“Subway” di Luc Besson

(Francia, 1985)

Tutto nasce dall’attesa. Luc Besson, ventitré anni, aspetta la sua ragazza davanti a una stazione della metropolitana di Parigi e invece di annoiarsi comincia a guardare. Guarda le persone che scendono, quelle che salgono, quelle che restano lì sotto senza una destinazione precisa, come se i corridoi della metro fossero un mondo parallelo con le sue regole, la sua fauna, la sua ecologia sotterranea. Da quella lunga attesa — e da una ragazza che probabilmente era in ritardo — nasce uno dei film più particolari del cinema francese degli anni Ottanta. Nasce Subway che approderà nelle sale un paio di anni dopo.

La cosa che colpisce, ancora oggi, è il coraggio della proposta. Besson non sta girando un film di genere nel senso tradizionale del termine: sta costruendo un universo. Un universo che esiste sotto Parigi, fatto di neon, cemento, binari e personaggi che sembrano fuggiti da qualche altra storia e si sono ritrovati lì, in fondo alle scale mobili, senza sapere bene come tornare su. Fred — Christophe Lambert, capelli decolorati, sorriso storto, quella faccia che sembra sempre sul punto di dire qualcosa di vagamente irresponsabile — è uno di questi fuggitivi. Ha rubato dei documenti a un ricco imprenditore, si è calato nelle viscere della capitale e ha deciso che là sotto si vive meglio. Forse ha torto. Forse ha ragione. Besson non si pronuncia.

Lambert era già stato Tarzan sullo schermo l’anno prima, in Greystoke – La leggenda di Tarzan, il signore delle scimmie e qui sembra portare addosso ancora un po’ di quell’aria selvaggia adattata, però, alla giungla artificiale della metropolitana. Non è un eroe, Fred. Non è nemmeno un antieroe nel senso cinematograficamente consolidato del termine. È una specie di spirito libero con cattive abitudini e un’irresistibile tendenza ad attirare guai. Lambert lo abita con quella leggerezza peculiare che ha sempre contraddistinto le sue interpretazioni migliori: non si prende troppo sul serio, e questo salva il personaggio dalla deriva del protagonista-simbolo.

Isabelle Adjani è Héléna, moglie del ricco derubato e donna che scende nella metropolitana per recuperare i documenti ma finisce per restare. Restare a guardare Fred, restare a sentire quella musica strana e improvvisata che sale dai corridoi, restare dentro qualcosa che non sa ancora come chiamare. Adjani, soprattutto in quegli anni, era di un fascino quasi imbarazzante, e Besson lo sa benissimo: la inquadra con rispetto, ma anche con la consapevolezza che Héléna non è lì soltanto per essere guardata. C’è qualcosa che vuole, qualcosa che la vita in superficie non le ha dato. Cosa sia esattamente, il film lo lascia nell’aria, sospeso come del fumo sotto la luce dei neon.

E poi c’è Jean Reno. Il film lo presenta semplicemente come il batterista, e Jean Reno fa esattamente quello: suona. Ma lo fa con quella presenza fisica quieta e assoluta che caratterizzerà tutta la sua carriera successiva. Subway è il film che sancisce definitivamente il sodalizio tra Reno e Besson – dopo il post-apocalittico Le dernier combat del 1983 – e già è evidente che i due si capiscono, che parlano la stessa lingua cinematografica. Il personaggio del batterista non ha molto da dire, ma non ne ha bisogno: basta che sia lì, che suoni, che occupi lo spazio con quella sua naturalezza placida e un po’ misteriosa.

Besson, giovanissimo, costruisce il film come si costruisce un sogno: con una logica interna che non segue le regole della superficie. La trama c’è, è solida abbastanza da reggere i novanta e passa minuti, ma non è quello il punto. Il punto è l’atmosfera. Quella metropolitana ricostruita parzialmente in studio e parzialmente girata nelle stazioni reali di Parigi diventa un personaggio a sé: buia e colorata insieme, minacciosa e stranamente accogliente, labirinto e rifugio. Eric Serra – amico personale di Besson e che interpreta il ruolo del bassista – contribuisce con una colonna sonora che mescola elettronico e orchestrale con quella disinvoltura che solo lui sapeva avere e che trova il suo apice nella deliziosa It’s Only Mystery.

Nel cast, non a caso, ci sono anche altri attori – oltre al monumentale Michel Galabru, colonna portante del cinema transalpino già dagli anni Sessanta e interprete, per esempio, nel 1978 dello strepitoso Il vizietto di Eduard Molinaro – che diventeranno centrali nel cinema francese degli anni successivi come: Jean-Pierre Bacri, Richard Bohringer e Jean-Hugues Anglade.

