“The Big Bang Theory” di Chuck Lorre e Bill Prady

(USA, dal 2007 al 2019)

Nel 1984 usciva nelle sale “La rivincita dei Nerds”, diretto da Jeff Kanew, che riconosceva definitivamente un ruolo ufficiale nella società – …nel bene e nel male – al secchione con il fisico da lanciatore di coriandoli.

Con l’avvento dei PC e dell’alta tecnologia a domicilio i Nerd hanno acquistato sempre più spazio, diventando – loro malgrado – bersaglio ancora più ambito dei loro coetanei, soprattutto per quel che riguarda l’amore e il sesso.

Ideata da Chuck Lorre (già creatore di “Dharma & Greg”) e Bill Prady (anche lui sceneggiatore di vari episodi “Dharma & Greg”) “The Big Bang Theory” è una sit-com pura (ogni episodio dura 22 minuti e si svolge quasi sempre negli stessi ambienti interni) che mette a confronto una coppia di fisici teorici, ricercatori all’Università di Pasadena e Nerd D.O.P., con la loro nuova vicina: un’avvenente e verace ragazzotta del Nebraska arrivata in California per fare l’attrice.

Col passare delle stagioni le dinamiche cambiano, ma le battute esilaranti e le situazioni goffe e imbarazzanti restano sempre di prim’ordine. Merito anche degli attori, tutti bravissimi, e soprattutto del giovane Jim Parsons che impersona l’inarrivabile Sheldon Cooper, personaggio per il quale ha già vinto un Emmy e un Golden Globes USA.

Dico solo che mi sono già comprato alcune delle fantastiche e nerdissime T-Shirt che Sheldon sfoggia in ogni puntata.

Chi nella vita almeno in un’occasione non è stato un Nerd si installi gli aggiornamenti dei software da solo…

“La regina d’Africa” di John Huston

(USA, 1951)

Tenetevi stretti e indossate il giubbotto di salvataggio: questo è uno dei capolavori della grande Hollywood di una volta.

Tratto dall’omonimo romanzo di Cecil Scott Forester, il grande John Houston firma una splendida e insolita storia d’amore fra due emarginati della società: un vecchio pilota di barche alcolista e una “zitella” bacchettona, persi nel cuore del grande continente Nero.

Charlie Allnutt (un barbuto e trasandato Humprey Bogart) è il solitario e alcolizzato proprietario di una vecchia bagnarola, “La regina d’Africa”, che nell’Africa occidentale risale periodicamente uno dei numerosi immissari del lago Vittoria, portando generi di prima necessità e la posta ai villaggi presenti sulle sponde.

In uno di questi c’è la piccola missione metodista fondata dal reverendo inglese Samuel Sayer (Robert Morley) e da sua sorella Rose (Katherine Hepburn). Ma la grande guerra è alle porte e Charlie informa il reverendo e sua sorella che ufficialmente l’Inghilterra e la Germania sono entrate in guerra, e le truppe tedesche si stanno inesorabilmente avvicinando.

Ma i due Sayer non intendono abbandonare la loro missione e così, poco dopo che Allnutt è ripartito, assistono impotenti all’arrivo delle truppe tedesche che in poco tempo distruggono tutto il villaggio. Il prelato, per lo choc, cade in uno stato catatonico che in pochi giorni lo porta alla morte.

Quando Allnutt torna alla missione trova solo Rose e il corpo del fratello. Dopo averla aiutata a seppellirlo le offre ospitalità su “La regina d’Africa” e i due iniziano così una viaggio incredibile e indimenticabile attraverso il cuore del continente africano…

Oscar a Humprey Bogart come miglior attore protagonista e candidatura per Katharine Hepburn, come miglior attrice protagonista, nonché doppia per John Huston: come miglior regista e come autore della sceneggiatura (insieme a James Agee).

Ancora oggi rimangono spettacolari i duetti fra i due giganti del cinema e il finale, romantico e al tempo stesso divertente, che si discosta, senza rovinare nulla all’alchimia della storia, da quello del romanzo di Forester.

