
(USA, 1971)
Sì, il regista è proprio lui, Jack Lemmon, il grande interprete delle più importanti commedie hollywoodiane della seconda parte del Novecento. Quello stesso Lemmon che sotto la direzione di Billy Wilder aveva reso immortali personaggi come Jerry/Daphne in “A qualcuno piace caldo” o C.C. Baxter ne “L’appartamento“, e che con la sua arte aveva contribuito a ridefinire il genere della commedia americana, rendendola più umana, più malinconica, più vera. Ecco, quell’attore lì, un giorno, decise di mettersi dietro la macchina da presa. E il risultato fu questo piccolo, prezioso, gioiello.
Questa deliziosa — e sottolineo deliziosa — commedia è l’unica pellicola, purtroppo, firmata dal grande attore come regista. Un peccato enorme, perché il film rivela uno sguardo sensibile, delicato e al tempo stesso lucidissimo sul mondo e sugli esseri umani. Il che, tutto sommato, non stupisce: chi ha trascorso una carriera intera a osservare i grandi maestri qualcosa per forza assorbe. E Lemmon, è evidente, ha assorbito moltissimo.
E naturalmente questa pellicola non poteva che essere interpretata dal suo amico e partner di lavoro Walter Matthau, la leggendaria spalla – e lasciatemelo dire con cognizione …ogni riferimento al mio romanzo “L’ultimo lampione” non è naturalmente casuale… – con cui aveva già condiviso il set con cui avrebbe poi continuato a girare film per decenni, in una di quelle alchimie rare che il cinema sa regalare solo ogni tanto.
Matthau, che per l’occasione si invecchia appositamente con il trucco, impersona Joseph P. Kotcher — Kotch, per gli amici che è anche il titolo originale della pellicola — un anziano vedovo che vive con il figlio e la nuora, e che si occupa più che efficientemente del nipotino Duncan. Ed è straordinario, Matthau, in questo ruolo: riesce a essere commovente senza mai scivolare nel patetico, tenero senza diventare stucchevole, buffo senza perdere mai la sua profonda umanità. Una prova attoriale di quelle che si definiscono maiuscole, senza timore di sembrare esagerati.
Ma la nuora lo trova invadente e obsoleto. Soprattutto, non si fida di lui. Gli toglie così la cura del nipotino, affidandola alla giovane adolescente Erica. Poco dopo, con quella durezza pratica che spesso maschera la paura del diverso — e della vecchiaia, che era il diverso per eccellenza nella middle class non solo americana dei primi anni Settanta — impone al marito di chiudere il suocero in una casa di riposo. Come se una vita intera potesse essere liquidata così, con una telefonata e una firma su un modulo.
Ma Kotch proprio non ci sta. E qui sta uno dei cuori pulsanti del film: il suo rifiuto non è rabbioso, non è egoista. È dignitoso. Per non mettere in crisi il matrimonio del figlio — perché i figli vengono prima, o dovrebbero… — decide di allontanarsi. Di sparire. Di togliersi dai piedi, come si dice volgarmente, ma con una grazia e un pudore che lasciano senza fiato.
Nel frattempo, la giovane Erica rimane incinta e viene allontanata dalla città, cacciata via con quella crudeltà ipocrita che le famiglie “perbene” hanno sempre saputo esercitare con grande efficienza. Ma sarà proprio Kotch — il vecchio, l’obsoleto, l’ingombrante — l’unico sostegno, materiale e morale, alla grande prova che la giovane dovrà affrontare. Perché la vita, a volte, ha questo gusto beffardo e bellissimo: le persone che vengono scaricate ai margini sono spesso quelle con più risorse umane da offrire.
Davvero un affresco dolce e delicato sulla terza età e sul ruolo di questa nella società, terza età che già allora veniva emarginata, già allora veniva trattata come un problema da risolvere piuttosto che come una risorsa da valorizzare. Il film anticipa con straordinaria lucidità un dibattito che ancora oggi, oltre cinquant’anni dopo, spesso non riusciamo a concludere in maniera equilibrata. E lo fa senza retorica, senza prediche, con la leggerezza propria dei grandi.
Vale la pena ricordare che la sceneggiatura è tratta dal romanzo omonimo di Katherine Topkins, e che il film ricevette ben cinque nomination all’Oscar, tra cui quella per il Miglior Attore a Walter Matthau e per la Miglior Canzone. Segno che Hollywood, quando vuole, sa riconoscere il talento anche nelle opere meno rumorose.
E adesso la domanda delle cento pistole: ma che cavolo c’entra il titolo italiano? “Vedovo, aitante, bisognoso d’affetto, offresi… anche babysitter.” Lasciamo un momento che la cosa sedimenti. Prendiamo fiato. E ora riflettiamoci su. Non c’entra una mitica mazza, è evidente. È lapalissiano. È cosmicamente, meravigliosamente, scoraggiante. Il titolo originale era “Kotch”: cinque lettere, secche, perfette, che richiamano il soprannome del protagonista e condensano in un soffio tutta la sua personalità burbera e tenera. Cinque lettere che in italiano qualcuno ha ritenuto opportuno trasformare in questo carrozzone barocco e fuorviante che sa più di inserzione matrimoniale degli anni Settanta che di commedia amara di qualità.
È evidente che dietro queste fantasmagoriche traduzioni ci deve essere qualcosa, tipo un premio occulto in denaro per il titolo più demente e ingannevole dell’anno. Una gara segreta tra distributori, arbitrata da qualcuno con un senso dell’umorismo talmente sviluppato da risultare incomprensibile a noi comuni mortali…
Ma tralasciando questo inspiegabile dettaglio: questa piccola pellicola indipendente è da vedere, e rivedere. Magari dopo aver dimenticato il titolo italiano. Anzi: …soprattutto dopo.
Per la chicca: Jack Lemmon sceglie di apparire in un piccolo cameo nel film, impersonando un dormiente passeggero del pullman seduto proprio accanto a Kotch e formando così, anche se solo per pochi istanti, la grande coppia comica.
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