Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970.
Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo.
Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura.
Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva.
Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto.
Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo.
Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo.
Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.
Questo film del maestro Martin Scorsese è, a torto, poco considerato.
Agli inizi degli anni Ottanta il cineasta di New York, ispirandosi allo script di Paul D. Zimmerman, realizza un vero e proprio capolavoro che anticipa incredibilmente i lati oscuri della società contemporanea, e come questa venga implacabilmente influenzata dalla televisione, regno indiscusso di chi desidera prima di tutto apparire. Concetto che oggi ha acquistato ancora più peso grazie, o meglio a causa, dei social.
Uno dei re indiscussi della New York del 1982 è Jerry Langford (un bravissimo Jerry Lewis che dimostra come chi sa far ridere è molto bravo anche a saper far piangere) conduttore storico del Late Show che spopola in tutti gli Stati Uniti.
Fra i suoi fan più sfegatati e ossessivi – che oggi chiameremo stalker – c’è Rupert Pupkin (un monumentale Robert De Niro) un trentacinquenne che vive ancora con la madre, e che ha solo una certezza nella vita: essere un comico, ed ottenere una possibilità per dimostrarlo. Grazie ad uno stratagemma Rupert riesce a parlare con Jerry dal quale estorcere la promessa di ascoltare un nastro con le sue migliori battute.
Quando il solerte, sempre sorridente e cortese Rupert il giorno dopo si reca negli uffici della produzione del programma, viene accolto con cortesia e congedato con la promessa di essere ricontattato. Passano i giorni, ma Rupert non riceve alcuna chiamata e così decide di reagire…
Anche se è un film di quasi quarant’anni fa non desidero rivelare il finale, che comunque illumina senza pietà su come diventerà la nostra società, e sul potere del piccolo schermo capace di creare imperi e successi smodati, così come potere politico e morale.
Non è un caso quindi che Todd Philips si sia dichiaratamente ispirato a questo capolavoro per realizzare il suo “Joker” con Joaquin Phoenix. Basta pensare al titolo originale del film “King of Comedy” (“Re per una notte” è il titolo dell’autobiografia scritta dallo stesso Rupert che riempirà tutte le biblioteca americane) che è l’appellativo con cui si auto fregia alla fine Arthur Fleck/Joker.
Rupert, come Arthur, vive solo con la madre e praticamente non ha una vera vita sociale. Il cambiamento della loro esistenza e della percezione che di loro ha il mondo avviene per entrambi in uno studio televisivo.
E poi, ovviamente, c’è l’infinito Robert De Niro come collegamento viscerale fra le due pellicole. In questa ospite dello show, in “Joker” storico conduttore del talk show che guarda come un oracolo Arthur tutti i giorni.
Nella nostra versione di “Re per una notte”, presente nel dvd, c’è l’indimenticabile Ferruccio Amendola che doppia De Niro. Senza nulla togliere al bravissimo Stefano De Sando che doppia l’attore in “Joker”, il connubio Amendola/De Niro fa ancora oggi venire la pelle d’oca…
Il sette volte premio Oscar Billy Wilder decide di parlare di uno dei personaggi più famosi della letteratura – e del cinema – mondiale, Sherlock Holmes. Insieme al suo stretto collaboratore I.A.L. Diamond scrive questa avventura-disavventura del detetcive più famoso di sempre.
Ma già dalla prima scena – e da quella finale – capiano che il vero protagonista del film è il Dottor John H. Watson, o meglio lui in qualità di scrittore che “romanza” i fatti che vedono protagonsta il suo amico. Nell’ironia del dottor Watson (interpretato da un bravo Colin Blakely) possiamo riconoscere facilmente una parte dello stesso Wilder che non può vivere senza raccontare e soprattutto senza “accomodare” gli eventi al fine di renderli più interessanti per il lettore (spettatore).
Wilder e Diamond partono da quello che lo stesso Arthur Conan Doyle ci accenna come tallone di Achille del segugio di Baker Street: le donne. Tema che poi sarà ripreso in vari altri film – e libri – a lui dedicati.
Una fredda sera nebbiosa, al 221b di Baker Street bussa alla porta un arcigno vetturino con fra le braccia una donna in evidente stato di choc. L’uomo asserisce di averla salvata dalle acque del Tamigi e, non avendo documenti, l’ha portata all’indirizzo scritto nel biglietto che aveva in mano.