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La lettera di Lucia Annibali

“Perché ogni atto di violenza non dipende mai dalla donna che ama l’uomo sbagliato, ma dall’uomo inetto che lo commette“

IL 16 APRILE 2013 alle 21.30 sono stata brutalmente aggredita e strappata alla vita. La parte di me che è sopravvissuta ha lottato con tutte le sue forze. Attraverso la speranza ho sopportato i dolori del corpo più intensi e le notti più buie per tornare alla vita. E in parte ce l’ho fatta. La strada è ancora lunga… ma quest’anno, per il mio compleanno, oggi 18 settembre, voglio festeggiare per celebrare la vita, l’amore e l’amicizia. Voglio ringraziare, con il cuore traboccante d’amore, i miei medici di Parma che stanno avendo cura di me, rendendo possibile il miracolo. Voglio raggiungere con un forte abbraccio la mia famiglia e i miei amici perché sono stati la ragione della mia lotta. E sono grata a tutte le persone che ho incontrato, a chi ha avuto un pensiero per me, per aver reso incredibile il mio viaggio di ritorno. A quelle donne schiacciate da uomini inetti e incapaci di convivere con le proprie fragilità, dico di volersi bene, tanto, tantissimo! Di lottare e credere in se stesse, nelle proprie idee e in ciò che suggerisce loro il cuore. È in questi luoghi che si trova la verità, non nelle parole che escono dalla bocca di quegli uomini. Comunque vada, ne sarà valsa la pena perché ogni atto di violenza non dipende mai dalla donna che ama l’uomo sbagliato, ma dall’uomo inetto che lo commette. Agli ustionati come me dico di tenere duro e avere pazienza, tanta pazienza. Sopportiamo il martirio del corpo e curiamo la ferita dell’anima, coltivando la speranza tutti i giorni perché ogni giorno è un passo verso la guarigione: ogni giorno è un po’ più facile di quello precedente. E impariamo che la nostra identità non è data dall’aspetto esteriore, ma da quello che c’è nel nostro cervello e nel nostro cuore. Infine, a me stessa, dico… Buon 36esimo compleanno Luci!!!

Lucia Annibali

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“Smashed” di James Ponsoldt

(USA, 2012)

Il dramma dell’alcolismo non è mai stato facile da portare sul grande schermo, eccezion fatta per il grande Billy Wilder – in tempi in cui non era riconosciuto neanche come una vera e propria malattia – con il suo “Giorni perduti” del 1945.

Ma questa piccola pellicola – nel senso di “produzione indipendente” e con un cast non di grido – riesce a farci entrare nella vita e nella pelle di un’alcolista, nelle sue menzogne quotidiane e nell’oblio irresponsabile che l’alcol provoca.

E, come accade nella realtà, la strada che porta alla sobrietà passa anche per l’umiliazione e il dolore: per salvarsi bisogna cambiare vita. Radicalmente.

Con una bravissima Mary Elizabeth Winstead “Smashed” – che vuol dire sbronzo e allo stesso tempo rotto – è da vedere, soprattutto per quelli che sottovalutano il dramma, proprio o altrui, dell’alcolismo.

Premio Speciale della Giuria del Sundance Film Festival 2012.

“Joyland” di Stephen King

(2013, Sperling & Kupfer)

E’ inutile tentare anche solo di alzare un dito per ribattere: il Re è sempre il Re.

In questo crepuscolare e sentimentale romanzo King ci racconta come nel 1973 un ragazzo – che all’epoca aveva più o meno la sua età, con il suo aspetto fisico e, molto probabilmente, con il suo carattere – a vent’anni è diventato grande. E come accade nella realtà, la cosa non è stata facile né indolore.

Ho letto alcune recensioni di lettori che si lamentano perché non ci sono i “bei mostri” di una volta. A parte che i mostri ci sono e fanno pure paura, e come sempre quelli più terrificanti non sono figli della fantasia ma presi pari pari dalla realtà.

Ma soprattutto non è un caso che fra i film di maggior successo – e incasso – tratti dalle opere letterarie di King ci siano “Le ali della libertà” (diretto da Frank Darabont nel 1994), “Stand By Me – Ricordo di un’estate” (di Rob Reiner del 1986) e “Shining” (del maestro Stanley Kubrick, 1980), e in nessuno di questi si parla di mostri fantastici o venuti da un altro mondo, ma di quelli – molti più temibili e spietati – che fanno parte della razza umana.

Un bel romanzo di formazione da leggere, per gli amanti di King e non solo.

“I Simpson” di Matt Groening

(USA, dal 1989)

Non credo esista un programma che abbia rivoluzionato la televisione come la serie ideata da Matt Groening nel lontanissimo 1989. Tanto di cappello ai produttori che allora gli credettero e che continuano a farlo ancora oggi.