Forse non tutto funziona perfettamente in Subway. Ci sono momenti in cui la leggerezza scivola verso il capriccio, in cui la volontà di stupire prevale su quella di convincere. Ma sarebbe sbagliato usare questo come argomento contro il film, perché Subway non ha mai preteso di essere un’opera completamente riuscita nel senso convenzionale del termine. Pretende, invece, di essere un oggetto cinematografico personale, vivo, riconoscibile. E su questo piano funziona benissimo.

Guardarlo oggi, a oltre quarant’anni dalla sua uscita, è come aprire una capsula del tempo. C’è dentro tutta l’energia degli anni Ottanta francesi, con quella voglia di fare cinema che mescolasse il dinamismo americano con qualcosa di più europeo, più strano, di meno disposto a spiegare tutto fino in fondo. C’è dentro un regista che stava trovando la sua voce — Le Grand Bleu arriverà tre anni dopo, il tosto Nikita cinque e l’indimenticabile Leon nove — e che usa quella che ha per raccontare quello che ha visto aspettando davanti ad una fermata della metropolitana.

Meritava di aspettare ancora un po’, quella ragazza. O forse era arrivata in anticipo, e Besson aveva finto di non vederla per continuare a sviluppare la sua idea.

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“Il vizietto” di Edouard Molinaro

(Italia/Francia, 1978)

Sono passati oltre quarant’anni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, e da allora sono stati girati innumerevoli film sull’omosessualità, ma questa pellicola di Edouard Molinaro rimane davvero tanto attuale.

Sia per la straordinaria bravura dei suoi protagonisti Ugo Tognazzi e Michel Serrault, sia per la sua sceneggiatura fresca, ironica e tagliente, con battute straordinarie.

Nel 1973 debutta al Palais-Royal – edificio seicentesco e storico di Parigi ospitante il Consiglio di Stato e il Consiglio Costituzionale, oltre che un teatro della Comédie-Française – la commedia/farsa “La cage aux folles” (che letteralmente sarebbe “La gabbia delle matte”) scritta dall’attore Jean Poiret, che la interpreta accanto a Michel Serrault.

Il successo è strepitoso e le repliche si protraggono per cinque anni. In Italia furoreggiano le Sorelle Bandiera, battezzate e portate in televisione da Renzo Arbore, e così alcuni produttori pensano di adattare la commedia per il grande schermo.

Michel Serrault mantiene la sua parte di Albin/Zazà, mentre il ruolo che era di Jean Poiret viene affidato a Ugo Tognazzi che impersona Renato Baldi. La sceneggiatura viene scritta dallo stesso Poiret assieme a Molinaro, Marcello Danon e Francis Veber (che poi firmerà altre sceneggiature di grandi incassi come “La capra” e “La cena dei cretini”).

Il successo al cinema è clamoroso e pochi mesi dopo l’uscita nelle sale viene messo in cantiere il primo sequel (che non è all’altezza dell’originale, così come sarà mediocre il terzo episodio “Matrimonio col vizietto” del 1985).

La coppia Serrault-Tognazzi si dimostra come una delle migliori del cinema comico, e nella nostra versione non può non essere ricordato insieme a loro Oreste Lionello che doppia straordinariamente Serrault.

Nel rivederlo oggi, io che bambino lo vidi al cinema divertendomi per quegli uomini stranamente vestiti da donna, comprendo adesso il grande rispetto che Tognazzi e Serrault misero nel portare sullo schermo i vizi, le debolezze ma anche l’infinita tolleranza e il coraggio degli omosessuali di allora.

I veri ridicoli nel film sono i bigottoni dei Charrier, il cui capofamiglia è interpretato da uno strepitoso Michel Galabru, ma soprattutto i due giovani che vogliono sposarsi e che sono disposti a calpestare i sentimenti dei genitori pur di realizzare il loro sogno d’amore, e questo vale soprattutto per Laurent che deride e critica aspramente il padre Renato per il suo stile di vita.

A tal proposito, è giusto ricordare come lo stesso Tognazzi, all’uscita del film in Italia, protestò per il titolo scelto “Il vizietto”, che sembrava riferirsi con accezione negativa all’omosessualità dei protagonisti.

E anche se ufficialmente il vizietto è quello di Renato che una volta ogni vent’anni viene colto dalla voglia di avere un rapporto sessuale con una donna, il titolo del film divenne nel nostro Paese, per qualcuno, il termine becero e stereotipato per riferirsi a un omosessuale.

“Il vizietto” è un film immortale, e non solo per i numerosi premi vinti come il Golden Globe, il David di Donatello, il Cèsar e le due candidature all’Oscar come Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Non Originale, ma perché è, soprattutto, tanto attuale.

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