
(Italia, 1977)
Ettore Scola scrive – insieme a Ruggero Maccari e con la collaborazione di Maurizio Costanzo – e poi dirige uno dei manifesti più potenti, toccanti e umanamente devastanti che il cinema italiano abbia saputo creare contro l’omofobia e la condizione servile della donna durante il ventennio fascista. Un film che, a quasi cinquant’anni dalla sua uscita, conserva intatta una forza dirompente che va ben oltre la sua cornice storica per parlarci, con dolorosa urgenza, del nostro presente.
Quella giornata particolare del 6 maggio 1938 – quando Hitler venne accolto a Roma in pompa magna, tra sventolio di bandiere, parate e deliri collettivi orchestrati dalla propaganda mussoliniana – diventa per Scola lo sfondo tragicamente ironico su cui inscenare l’incontro tra due anime ferite, due emarginati che il regime vorrebbe invisibili: Antonietta, casalinga oppressa e sfinita da un marito fascista e sei figli; e Gabriele, speaker radiofonico omosessuale che sta per essere deportato al confino.
Per quanto riguarda l’omosessualità, è vero che fortunatamente le cose sono cambiate rispetto a quegli anni bui in cui essere gay significava finire al confino, perdere il lavoro, essere cancellati dalla società. Ma di strada ancora ce n’è da fare, eccome. La cronaca purtroppo ci riporta ancora di persone – soprattutto giovani, ragazzine e ragazzini che dovrebbero solo preoccuparsi di vivere la loro adolescenza – che vengono perseguitate, bullizzate, emarginate o, peggio ancora, si tolgono la vita per la propria sessualità: incompresa, derisa, condannata da chi non riesce ad accettare che l’amore non ha un solo colore, una sola forma. Ogni volta che leggiamo di una ragazza o di un ragazzo che non ha retto al peso dell’odio altrui, dovremmo fermarci e chiederci a che punto siamo davvero arrivati come società civile.
Per quanto riguarda la condizione delle donne, mi piacerebbe tanto raccontare altro. Mi piacerebbe dire che nel nostro Paese – che partecipa al G7, che si fregia di essere una democrazia avanzata – la considerazione di una donna al lavoro come in famiglia sia esattamente uguale a quella di un uomo. Ma non è così, e negarlo sarebbe ipocrita. Il femminicidio e gli abusi sulle donne sono reati che quotidianamente riempiono le cronache delle nostre testate, numeri che fanno rabbrividire e che raccontano di una violenza strutturale, radicata, che non accenna a diminuire. Per non parlare poi del ruolo della donna – soprattutto se è mamma – nel mondo del lavoro: discriminazioni salariali, mancate assunzioni, carriere stroncate dalla maternità, come se mettere al mondo un figlio fosse una colpa e non un dono alla società. Le eccezioni, purtroppo, si contano sulla dita delle mani.
Non siamo ancora alla situazione di quel lontano 6 maggio del 1938, quando le donne stavano affacciate alle finestre ad applaudire il Duce e il Führer mentre gli uomini sfilavano in divisa, questo è innegabile. Ma non ne siamo però ancora così lontani come vorremmo credere. Non si sbaglia mai a ricordare – anzi, è doveroso farlo – che nel nostro Paese le donne hanno potuto votare per la prima volta, senza vincoli di alcun tipo, solo nel 1946. Ottant’anni fa. Non secoli fa: ottant’anni. Una manciata di generazioni che ci separa da quando metà della popolazione era considerata di serie B per legge.
Ma tornando al film di Scola – perché di questo capolavoro assoluto dobbiamo parlare – merita un plauso particolare Sophia Loren, che intelligentemente e coraggiosamente ha accettato di farsi invecchiare, sciupare, nascondere le proprie curve che anche allora erano davvero prorompenti e che l’avevano consacrata diva internazionale. Loren si cancella dietro Antonietta, una donna stanca, sfiorita, schiacciata da una vita che non le appartiene, con quella camicia da notte logora e quei capelli scompigliati che raccontano più di mille parole. È un atto di generosità artistica raro, soprattutto per un’attrice del suo calibro: sacrificare il proprio sex appeal, la propria immagine iconica, per rendere il personaggio ancora più credibile, più vero, più dolorosamente umano.
E applausi scroscianti anche a Marcello Mastroianni per la sua interpretazione garbata, raffinata, mai sopra le righe eppure tremendamente efficace di Gabriele, un omosessuale degli anni Trenta che non cade mai nella caricatura ma si muove con una dignità silenziosa, una malinconia che ti entra nelle ossa. Mastroianni costruisce un personaggio di una delicatezza disarmante, dove ogni sguardo, ogni gesto trattenuto racconta la solitudine e la paura di chi sa che il suo destino è già segnato. La chimica tra lui e Loren è magnetica: due reietti che per poche ore si concedono il lusso di essere semplicemente umani, di esistere al di fuori delle gabbie in cui il regime li ha rinchiusi.
Ed infine ecco la chicca, l’ironia involontaria della storia: a impersonare la figlia adolescente di Antonietta c’è una giovanissima Alessandra Mussolini. Sì, proprio lei: la nipote del Duce che recita in un film che smonta pezzo per pezzo l’ideologia del nonno. Il cinema ha questi cortocircuiti meravigliosi. Che la politica c’abbia rubato una grande attrice? …Ma resta comunque un dettaglio bizzarro, uno di quei paradossi che solo il cinema sa regalare.
“Una giornata particolare” è un film necessario, doloroso, luminoso nella sua oscurità. Un film che andrebbe fatto vedere nelle scuole, nelle case, ovunque ci sia qualcuno che pensa che certe battaglie siano ormai vinte. Perché la storia ci insegna che i diritti conquistati possono sempre essere persi, che l’intolleranza non è mai morta del tutto, che basta poco perché torni a galla. Ettore Scola ci ha lasciato un monito che è anche una carezza, un invito a non voltarci dall’altra parte, a non dimenticare. Mai.
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