Sull’immenso Homer Simpson c’è poco da aggiungere, visto che ormai è parte integrante dell’immaginario collettivo dell’intero Occidente, e non solo.

Anche in quest’occasione non si può fare a meno di ricordare che se il successo del personaggio in USA è dovuto anche al doppiatore Dan Castellaneta, qui da noi lo stesso merito va attribuito all’indimenticabile Tonino Accolla.

La stessa cosa vale per Bart, Lisa (che nessuno mi toglie dalla testa essere una fra le ispiratrici del personaggio di Hermione Granger) e Marge (che recentemente ha posato alla grande per il paginone centrare di Playboy) su cui si possono scrivere pagine e pagine, ma il succo è sempre lo stesso: passano gli anni ma la famiglia di Springfield non invecchia di un giorno!

Nino Taranto

Il 28 agosto 1907 nasceva a Napoli Nino Taranto, uno dei più grandi attori e caratteristi del Novecento.

Taranto salì sul palcoscenico a 12 anni e praticamente non ne scese più, se non pochi anni prima della sua morte, avvenuta il 23 febbraio 1986 a Napoli. E’ stato uno dei pochi attori napoletani, infatti, a non lasciare mai la sua città natale.

Dal teatro macchiettistico la sua carriera ha spaziato nella rivista, alla radio, al cinema e poi anche in televisione. E’ vero che “Ciccio Formaggio” e “Agata” sono considerati i suoi cavalli di battaglia, ma io amo tanto le sue interpretazioni cinematografiche accanto a Totò (trovo limitante chiamarli semplicemente ruoli da spalla).

Soprattutto in “Tototruffa ‘62” (1961, di Camillo Mastrocinque) e ne “Il monaco di Monza” (1963, di Sergio Corbucci) i loro duetti hanno qualcosa di straordinario e irripetibile che non stanca mai, e sono paragonabili solo a quelli con Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Vittorio De Sica.

In un’intervista degli anni Settanta, Taranto ha raccontato del grande stress che pativa nel lavorare con Totò: una volta battuto il ciak sudava fisicamente “sette camicie” per stare dietro alle gag e alle battute esilaranti che il Principe si inventava su due piedi, ogni volta diverse dalla precedenti.

Insomma, un grande attore a tutti gli effetti.

“Vacanze romane” di William Wyler

(USA, 1953)

Il 27 agosto del 1953, al Radio City Music Hall di New York, veniva proiettata la prima mondiale di un film che avrebbe cambiato per sempre le sorti di un’attrice fino a quel momento quasi sconosciuta al grande pubblico americano: Audrey Hepburn. Con quel volto delicato, quegli occhi da cerbiatto capaci di racchiudere insieme ingenuità e malizia, la Hepburn conquistò critica e spettatori, aggiudicandosi l’Oscar come miglior attrice protagonista al suo primo, vero, ruolo centrale in un film hollywoodiano.

Il personaggio della principessa Anna, giovane erede al trono di un immaginario regno europeo, stanca del protocollo e desiderosa di vivere anche solo per un giorno una vita normale, si ispira dichiaratamente alla figura della giovane regina Elisabetta II, salita al trono d’Inghilterra proprio l’anno precedente. Curiosamente, però, le cronache dell’epoca raccontano che nelle prime stesure della sceneggiatura il personaggio fosse più vicino, per capricci e insofferenza verso le regole, alla sorella minore della sovrana, la principessa Margaret, nota per il suo temperamento ribelle e la sua vita sentimentale movimentata. Il risultato finale è comunque uno dei personaggi femminili più amati e riusciti della storia del cinema: una principessa che, fuggita dall’ambasciata durante un tour ufficiale a Roma, si ritrova per le strade della città eterna a vivere un’avventura che le cambierà la vita, accompagnata dal un cinico giornalista americano Joe Bradley, interpretato da un magnetico Gregory Peck, e dal suo amico fotografo Irving Radovich, che ha il viso di Eddie Albert, sempre pronto a immortalare con la sua macchina fotografica nascosta nell’accendino i momenti più imbarazzanti e rivelatori della giornata della ignara sovrana.

