“Alta fedeltà” di Nick Hornby

(Guanda, 1995)

Chiariamoci subito: questo libro ha una grande responsabilità se poi io, nella mia vita, ho deciso di scrivere.

Già da adolescente – come quasi tutti – avevo scritto piccoli racconti o inizi di fantomatici e mai conclusi romanzi. Ma leggendo questo spettacolare prodotto della mente di Nick Hornby ho capito come avrei voluto scrivere.

Che ci sia riuscito è un altro paio di maniche (come dicono a Calais), ma le avventure amorose del “vinilista” Rob rimangono una pietra miliare nella narrativa degli ultimi 30 anni.

Nel 2000 Stephen Frears ha firmato un delizioso adattamento cinematografico a stelle e strisce con John Cusack come protagonista e con un cameo del Boss Bruce Springsteen.

Ma l’opera di Horby è davvero un’altra cosa, pochi altri libri mi hanno fatto sognare e sghignazzare (anche da solo, a letto nel cuore della notte) come questo!

“L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono

(Salani, 1953/2011)

E’ vero, è un libro brevissimo, anche considerando la prefazione e la postfazione (che superano di consistenza lo scritto originale di Giono – autore, fra gli altri, del romanzo storico “L’Ussaro sul tetto”) ma è bellissimo.

Ed è una storia vera che concilia col mondo.

Nel 1913 Giono, poco più che adolescente ma già amante della natura, in una delle sue passeggiate in Provenza incontra casualmente un pastore che passa le giornate a piantare alberi nelle zone montane più spoglie e desolate.

Col passare degli anni Giono torna nuovamente nella zona ammirando come l’intero paesaggio, e con esso la vita dei paesi limitrofi legati alle nuove foreste neonate, cambi in maniera miracolosa, senza che nessuno sospetti che dietro tale incredibile cambiamento ci sia stata solo la pertinacia di un semplice pastore.

Gli uffici preposti, infatti, parlano addirittura di “foreste spontanee”.

Insomma, come diceva il grande Gianni Rodari: “Per fare un albero ci vuole un seme!”.

“Mattatoio n. 5 o La Crociata dei Bambini (Danza obbligata con la Morte)” di Kurt Vonnegut Jr

(Mondadori, 1969)

Ci sono molti modi per raccontare la devastazione fisica e morale che una guerra lascia in chi vi partecipa e sopravvive.

Vonnegut lo fa strutturando i suoi ricordi (visse in prima persona, durante la Seconda Guerra Mondiale, il bombardamento di Dresda che nella notte fra il 9 e il 10 marzo 1945 fece quasi il doppio delle vittime di quello infausto di Hiroshima) scrivendo una storia di fantascienza: il soldato americano Bill Pilgrim, che sarà testimone suo malgrado della distruzione di Dresda, viaggia nel tempo e soprattutto è uno dei pochi esseri umani a venire rapito dagli extraterrestri.

Ma la trama è quasi una scusa per ricordare – e non lo si fa mai abbastanza! – che cos’è l’abominio di una guerra, che rimane qualcosa di inimmaginabile per chi non l’ha vissuta.

Dallo splendido e tragico libro di Vonnegut – che mi ha fatto venire gli incubi, ma che merita comunque di essere letto – fra i grandi simboli del pacifismo contemporaneo, è stato tratto il film “Mattatoio n. 5” diretto nel 1972 da George Roy Hill (regista di “Butch Cassidy” e “La stangata”) che ha come colonna sonora Glenn Gould che interpreta Johann Sebastian Bach.

Tragicamente attuale…

“Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway

(Mondadori, 1952/2000)

Per parlare di questo romanzo breve (uno dei più famosi del Novecento) mi tocca prima parlare di Francesco Guccini e della sua “Incontro”, che ascoltavo spesso durante la mia adolescenza fricchettona, arrogante e molto spesso solitaria (con tutte le situazioni che il fatto lo stare soli comporta…) e mi fermavo spesso a riflettere sui versi, immaginandomi giù adulto e maturo, e mi chiedevo: ma quando avrei scoperto pure io Hemingway?

Mi avvicinai così al grande scrittore americano, ma la scintilla non brillò (evidentemente ero ancora troppo immaturamente maturo…).

Poi un’estate di qualche anno dopo, come accadeva spesso, andai a casa dei miei zii al mare.

Mio zio Adulio nella vita aveva fatto il fotografo ma, come quasi tutti gli uomini nati in riva al mare, era un appassionato pescatore. Quell’estate, fra un’uscita in barca e l’altra, stava realizzando una personale traduzione dall’inglese de “Il vecchio e il mare”.

La curiosità ebbe il sopravvento, soprattutto per la stima che avevo – e che ho per lui anche se ora governa la sua barca in lidi molto più belli e splendidi di quelli che possiamo vedere noi sulla Terra – e appena tornato a casa, senza dire niente a nessuno, comincia di soppiatto il romanzo.

Lo divorai in poche ore, e anche oggi, ogni volta che lo rileggo – oltre a ripensare piacevolmente a mio zio Adulio e alla sua barca – è sempre una grande emozione.

