Paolo Ferrari

Ieri se ne è andato Paolo Ferrari, classe 1929, fra i pochi grandi rappresentati dello spettacolo italiano che ha saputo attraversare il Novecento e i primi due decenni del nuovo millennio.

Già a nove anni inizia la sua carriera artistica alla radio, dove interpreta un piccolo balilla. La stessa radio, grazie alla splendida voce e alla perfetta dizione, sarà uno degli ambiti più importanti della prima parte della sua carriera.

Nel 1938 arriva la prima apparizione davanti alla macchina da presa in “Ettore Fieramosca” di Alessandro Blasetti con Gino Cervi come protagonista. Decolla così la sua carriera di attore bambino che lo porta ad interpretare vari film il cui più significativo è forse “Gian Burrasca” diretto dal grande Sergio Tofano nel 1943.

Nel secondo dopoguerra Ferrari, ormai adulto, torna alla radio, passando anche per il cinema e il teatro. Alla radio, soprattutto, è protagonista di numerosi spettacoli di successo accanto a giovani attori che poi segneranno il nostro cinema e il nostro palcoscenico.

E grazie alla radio Paolo Ferrari inizia la sua carriera di doppiatore in film simboli del cinema donando la voce a Franco Citti in “Accattone” di Pier Paolo Pasolini, a Jean-Louis Trintignat nello splendido “Il sorpasso” di Risi, a Humphrey Bogart in quasi tutti i ridoppiaggi e sopratutto in “Provaci ancora Sam” di Woody Allen.

Oltre che doppiare, Ferrari recita anche davanti alla MDP, e sono da ricordare le sue interpretazioni in “Camping” diretto da Franco Zeffirelli nel 1957 con Nino Manfredi e “Le voci bianche” di Pasquale Festa Campanile del 1964, in cui ha il ruolo di assoluto protagonista.

Ferrari è uno dei primi protagonisti anche del nuovo mezzo che si affaccia in Italia, la televisione. E’ accanto a Vittorio Gassman nello storico “Il Mattatore” del 1959, presenta il Festival di Sanremo accanto ad Enza Sampò nel 1960, e partecipa a numerosissime fiction da “Il giornalino di Gian Burrasca” di Lina Wertmuller del 1964, passando per “Nero Wolfe” con Tino Buazzelli del 1969 e “Disokkupati” di Franza di Rosa del 1997 per arrivare a “Notte prima degli esami” del 2011.

Sempre per la tv, nel 1981 è il protagonista di una serie di “Buonasera con…” in cui ripercorre, assieme a sua moglie Laura Tavanti, la sua già allora lunga carriera, e in cui non risparmia frecciate a esimi colleghi, a partire dallo stesso Gassman.

Sempre in televisione (nel bene e nel male…) Paolo Ferrari è protagonista di alcuni spot pubblicitari legati ad un detersivo, spot che lo renderanno famoso anche alle nuove generazione (…sob…) entrando di fatto nell’immaginario quotidiano della nostra società.

Ma Ferrari è attivo anche e soprattutto in teatro, forse la sua grande e vera passione. Fra i numerosi allestimenti mi piace ricordarlo in “Sostiene Pereira” tratto dal romanzo di Antonio Tabucchi per la regia di Teresa Pedroni, e nel bellissimo “Un ispettore in casa Birling” di John Boynton Priestley con Andrea Giordana per la regia di Giancarlo Sepe, spettacoli che ho avuto la fortuna di vedere.

Oltre alla sua grande arte, ci mancherà molto la sua sorniona ironia.

“Il giovane Montalbano” di Andrea Camilleri

(Italia, dal 2012)

Il commissario Salvo Montalbano, grazie al genio di Andrea Camilleri – coadiuvato da Francesco Bruni – alla bravura di Luca Zingaretti e alla regia di Alberto Sironi, è diventato uno dei – pochi… – simboli positivi recenti del nostro Paese. Tanto che ogni qualvolta viene trasmessa una puntata in prima o in replica, gli ascolti (come si diceva una volta) sono sempre ottimi.

Non era facile mettere le mani su una serie così di successo, ma il grande Camilleri ha trovato il colpo di genio. Partendo dalla semplice domanda: “com’era Salvo, prima di diventare Montalbano?” Camilleri ha ideato una serie dedicata agli inizi della carriera di commissario del suo protagonista.