Sullo sfondo, una Roma solare, spensierata, quasi da cartolina, che aderisce perfettamente alla visione che gli americani avevano – o forse volevano avere – di un Paese che pochi anni prima avevano combattuto, invaso e poi liberato, e che nel 1953 stentava ancora a rialzarsi dalle macerie morali ed economiche della guerra. Basti pensare che solo due anni prima, nel 1951, Steno e Mario Monicelli firmavano Guardie e ladri, ritratto assai più amaro e realistico di una capitale affamata e disperata. Wyler, al contrario, sceglie di raccontare una Roma da sogno, fatta di fontane, di gelati mangiati sui gradini di Piazza di Spagna, di passeggiate in Vespa fra i vicoli di Trastevere, di monumenti antichi che diventano complici silenziosi di un amore impossibile. È il fascino della Roma millenaria filtrato attraverso lo sguardo incantato – e in parte mistificatorio – dell’America del dopoguerra, desiderosa di credere che l’Europa, nonostante tutto, fosse tornata a essere un luogo di bellezza e di leggerezza.

Il film, girato interamente in Italia, con gli interni realizzati a Cinecittà, e con l’uso sapiente delle location reali della capitale (una scelta produttiva innovativa per l’epoca, che contribuì non poco al successo internazionale della pellicola), è diventato negli anni un vero e proprio manifesto turistico per Roma, capace di attirare generazioni di viaggiatori desiderosi di ripercorrere le orme di Anna e Joe fra il Colosseo, la Fontana di Trevi e la Bocca della Verità, resa celebre dalla scena in cui Peck finge di perdere la mano nella statua, in uno dei momenti di improvvisazione più celebri e amati della storia del cinema.

Fra le innumerevoli citazioni e i numerosi remake che il film ha generato nel corso dei decenni, spicca senza dubbio il blockbuster Notting Hill (1999), diretto da Roger Michell, in cui la bellissima Julia Roberts, al posto di una principessa, interpreta una diva di Hollywood il cui nome – non a caso – è Anna Scott, evidente omaggio all’eroina interpretata dalla Hepburn quasi mezzo secolo prima.

Un ultimo, importante dettaglio storico merita di essere ricordato: la sceneggiatura di Vacanze romane, premiata con l’Oscar, fu scritta anche da Dalton Trumbo, che all’epoca era costretto a lavorare sotto falso nome poiché inserito nella famigerata “lista nera” di Hollywood a causa delle sue dichiarate simpatie comuniste, vittima del clima di caccia alle streghe scatenato dal maccartismo. Solo nel 1993, ben quarant’anni dopo l’uscita del film e diciassette anni dopo la sua morte, l’Academy gli riconobbe ufficialmente e postumo l’Oscar per la sceneggiatura, restituendogli la paternità di un’opera che per decenni era stata attribuita ufficialmente a Ian McLellan Hunter, suo prestanome.

Un film, dunque, che è insieme fiaba romantica, cartolina turistica e testimonianza involontaria di un’epoca segnata dalla paura e dalla censura politica, capace ancora oggi, ad oltre settant’anni dalla sua uscita, di incantare gli spettatori con la sua leggerezza agrodolce e la sua Roma senza tempo.

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“Vedovo, aitante, bisognoso d’affetto, offresi… anche babysitter” di Jack Lemmon

(USA, 1971)

Sì, il regista è proprio lui, Jack Lemmon, il grande interprete delle più importanti commedie hollywoodiane della seconda parte del Novecento. Quello stesso Lemmon che sotto la direzione di Billy Wilder aveva reso immortali personaggi come Jerry/Daphne in “A qualcuno piace caldo” o C.C. Baxter ne “L’appartamento“, e che con la sua arte aveva contribuito a ridefinire il genere della commedia americana, rendendola più umana, più malinconica, più vera. Ecco, quell’attore lì, un giorno, decise di mettersi dietro la macchina da presa. E il risultato fu questo piccolo, prezioso, gioiello.

Questa deliziosa — e sottolineo deliziosa — commedia è l’unica pellicola, purtroppo, firmata dal grande attore come regista. Un peccato enorme, perché il film rivela uno sguardo sensibile, delicato e al tempo stesso lucidissimo sul mondo e sugli esseri umani. Il che, tutto sommato, non stupisce: chi ha trascorso una carriera intera a osservare i grandi maestri qualcosa per forza assorbe. E Lemmon, è evidente, ha assorbito moltissimo.

