il settarismo politico sono drammaticamente attuali, la lezione dei Monty Python appare più che mai necessaria.
È un film che fa ridere e fa pensare, che intrattiene e educa, che diverte e inquieta. È, in una parola, quello che il cinema dovrebbe sempre essere: arte e intrattenimento fusi in un’opera che parla al presente rimanendo fedele al suo tempo.
Un capolavoro assoluto della commedia cinematografica, da rivedere periodicamente per ricordarci quanto sia salutare, di tanto in tanto, ridere di noi stessi e delle nostre convinzioni più radicate.
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