Arriviamo così a Vigata agli inizi degli anni Novanta, quando Montalbano, vice commissario in un piccolo paesino dell’entroterra, viene promosso e assegnato nella città in cui è nato. Il suo Commissariato è stato appena inaugurato e lui ne prende possesso non senza preoccupazioni.

Oltre ai casi verticali, che trovano la loro conclusione nella stessa puntata, nel corso di tutta la serie scopriamo lentamente l’arrivo di ogni personaggio che poi diventerà fondamentale nella serie con Zingaretti. Assistiamo magicamente ai primi incontri di Montalbano con Catarella, Fazio, Augello, Pasquano e ovviamente Livia.

Oltre alla “solita” bravura della coppia di sceneggiatori Camilleri-Bruni, bisogna riconosce quella dietro la macchina da presa di Gianluca Maria Tavarelli, e soprattutto quella di Michele Riodino che, nonostante la scarsa somiglianza con Zingaretti e la folta e riccia chioma, prende in pieno Montalbano, arrivando a farci credere tranquillamente di essere lo stesso che poi interpreterà l’attore romano.

“FBI – Francesco Bertolazzi Investigatore” di Ugo Tognazzi

(Italia, 1970)

A partire dagli anni Sessanta numerosi grandi attori del cinema hanno iniziato a prestarsi alla neonata televisione, oltre che come attori anche come autori. In quegli anni, molti lo facevano mostrando palesemente il loro sdegno per un mezzo così poco nobile rispetto al teatro o al grande schermo. Ma l’immortale Ugo Tognazzi no. Il suo geniale senso artistico lo aveva fatto essere uno dei veri pionieri del nostro piccolo schermo con il varietà memorabile “Un, due, tre” assieme a Raimondo Vianello.

Alla fine degli anni Sessanta però Tognazzi non è più solo un’icona della risata, ma è uno dei grandi interpreti del cinema di qualità. E torna in televisione con una serie, che lui stesso dirige, che si ispira alla grande commedia all’italiana. A scrivere i soggetti e le sceneggiature delle puntate ci sono i maestri Age e Furio Scarpelli, che ne confezionano sei.

Il genere è quello della commedia appunto, ma una commedia tinta di giallo, visto che il protagonista Francesco Bertolazzi – impersonato dallo stesso Tognazzi, e il cui cognome non a caso fa risonanza – è un investigatore privato e gioca sulle sue iniziali “F” “B” e “I” di investigatore per farsi pubblicità. La sua è una ditta a conduzione familiare, ma che punta a una clientela distinta e soprattuto abbiente.

Nella prima puntata, “Sparita il giorno delle nozze”, a interpretare un’antipatico antiquario che ama viaggiare su una delle automobili appartenute a Mussolini c’è Marco Ferreri, amico personale di Tognazzi, nonché grande regista e autore di pellicole straordinarie interpretate dallo stesso grande artista cremonese.

Le altre puntate sono: “Il ritorno di Ulisse” (con fra gli interpreti Nora Ricci); “Rapina a mano armata” (con Stefano Satta Flores); “Notte americana” (con Franco Fabrizi); “Labbra serrate” (con Enzo Cannavale), e “Getto della spugna” (con Achille Togliani).

Al momento questa deliziosa serie prodotta dalla nostra televisione nazionale è praticamente introvabile. Solo qualche brano è visibile su Youtube …Sob.

Peter Falk

Il 16 settembre del 1927 nasce a New York Peter Michael Falk in una famiglia ebraica di origini polacche, russe, ungheresi e ceche. A tre anni, a causa di una grave patologia oculare, il piccolo Peter subisce l’asportazione dell’occhio destro. L’evento cambia per sempre i suoi connotati e sembra stridere con la futura carriera d’attore. Ma proprio quello strano e particolare sguardo diventerà il suo tratto distintivo.

Gli inizi però non sono semplici. Durante un casting, per esempio, il fondatore della Columbia Pictures Harry Cohn lo boccia dicendo una frase che lo stesso Falk ricorderà spesso: “Con gli stessi soldi posso avere un attore con due occhi”.

Ad accorgersi delle possibilità recitative di Falk non è il cinema ma la televisione. L’attore newyorkese, infatti, approda alla fine degli anni Cinquanta in alcune delle serie tv che di fatto faranno la storia della fiction americana come “Alfred Hitchcock presenta” e “Ai confini della realtà”.

