Il dramma teatrale “Equus” è uno dei più famosi e rappresentati fra quelli a firma dell’inglese Peter Shaffer (solo qualche anno fa il maghetto Daniel Radcliffe lo ha reinterpretato in teatro).
Andato in scena nel 1973, quattro anni dopo Sidney Lumet ne realizza un bellissimo adattamento cinematografico con Richard Burton, lo stesso attore che in quegli anni lo interpreta con enorme successo a Broadway.
Allo psichiatra Martin Dysart (Burton) viene chiesto di occuparsi di Alan Strang (il bravissimo Peter Firth), un giovane stalliere che in un gesto di apparente follia ha inspiegabile accecato tutti i cavalli di cui si occupava amorevolmente da tempo.
Le regioni di un gesto così tragico vanno ricercate nella mente e nella storia personale del ragazzo…
Davvero un bel film con due grandi interpreti, vincitori entrambi del Golden Globe.
“…Basta fare finta di niente” è la risposta che dava Primo Levi a chi gli chiedeva come alcuni esseri umani siano potuti arrivare a fare indisturbati cose così terrificanti come quelle che fecero i nazi-fascisti nell’Olocausto.
E per evitare che questo possa ripetersi c’è solo un grande e doloroso metodo: ricordare.
Oggi “Giornata della Memoria” delle vittime della Shoah, come e più che negli altri giorni dell’anno, è un dovere rivivere quella che è stata forse la vergogna più grande della nostra specie. E per farlo il film diretto da Spielberg può aiutarci come poche altre pellicole.
La sua potenza narrativa è talmente forte che anche il grande Stanley Kubrick, che per decenni ha avuto in testa l‘idea di realizzare un suo film sulla Shoah, appena visto abbandonò il progetto: trovava impossibile aggiungere qualcosa all’Olocausto raccontato da Spielberg.
C’è un tipo di malinconia che fa ridere, e un tipo di comicità che fa venire un nodo alla gola: Woody Allen, quando è in stato di grazia, riesce a farli coincidere nello stesso fotogramma. Il 27 gennaio del 1984, quando Broadway Danny Rose arriva nelle sale americane, il regista newyorchese firma una delle sue fotografie più riuscite del mondo dello spettacolo di seconda fascia, quello fatto di camerini polverosi, agenti squattrinati e sogni che non decollano mai davvero.
Come piace tanto ad Allen, che di espedienti narrativi ne ha sempre avuti in abbondanza, il film non si limita a raccontare una storia: la fa ricostruire, tavolino dopo tavolino, da un gruppo di vecchi agenti e comici che si scambiano aneddoti in un locale newyorchese. Fra loro c’è, senza travestimenti di finzione, il vero Jack Rollins, storico produttore dello stesso Allen e, tanto per dare la misura del personaggio, anche del David Letterman Show. È un espediente che Allen userà e affinerà più volte nella sua filmografia, quello della memoria collettiva che si fa racconto corale, ma qui ha un sapore particolare: sembra davvero di essere seduti a quel tavolo, ad ascoltare vecchie glorie di un mestiere che non esiste quasi più.
Al centro di questi ricordi c’è Danny Rose, piccolo agente teatrale interpretato dallo stesso Woody Allen, uomo capace di rappresentare i clienti più improbabili del panorama newyorchese: ballerini in ciabatte, pinguini ammaestrati, cantanti dalla voce incerta. È un personaggio che vive di ottimismo cronico e di un’etica professionale quasi commovente nella sua ingenuità: l’ennesima variazione narrativa sull’uomo piccolo travolto da eventi più grandi di lui.
L’episodio più significativo che il gruppo rievoca riguarda il rapporto tra Danny e il cantante Lou Canova, interpretato da Nick Apollo Forte, personaggio che incarna alla perfezione l’archetipo del crooner italoamericano decaduto, sospeso fra vanità e insicurezza. A Danny tocca il compito, tanto delicato quanto rischioso, di “custodire” durante un evento pubblico l’amante di Lou, Tina Vitale, una prosperosa femme fatale interpretata da Mia Farrow in una delle sue prove più sorprendenti, lontanissima dalla fragilità che il pubblico associava alle sue interpretazioni precedenti con lo stesso Allen. Farrow costruisce un personaggio duro, diffidente, dal linguaggio tagliente, e il contrasto fisico e caratteriale con il piccolo agente nevrotico che le sta accanto genera gran parte della comicità e, insieme, della tenerezza del film.