E naturalmente questa pellicola non poteva che essere interpretata dal suo amico e partner di lavoro Walter Matthau, la leggendaria spalla – e lasciatemelo dire con cognizione …ogni riferimento al mio romanzo “L’ultimo lampione” non è naturalmente casuale… – con cui aveva già condiviso il set con cui avrebbe poi continuato a girare film per decenni, in una di quelle alchimie rare che il cinema sa regalare solo ogni tanto.

Matthau, che per l’occasione si invecchia appositamente con il trucco, impersona Joseph P. Kotcher — Kotch, per gli amici che è anche il titolo originale della pellicola — un anziano vedovo che vive con il figlio e la nuora, e che si occupa più che efficientemente del nipotino Duncan. Ed è straordinario, Matthau, in questo ruolo: riesce a essere commovente senza mai scivolare nel patetico, tenero senza diventare stucchevole, buffo senza perdere mai la sua profonda umanità. Una prova attoriale di quelle che si definiscono maiuscole, senza timore di sembrare esagerati.

Ma la nuora lo trova invadente e obsoleto. Soprattutto, non si fida di lui. Gli toglie così la cura del nipotino, affidandola alla giovane adolescente Erica. Poco dopo, con quella durezza pratica che spesso maschera la paura del diverso — e della vecchiaia, che era il diverso per eccellenza nella middle class non solo americana dei primi anni Settanta — impone al marito di chiudere il suocero in una casa di riposo. Come se una vita intera potesse essere liquidata così, con una telefonata e una firma su un modulo.

Ma Kotch proprio non ci sta. E qui sta uno dei cuori pulsanti del film: il suo rifiuto non è rabbioso, non è egoista. È dignitoso. Per non mettere in crisi il matrimonio del figlio — perché i figli vengono prima, o dovrebbero… — decide di allontanarsi. Di sparire. Di togliersi dai piedi, come si dice volgarmente, ma con una grazia e un pudore che lasciano senza fiato.

Nel frattempo, la giovane Erica rimane incinta e viene allontanata dalla città, cacciata via con quella crudeltà ipocrita che le famiglie “perbene” hanno sempre saputo esercitare con grande efficienza. Ma sarà proprio Kotch — il vecchio, l’obsoleto, l’ingombrante — l’unico sostegno, materiale e morale, alla grande prova che la giovane dovrà affrontare. Perché la vita, a volte, ha questo gusto beffardo e bellissimo: le persone che vengono scaricate ai margini sono spesso quelle con più risorse umane da offrire.

Davvero un affresco dolce e delicato sulla terza età e sul ruolo di questa nella società, terza età che già allora veniva emarginata, già allora veniva trattata come un problema da risolvere piuttosto che come una risorsa da valorizzare. Il film anticipa con straordinaria lucidità un dibattito che ancora oggi, oltre cinquant’anni dopo, spesso non riusciamo a concludere in maniera equilibrata. E lo fa senza retorica, senza prediche, con la leggerezza propria dei grandi.

Vale la pena ricordare che la sceneggiatura è tratta dal romanzo omonimo di Katherine Topkins, e che il film ricevette ben cinque nomination all’Oscar, tra cui quella per il Miglior Attore a Walter Matthau e per la Miglior Canzone. Segno che Hollywood, quando vuole, sa riconoscere il talento anche nelle opere meno rumorose.

E adesso la domanda delle cento pistole: ma che cavolo c’entra il titolo italiano? “Vedovo, aitante, bisognoso d’affetto, offresi… anche babysitter.” Lasciamo un momento che la cosa sedimenti. Prendiamo fiato. E ora riflettiamoci su. Non c’entra una mitica mazza, è evidente. È lapalissiano. È cosmicamente, meravigliosamente, scoraggiante. Il titolo originale era “Kotch”: cinque lettere, secche, perfette, che richiamano il soprannome del protagonista e condensano in un soffio tutta la sua personalità burbera e tenera. Cinque lettere che in italiano qualcuno ha ritenuto opportuno trasformare in questo carrozzone barocco e fuorviante che sa più di inserzione matrimoniale degli anni Settanta che di commedia amara di qualità.

È evidente che dietro queste fantasmagoriche traduzioni ci deve essere qualcosa, tipo un premio occulto in denaro per il titolo più demente e ingannevole dell’anno. Una gara segreta tra distributori, arbitrata da qualcuno con un senso dell’umorismo talmente sviluppato da risultare incomprensibile a noi comuni mortali…

Ma tralasciando questo inspiegabile dettaglio: questa piccola pellicola indipendente è da vedere, e rivedere. Magari dopo aver dimenticato il titolo italiano. Anzi: …soprattutto dopo.