Grazie all’esperienza acquisita e alla sua bravura nel 1961 Frank Capra lo sceglie per il suo “Angeli con la pistola”, nel ruolo secondario di Carmelo. Così, nonostante le origini mitteleuropee, Peter Falk diventa famoso al grande pubblico come il classico immigrato italiano di “Broccolino”.

Seguono numerosi ruoli secondari nei panni di personaggi sulla linea di Carmelo in film come “Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo” di Stanley Kramer (1963) o “La grande corsa” di Blake Edwards (1965).  

Ma è nuovamente il piccolo schermo a dare a Falk l’occasione giusta, quella per diventare finalmente protagonista assoluto. Nel 1968 gira il pilota della serie poliziesca “Columbo” (che da noi diventa “Colombo”) in cui interpreta un tenente italoamericano (…sob!) della squadra omicidi del LAPD, dall’incredibile intelligenza deduttiva nonostante l’aspetto trasandato e distratto.

Nel 1971, dopo un secondo pilota, viene prodotta definitivamente la prima serie, e a dirigere il primo episodio viene chiamato un giovanissimo e sconosciuto Steven Spielberg. Il successo è clamoroso, tanto da portare la produzione a realizzare sette stagioni consecutive, quattro film direttamente per il grande schermo e uno spin-off dal titolo “Mrs. Columbo” dedicato alle (improbabili…) imprese investigative della “fantomatica” moglie del tenente.

Sul set della serie Falk ha modo di conoscere John Cassavetes (omicida nella puntata “Concerto con delitto”) maestro del cinema indipendente americano che per produrre i suoi film recita (è il protagonista, per esempio, del mitico “Contratto per uccidere” del maestro Don Siegel). Falk così partecipa a ottime pellicole come “Mariti”, “Una moglie” e “La sera della prima” tutte dirette dall’amico Cassavetes.

Il successo televisivo permette a Falk di scegliere i ruoli per il grande schermo e lui, da grande attore, passa con bravura da quelli più drammatici dei film di Cassavetes a quelli tipici della commedia come in “Invito a cena con delitto” (1976) di Robert Moore, “Mikey e Nicky” (1976) della grande Elaine May , “Una strana coppia di suoceri” (1979) di Arthur Hiller o quello del vecchio manager nel bellissimo “California Dolls” (1981) di Robert Aldrich. Ma Falk si cimenta anche nel poliziesco con l’avvincente “Pollice da scasso” (1978) di William Friedkin.

Nel 1987 Wim Wenders lo vuole nel suo sublime “Il cielo sopra Berlino” e nel sequel “Così lontano, così vicino” del 1993. Sempre nel 1987 Falk partecipa a un fantasy che all’uscita nelle sale non ottiene un particolare riscontro ma che oggi è diventato un vero e proprio cult: “La storia fantastica” diretto da Rob Reiner.

Nel 1996 è accanto a Woody Allen nel film per la tv “I ragazzi irresistibili”, nuovo adattamento della famosa commedia di Neil Simon, diretto da John Erman.

Nel frattempo, dal 1989, Falk è tornato a vestire i panni del tenente Colombo nelle nuove stagioni che riscuotono sempre un buon successo di pubblico. Nel 2003 le avventure di Colombo si chiudono definitivamente e l’attore dirada i suoi impegni lavorativi a causa di ricorrenti amnesie.

Nel 2008 gli viene diagnosticato definitivamente il morbo di Alzheimer, e l’attore si ritira nella sua villa di Beverly Hills. Purtroppo le sue ultime immagini pubbliche vengono catturate da alcuni fotografi mentre è in strada smarrito, prigioniero e sfigurato dalla malattia degenerativa. Peter Falk muore poco dopo, il 23 giungo del 2011.

Chiamarlo caratterista è davvero troppo riduttivo, visto che è stato uno dei volti più noti del cinema e della televisione del Novecento. Se è vero che Falk deve molto al piccolo schermo, è vero anche che la sua bravura e la sua classe hanno contribuito a nobilitare la fiction televisiva.

Infine, è giusto ricordare Giampiero Albertini, indimenticabile voce italiana di Falk e del tenente Colombo fino al 1991.  

“Stranger Things” di Matt Duffer e Ross Duffer

(USA, 2016)

Normalmente si associano gli anni Ottanta ai capelli cotonati, ai piumini, agli orecchini a cerchi, alle maniche a palloncino o alle spalline abnormi, e – …poveri noi –  alle scarpe ballerine (teribbili!). Ma negli anni Ottanta, fortunatamente, ci sono state anche altre cose. Come i film di Steven Spielberg o i grandi romanzi di Stephen King. E proprio a questi due grandi autori visionari, i fratelli Duffer si sono ispirati per realizzare questa serie tv prodotta da Netflix.