Gordon Willis, direttore della fotografia che aveva già firmato capolavori come Manhattan e Io e Annie, sceglie qui un bianco e nero elegante e vagamente nostalgico, capace di restituire una New York che sembra già ricordo di se stessa nel momento stesso in cui viene filmata. È una scelta che rafforza il senso di favola metropolitana che pervade tutto il film, come se ogni scena fosse già raccontata al passato, filtrata dalla memoria affettuosa di chi quel mondo lo ha vissuto davvero.
Non è fra i titoli di Woody Allen che di solito vengono ricordati per primi, schiacciato nella memoria collettiva da opere più ambiziose e più celebrate uscite nello stesso decennio. Eppure Broadway Danny Rose è davvero una piccola perla: un film che parla di lealtà, di fallimento e di quella strana dignità che si nasconde in chi continua a credere nei propri sogni anche quando tutto intorno suggerisce di arrendersi.
Da recuperare, magari in una serata in cui si ha voglia di ridere e commuoversi nello stesso respiro, con la stessa naturalezza con cui Danny Rose continuava a credere nei suoi improbabili artisti. E poi si può apprezzare Woody Allen/Danny Rose che si esibisce come comico fra il pubblico di un grande albergo. Anche se la scena dura molto poco e Allen veste i panni di un comico destinato a fallire e poi a fare come ripiego l’agente, ci sono due o tre fulgidi lampi di quelle che furono le sue vere, giovanili ed esilaranti esibizioni.
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Su questo capolavoro inossidabile che va dal musical alla commedia surreale è stato detto tanto. Ma mai abbastanza!
Perché ogni volta che ci si rimette a guardarlo, ben oltre quarant’anni e passa dalla sua uscita, si scopre sempre qualcosa di nuovo: un dettaglio nella fotografia, una battuta buttata lì con nonchalance, un movimento di macchina durante gli inseguimenti che ancora oggi fa sembrare ridicoli certi blockbuster contemporanei pieni di CGI e poveri di anima. Perché è proprio questo il segreto di The Blues Brothers: un’anima autentica, sporca, viva, che nasce dall’incontro fra la cultura del Saturday Night Live e la grande tradizione della musica afroamericana, tra il rhythm and blues, il soul e il gospel.
Oltre a incoronare definitivamente John Belushi icona immortale di una generazione — con quel suo modo di muoversi goffo eppure elegantissimo, quella faccia da bulldog malinconico dietro gli occhiali scuri, quella capacità unica di essere comico e commovente nello stesso identico fotogramma — questa pellicola diretta da John Landis concilia quella stessa nuova generazione con un genere musicale che allora sembrava adatto solo alle precedenti epoche. Non è un caso da poco: nel 1980 il rock e la disco dominavano le classifiche, e riportare sul grande schermo, con tale sfarzo e rispetto, artisti come Ray Charles, Aretha Franklin, Cab Calloway e James Brown significava fare un’operazione culturale, prima ancora che cinematografica. Landis li tratta da vere e proprie star, li lascia respirare in scena, costruisce attorno a loro sequenze musicali che sono autentici numeri da music-hall trapiantati nel cuore di una commedia d’azione.
Oltre ai grandi interpreti, la grande musica e alcune spettacolari sequenze — su tutte quell’inseguimento dentro il centro commerciale che sembra non finire mai, o la distruzione sistematica e quasi coreografica di ogni singola auto della Polizia di Chicago — il film è scritto davvero alla grande (la sceneggiatura è firmata da Dan Aykroyd e lo stesso John Landis), e anche per questo rimane immortale come i suoi due protagonisti “Joliet” Jake ed Elwood Blues. Perché dietro l’apparente caos, dietro le esplosioni, i cento e passa veicoli distrutti e i concerti improvvisati, c’è una struttura narrativa solidissima: una missione da compiere, quella di rimettere insieme la vecchia band per salvare l’orfanotrofio in cui i due fratelli sono cresciuti, che funziona da collante e da pretesto per un viaggio picaresco attraverso l’America, i suoi paesaggi urbani e le sue mille sfumature musicali.
E poi ci sono i comprimari, quella galleria di caratteristi che rendono ogni scena memorabile: la banda al completo, da Cab Calloway nei panni del custode Curtis a tutti i musicisti veri prestati alla finzione, capaci di dare credibilità assoluta a ogni singola nota suonata sul palco.
Grande piccolo cameo di Steven Spielberg nei panni dell’impiegato che alla fine emette la benedetta fattura per salvare l’orfanotrofio — un attimo fulmineo, quasi impercettibile per chi non lo sa, ma che oggi, con il senno di poi, fa sorridere pensando a quale altro gigante del cinema si nascondesse dietro quella scrivania — e di Frank Oz che, all’inizio, riconsegna gli effetti personali a Jake prima che questo esca dal penitenziario, in una scena breve ma perfetta nel dare subito il tono scanzonato e surreale di tutto ciò che seguirà.