“La fine è nota” di Geoffrey Holiday Hall

(Sellerio, 1992)

Ho letto per la prima volta questo libro l’estate del 1992, ero in viaggio, un caro amico me lo prestò e io ne rimasi immediatamente folgorato.

Un po’ come accadde a Leonardo Sciascia (accanito lettore e appassionato di gialli, anche grazie al suo lavoro per il quale doveva affrontare frequenti e lunghi viaggi in treno) qualche decennio prima.

Nella prefazione a questa edizione è proprio lui che lo racconta: nell’autunno del 1952 comprò il libro “La morte alla finestra” (questo era il titolo di quella lontana prima edizione italiana) all’ultimo, proprio per non salire sul treno senza avere nulla da leggere, ma poi già dalle prime righe riconobbe la mano di un autore di razza.

Ora fra il grande Sciascia e il sottoscritto non ci sono – ovviamente… – paragoni, ma mi piace pensare almeno di avere subito lo stesso fascino che scaturisce già dalle prime pagine di questo splendido romanzo.

Sciascia era convinto che dietro al nome di Geoffrey Holiday Hall si nascondesse un grande e famoso autore (il grande scrittore siciliano cercò a lungo di contattarlo, anche attraverso il suo agente, ma senza successo) che per non intaccare la sua fama, visto che il giallo allora era considerato di serie B, avesse inventato questo curioso pseudonimo.

La Sellerio, saggiamente da quale grande casa editrice italiana è, lo ha ristampato cambiandogli il titolo, e per il nuovo si è ispirata a William Shakespeare e al suo immortale “Giulio Cesare”:

“Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere
la fine di questo giorno che incombe!
Ma basta solo che il giorno trascorra e la
sua fine è nota”

Cristina Comencini nel 1993 ne ha girato un adattamento cinematografico, ambientandolo nel nostro Paese. Sfizioso, ma nulla a che vedere con l’opera di Geoffrey Holiday Hall (o chiunque si nasconda dietro quel nome).

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“La vita davanti a sé” di Romain Gary

(Neri Pozza, 2005/1975)

L’infanzia del piccolo Mohammed, che tutti chiamano Momo, è particolare: vive a casa di Madame Rosa, una ex prostituta che finito di battere per limiti d’età campa prendendosi cura dei bambini illegittimi figli delle sue giovani colleghe, che così possono mantenerli “a distanza” pagando una persona di fiducia.

Col passare del tempo Momo diventa il più grande fra i piccoli ospiti, molti infatti vengono adottati o ripresi dalle madri. Così il legame fra lui e Madame Rosa diventa sempre più profondo, fino al drammatico epilogo, che non rivelo.

Romain Gray, una delle figure più complicate e prolifiche della cultura francese del secondo dopoguerra (eroe della Resistenza decorato con la Legion d’Onore, diplomatico, autore di numerosi scritti firmati con quasi altrettanti pseudonimi e morto suicida nel 1980 per motivi legati, così riportano le cronache dell’epoca, al suo “insostenibile invecchiamento”) firma un romanzo – pubblicato la prima volta nel 1975 – struggente e trascinante fino all’ultima parola.

Uno dei romanzi più rilevanti del Novecento con ambienti ed emozioni davvero indimenticabili. Un’opera senza tempo che merita di essere letta e riletta.

Nel 1977 Moshé Mizrahi gira il suo omonimo adattamento cinematografico, con una splendida Simone Signoret nel ruolo di Madame Rosa, che vince l’Oscar come miglior film straniero nel 1978. La pellicola, però, ad oggi nel nostro Paese è praticamente irreperibile.

Nel 2020 Edoardo Ponti dirige sua madre Sophia Loren nell’omonimo adattamento cinematografico ambientato a Bari.

Addio al grande Nelson Mandela

Del grande Nelson Mandela Madiba (a cui il New Yorker ha dedicato una splendida copertina) tutti i media del mondo ricordano ogni attimo della sua lunga ed esemplare esistenza che si è conclusa ieri sera.

Io voglio solo ricordare quello che Mandela è stato per la mia generazione, che negli anni Ottanta era adolescente e lo considerava il simbolo della lotta all’ingiustizia, che partecipò a manifestazioni e sit-in davanti all’ambasciata del Sud Africa, e seguì in diretta tv la sua scarcerazione.

Per un giocatore di rugby poi, quello che fece nel 1995 – raccontato a John Carlin ne “Ama il tuo nemico” prima e immortalato da Clint Eastwood in “Invictus” poi – rimane sempre qualcosa di indimenticabile.

Buon viaggio grande Madiba.

“Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” di J.K. Rowling

(2000, Salani)

Dichiaro subito che sono un fan sfegatato di tutta la serie dei libri della Rowling, e scelgo questo soprattutto come simbolo di tutto il mondo creato intorno al piccolo mago.

Ma, visto che citare tutti e 7 i libri mi sembrava un po’ troppo ovvio e banale, ho optato per l’arrivo del famigerato Sirius Black, per i terrificanti Dissennatori, e per la rivelazione su chi ha davvero tradito e su chi invece non è stato creduto.

