“Fronte del porto” di Elia Kazan

(USA, 1954)

Ogni tanto la cronaca ti sbatte in faccia un film come se fosse un giornale appena uscito. Succede con “Fronte del porto”, succede spesso, e succede ancora adesso, in questi mesi in cui l’Italia fa i conti con il caporalato finito sotto la lente delle Procure di varie grandi città. Cambiano i decenni, cambiano i secoli, cambiano le latitudini, cambiano persino gli strumenti — oggi ci sono anche gli algoritmi a gestire il caporalato digitale — ma il meccanismo è lo stesso: qualcuno che ha il potere tiene qualcun altro in pugno con la paura, il ricatto e, quando serve, con qualcosa di più definitivo. Elia Kazan lo sapeva già nel 1954. E lo raccontò con una lucidità che fa ancora male.

I moli di Hoboken, New Jersey. Nebbia, gru arrugginite, giacche sgualcite. La camorra portuale tiene i lavoratori legati con la stessa logica di ogni sistema di sopraffazione: nessuno parla, nessuno vede, nessuno sa. In questo mondo incontriamo Terry Malloy. E Marlon Brando lo porta sullo schermo in un modo che ancora oggi, a oltre settant’anni di distanza, lascia a bocca aperta.

Brando non recita. Respira. Pensa. Esita. Quel suo modo di mangiare le parole, di lasciarle a metà, di giocare con un guanto mentre dice cose importantissime senza guardare negli occhi chi lo ascolta, è una lezione di cinema che non ha mai trovato un manuale capace di spiegarla davvero. Terry è un ex pugile che ha svenduto la sua carriera per compiacere il boss di suo fratello, e lo sa. Se lo porta addosso come una cicatrice che non si vede ma si sente a ogni passo. È un uomo che ha imparato a non pensare troppo per sopravvivere, e che proprio per questo, quando comincia a pensare, non riesce più a smettere.

Al suo fianco c’è Edie, interpretata da Eva Marie Saint, alla sua prima prova cinematografica importante e già formidabile. Una giovane donna che cerca giustizia per suo fratello ucciso dai padroni del porto, e che con la sua presenza silenziosa e determinata scalfisce l’armatura di cinismo che Terry si è costruito negli anni. Eva Marie Saint ha quella qualità rara di sembrare vera in ogni singolo fotogramma, di non sembrare mai un’attrice che recita ma una persona che vive. In Italia la voce di Andreina Pagnani — sempre magistrale nel trovare la misura giusta, mai sopra le righe — le regala una profondità ulteriore, quel calore umano che rende il personaggio ancora più credibile.

Karl Malden è Padre Barry, il prete che non si accontenta di predicare rassegnazione ai poveri ma scende tra i moli e paga il prezzo di chi sceglie il lato giusto anche quando è il lato scomodo. Kazan e Brando lo conoscevano bene Malden: erano stati insieme in “Un tram che si chiama desiderio” — prima a Broadway e poi nel film del 1951 — e quella confidenza costruita sulle tavole del palcoscenico si sente in ogni inquadratura. C’è un’intesa tra lui e Brando che non si insegna, si guadagna nel tempo.

Rod Steiger interpreta Charley, il fratello di Terry, uomo di fiducia del boss – impersonato da un duro e come sempre bravo Lee J. Cobb – e anche lui prigioniero di un sistema che non lascia uscire nessuno pulito. La scena in taxi tra lui e Brando è probabilmente uno dei duelli attoriali più intensi della storia del cinema americano. Due uomini di fronte alla verità di ciò che sono stati l’uno per l’altro. Una scena scritta da Budd Schulberg con la precisione chirurgica di chi conosce le ferite che fanno davvero male.

E poi c’è la musica di Leonard Bernstein — il solo, unico, grande Leonard Bernstein — che firma una colonna sonora che non accompagna il film ma lo abita. Quei fiati aspri, quella tensione che non si scioglie mai del tutto, quel ritmo che ricorda il jazz ma ha qualcosa di più oscuro, di più urbano. Bernstein non addolcisce nulla. Anzi, radicalizza, amplifica, sottoscrive ogni scena con la sua firma inconfondibile.

Kazan dirige con una macchina da presa che sembra sempre nel posto giusto, mai invadente, mai compiaciuta. Gira nei luoghi reali con una luce che rende tutto grigiastro e bello allo stesso tempo. Non c’è glamour in questo film. C’è vita. C’è la stessa vita che oggi si consuma in un campo a cinque euro l’ora in nero, in un magazzino di pronto moda con i turni che non finiscono mai, o su una bicicletta pedalando per consegnare pranzi e cene.