Non va dimenticato poi il ruolo della città di Chicago stessa, vera e propria coprotagonista del film: le sue strade, i suoi ponti, la sua architettura diventano il palcoscenico ideale per questa favola urbana in giacca, cravatta e occhiali scuri, dove la legge viene infranta con la leggerezza di chi sa di stare compiendo, in fondo, una missione sacra — “Siamo in missione per conto di Dio“, ripetono i due fratelli – ed è forse questa la chiave di lettura più semplice e più vera dell’intero film: la fede, nella musica, nell’amicizia, nella redenzione, più forte di ogni legge scritta.
Un film che è insieme commedia slapstick, musical, action movie e melò sull’amicizia, capace di tenere insieme registri diversissimi senza mai perdere coerenza né ritmo, merito di un montaggio serrato e di una colonna sonora che, da sola, meriterebbe un posto di diritto nella storia del cinema.
Immortale.
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Pochi film hanno rappresentato davvero i sogni della generazione che a metà degli anni Ottanta usciva dall’adolescenza come “Ritorno al futuro”.
Con una sceneggiatura ad orologeria – scritta dallo stesso Zemeckis insieme a Bob Gale (già autore dello script di “1941: allarme a Hollywood” diretto da Spielberg nel 1979) e candidata all’Oscar (battuta da quella di “Witness – Il testimone” di Peter Weir, che adoro ma che secondo me non possiede la deliziosa e magica “perfezione” di quella di Zemeckis e Gale), “Ritorno al futuro” è uno dei classici dieci film da portare sull’isola deserta.
Ogni volta che lo rivedi scopri una nuova chicca, per non parlare poi della colonna sonora.
Rifiutato dalla Disney per il bacio “incestuoso” (e ci vuole tanta buona volontà per chiamarlo bacio) fra Marty (il grande Michael J. Fox) e sua madre Lorraine (Lea Thompson) il film in poche settimane diventa una dei maggiori incassi dell’Amblin Entertainment di Steven Spielberg, consacrando giustamente Zemeckis come uno dei più importanti registi della nuova generazione.
Visto l’enorme successo, la produzione decise di girare due sequel e – grande novità per i tempi – avviare un’unica produzione senza aspettare l’esito del botteghino.
Molto più divertente il III, ambientato nel Far West, che il II ambientato in un cupo futuro, ma nessuno dei due è all’altezza del primo.
E che dire delle svariate invenzioni futuristiche che col passare del tempo si sono concretizzate, come le scarpe a chiusura automatica…
Intramontabile.
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Tratto dalla pièce teatrale di Mark Medoff, “Figli di un Dio minore” è stato uno di primi grandi film hollywoodiani a parlare di disabilità e di come questa entri nell’intimità di una relazione sentimentale e sessuale.
Girata con molta elegante sobrietà, grazie ai suoi due bravissimi – …e bellissimi – interpreti, William Hurt e Marlee Matlin (che con questa interpretazione vince l’Oscar come migliore attrice protagonista) questa pellicola è fra quelle che hanno segnato cinematograficamente gli anni Ottanta.
Il film è fra le prime pellicole di successo planetario a dimostrare come si può raccontare la disabilità senza false ipocrisie o lacrimevoli compassioni, ricordando che nel mondo anglosassone in generale, e soprattuto in quello statunitense, la diversità non è un tabù stereotipato, come invece accade ancora fin troppo spesso da noi.
Nel 1979 gli Stati Uniti accolgo la domanda di asilo fatta dall’ex Scià di Persia (ormai divenuto Iran dopo la rivoluzione) Mohammad Reza Pahlavi.
Il nuovo Iran ne chiede immediatamente l’estradizione per poter processare e – molto probabilmente – giustiziare colui che ha affamato e controllato con metodi sanguinari il popolo per oltre tre decenni.
Ma gli USA non cedono – grazie soprattutto ai fiorenti accordi commerciali che ha con lo stesso Scia – e dopo giorni di feroce protesta alcuni manifestanti invadono l’ambasciata americana di Teheran.
Ma, quasi per caso, sei dipendenti del corpo diplomatico riescono a lasciare l’edificio e vengono ospitati clandestinamente nell’abitazione dell’ambasciatore canadese in Iran.