Non esito a paragonare questo libro a “Star Wars – L’impero colpisce ancora” della sagona di Guerre Stellari che, oltre ad essere il mio preferito, è quello che ha posto le basi per rendere immortale la famiglia Skywalker e affini.

Tornando alla Rowling: non mi stanco mai di perdermi nel mondo di Hogwarts con tutte le sue magie e i suoi segreti che alla fine, anche a distanza di capitoli e libri, tornano perfettamente ognuno al proprio posto.

PS: visto che siamo in vena di paragoni lo dichiaro ufficialmente: della versione cinematografica ho apprezzato tutto –  era complicatissimo portare sul grande schermo tutta la fantasia e la magia dei libri – tranne Daniel Radcliffe che, tanto tanto nel primo, ma dal secondo in poi è totalmente sbagliato e moscio.

Un po’ come Mark Hamill nel ruolo di Luke Skywalker. L’ho detto!

C.S. Lewis e la sua Narnia

Il 22 novembre del 1963 moriva per gravi problemi cardiaci Clive Staples Lewis (classe 1898), docente di Lingua e Letteratura Inglese all’Università di Oxford e autore de “Le Cronache di Narnia”.

Grande amico e collega di John Ronald Reuel Tolkien (che il mondo conosce meglio come J.R.R. Tolkien) Lewis, oltre ad essere appassionato di filologia, amava profondamente i miti nordici, sui quali usava conversare molto spesso con il suo collega docente.

Questi confronti contribuiranno in maniera determinante alla nascita della serie di libri sul mondo fantastico di Narnia che, insieme a quella di Tolkien, segnerà – e continua a segnare – la narrativa fantasy internazionale dedicata all’infanzia e non solo: il viaggio che si compie leggendo le Cronache è di quelli che non si dimenticano.

E non è un caso quindi che da quasi settant’anni la sua raccolta è uno dei volumi più venduti al mondo.

Narnia, e lo dice lo stesso autore nella sua prefazione, è dedicata ai bambini che arrivano alla soglia dell’adolescenza, ed è uno splendido viatico all’altro universo fantastico che è la Terra di Mezzo di Tolkien, che invece è adatto a ragazzi un po’ più grandi.

Ma l’opera di Lewis non si limita alle Cronache, fra i numerosi saggi da lui firmati infatti spicca “Il Cristianesimo così com’è” (edito in Italia da Adelphi) che ancora oggi è ambito di confronti teologici.

Alla sua vita personale poi, e in particolar modo all’incontro, al successivo matrimonio con Helen Joy Davidman-Gresham e alla prematura morte di questa, è ispirato il film diretto da Richard Attenborough nel 1993 “Viaggio in Inghilterra” con Anthony Hopkins (nel ruolo di Lewis) e Debra Winger (in quello della Joy).

Il destino volle che la sua dipartita fu di fatto ignorata dai media perché avvenne lo stesso giorno dell’assassinio a Dallas di John Fitzgerald Kennedy.

“Shantaram” di Gregory David Roberts

(Neri Pozza, 2007)

Ci sono biografie che aiutano a comprendere un’epoca e un luogo, e questa autobiografia di Gregory David Roberts ci illumina su una nazione e sul suo popolo: l’India.

Roberts è un giovane attivista politico australiano, che viene condannato a 19 anni di carcere per le rapine commesse. Ma Roberts è anche un tossicodipendente, e per lui la vita nel carcere è sempre più insostenibile, per questo decide di evadere e di espatriare.

I suoi mezzi gli permettono una fuga sicura fino a Bombay (allora si chiamava ancora così, parliamo della fine degli anni Settanta) dove Roberts decide di stabilirsi per sparire agli occhi della Giustizia australiana.

Col passare del tempo entrerà sempre più nel tessuto della città e della nazione che lo ospitano. Le esperienze, a volte sublimi e a volte tragiche, lo porteranno finalmente a ritrovare se stesso.

Con gli occhi di Roberts scopriamo la vita negli Slum, il “Leopold Cafè” (che qualche anno fa è stato davvero vittima di un attentato sanguinario), la vita nelle infernali carceri indiane, il combattere per sopravvivere e soprattutto il grande spirito di accoglienza che è insito nel popolo che abita il sub continente indiano.

Chi si spaventa – sbagliando… – per le dimensioni dell’edizione cartacea si compri un e-reader!

Nel giugno del 2007 ho avuto la fortuna di incontrare personalmente Gregory David Roberts in una libreria romana mentre presentava il suo libro. Ho avuto il piacere di parlare con lui per molto tempo, non solo del suo splendido testo ma anche di altri autori come ad esempio Stephen King, condividendo con lui, per esempio, che uno dei pochi adattamenti all’altezza delle sue opere era – allora – la prima serie televisiva “L’ombra dello scorpione“. E mentre mi parlava non potevo fare a meno di osservare il suo corpo tonico e teso come quello di un atleta, il suo viso segnato dalla vita e il suo sguardo da pantera pronta a vendere cara la pelle.

Indimenticabile.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.