“Un turco napoletano” di Mario Mattoli

(Italia, 1953)

Questo memorabile adattamento cinematografico, tratto dalla farsa Nu turco napulitano di Eduardo Scarpetta, nasce nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita dello stesso Scarpetta (classe 1853, appunto).

Sempre in quell’occasione, per fare un esempio, la neonata Televisione Italiana trasmise la sua prima commedia: Miseria e nobiltà, interpretata e diretta da Eduardo De Filippo. Un omaggio doveroso, se si pensa a quanto il teatro napoletano, e non solo, debba a quel gigante che rivoluzionò la scena partenopea portandovi il borghese, il pezzente e il nobile decaduto con la stessa, irresistibile leggerezza.

Ma tornando a questa pellicola, firmata dal maestro Mario Mattoli (oggi fin troppo dimenticato!), Antonio De Curtis in arte Totò ci regala una delle sue più esilaranti interpretazioni, la più vicina possibile a quella originale dello stesso Scarpetta. Di lui restano solo pochi tratti: qualche fotografia che ci mostra la sua incredibile somiglianza con il figlio Peppino De Filippo e le testimonianze dell’epoca, che ce lo dipingono ineguagliabile per carisma, ironia e rapidità di battuta. Toccava dunque a Totò raccogliere quel testimone, e il principe della risata lo fa con la naturalezza di chi quel ruolo lo porta nel sangue.

Il suo Felice Sciosciammocca (maschera che Scarpetta aveva creato e che il principe della risata avrebbe fatto sua anche l’anno seguente al cinema, sempre con Mattoli, in Miseria e nobiltà) è il povero diavolo per eccellenza: affamato, ingegnoso, perennemente sull’orlo del disastro ma sempre pronto a rimettersi in piedi con una trovata. La fame, in Scarpetta come in Totò, non è mai solo una condizione: è una filosofia di vita, il motore di ogni equivoco. Ed è proprio dal groviglio di equivoci, travestimenti e malintesi (il “turco” del titolo, con tanto di fez e improbabile cadenza esotica, è il pretesto ideale) che scaturisce una comicità ad orologeria, dove ogni battuta è un ingranaggio e nulla è lasciato al caso.

Mattoli, grande artigiano della macchina da presa, sa perfettamente come muoversi con un materiale del genere. Non tradisce l’impianto teatrale, anzi lo esalta: la macchina da presa si mette al servizio degli attori, lascia respirare le scene, asseconda i tempi comici senza mai sovrapporsi a loro. È un cinema di artigianato appunto, ma di quello alto, fatto da chi il mestiere lo conosce fin nelle pieghe e non ha bisogno di sfoggiarlo. Non a caso il regista, oggi troppo spesso ridotto a semplice “fornitore” di film per i grandi comici dell’epoca, meriterebbe una rivalutazione critica ben più generosa.

Va detto, per onestà, che qui il testo di Scarpetta pesa e non poco: la trama, come da tradizione, è un meccanismo di scambi di persona e fraintendimenti che oggi può apparire forse un po’ schematico. Ma è proprio questa struttura, solida e collaudata, a offrire a Totò il trampolino ideale per i suoi guizzi, le sue smorfie, i suoi celebri sberleffi al linguaggio. Nelle sue mani anche la battuta più semplice diventa un piccolo capolavoro di surrealismo.

E poi c’è la lingua, quel napoletano musicale e sfrontato che nel film rimbalza da un personaggio all’altro come la palla in un flipper. Ascoltarlo oggi, con le sue cadenze e le sue invenzioni verbali, è un piacere che va ben oltre la risata: è un frammento vivo di storia teatrale e sociale, un ponte tra l’Ottocento di Scarpetta e il Novecento di Totò.

Ormai siamo più vicini al bicentenario della sua nascita, ma l’ironia di Eduardo Scarpetta è più viva e ficcante che mai, per non parlare dell’arte di Totò… Un’arte che, a distanza di decenni, non smette di farci ridere e, soprattutto, di farci pensare a quanto la vera comicità, quella che nasce dalla miseria e dalla fantasia, sia un patrimonio da difendere.