Ispirandosi anche alle atmosfere dello splendido “Super 8” di J.J. Abrams – altro grande omaggio a quegli anni – i Duffer ci portano a Hawinks, una piccola cittadina dell’Indiana, esattamente il 6 novembre del 1983, il giorno in cui scompare il dodicenne Will Byers (primo grande e irresistibile omaggione a “IT” di King).

Sulla piccola località cala l’ombra di qualcosa di oscuro e “straniero” che proviene da un laboratorio governativo segreto situato nelle vicinanze (e qui “L’ombra dello Scorpione” dove me la mettete?!) il cui responsabile è il dottor Martin Brenner (un Matthew Modine truccato da assomigliare tanto a Keys/Peter Coyote di “E.T. – L’’Extraterrestre”). Scattano le ricerche del piccolo, quelle ufficiali guidate dallo sceriffo Jim Hopper (David Harbour), mentre quelle personali da Joyce Byers (Winona Ryder) e da Jonathan (Charlie Heaton), rispettivamente madre e fratello di Will.

Le più fruttuose però sembrano essere quelle condotte da Mike, Dustin e Lucas (di nome non di cognome…) i tre compagni di scuola e amici del cuore del ragazzino (che vivono in simbiosi alle loro biciclette …eddaje!), che si imbattono in una strana e silenziosa loro coetanea. Ma tutti, comunque, troveranno misteri, enigmi e false piste fino a quando…

Godibilissima serie per amanti del brivido e amatori dei cult di trent’anni fa. Tanto per fare qualche esempio, nella camera di uno dei protagonisti c’è appesa al muro la locandina di “Dark Crystal” di Jim Henson e Frank Oz. Oppure un poliziotto di guardia legge distrattamente un libro con sulla quarta di copertina la foto di un giovanissimo Stephen King. Per arrivare al titolo del IV episodio “The Body”, esattamente come quello originale del racconto dello stesso King da cui è stato tratto il film “Stand By Me – Ricordo di un’estate” di Rob Reiner. E basta, altrimenti non la smetto più e vi parlo anche delle citazioni dal piccolo cult “Scarlatti – Il thriller” diretto da Frank LaLoggia nel 1988.

Se Steven Spielberg, in un’intervista di allora, affermò che “E.T. – L’extraterrestre” era ciò che lui sognava di vivere con un alieno, mentre “Poltergeist – Demoniache presenze“ (da lui scritto ufficialmente, e co-diretto ufficiosamente) era quello che invece temeva di vivere con una forma aliena, “Stranger Things” è la risposta…

Per la chicca: sigla di testa davvero anni …Ottanta paura!

“Crisis in Six Scenes” di Woody Allen

(USA, 2016)

Scoccati gli ottanta, il grande Woody Allen si è preso “la briga e di certo il gusto…” (cit.) di girare la sua prima serie televisiva. E per farlo ha scelto Prime Video che gli ha dato carta bianca.

Ambientata nei fantastici Sessanta, in una New York dove si respira l’aria della rivoluzione sociale e civile, “Crisis in Six Scenes” ci racconta come la vita tranquilla e ordinata dei coniugi Munsinger, Sidney (lo stesso Woody Allen doppiato per noi magnificamente da Leo Gullotta) e Kay (una strepitosa Elaine May) subisca l’impatto violento coi tempi che corrono.

Nel cuore della notte, infatti, la rivoluzionaria evasa dal carcere Lennie Dale (Miley Cirus) si intrufola in casa Munsinger. La scelta di Lennie è legata al vecchio rapporto stretto che Kay ha avuto da giovane con la sua famiglia. E quando la rivoluzione bussa alle porte…    

Sei deliziose puntate per una serie nel segno del genio di Woody Allen. E grande, e ovviamente ironica, riflessione su quello che davvero è stato il “mitico” ma ormai stantio e incartapecorito ’68.

Non si può non parlare anche della grande Elaine May. Figura fondamentale del cabaret e della satira americana a partire dagli anni Cinquanta, autrice di radio, cinema (suoi sono gli spassosi “E’ ricca, la sposo e l’ammazzo” e “Il rompicuori“, solo per fare un paio di esempi) teatro e televisione. La May, superati abbondantemente gli ottanta, tiene fantasticamente testa a Woody Allen che, comunque, è sempre lui. Anche in streaming!