Sherlock Holmes (interpretato da Robert Stephens) e il Dottor Watson deducono che la donna sia stata aggredita, rapinata e gettata nel fiume, visto che lei è colpita da una tremenda amnesia…
Nei panni del Mycroft Holmes c’è il grande Christopher Lee che insieme a Geneviève Page (nei panni della smemorata) compone un cast davvero di prim’ordine. Basta pensare che Stephens è stato considerato l’erede del suo maestro Laurence Olivier, la Page si è formata alla Comédie-Française, e Blakely vestì i panni di Domenico Soriano nella prima rappresentazione britannica di “Filumena Marturano” del maestro Eduardo De Filippo.
Wilder si è sempre dichiarato molto legato a questa sua opera, che considerava una delle più “eleganti” da lui firmate. Ma le riprese vennero funestate dal tentato suicidio dello stesso Stephens, allora marito di Maggie Smith.
Muriel Spark (1918-2006) è considerata una delle più rilevanti scrittrici scozzesi del Novecento. Nata ad Edimburgo da padre di religione ebraica e madre cristiana, la Spark nel 1954 decide di convertirsi definitivamente al cattolicesimo. Questo suo percorso interiore la porta, dopo alcuni anni come autrice di poesie e di critiche letterarie, a diventare scrittrice di romanzi.
Esordisce così nel 1957 con “The Comforters”, ma è con il sesto romanzo “The Prime of Miss Jean Brodie” che acquista fama internazionale. Tradotto in italiano “Gli anni fulgenti di Miss Brodie” (o anche “Gli anni in fiore della signorina Brodie”) il libro diventa un best seller soprattutto per due motivi: l’originalità della storia narrata la cui protagonista è una donna fuori dal comune, e lo stile caratterizzato da continue destrutturazioni temporali.
Visto il successo del romanzo, la drammaturga americana Jay Presson Allen (autrice di script di film come “Marnie” o “Cabaret”) decide di farne una pièce teatrale che riscuote un’ottima accoglienza a Broadway, tanto da varcare l’oceano e approdare nei teatri inglesi.
Nel 1969 il regista inglese Ronald Neame gira l’adattamento cinematografico la cui sceneggiatura è curata dalla stessa Presson Allen, e come protagonista nei panni di Miss Jean Brodie ha una straordinaria Maggie Smith, che non a caso vince il suo primo Oscar proprio come miglior attrice protagonista.
Edimburgo 1932, per le alunne della conservatrice “Marcia Blaine School” inizia un nuovo anno accademico. Nel corpo insegnante spicca, ormai da qualche anno, Miss Jean Brodie (Maggie Smith) che con i suoi metodi anticonformisti e anticonvenzionali crea un rapporto profondo e molto stretto con le sue alunne.
Ma Miss Brodie, scopriranno a loro spese proprio le sue ragazze, sotto l’alone romantico e innovatore, nasconde un’anima irrisolta e ambigua, che la porta ad idolatrare e romanzare figure e principi che in realtà sono particolarmente reazionari e conformisti.
Tiene spesso, infatti, lunghe lezioni sul nuovo e volitivo Capo di Stato italiano Benito Mussolini che si fa “opportunamente” chiamare Duce; così come sul “promettente” ufficiale spagnolo Francisco Franco che ha intrapreso una dura battaglia contro i “terroristi” che tentano di dilaniare il suo Paese. E con gli stessi principi reazionari tenta di controllare e programmare subdolamente la vita delle sue studentesse…
Davvero una bellissima e toccante pellicola scritta da donne e che parla di donne, e di uno dei nemici più temibili e subdoli della loro emancipazione: le donne che si dichiarano femministe convinte ma vivono assecondando medievali principi maschilisti.
L’ambientazione locale e temporale non è un caso, visto che la stessa Muriel Spark fino al 1933 frequentò la “James Gillespie’s High School for Girls” di Edimburgo.
Per la chicca: studiosi ed esperti di tutto il mondo, da ormai cinquant’anni, tentano con ogni mezzo scientifico a disposizione di scoprire cosa sia scattato nella testa dei nostri distributori quando scelsero il titolo italico “La strana voglia di Jean” che, oltre a richiamare morbosi pruriti tipici del cinema pecoreccio nostrano, non c’entra un piffero – tanto per rimanere in tema… – col film.
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Questo ottimo romanzo fantasy – e speriamo che tale rimanga… – ci racconta di un futuro prossimo possibile, ma speriamo non probabile.
