
(1962, Einaudi)
C’è qualcosa di profondamente commovente nell’immagine del ragionier Bianchi che, alle nove di sera precise, dovunque si trovi in Italia per lavoro, solleva la cornetta del telefono per raccontare una favola alla sua bambina. Varese è lontana, la settimana lavorativa lo tiene incatenato a una vita da pendolare, ma quel filo telefonico diventa un cordone ombelicale che non si spezza mai, un ponte sospeso tra l’affetto paterno e il bisogno di tenerezza di una figlioletta che senza quella voce non riesce ad addormentarsi.
Gianni Rodari costruisce attorno a questa premessa apparentemente semplice uno dei capolavori assoluti della letteratura italiana del Novecento, e non solo di quella per l’infanzia. Perché “Favole al telefono” è molto più di una raccolta di storie brevi per bambine e bambini: è un manifesto di fantasia, libertà e resistenza poetica contro la grigia routine del mondo adulto. È la dimostrazione che l’amore può assumere le forme più creative, che la distanza fisica può essere annullata dall’immaginazione, che bastano pochi minuti e poche parole – perché le telefonate interurbane allora costavano molto care – per costruire universi interi.
E infatti sono favole brevissime, fulminanti, concentrate come haiku narrativi. Ma in quella brevità c’è tutto: mondi alla rovescia, personaggi impossibili, situazioni paradossali che ribaltano la logica quotidiana e spalancano le porte dell’impossibile. Rodari non scrive mai a caso: dietro ogni storia c’è un’intelligenza pedagogica finissima, una capacità di parlare ai bambini senza mai essere didascalico, moralistico o peggio ancora paternalistico – seguendo i principi che il grande scrittore descriverà nell’intramontabile “Grammatica della Fantasia“. Le sue favole non insegnano lezioni preconfezionate; aprono a domande, stimolano la curiosità, invitano a guardare il mondo da prospettive inedite.
Trovo particolarmente toccante il dettaglio delle centraliniste che interrompono il loro lavoro per ascoltare. Non è solo un espediente narrativo: è il riconoscimento di una bellezza che trascende il destinatario originario. Quelle storie, nate per una bambina specifica, diventano patrimonio collettivo, poesia condivisa, momento di sospensione in cui anche le operatrici telefoniche – donne probabilmente stanche, sottopagate proprio perché donne, invisibili – si concedono qualche minuto di meraviglia. È un gesto politico, nel senso più nobile del termine: Rodari ricorda che la fantasia non è un lusso per pochi, ma un diritto universale, specialmente per chi vive vite difficili.
Tra tutte le favole della raccolta, “La strada che non andava in nessun posto” emerge come un piccolo gioiello filosofico. La storia di Martino che abbandona le strade conosciute per seguire un sentiero che non porta da nessuna parte – e proprio per questo porta ovunque – è una metafora esistenziale di straordinaria potenza. Continua a risuonare negli anni, a tornare in mente nei momenti cruciali, quando dobbiamo scegliere tra il percorso sicuro e quello ignoto, tra la strada battuta e quella inesplorata. Rodari sapeva che le decisioni importanti si prendono sempre su strade che non sono segnate sulle mappe.
Questo libro ha segnato l’infanzia di generazioni intere, non solo in Italia. Ha abitato le case, le scuole, le biblioteche; è stato letto ad alta voce da genitori, insegnanti, nonni; ha accompagnato il sonno di milioni di bambini. E continua a farlo, perché la sua magia è intatta. Anzi, forse oggi, nell’epoca della fretta compulsiva e della distrazione permanente, quelle favole al telefono assumono un significato ancora più urgente: ci ricordano che bastano pochi minuti di attenzione autentica per creare un legame, che la qualità del tempo conta più della quantità, che un padre può essere presente anche quando è fisicamente lontano.
“Favole al telefono” deve stare in ogni casa dove ci sono bambine e bambini, certo. Ma anche in quelle dove ci sono adulti che hanno dimenticato di essere stati bambini, o che hanno bisogno di ricordarselo. Perché Rodari non scriveva solo per i piccoli: scriveva per quella parte di noi che rischia di addormentarsi definitivamente sotto il peso delle responsabilità e della routine. Le sue favole sono una sveglia gentile, un invito a non smettere mai di guardare il mondo con occhi curiosi e meravigliati.
Un capolavoro assoluto. Da leggere, rileggere, tramandare.
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