“Le avventure di Laura Storm” di Leo Chiosso e Camillo Mastrocinque

(Italia, 1965/66)

Questa serie poliziesca, con un forte accento di commedia, nasce come risposta a quella molto bogartiana de “Il tentente Sheridan” con Ubaldo Lay. Ma, nonostante ciò, a distanza di oltre cinquant’anni possiede ancora elementi particolari e innovativi che quella con Lay non ha.

Ideata da Leo Chiosso – uno dei più famosi parolieri del nostro Novecento – e Camillo Mastrocinque – uno dei maestri della grande commedia all’italiana – questa serie è andata in onda in otto puntate dal 1965 al 1966.

Laura Perrucchetti (un’affascinante quanto brava Lauretta Masiero) lavora come giornalista presso il giornale “L’Eco della Notte” usando lo pseudonimo di Laura Storm per firmare i suoi articoli, incentrati sempre sulla moda e la mondanità. Ma Laura è una donna molto particolare: ama le arti marziali, è indipendente, fuma e ha una relazione fatta di alti e bassi col suo direttore Carlo Steni (che ha il volto di Aldo Giuffrè). Lei vorrebbe dedicarsi alla cronaca nera, ma Steni si oppone fino a quando la stessa Storm non è implicata direttamente in un misterioso delitto.

Nel cast fisso appaiono anche Oreste Lionello e Stefano Sibaldi. E Andrea Camilleri, così come nelle “Inchieste del Commissario Maigret” con Cervi, è il delegato della produzione. Ma al di là dei casi gialli specifici, che spesso sono molto semplici, ciò che ancora colpisce è la modernità della figura della protagonista, che spesso le dà di santa ragione a maschi bruti e prepotenti.

Si può solo immaginare la reazione indignata di molti ben pensanti che vedendola in tv sbuffarono furenti. La RAI la trasmise in seconda serata. Non ci scordiamo che noi, fino a non troppi anni fa, eravamo il Paese del delitto d’onore, dove la Legge cancellava le condanne per stupro se l’aguzzino accettava di sposare la sua vittima. E’ importante ricordare pure che nel 1965 non c’era ancora il divorzio, e l’aborto era vergognosamente ancora illegale.

Nei dialoghi si respira l’aria di quella rivoluzione sociale che sta per arrivare (ma che poi cambierà molto poco rispetto a quello che aveva promesso) grazie alla quale le donne finalmente pretenderanno i loro diritti. Davvero un documento sulla nostra società che stava cambiando. Da vedere, ovviamente solo in rete, visto che è introvabile altrove.

Per la chicca: la sigla finale, scritta da Chiosso e Johnny Dorelli, allora compagno della Masiero, è cantata da un giovane Fausto Leali.

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“Saturnino Farandola” di Raffaele Meloni e Albert Robida

(Italia, 1977)

Questo sceneggiato per i più giovani è andato in onda sul Secondo Canale (dite quello che vi pare, ma io allora lo chiamavo così) dalla primavera del 1977 al gennaio del 1978, con un’ampia interruzione per le vacanze estive. Le tredici puntate furono trasmesse con cadenza settimanale nel pomeriggio televisivo dedicato ai “ragazzi”.

Tratto dal romanzo di Albert Robida che nel 1879 pubblica “Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola” col quale intende rivisitare il maestro Jules Verne per il pubblico più giovane, questo sceneggiato – adattato per lo schermo dallo stesso Raffaele Meloni assieme a Norman Mozzato – è stato totalmente girato in studio, nonostante racconti di avventure in cielo terra e acqua, e che si consumano nei luoghi più disparati ed esotici del nostro pianeta.

Proprio per raccontare queste incredibili avventure, Meloni usa scenografie e animazioni d’effetto ma spartane, proprio in stile con la tv di quegli anni dove gli effetti speciali dovevano essere “ben visibili”.

A vestire il ruolo del protagonista c’è Mariano Rigillo, mentre gli altri componenti del cast – fra i quali spicca il grande Paolo Poli – vestono i panni di tutti gli altri personaggi della storia, anche questo molto anni Settanta.