Negli Stati Uniti dopo il mandato del primo Presidente di colore nella storia, vince Myres, il candidato più conservatore – sposato in seconde nozze con Anne, bellissima donna molto più giovane di lui – appoggiato dal Movimento Per la Purezza, guidato dal reverendo Carl Corbin. Fra quelli che certo non lo hanno votato c’è la dottoressa Jean McClellan, massima esperta nel Paese dell’Area di Wernicke, la parte sinistra del cervello dominante nei destrimano.
Dopo lo sdegno iniziale Jean ha continuato la sua vita di sempre: badare ai suoi quattro figli, insieme a suo marito Patrick, e andare a lavorare nel suo laboratorio scientifico. Ma col passare dei mesi le cose lentamente sono cambiano: il Manifesto del Movimento della Purezza ha iniziato a essere il riferimento della vita sociale nel Paese, e le donne sono state costrette ad abbandonare il proprio lavoro per tornare a casa a “badare ai figli” ossequiando supinamente il proprio marito.
Di fatto i diritti delle mogli sono passati direttamente nelle mani dei mariti. Le donne senza marito hanno dovuto scegliere: o i campi di lavoro – senza diritti – o entrare nelle scuderie dei numerosi bordelli che in tutto il Paese hanno iniziato a fiorire per aiutare gli uomini ad affrontare le loro dure giornate…
Anche i programmi nelle scuole sono cambiati: i maschi seguono materie che ruotano intorno al concetto di Purezza, mentre alle femmine si insegna a contare solo fino a cento e soprattutto a fare i lavori domestici.
Poi il reverendo Corbin, che appare regolarmente in televisione per leggere brani del suo Manifesto, ha introdotto il “braccialetto” per le donne, tutte le donne: dalle bambine alle anziane. Una semplice striscia metallica con un contatore che ad ogni mezzanotte riparte da zero. Nel corso delle successive ventiquattro ore, il simpatico aggeggio, conta le parole che la donna che lo indossa pronuncia. Tutti, o quasi, sono tarati fino a 100, poi una scarica elettrica colpisce il polso. Cento parole sono abbastanza per una donna che deve essere “remissiva e sottomessa”.
Le donne che hanno osato pubblicamente opporsi o adottato un comportamento non consono al Manifesto, così come le lesbiche, oltre ad essere internati nei campi di lavoro, hanno il braccialetto tarato sullo zero. Così Jane, dopo circa un anno, si ritrova senza lavoro e senza parola, costretta ad osservare impotente i suoi figli crescere secondo i principi medievali del Manifesto. Ma un giorno alla sua porta bussa proprio il reverendo Corbin…
Come diceva Edmund Burke, e ricorda a se stessa incessantemente Jean: “Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”. E così la colpa della scellerata presa di potere di Myres e di Corbin non è solo di chi li ha votati, ma anche di tutti quelli che per paura o semplice inerzia non si sono alzati in piedi per protestare.
Ottimo romanzo di provocazione che ci regala tanti spunti su cui riflettere – i riferimenti al quotidiano sono molti, ed è inevitabile pensare a Trump quando si legge di Myres… – e ci ricorda quanto ancora la nostra società sia maschilista e la vera emancipazione delle donne e la concreta parità di genere siano lontane.
Questo cortometraggio ci porta in Giappone, lo stesso Giappone dove pochi giorni fa si è conclusa la Rugby World Cup 2019 che, nonostante l’arrivo di uno dei cicloni più devastanti degli ultimi cinquant’anni, si è svolta senza problemi o grandi intoppi.
Il Paese del Sol Levante ha mostrato una incredibile – ma certo non inaspettata – capacità organizzativa assieme agli stadi che hanno ospitato tutte le partite della manifestazione sempre pieni di pubblico festoso. Un grande amore per lo sport quindi.
Ma se guardiamo i circa diciannove minuti di “Little Miss Sumo”, scritto e diretto da Matt Kay, non possiamo che rimanere perplessi. Perché attraverso la storia della ventenne Hiyori Kon, Kay ci racconta come in Giappone sia di fatto impossibile per una donna aspirare a diventare una lottatrice di sumo professionista.
Fino alle scuole elementari l’antico sport del sumo viene fatto praticare a tutti i bambini, indifferentemente dal loro sesso. Poi però le cose cambiano.
Crescendo, alle ragazze vengono proposti, più o meno perentoriamente, altri sport. Il periodo dell’università è l’ultimo nel quale una ragazza può praticarlo dopo, di fatto, in Giappone non esistono più eventi o occasioni ufficiali per le donne.