Per la chicca: Jack Lemmon sceglie di apparire in un piccolo cameo nel film, impersonando un dormiente passeggero del pullman seduto proprio accanto a Kotch e formando così, anche se solo per pochi istanti, la grande coppia comica.

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“La Musa” di Dino Risi

(Italia, 1963)

Che il film diretto da Dino Risi – anche a distanza di oltre sessant’anni – sia una delle pietre miliari della cinematografia italiana, e non solo, è un dato di fatto. I mostri nasce nel 1963 in un’Italia che si sta arricchendo troppo in fretta per accorgersi di quanto stia perdendo l’anima, e Risi, con l’occhio impietoso del miglior cinema di costume, decide di fotografarla episodio per episodio, senza sconti per nessuno.

Scegliere fra i vari episodi è davvero difficile – sono venti, ciascuno un piccolo affresco al vetriolo – ma visto che qui si parla anche di scrittura, stavolta mi soffermo su quello intitolato La Musa.

Uno stratosferico Vittorio Gassman “en travesti” – come dicevano all’epoca dell’uscita della pellicola, per non dire travestito – impersona una volitiva critica letteraria toscana che presiede la giuria di un noto premio di scrittura. Basta il trucco, la parrucca e quella voce impostata a metà tra il salotto intellettuale e il pollaio, per capire che Gassman qui non sta semplicemente recitando: sta smontando pezzo per pezzo un intero ambiente, quello dei premi letterari italiani, con la ferocia di chi lo conosce fin troppo bene.

Nonostante le resistenze, alla fine, con la sua parlantina inarrestabile e le sue punzecchiate personali – piazzate con la precisione di un cecchino travestito da signora di provincia – riesce a far votare tutti gli altri giurati a favore dell’opera prima di un giovane sconosciuto, considerata da chiunque abbia un minimo di buon senso banale e grossolana. Non conta il valore del testo: conta chi lo sostiene, con quanta insistenza e, soprattutto, con quali intenzioni sottotraccia. Risi non ha bisogno di alzare la voce per far ridere e, subito dopo, per far accapponare la pelle: gli basta lasciare che i personaggi si scavino la fossa con le loro stesse parole.

L’episodio si chiude, con la consueta amarezza che Risi sa infilare persino nelle scene più leggere, con il giovane vincitore che, nella sua camera d’albergo, viene sedotto dalla sua nuova Musa. Il cerchio si chiude in pochi secondi e senza bisogno di sottolineature: il premio non era mai stato letterario, era una moneta di scambio, e il ragazzo lo capisce – o forse lo accetta semplicemente – con la stessa disinvoltura con cui aveva accettato il verdetto della giuria.

Ma non scherziamo! …figurati se negli anni Sessanta i premi letterari erano lottizzati e pilotati! …Figurati se una critica autorevole poteva usare il proprio ruolo per imporre gusti, favori e alleanze incrociate! …Ridicolo, davvero: robe che, per fortuna, sono rimaste chiuse in un film in bianco e nero di sessant’anni fa e non hanno più nulla a che fare con il presente, ci mancherebbe…

Si diceva in giro, all’epoca – in maniera del tutto infondata, naturalmente, come sempre accade con le voci che nascono nei corridoi degli ambienti letterari – che Gassman e Risi avessero intenzione di prendere in giro Maria Bellonci, la “madre” del Premio Strega. Cattiverie gratuite e immotivate, ovviamente: chi mai avrebbe potuto pensare che un cineasta arguto come Risi, insieme al suo attore più affilato, si permettesse di guardare con occhio critico l’istituzione letteraria fra le più prestigiose del nostro Paese? Pura fantasia, malignità da bar, dietrologia priva di fondamento!

Eppure, a vederlo oggi, La Musa resta un piccolo trattato sul potere del gusto imposto dall’alto, sulla capacità della parola – quella vera, quella detta con abilità retorica – di piegare qualunque giudizio critico alla volontà di chi la maneggia meglio. E resta, soprattutto, la dimostrazione di come la commedia all’italiana, quando è scritta e diretta con questa intelligenza, riesca a essere feroce senza mai perdere il sorriso, e a raccontare l’Italia – quella di allora e, chissà, forse anche quella di oggi… – meglio di tanti saggi sociologici scritti con ben altre pretese.

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