Da ricordare c’è anche la bella sigla di testa animata, realizzata da Stelio Passacantando, le musiche di Ettore De Carolis e la bellezza sensuale e tenebrosa di Daria Nicolodi, che ancora oggi, a rivederla ballare vestita da odalisca, qualche lungo sospirone ce lo strappa sempre…

So che la cosa vi stupirà… ma questo prezioso e originale sceneggiato televisivo è praticamente introvabile, l’unica opportunità che rimane è quella di vederlo a pezzi in rete.

Per la chicca: sulla scia del successo di questa serie, il grande autore Bonvì (al secolo Franco Bonvicini) crea e disegna “Marzolino Tarantola“, personaggio dei fumetti che, alla fine degli anni Settanta, occuperà uno spazio indimenticabile in televisione nel mitico “Supergulp!”.

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“I Promessi Sposi” di Massimo Lopez, Anna Marchesini e Tullio Solenghi

(Italia, 1990)

Nel gennaio del 1990, quando tutto il Paese ormai si preparava a quello che molti consideravano l’apice della nostra italianità, la cosa che ci avrebbe finalmente concesso un posto sul podio planetario fra le primissime nazioni civili e organizzate, l’evento che avrebbe riscattato i lati beceri e pecorecci del – così troppo! – bistrattato vecchio Stivale: i Mondiali di Calcio Italia90, la Rai trasmise la parodia, fatta dal magico Trio, dello sceneggiato polpettone insulso e celofanato “I Promessi Sposi” diretto da Salvatore Nocita – frutto di una cooproduzione internazionale, che anche lei avrebbe dovuto riqualificarci davanti al mondo – andato in onda qualche mese prima.

Ma all’alba dell’ultimo decennio del Secolo Breve, la Rai non era più quella dei grandi sceneggiati avendo a che fare, ormai da qualche anno, con un concorrente agile, volitivo e ricco come la Fininvest.

I tempi e la qualità della Rai non potevano competere con la tv “fast food” del Biscione. E così lo sceneggiato di Nocita venne fuori come una brodaglia sterile e priva di cuore, che niente aveva a che fare con quello diretto da Sandro Bolchi qualche decennio prima.

Basta pensare che per la versione “internazionale” dello sceneggiato diretto da Nocita, quella venduta ad altri Paesi, venne tagliata la parte con il futuro premio Nobel Dario Fo che impersonava Azzeccagarbugli, sostituendolo poi con un altro attore. Che menti…

Ma torniamo alla sua parodia, vero gioiello televisivo di quegli anni, e non solo. Già a partire dai titoli di testa con lo strepitoso “Da un’idea di Alessandro Manzoni”, per passare alla prima apparizione di Lucia-Marchesini col suo “…Chedé?”, a Bella Figheira e a mille altre trovate geniali, fino alla sigla finale in cui uno splendido Lopez-Manzoni canta “Lucy” suonando un pianoforte a coda sulle onde del mare al tramonto, si capisce la portata geniale della mini serie.

E, come accadeva col Trio e soprattuto con l’indimenticabile – e insostituibile – Anna Marchesini, ci si sbellicava dalle risate castingando i vizi e le miserie del nostro Paese; esattamente quello che accadeva al cinema, qualche decennio prima, con la grande commedia all’italiana.

E questo è ancora più evidente rivedendolo oggi, a quasi trent’anni di distanza. Trent’anni in cui il nostro Paese è tanto, e tanto poco, cambiato. Sarà un caso, quindi, che della sua recente messa in onda pomeridiana, avvenuta poco dopo la scomparsa della Marchesini, la Rai abbia mantenuto il più stretto riserbo…

“Grisù il draghetto” di Nino e Toni Pagot

(Italia, 1975)

C’è una domanda che ogni bambina e ogni bambino degli anni Settanta si è posto almeno una volta davanti al piccolo schermo, e che probabilmente non ha mai articolato con queste parole, ma che aveva esattamente questa forma: è possibile essere fieramente se stessi in un mondo che ha già deciso cosa dovresti diventare? Nino e Toni Pagot, con “Grisù il draghetto”, hanno risposto con poco più di dieci minuti di cartone animato per episodio, un piccolo drago verde dal carattere testardo e un padre che fa il tifo per lui anche quando non lo dà a vedere.