Così seguiamo Hiyori Kon in Corea del Sud per partecipare ad un torneo internazionale dove le atlete da battere sono quasi tutte russe o ucraine.
Se è vero che il sumo ha antiche radici ed è legato indissolubilmente a storiche tradizioni, è vero anche che rinnovarsi ed evolversi fa parte integrante della storia umana, ed è possibile farlo anche senza calpestare la storia di nessuno. E’ strano perciò che un Paese tanto particolare e affascinante abbia ancora degli strascichi così “maschilisti”.
Insomma, come il comportamento di alcuni giocatori della nazionale inglese di rugby che appena terminata la finale, mentre il Sud Africa neo campione del mondo alzava al cielo la William Webb Ellis Cup, infastiditi attendevano la fine della premiazione chi dando le spalle al palco, chi camminando per il campo tenendo distrattamente in mano la medaglia d’argento, che invece quella medaglia si è proprio rifiutato di indossarla. Proprio loro che hanno inventato alcuni fra gli sport più belli del mondo.
Chi ama e pratica lo sport ovviamente non deve per forza amare la sconfitta, ma non può evitare di confrontarsi col mondo che cambia o non rispettare tutti i suoi avversari, sia i più deboli che i più forti.
La scrittrice australiana di origini scozzesi Elizabeth Colina Katayama, con lo pseudonimo di Elizabeth Kata scrive il suo primo romanzo “Be Ready with Bells and Drums” nel 1959, che vede le stampe però solo nel 1961.
La storia è molto particolare e originale, e così il regista Guy Greene decide di portala sul grande schermo, scrivendo la sceneggiatura e cambiando il titolo in “A Patch of Blue” (titolo che poi prenderà il romanzo nelle successive ristampe).
La macchia di blu a cui si rifesce il titolo originale è l’unico ricordo “colorato” che ha la diciottenne Selina D’Arcy (una bravissima Elizabeth Hartman) da quando a cinque anni ha perso la vista.
L’incidente che l’ha resa non vedente è nato dall’ennesimo litigio fra il padre e la madre Rose-Ann (Shelley Winters) sorpresa con uno dei suoi tanti amanti occasionali. Per difendersi dall’ira del marito la donna gli lancia contro una bottiglia presa fra i suoi trucchi, che finisce però sugli occhi della figlia.
Da quel giorno Selina vive reclusa in casa, dove sbriga la faccende domestiche e lava i panni della madre e del nonno. Ma non solo, per contribuire alle spese di casa – che sono soprattutto gli alcolici per i suoi due parenti – Selina passa il tempo libero ad infilare perline di collane.
Un giorno riesce a farsi portare dal nonno al parco vicino casa, dove da tanto desidera passare la giornata lavorando le sue perline. Un piccolo bruco dall’albero a cui la ragazza è appoggiata le cade sul collo e lei viene presa dal panico, ma l’intervento di un passante risolve subito la questione. Si tratta di Gordon Ralfe (Sidney Poitier) che rimane colpito dalla enorme coraggio di Selina, che a sua volta ignora il colore della pelle del suo nuovo conoscente…
Bellissima pellicola che ci parla di tolleranza, rispetto e coraggio, con un grande cast a partire dalla brava e sfortunata Elizabeth Hartman che viene giustamente condidata all’Oscar e premiata col Golden Globe; passando per il grande Poitier anche lui candidato al Golden Globe, e arrivando alla Winters che meritatamente l’Oscar come migliore attrice non protagonista lo vince.
Incredibilmente oggi questa bella pellicola sembra caduta nell’oblio ed invece, anche a distanza di quasi sessant’anni, andrebbe fatta vedere a scuola. Non a caso il romanzo “A Patch of Blue” negli Stati Uniti è stato uno dei testi più frequentemente letti nelle biblioteche delle scuole primarie.
Nel 1982 il maestro Ettore Scola è a Parigi per girare “Il nuovo mondo”. Durante una pausa delle riprese, l’allora Ministro della Cultura dell’esecutivo francese Jack Lang, lo invita a vedere un curioso spettacolo musicale che si tiene in un piccolo teatro nella periferia parigina.
Si tratta di “Le Bal” del Téàtre du Campagnol scritto, diretto e interpretato da Jean-Claude Penchenat. L’azione si svolge in un unico ambiente, una sala da ballo dove con la musica in sottofondo i protagonisti si incontrano in situazioni e dinamiche differenti, sempre senza alcun dialogo.