Mentre per i 50 prigionieri americani nell’ambasciata la situazione è drammatica ma stabile (tutta l’opinione pubblica mondiale biasima il grave atto commesso dall’Iran e osserva attentamente cosa accade) per i 6 clandestini le cose si fanno molto più pericolose.
Lasciando volontariamente il suolo americano dell’ambasciata posso essere considerati ufficialmente spie e giustiziati nel mondo più cruento e spettacolare possibile, e inoltre il Canada preme per non avere più “ospiti” così pericolosi.
La C.I.A. cerca freneticamente di elaborare un piano per far uscire i 6 dall’Iran, ma ogni proposta sembra impraticabile. Lo specialista in fuoriuscite clandestine Tony Mendez (Ben Affleck) propone l’unico piano folle ma attuabile: far passare i clandestini come componenti di una troupe cinematografica intenta a fare sopralluoghi per girare un film di fantascienza – sulla scia del successo di “Guerre stellari” che ancora anima il pianeta – ambientato in Iran.
Tutto deve essere fatto con la massima attenzione, e per questo viene creata una vera e propria casa di produzione e acquistata una sceneggiatura dal titolo “Argo”. Ma, come sempre, le cose non sono così facili come sembrano…
Premio Oscar come miglior film e come miglior sceneggiatura non originale 2013, “Argo” – anche per chi conosce già l’epilogo della vicenda dei 6 clandestini e di tutti gli altri prigionieri dell’ambasciata – ispirandosi a fatti realmente accaduti è serrato ed emozionante fino all’ultimo.
Affleck torna a vincere l’Oscar come autore della sceneggiatura dopo quello per “Willl Hunting – Genio ribelle” del 1997.
Questa spassosa commedia rappresenta l’esordio alla regia per il grande schermo di Danny DeVito, e già da questo primo tentativo si capisce che non stiamo parlando di un attore prestato per caso alla macchina da presa, ma di qualcuno che il cinema lo respira a pieni polmoni, da ogni angolazione possibile.
Chi lo considera un semplice comico caratterista sbaglia, e anche di grosso. DeVito è uno degli uomini di cinema più importanti degli ultimi decenni, uno di quei personaggi che nella Hollywood contemporanea hanno saputo ritagliarsi un ruolo trasversale, muovendosi con disinvoltura tra il set e la produzione, tra la macchietta comica e le scelte imprenditoriali più azzeccate. La sua carriera inizia come attore, è vero, con quella faccia buffa e quella statura fuori dal comune che lo hanno reso immediatamente riconoscibile, ma già dagli anni Settanta inizia parallelamente anche la sua esperienza di produttore, un percorso meno appariscente ma altrettanto decisivo per la sua fortuna artistica.
Questo grazie anche all’amicizia che lo lega al suo coinquilino di quegli anni, un affascinante piacione, che si è messo in testa di fare il produttore cinematografico per seguire le impronte paterne: il giovane Michael Douglas. Chissà quante chiacchierate, quante idee buttate lì tra un caffè e l’altro in quell’appartamento, senza sapere che di lì a poco sarebbero diventate la base di una delle collaborazioni più fruttuose del cinema americano.
Nel 1975 Douglas produce Qualcuno volò sul nido del cuculo, film a cui partecipa come attore DeVito, e che trionfa al botteghino e agli Oscar, portandosi a casa un pugno di statuette che ancora oggi fanno impressione. DeVito continua a fare l’attore e il comico di successo, diventando un volto familiare per il pubblico televisivo grazie alla serie Taxi e per quello cinematografico grazie a una serie di ruoli sempre sopra le righe; ma il suo interesse per ciò che c’è dietro la macchina da presa è sempre più importante, quasi un richiamo a cui non può sottrarsi. Prima di arrivare a dirigere un vero e proprio lungometraggio continua la sua gavetta, sperimentando cortometraggi e progetti televisivi, fino ad arrivare a questa pellicola, per giungere poi a quella che è forse la sua opera migliore in assoluto: Matilda 6 Mitica del 1996, un film che ancora oggi scalda il cuore a generazioni di spettatori.
Getta la mamma dal treno, infatti, anche a distanza di quasi quarant’anni, è una commedia molto divertente e ben riuscita, che ammicca al grande Hitchcock — il riferimento a Delitto per delitto è dichiarato e giocoso — e prende in giro con affetto e cattiveria il mondo degli scrittori, dei corsi di scrittura creativa e delle piccole invidie letterarie, un ambiente che DeVito, evidentemente, conosce bene e sa raccontare con la giusta dose di paradosso.