Consigliatissimo a chi ama il grande teatro napoletano e, naturalmente, a chi non si stanca mai di ritrovare il genio del principe De Curtis.

“Allora siamo d’accordo: cento lire al mese, alloggio, vitto, lavatura, imbiancatura e… stiratura!”

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“Up” di Pete Docter e Bob Peterson

(USA, 2009)

E’ vero, sono un patito dei cartoni animati e un fan sfegatato dei gran geni della Pixar, e parlo forse troppo spesso delle loro opere.

Ma questa pellicola va oltre l’animazione, e sia per la sceneggiatura che per le immagini, resta uno dei capolavori del cinema mondiale.

Vincitore di due Oscar, quello di miglior colonna sonora e quello di miglior film d’animazione – per  i quali aveva vinto anche i rispettivi Golden Globe – “Up” ha uno script fantastico.

I primi minuti ci raccontano in maniera deliziosa ed efficace dall’infanzia alla pensione di Carl Fredricksen che, dopo una vita passata insieme alla sua Ellie, rimane solo con la sua casa.

Ma la vecchiaia può essere vissuta anche con un altro spirito e il signor Fredricksen si ritrova a fare l’avventuriero – che poi è quello che nel salotto fanno virtualmente o dovrebbero fare tutti i nonni – con il piccolo Russell.

Alla fine, suo malgrado, si scontrerà con Charles Muntz, idolo della sua infanzia, che ha deciso di vivere la vita e la vecchiaia in maniera diametralmente opposta alla sua.

Nella nostra versione un grande merito va a Giancarlo Giannini che doppia Fredricksen e all’indimenticabile Arnoldo Foà che doppia Muntz, ma soprattutto a Neri Marcorè che dona la voce al cane Doug: da Oscar!

“Once” di John Carney

(Irlanda, 2006)

Scritta dalla stesso John Carney, questa piccola ma sublime pellicola irlandese ha fatto incetta di premi in tutto il mondo, fra cui quello del pubblico al Sundance Film Festival e l’Oscar per la migliore canzone.

Una delle più belle storie d’amore cinematografiche mai raccontate, la cui trama è superfluo riassumere visto che parla dell’amore vero, profondo e spesso inafferrabile che capita UNA SOLA volta nella vita (e ringraziando il cielo stavolta i nostri distributori illuminati erano occupati a fare altro e hanno lasciato il titolo originale!).

Con una stupenda colonna sonora e con due bravissimi protagonisti (Glen Hansard e Markéta Irglova), “Once” è un film da vedere e rivedere.

John Candy

Il 4 marzo del 1994 se ne andava il grande John Candy.

L’attore canadese era in Messico per girare “Wagon East” quando venne stroncato da un attacco cardiaco. Candy, come molti altri attori della sua generazione, arriva alla notorietà attraverso la televisione con la serie da lui scritta e interpretata “Second City TV”.

Viene così notato dai registi della nuova generazione come John Landis e Steven Spielberg con il quale nel 1979 gira l’esilarante “1941: allarme a Hollywood”, uno dei pochi flop del regista re Mida.

L’anno dopo Landis lo vuole nel suo capolavoro “I Blues Brothers – I fratelli Blues”. L’anno successivo arriva anche al “Saturday Night Live” e, sempre in TV,  interpreta e scrive “SCTV Network 90”, per la quale vince due Primetime Emmy Awards.

Ma è al cinema che è sempre più richiesto diventando uno degli attori simboli della commedia americana anni Ottanta. Partecipa a film come “Splash: una sirena a Manhattan” di Ron Howard del 1984, “La piccola bottega degli orrori” di Frank Oz del 1986, “Balle spaziali” di Mel Brooks (1987), e “Un biglietto in due” di John Hughes sempre del 1987 nel quale divide la scena insieme a Steve Martin.

Nel 1989 arrivano finalmente i ruoli da protagonista e la definitiva consacrazione con “Io e zio Buck” diretto sempre da Hughes e “Chi è Harry Crumb?” di Paul Flaherty.