Non capita troppo spesso che una serie animata italiana degli anni Settanta riesca a sopportare il peso del tempo senza cedere sotto il suo ginocchio. “Grisù”, prodotta nel 1975 e trasmessa in Italia dalla Rai, non solo regge: si rivela sorprendentemente solida, quasi architettonica nella sua semplicità. I Pagot — due nomi che chi frequenta la storia dell’animazione italiana conosce bene, legati com’erano già al glorioso Calimero — avevano capito una cosa che sfugge a molti narratori anche più blasonati: le bambine e i bambini non hanno bisogno di essere trattati da “bambini”. Hanno bisogno di storie vere, con personaggi che vogliono qualcosa e non sempre riescono ad ottenerla.

Grisù vuole fare il pompiere. È un drago, quindi soffia fuoco, e soffia fuoco nei momenti meno opportuni, spesso esattamente quando non dovrebbe. Ogni episodio è una variazione su questo tema, ma attenzione: non nel senso della ripetizione stanca, piuttosto nel senso della musica jazz, dove il tema è il punto di partenza e non il punto di arrivo. Ogni puntata costruisce una situazione nuova, la carica di aspettative, e poi lascia che Grisù faccia quello che Grisù fa: vale a dire, combinare un guaio nel tentativo di fare la cosa “giusta”. Il caos è sempre dietro l’angolo. Il cuore del protagonista, però, non vacilla mai.

Il padre, Fumè, è un personaggio che meriterebbe un’analisi a parte. Drago orgoglioso e tradizionalista, porta sulle spalle il peso di una comunità che ha le sue regole, le sue aspettative, i suoi codici non scritti, e tra questi codici, quello che dice inesorabilmente che un drago fa il drago e non il pompiere. Eppure Fumè non è il cattivo della storia. Non lo è mai. È un padre che non capisce il figlio ma lo ama comunque, e questa sfumatura — questa distinzione sottile tra il non capire e il non accettare — è una delle cose più adulte che “Grisù” si permette di raccontare in un formato che dura pochi minuti.

La struttura narrativa della serie è volutamente semplice, quasi spartana. Non ci sono archi multipli, non ci sono cattivi ricorrenti nel senso classico del termine, non ci sono sottotrame che si dipanano su più episodi. C’è Grisù, c’è il suo sogno, e ci sono gli ostacoli, spesso generati da lui stesso, che è il tipo di ironia che forse fa meno ridere ma che fa pensare di più. Il formato breve, che negli anni Settanta era una scelta quasi obbligata per la televisione di allora, diventa qui un valore: ogni storia è un’unità autonoma, con il suo inizio, il suo sviluppo e la sua risoluzione, e questa pulizia narrativa ha qualcosa di quasi artigianale che oggi, nell’era della serialità compulsiva e degli episodi che finiscono sempre a metà, si riscopre con un certo sollievo.

Dal punto di vista visivo, “Grisù” appartiene chiaramente alla sua epoca. I fondali sono piatti, le animazioni parche, i colori scelti con una tavolozza che non cercava effetti speciali ma riconoscibilità immediata. Eppure il design del protagonista — quel verde brillante, quella faccia rotonda, quella fiamma involontaria che schizza fuori sempre dal lato sbagliato — ha una coerenza espressiva che funziona ancora oggi. Grisù è simpatico non perché glielo abbiano disegnato in faccia, ma perché ogni linea del suo corpo comunica intenzione. Vuole. Cerca. Ci prova. E questo basta.

La sigla, con quella melodia orecchiabile e quel testo che spiega tutto senza spiegare niente, è uno di quei manufatti culturali che entrano nel cervello di un bambino di sei anni e non se ne vanno più neanche quando quel bambino ne ha cinquanta (abbondantemente e gaiardamente superati…) e chi scrive può confermarlo con una certa dose di orgoglioso imbarazzo.

Quello che “Grisù il draghetto” lascia, guardato oggi con gli occhi di chi allora non era ancora nato o era appena arrivato al mondo, è qualcosa di più sottile di una semplice ondata di nostalgia. È la conferma che le storie più oneste sono quelle che non promettono lieti fini garantiti, ma mostrano il percorso. Grisù non diventa pompiere perché il mondo cambia le sue regole per lui. Diventa il protagonista della propria storia perché non smette di provarci. E questa, in fondo, è la morale più utile che un cartone animato possa consegnare a una bambina e a un bambino e, sia detto sottovoce, anche a qualche adulto che ha smesso di provarci troppo presto.

I Pagot – che non a caso pochi anni dopo collaboreranno con il maestro Hayao Miyazaki per la serie “Il fiuto di Sherlock Holmes” – sapevano quello che facevano. E si vede. Da vedere, senza fiammiferi nelle vicinanze…

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