“Dracula di Bram Stoker” di Francis Ford Coppola

(USA, 1992)

Nel 1992, Francis Ford Coppola decide di fare una cosa che a Hollywood sembrava impossibile: raccontare Dracula davvero. Non l’ennesima versione edulcorata, non il mostro bidimensionale che esce dalla bara e morde qualche bella ragazza. No, Coppola vuole andare al cuore della storia, al nucleo originario che Bram Stoker aveva immaginato. E per farlo sceglie la strada più difficile: costruire un film che sia, prima di tutto, un’esperienza visiva. Un’opera che si guarda con gli occhi spalancati, che travolge, che ipnotizza.

Gary Oldman è il conte Dracula, ma non è il Dracula che conosciamo. È un uomo che ha attraversato i secoli portandosi dietro una ferita che non si chiude, un amore perduto che diventa ossessione, dannazione, ragione di esistenza eterna. Quando incontra Mina – una Winona Ryder eterea, sospesa tra due mondi – non vediamo solo un vampiro che trova la sua preda. Vediamo qualcuno che riconosce nell’altro il proprio riflesso, la propria possibilità di salvezza. O di perdizione definitiva.

Anthony Hopkins costruisce un Van Helsing che è scienza e superstizione insieme, razionalità che si piega davanti all’irrazionale. E poi c’è Keanu Reeves, il cui Jonathan Harker sembra quasi fuori posto, inadeguato, ma forse è proprio questo il punto della sua interpretazione. Di fronte a forze così antiche, così potenti, chi di noi non sarebbe inadeguato?

Ma è l’immagine, sempre l’immagine, a portare il peso vero del film. Coppola costruisce un universo visivo che ancora oggi, a ben oltre trent’anni di distanza, non ha perso un grammo della sua forza. Le ombre che si muovono indipendenti dai corpi. Il rosso del sangue che esplode sullo schermo come un grido. I costumi di Eiko Ishioka che trasformano i personaggi in creature mitologiche, in simboli incarnati, come per esempio Monica Bellucci in una delle spose del conte. Ogni inquadratura è un quadro, ogni scena una dichiarazione d’intenti.

Quello che rende questo “Dracula” ancora così potente è la sua scelta di non nascondersi dietro la tecnologia, ma di usare effetti pratici, trucchi da cinema delle origini, sovrapposizioni e giochi di luce che ricordano l’espressionismo tedesco. C’è qualcosa di artigianale in questo film, di costruito con le mani, che gli dà uno spessore, una materialità che il digitale raramente riesce a raggiungere. È cinema che racconta come fare cinema, e questa ostentazione diventa parte del fascino, della seduzione.

La storia d’amore al centro del film – perché questo è, prima di tutto, un film d’amore – non è romantica nel senso convenzionale. È sporca, disperata, attraversata da pulsioni che non si possono controllare. Dracula non è il principe azzurro che aspetta la sua bella: è un uomo che ha scelto la dannazione per non accettare una perdita, e che ora cerca di trascinare qualcun altro con sé nell’abisso. Mina non è una vittima passiva: è una donna divisa, attratta da qualcosa che dovrebbe respingere, combattuta tra la sicurezza della vita normale e il richiamo di qualcosa di più grande, più terribile, più vero.

La colonna sonora di Wojciech Kilar accompagna tutto questo con una solennità che sfiora il sacro. I temi musicali si ripetono, si trasformano, creano echi che legano le epoche, i personaggi, le emozioni. È musica che non commenta l’immagine ma la abita, diventa parte integrante del tessuto narrativo.

Quello che Coppola capisce, e che rende questo film ancora così rilevante, è che l’horror funziona quando tocca qualcosa di profondo in noi. La paura della morte, sì, ma anche il fascino per l’immortalità. Il disgusto per il sangue, ma anche l’attrazione per ciò che è proibito. Il desiderio di essere salvati, e la tentazione di lasciarsi perdere. “Dracula di Bram Stoker” non è un film che fa paura nel senso dell’effetto sorpresa, del mostro che salta fuori dal buio. È un film che inquieta, che lascia un segno, che entra sotto la pelle e ci resta.