Nel 1990 partecipa al blockbuster “Mamma ho perso l’aereo” di Chris Columbus, mentre l’anno successivo lascia la commedia e interpreta Dean Andrews in “JFK: un caso ancora aperto” di Oliver Stone.

Nel ’92 torna alla commedia con “Sette criminali e un bassotto” di Eugene Levy (lo scienziato cattivo di “Splash: una sirena a Manhattan”) remake poco felice a stelle e strisce di “Crimen” diretto da Mario Camerini nel 1960.

Nel 1993 impersona l’allenatore della prima squadra di bob a quattro della Giamaica nel divertente “Cool Runnings – Quattro sottozero” di Jon Turteltaub.

Prima di andarsene partecipa anche al film Michael Moore “Operazione Canadian Bacon” che  però uscirà nel 1995.

Insomma, vent’anni fa se ne andava un grande attore che è riuscito a uscire dai ruoli che il suo fisico gli imponeva, spaziando dalla TV al cinema, e che ha segnato un momento di entrambi.

“Ho affittato un killer” di Aki Kaurismäki

(Finlandia/UK/Francia/Svezia/Germania, 1990)

In una Londra lunare vive e lavora, o sarebbe meglio dire vive per lavorare, l’anonimo e solitario impiegato di origine francese Henri Boulanger (impersonato dall’attore simbolo di Francois Truffaut Jean-Pierre Léaud).

Quando l’ente per cui lavora da quindici anni lo licenzia, ad Henri crolla il mondo addosso. Non avendo più motivo per vivere decide di suicidarsi, ma per goffaggine e vigliaccheria non ci riesce.

Si rivolge così al padrone di uno dei locali più malfamati della città per assoldare un killer. La sera, per ingannare l’attesa, forse per la prima volta in vita sua, entra nel pub sotto casa. Lì incontra la fioraia Margaret di cui si innamora all’istante.

Finalmente Henri ha un nuovo motivo per vivere, ma il killer è già sulle sue tracce…

Fantastica – in tutti i sensi – commedia nera dell’abile Kaurismäki, grande e ironico indagatore dell’animo umano, godibile fino all’ultimo fotogramma, e che dona – giustamente – al suo autore una meritata notorietà internazionale.

“MASH” di Robert Altman

(USA, 1970)

Durante le riprese di questo capolavoro Donald Sutherland, che allora aveva già un certa notorietà, volle un incontro urgente con il produttore perché profondamente preoccupato per quello a cui stava partecipando: tutto gli sembrava così ridicolo e sconclusionato che una volta nelle sale il film avrebbe certamente compromesso la sua carriera appena decollata.

Più o meno quello che fece Anthony Quinn nel corso delle riprese di “La strada” diretto dal giovane Federico Fellini. E come Quinn, Sutherland si sbagliava: oltre ad incassi clamorosi in tutto il mondo “MASH” (acronimo di “Mobile Army Surgical Hospital”) di Robert Altman vince, fra i numerosi premi, la Palma d’Oro al Festival Cannes e l’Oscar come migliore sceneggiatura non originale scritta da Ring Lardner Jr. (oltre alle candidature come miglior film, migliore attrice non protagonista a Sally Kellerman, miglior regia e miglior montaggio).

L’allora semi sconosciuto Altman, che però aveva già un’ampia esperienza di regista per la televisione, firma una delle migliori pellicole antimilitaristi della storia, che con un’ironia devastante si prende gioco delle truppe americane durante il conflitto in Corea.

La cosa è ancora più clamorosa se si pensa che nel 1970 gli USA erano nel pieno della drammatica guerra in Vietnam, e con alla Casa Bianca Richard Nixon.

Dato l’enorme successo del film, la 20th Century Fox decide di realizzare una serie televisiva ad esso ispirata, della quale vengono girate ben 11 stagioni.

“Nel paese delle creature selvagge” di Spike Jonze

(USA/Australia/Germania, 2009)

Chiariamo subito che non è un film sull’Italia di oggi!