Negli anni Novanta poi arriva alla definitiva consacrazione anche come produttore, e qui la sua figura assume contorni quasi leggendari nella storia recente di Hollywood: finanzia giovani autori esordienti – o quasi – dietro la MDP come Ben Stiller in Giovani, carini e disoccupati, dando fiducia a talenti che altri studios avrebbero snobbato, e soprattutto crede in un giovane sceneggiatore squinternato ma geniale e gli produce la sua seconda opera che di fatto rivoluzionerà il modo di scrivere cinema: Pulp Fiction. Basterebbe solo questo, a dirla tutta, per consegnare DeVito alla storia del cinema, eppure è solo una delle tante scommesse vinte.
Fra le altre pellicole, DeVito produce: Gattaca – La porta dell’universo, film di fantascienza intelligente e sottovalutata, Man on the Moon, ritratto spiazzante di Andy Kaufman, Erin Brockovich – Forte come la verità e Diventeranno famosi, tanto per citarne solo alcuni, ma comunque un catalogo che testimonia un gusto eclettico e un fiuto non comune per le storie giuste.
Insomma, Danny DeVito è un grande uomo di cinema, e in questa sua opera prima già lo si percepisce: il ritmo comico è serrato, la messa in scena è più curata di quanto ci si aspetterebbe da un esordiente, e il cast è tenuto con mano sicura.
E adesso una piccola chicca, di quelle che fanno la gioia dei cinefili più curiosi: lo spassoso protagonista del film è Billy Crystal, che in una scena litiga con il suo ex agente interpretato dal regista Rob Reiner. I due, neanche un paio di anni dopo, saranno rispettivamente protagonista e regista di un capolavoro record d’incassi: Harry ti presento Sally … pura coincidenza? Difficile crederlo, e forse è proprio in questi intrecci nascosti che si nasconde il fascino più autentico della Hollywood di quegli anni.
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E’ vero che ormai sono stati girati numerosi film sul mondo delle Drag Queen e dopo il grande “Priscilla – La regina del deserto” sembra esserci poco da aggiungere, ma questa commedia ambientata nel mondo delle scarpe ne parla in maniera divertente e affatto banale.
Charlie Price (Joel Edgerton) è l’unico erede dell’antica fabbrica di austere scarpe Price di Northampton, per decenni guidata dal padre Harold. Quando questo muore Charlie, suo malgrado, se ne deve occupare.
I problemi arrivano quando scopre che il padre aveva nascosto a tutti l’annullamento dell’ordine del loro più grande cliente, ordine annuale che rappresentava gran parte del fatturato.
La Price è costretta quindi a licenziare 15 dipendenti e Charlie va a Londra cercando di piazzare le rimanenze. Lì si “scontra” con Lola (Chiwetel Ejiofor che a breve vedremo sul grande schermo come protagonista di “12 anni schiavo” di Steve McQueen) una Drag Queen che tiene regolari spettacoli musicali in un piccolo locale di Soho.
Anche se l’incontro imbarazza Charlie e la sua piccola e borghese educazione di provincia, il giovane torna a casa con un’idea per salvare la fabbrica.
Nel trovare i costumi di scena Lola ha un solo grande problema: le scarpe, o meglio gli stivali, perché tutti quelli che ha durano poco, essendo creati per il peso di una donna e non di un uomo. Ricalibrare il prodotto della Price e dedicarsi alle calzatura per Drag Queen potrebbe salvarla, ma…
In questo periodo a Broadway spopola il musical tratto proprio da questa deliziosa pellicola, ispirata a una storia vera.
Accade raramente che degli attori, una sceneggiatura, un (o una!) regista e una location si fondino così delicatamente creando una magia dolce e romantica come è avvenuto per questa pellicola.
E’ inutile raccontare la storia di un incontro casuale, quello che conta è la magia che da questo sboccia e fiorisce, molto spesso creando un tipo di rapporto così unico che è difficile definire (…perso nella traduzione, appunto).
Si può solo vederlo e rivederlo godendo al meglio i suoi protagonisti: una bellissima Scarlett Johansson e un grande Bill Murray, candidato all’Oscar così come la pellicola era candidata anche come miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura.
Sofia Coppola alla fine vinse solo quello – si fa per dire – per la miglior sceneggiatura.
E per ultimo, un attimo di cordoglio per i distributori italiani – sempre più inafferrabili – che hanno aggiunto al titolo originale quell’inspiegabile e del tutto fuori contesto “L’amore tradotto”. Forse c’è una sorta di premio di produzione che guadagnano solo se inseriscono delle parole in italiano nel titolo …boh?