“Fronte del porto” resta, a distanza di tanti decenni, uno di quei rari casi in cui tutto — regia, sceneggiatura, recitazione, musica, fotografia — funziona all’unisono. Non è nostalgia quella che si prova rivedendolo. È qualcosa di più scomodo: la consapevolezza che la storia che racconta non è mai diventata storia passata.

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“Un cappello pieno di pioggia” di Fred Zinnemann

(USA, 1957)

Nel 1957, Fred Zinnemann realizza “Un cappello pieno di pioggia”, un dramma familiare di rara intensità che si inserisce perfettamente nella tradizione del realismo sociale americano degli anni Cinquanta. Tratto dalla pièce teatrale di Michael Vincente Gazzo, il film affronta con coraggio un tema allora quasi tabù: la tossicodipendenza e le sue devastanti conseguenze anche nei rapporti familiari.

La storia ruota intorno a Johnny Pope, interpretato con straordinaria intensità da Don Murray, un reduce della guerra di Corea che ha sviluppato una dipendenza dalla morfina dopo essere stato ferito e fatto prigioniero in battaglia. Rientrato a New York, Johnny vive con la moglie Celia (Eva Marie Saint) e il fratello Polo (Anthony Franciosa) in un modesto appartamento nel Lower East Side, nascondendo disperatamente a tutti, tranne che al fratello, la sua tragica condizione.

Zinnemann, che aveva già dimostrato la sua sensibilità nel trattare tematiche sociali con capolavori come “Da qui all’eternità” e “Mezzogiorno di fuoco”, costruisce un film che è insieme denuncia sociale e profondo ritratto psicologico. La macchina da presa del regista austriaco si muove negli angusti spazi dell’appartamento newyorchese con la precisione di un bisturi chirurgico, catturando ogni sfumatura emotiva di personaggi intrappolati in una tragedia moderna.

L’aspetto più straordinario di “Un cappello pieno di pioggia” è la sua capacità di evitare ogni forma di melodramma facile o di moralismo predicatorio. Zinnemann affronta la tossicodipendenza non come un vizio da condannare, ma come una malattia che distrugge non solo chi ne soffre, ma l’intera rete di relazioni familiari e affettive che lo circonda. Il film è un’analisi spietata ma compassionevole di come la dipendenza trasformi anche le persone più amorevoli in bugiarde, manipolatrici e, infine, profondamente sole.

Don Murray offre un’interpretazione di devastante verità, riuscendo a rendere credibile e toccante un personaggio che potrebbe facilmente risultare antipatico. Il suo Johnny è un uomo distrutto dalla vergogna e dalla paura, incapace di chiedere aiuto per timore di deludere chi ama. Murray riesce magistralmente a mostrare come dietro ogni bugia, ogni sotterfugio, ogni momento di apparente crudeltà, si nasconda una disperazione profonda e un amore genuino che la dipendenza ha reso tossico.

Eva Marie Saint, che aveva già brillato in “Fronte del porto” di Elia Kazan, qui compone un ritratto femminile di grande complessità. La sua Celia non è la moglie-vittima stereotipica, ma una donna intelligente e determinata che lotta per salvare il proprio matrimonio pur non comprendendo completamente cosa stia accadendo. Saint riesce a trasmettere tutta la frustrazione di chi ama qualcuno che sta lentamente scomparendo, trasformandosi in un estraneo.

Anthony Franciosa, nei panni del fratello Polo, offre forse l’interpretazione più sottile del film. Il suo personaggio si trova nella posizione impossibile di chi conosce la verità ma non può rivelarla, dividendosi tra la lealtà fraterna e l’amore per la cognata. Franciosa rende palpabile il peso di questo segreto che diventa un fardello insopportabile.

Completano il quadro interpretativo Lloyd Nolan, nei panni del padre di Johnny e Polo, che incarna quella generazione di americani incapaci di comprendere i traumi psicologici della guerra, e William Hickey, nel ruolo del piccolo spacciatore che rappresenta il lato più sordido e predatorio della dipendenza.

Dal punto di vista tecnico, il film si distingue per la sua estetica volutamente anti-spettacolare. La fotografia di Joseph MacDonald privilegia i primi piani e i piani ravvicinati, creando un’atmosfera claustrofobica che riflette la condizione psicologica dei protagonisti. Gli ambienti, ricostruiti con precisione quasi documentaristica, restituiscono perfettamente l’atmosfera della cosiddetta “Working Class” newyorchese degli anni Cinquanta.

La regia di Zinnemann è un modello di controllo e precisione. Il regista evita accuratamente ogni effetto scenografico che potrebbe distrarre dall’intensità drammatica della storia, concentrandosi invece sulla costruzione di una tensione crescente che culmina nell’inevitabile resa dei conti familiare.