Ma il visionario Spike Jonze firma l’adattamento cinematografico più famoso del libro di Maurice Sendak “Nel paese dei mostri selvaggi” pubblicato per la prima volta nel 1963, il cui protagonista è Max, un ragazzino scontroso che dopo l’ennesima lite con la madre – alla quale rifila anche un morso – scappa di casa.

La sua fuga lo porterà su un’isola abitata da enormi creature che, invece di mangiarlo, lo assecondano nominandolo loro Re. Max così è libero di ordinare ai suoi nuovi sudditi ogni tipo di gioco o divertimento sfrenato e spesso violento. Ma ogni tipo di convivenza ha bisogno di regole e così…

Le immagini e gli effetti visivi del film sono davvero emozionanti, proprio nello stile del regista di “Essere John Malkovich”. Anche se per me non è una pellicola per ragazzi “Nel paese delle creature selvagge” è davvero un bel film e, ripeto, non parla del momento storico che sta vivendo il oggi il nostro di Paese…

“Made in Italy” di Nanni Loy

(Italia, 1965)

Oggi è un giorno speciale: tornano le Coppe Europee, sta partendo il nuovo Governo, ma soprattutto inizia il Festival di Sanremo.

Tutto molto italiano e per questo mi sembra proprio il caso di parlare della pellicola a episodi diretta da Nanni Loy nel 1965, con un cast stellare, e scritto a tre mani con Ettore Scola e Ruggero Maccari.

Anche se è una delle migliori espressioni della nostra grande commedia, raramente viene citata accanto agli altri famosissimi titoli. Ci sono pellicole di cui ancora non ho parlato molto più note e studiate, ma parlo di questa oggi perché sembra incredibile (e anche triste) l’attualità del ritratto di noi italiani realizzata in questo film.

A distanza di cinquant’anni la fotografia di Loy sui nostri vizi, sulle nostre debolezze e, soprattutto, sulle nostre meschinità è ancora – pure troppo! – attuale.

Quindi in mezzo secolo non siamo cambiati migliorando?

Dopo aver visto il film e dato un’occhiata alle news interne voglio vedere come rispondete…

“C’era una volta in America” di Sergio Leone

(Italia/USA, 1984)

Il 17 febbraio del 1984 si teneva, a New York, la prima mondiale di “C’era una volta in America” di Sergio Leone, considerato uno dei capolavori della cinematografia mondiale.

Purtroppo è l’ultimo film firmato dal grande – e ancora oggi stracopiato e citato – Sergio Leone che morì nel 1989 durante la preparazione di “Leningrad” (sempre con Robert De Niro e dedicato all’assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale, ma poi mai realizzato).

Tratta dal romanzo di Harry Gray “C’era una volta in America” è una pellicola sublime, con immagini oniriche inimitabili, e soprattutto è davvero grande cinema.

Leone – che probabilmente è stato il nostro regista più internazionale – fu criticato soprattutto per la violenza di alcune scene, ma dite quello che vi pare – altri lo hanno etichettato come maschilista e piccolo borghese – siamo davanti comunque a un grande ed epico film che ha fatto e, a distanza di tre decenni, continua a fare scuola.

Nel 2012 è stata presentata una nuova versione restaurata con 26’ inediti. E c’è bisogno che aggiunga qualcosa sull’interpretazione stellare del grande Bob De Niro?

“WALL-E” di Andrew Stanton

(USA, 2008)

Per San Valentino (anche se a me viene spontaneo fare subito una rima che si chiude con “…cretino”) ecco dal cilindro un’insolita e romantica storia d’amore.

In questo film d’animazione, premio Oscar nel 2009, il vecchio e anomalo robot pulitore Wall-E è rimasto l’ultimo abitante sulla Terra – se non si considera un indistruttibile scarafaggio – che da 700 anni continua a pulire.

Sulla sua strada arriverà EVE, un automa di ultima generazione che ha una “direttiva” molto particolare…

Un grande film d’animazione della Pixar, più per grandi che per piccini, ma anche una bella e singolare storia d’amore che in maniera semplice ed efficace supera ogni confine e, soprattutto, non finisce in …“ino”!