La rappresentazione affascina Scola soprattutto per due caratteristiche a lui carissime: l’azione che si svolge in un solo ed unico ambiente e lo scorrere del tempo. Decide così di farne un film e chiama i suoi colleghi e amici di sempre Ruggero Maccari e Furio Scarpelli per scrivere la sceneggiatura.
La redazione si rivela molto più complicata del previsto perché, anche se Scola decide rimanere fedele al testo originale senza dialoghi, li mette ugualmente nello script per aiutare gli attori ad interpretare meglio la loro parte che sarà esclusivamente fisica e mimica.
Anche se il cast originale è composto tutto da attori non professionisti, fra cui alcuni docenti e un medico, Scola decide di mantenerli tutti, compreso lo stesso Penchenat, con alcune piccole aggiunte (come Monica Scattini nel ruolo della ragazza miope e Francesco De Rosa in quello del barista) e così inizia a girare a Parigi. Ma dopo circa un mese il regista viene colto da un infarto e la lavorazione sospesa. Riprenderà solo un anno dopo a Roma, negli studi di Cinecittà, dove Scola realizzerà uno dei capolavori del nostro cinema.
Con le musiche di Vladimir Cosma e la consulenza del maestro Armando Trovajoli, viviamo circa cinquant’anni di storia del Novecento attraverso i balli dei solitari frequentatori di una piccola balera di periferia.
Dagli anni Trenta ai primi anni Ottanta osserviamo le povertà e le miserie sentimentali e morali di alcuni appartenenti alla piccola borghesia d’oltralpe (che ovviamente può essere quella di qualsiasi altro paese del mondo) che sperano di terminare e sconfiggere la loro solitudine il sabato pomeriggio ma alla fine, delusi, sono pronti a ritentare la settimana successiva.
Un capolavoro che dimostra come un film nel quale non si pronuncia una sola parola, non è certo un film …”muto”. Da vedere.
Il dvd, negli extra, contiene una preziosa intervista allo stesso Scola sulla realizzazione del film; e nella galleria sono presenti le immagini dei bozzetti realizzati dallo stesso regista prima delle riprese e dai quali è stata presa l’idea per la locandina.
Il 3 aprile del 2016 il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) pubblica il report “Panama Papers”, che si basa su circa 11,5 milioni di documenti confidenziali creati dallo studio legale panamense Mossack & Fonseca, e relativo a circa 214.000 società offshore sparse in tutto il mondo.
Nei documenti sono menzionati i leader di cinque Paesi – Arabia Saudita, Argentina, Emirati Arabi Uniti, Islanda e Ucraina – nonché alti funzionari di governo, parenti o collaboratori stretti dei leader di altri 40 Paesi fra cui l’Italia, la Gran Bretagna, la Spagna, la Russia e la Francia.
I documenti, sottratti in maniera clandestina allo studio Mossack & Fonseca, fanno luce su un’enorme rete finanziaria mondiale che controlla la vita – non solo economica… – di miliardi di esseri umani a loro totale insaputa. E ciò che appare ancora più grave è che quegli organi direttamente o indirettamente eletti dal popolo sono incapaci di controllare il sistema o spesso ne sono complici.
Sodenbergh ricostruisce la storia dello studio legale Mossack & Fonseca – interpretati rispettivamente da Gary Oldman e Antonio Banderas – e in parallelo quella Ellen Martin (una stratosferica, come sempre, Meryl Streep) una donna alle soglie della terza età che durante un incidente nautico perde il marito.
Oltre la tragedia, Ellen deve affrontare anche la beffa: la compagnia di assicurazione dell’imbarcazione che ha causato la tragedia fa parte di uno degli innumerevoli “gusci” (così vengono chiamate in gergo le società offshore) creati dallo studio legale panamense…
Scritto da Scott Z. Burns e tratto dal libro “Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite” di Jake Berstein, “Panama Papers” – che in originale s’intitola non a caso “The Laundromat” ovvero lavanderia a gettoni – è un gran bel film che ha un solo difetto: vi farà imbestialire…
Luc Besson torna a raccontarci di una donna fuori dal comune, capace di muoversi con disinvoltura in un mondo di uomini ottusi, vanitosi o semplicemente incapaci di stare al suo passo. Dopo Nikita, Angel-A e, più avanti, Lucy, il regista francese aggiunge un nuovo nome alla sua galleria di eroine anticonvenzionali: Adèle Blanc-Sec, protagonista dei fumetti di Jacques Tardi, qui trasposta sullo schermo con un misto di ironia, avventura e gusto per il pulp d’annata.