“Un cappello pieno di pioggia” rappresenta un esempio significativo di come il cinema americano degli anni Cinquanta sapesse affrontare tematiche sociali complesse senza rinunciare al rigore artistico. Il film anticipa di anni molte delle preoccupazioni sociali che sarebbero esplose negli anni Sessanta, dimostrando una lucidità sociologica che lo rende ancora oggi drammaticamente attuale.

In un’epoca in cui la dipendenza da sostanze continua a essere un flagello sociale devastante, la pellicola di Zinnemann mantiene intatta la sua forza emotiva e la sua rilevanza civile. Il film ci ricorda come la tossicodipendenza non sia mai solo un problema individuale, ma una tragedia collettiva che coinvolge famiglie intere, trasformando l’amore in sofferenza e la vicinanza in distanza.

“Un cappello pieno di pioggia” è un film che non cerca consolazioni facili o un lieto fine rassicurante. È un’opera dura, onesta e profondamente umana che guarda in faccia la realtà senza girarle attorno. Un piccolo capolavoro del cinema sociale americano che merita di essere riscoperto e apprezzato per la sua straordinaria modernità espressiva e tematica.

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“Intrigo internazionale” di Alfred Hitchcock

(USA, 1959)

L’anno in cui all’Eliseo si insedia Charles de Gaulle come primo Presidente della V Repubblica Francese, e sulla RAI viene trasmesso il Primo Festival della Canzone del Bambino “La Zecchino d’Oro”, esce negli Stati Uniti “North by Northwest”, uno dei capolavori assoluti del maestro Alfred Hitchcock.

A partire dai titoli di testa, il film segna in maniera indelebile il cinema in generale, e quello d’azione nella specifico. Non è un caso quindi che i produttori di quella che diventerà una della saghe più longeve della storia del cinema, per il loro “007 Licenza di uccidere” volevano non solo Cary Grant come James Bond, ma soprattutto Hitchcock come regista.

Ma il genio inglese trapiantato a Hollywood rifiutò perché il progetto non lo stimolava, e soprattutto perché intento a preparare un’altra pietra miliare assoluta come “Psyco”. La sceneggiatura è firmata da Ernest Lehman – autore di script di pellicole come “Sabrina” di Billy Wilder, “West Side Story” e “Lassù qualcuno mi ama” di Robert Wise – che confeziona per il maestro del thriller un plot accattivante ma non particolarmente strutturato.

A farlo diventare un capolavoro è infatti il regista, che gira delle scene strepitose con delle immagini ancora oggi indimenticabili. E così dal classico – e molto caro a Hitchcock – scambio di persona arriviamo a scoprire un pericoloso e grave …intrigo internazionale. Ma i dialoghi hanno poco spazio rispetto alle immagini e alla superbe musiche firmate da Bernard Herrmann, musicista molto amato da Hitchcock e con cui collaborerà frequentemente, e autore di quelle di film come “Quarto potere” di Orson Welles, “Taxi driver” di Martin Scorsese, “Obsession – Complesso di colpa” di Brian De Palma, e di alcuni episodi delle prime stagioni di “Ai confini della realtà” di Rod Serling.

Ma non solo, proprio perché fra i preferiti di Hitchcock, Herrmann verrà chiamato anche da Truffaut per il quale firmerà la colonna sonora dei film “Fahrenheit 451” e “La sposa in nero”. E proprio nello splendido libro “Il cinema secondo Hitchcock” firmato dallo stesso Truffaut, che raccoglie una lunghissima intervista – durata alcuni decenni – al grande cineasta inglese fatta dall’indimenticabile cineasta francese, Hitchcock parla delle genesi di alcune scene di “North by Northwest”.

Come quella dell’agguato a Roger Thornhill/Cary Grant che in realtà all’inizio avrebbe dovuto consumarsi nel cuore della notte, in un luogo angusto e buio dei bassifondi della città. Ma Hitchcock in ogni fotogramma voleva sempre “alzare l’asticella” e così impose a Lehman di riscriverlo ambientandolo alla luce del sole e in un posto il più assolato e ampio possibile. O la scena finale in cui Thornhill/Grant tira sulla cuccetta superiore della scompartimento Eve Kendall, interpretata da Eva Marie Saint, che si chiude con il treno che entra in una galleria, allusione fin troppo esplicita di un rapporto sessuale.

Ogni fotogramma è infatti costruito in maniera impeccabile e al tempo stesso in perfetta simbiosi con quello che lo precede e con quello che lo segue. Se così de Gaulle e il Mago Zurlì oggi ci sembrano appartenere ad un passato abbastanza lontano questa pellicola, invece, continua a splendere nel firmamento dei grandi film della storia del cinema, tanto da essere continuamente imitata e citata.

Insomma, un vero e proprio capolavoro immortale.

Nel cast da ricordare anche James Mason nei panni del perfido Vandamm e Martin Landau in quelli del suo galoppino Leonard.