Trent’anni dopo, le immagini di questo film continuano a vivere nella memoria collettiva del cinema. Perché Coppola non ha cercato di fare un film realistico, ma un film vero. Vero nel senso dell’emozione, della visione, della capacità di creare un mondo che esiste solo sullo schermo ma che sembra più reale della realtà stessa.

È questo il cinema che manca, oggi. Il cinema che osa, che rischia, che si sporca le mani. Il cinema che crede ancora nel potere dell’immagine di dire cose che le parole non possono. “Dracula di Bram Stoker” è un monumento a tutto questo. E continuerà a esserlo.

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“Stranger Things” di Matt Duffer e Ross Duffer

(USA, 2016)

Normalmente si associano gli anni Ottanta ai capelli cotonati, ai piumini, agli orecchini a cerchi, alle maniche a palloncino o alle spalline abnormi, e – …poveri noi –  alle scarpe ballerine (teribbili!). Ma negli anni Ottanta, fortunatamente, ci sono state anche altre cose. Come i film di Steven Spielberg o i grandi romanzi di Stephen King. E proprio a questi due grandi autori visionari, i fratelli Duffer si sono ispirati per realizzare questa serie tv prodotta da Netflix.

Ispirandosi anche alle atmosfere dello splendido “Super 8” di J.J. Abrams – altro grande omaggio a quegli anni – i Duffer ci portano a Hawinks, una piccola cittadina dell’Indiana, esattamente il 6 novembre del 1983, il giorno in cui scompare il dodicenne Will Byers (primo grande e irresistibile omaggione a “IT” di King).

Sulla piccola località cala l’ombra di qualcosa di oscuro e “straniero” che proviene da un laboratorio governativo segreto situato nelle vicinanze (e qui “L’ombra dello Scorpione” dove me la mettete?!) il cui responsabile è il dottor Martin Brenner (un Matthew Modine truccato da assomigliare tanto a Keys/Peter Coyote di “E.T. – L’’Extraterrestre”). Scattano le ricerche del piccolo, quelle ufficiali guidate dallo sceriffo Jim Hopper (David Harbour), mentre quelle personali da Joyce Byers (Winona Ryder) e da Jonathan (Charlie Heaton), rispettivamente madre e fratello di Will.

Le più fruttuose però sembrano essere quelle condotte da Mike, Dustin e Lucas (di nome non di cognome…) i tre compagni di scuola e amici del cuore del ragazzino (che vivono in simbiosi alle loro biciclette …eddaje!), che si imbattono in una strana e silenziosa loro coetanea. Ma tutti, comunque, troveranno misteri, enigmi e false piste fino a quando…

Godibilissima serie per amanti del brivido e amatori dei cult di trent’anni fa. Tanto per fare qualche esempio, nella camera di uno dei protagonisti c’è appesa al muro la locandina di “Dark Crystal” di Jim Henson e Frank Oz. Oppure un poliziotto di guardia legge distrattamente un libro con sulla quarta di copertina la foto di un giovanissimo Stephen King. Per arrivare al titolo del IV episodio “The Body”, esattamente come quello originale del racconto dello stesso King da cui è stato tratto il film “Stand By Me – Ricordo di un’estate” di Rob Reiner. E basta, altrimenti non la smetto più e vi parlo anche delle citazioni dal piccolo cult “Scarlatti – Il thriller” diretto da Frank LaLoggia nel 1988.

Se Steven Spielberg, in un’intervista di allora, affermò che “E.T. – L’extraterrestre” era ciò che lui sognava di vivere con un alieno, mentre “Poltergeist – Demoniache presenze“ (da lui scritto ufficialmente, e co-diretto ufficiosamente) era quello che invece temeva di vivere con una forma aliena, “Stranger Things” è la risposta…

Per la chicca: sigla di testa davvero anni …Ottanta paura!