Besson stesso ha definito il film una versione al femminile di Indiana Jones, e il paragone non è affatto casuale: l’amore per il cinema d’avventura hollywoodiano, per il ritmo serrato e per lo spettacolo puro, è una costante nella filmografia del regista, che già ne Il quinto elemento aveva dimostrato di saper competere ad armi pari con i colossi americani in termini di scala produttiva, immaginazione visiva e capacità di intrattenimento. Con Adèle e l’enigma del faraone Luc Besson sceglie però un registro diverso, più leggero e giocoso, quasi una fiaba per adulti ambientata in una Belle Époque reinventata, dove il fantastico convive con il grottesco e la commedia non è mai troppo lontana dall’azione.
La vicenda si apre il 4 novembre 1911, quando la scrittrice e giornalista Adèle Blanc-Sec (interpretata da Louise Bourgoin, che dona al personaggio una miscela perfetta di sarcasmo, determinazione e fascino un po’ spavaldo) si trova nel cuore dell’antico Egitto, sulle tracce della mummia del medico personale del faraone Ramsete II. Non è un viaggio turistico: fra ladri di tombe senza scrupoli, trappole mortali degne della migliore tradizione avventurosa e il perfido antagonista Dieleveult (un Mathieu Amalric perfettamente calato nei panni del cattivo d’annata, tra crudeltà e comicità involontaria), Adèle deve usare astuzia, sangue freddo e una buona dose di fortuna per riportare a Parigi la salma tanto agognata.
Nel frattempo, la capitale francese vive una situazione a dir poco surreale: un enorme e misterioso volatile, che l’opinione pubblica identifica presto come un pterodattilo resuscitato, semina il panico per le strade, causando la morte di tre persone e gettando la città in uno stato di isteria collettiva. Questo filone narrativo, apparentemente slegato dalla missione egiziana di Adèle, si intreccia progressivamente con essa, rivelando legami inaspettati tra scienza, occultismo e la stessa passione della protagonista per l’antico Egitto, in un gioco di incastri che è tipico della scrittura di Tardi e che Besson riporta sullo schermo con evidente affetto per il materiale originale.
Il film si distingue per una messa in scena ricca e curata: la Parigi di inizio Novecento viene ricostruita con un’attenzione scenografica notevole, capace di restituire tanto l’eleganza borghese dell’epoca quanto il lato più torbido e avventuroso della città. Gli effetti speciali, pur non raggiungendo sempre i vertici raggiunti da Besson in altre occasioni, servono con efficacia le sequenze più spettacolari, dagli inseguimenti tra i vicoli parigini alle rocambolesche fughe tra le tombe egizie, fino ai momenti in cui il fantastico irrompe senza troppe spiegazioni scientifiche, come vuole la tradizione del feuilleton d’avventura.
Ma è soprattutto il tono a rendere il film sfizioso: Besson dosa con intelligenza azione e ironia, evitando di prendersi troppo sul serio e regalando allo spettatore momenti di autentico divertimento, senza però rinunciare a un impianto avventuroso solido e ben costruito. Louise Bourgoin regge l’intero film sulle proprie spalle con un’interpretazione brillante, capace di rendere Adèle un personaggio moderno pur restando fedele allo spirito ottocentesco e avventuroso da cui proviene: una donna indipendente, sarcastica, mai vittima delle circostanze, che affronta ogni ostacolo — umano o soprannaturale che sia — con la stessa disinvoltura tagliente.
Il risultato è un film d’azione al femminile godibile e scorrevole, adatto a un pubblico trasversale, dai giovanissimi agli spettatori più adulti nostalgici del cinema d’avventura classico. Non mancano certo i difetti — la trama a tratti si disperde in troppe direzioni, e alcune sottotrame avrebbero meritato maggiore approfondimento — ma la sensazione generale è quella di un’opera sincera, realizzata con passione da un regista che continua a credere nel cinema come pura macchina di meraviglia.
Adèle e l’enigma del faraone conferma dunque Luc Besson nel ruolo di cantore delle eroine fuori dagli schemi, e regala al pubblico un’avventura leggera, spettacolare e visivamente affascinante, perfetta per una serata all’insegna del puro intrattenimento.
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Ci sono film che si concludono, e poi ci sono film che si compiono. “Madadayo – Il compleanno” appartiene alla seconda categoria, quella rarissima in cui un’opera non è soltanto l’ultimo capitolo di una carriera ma il suo sigillo naturale, la parola finale pronunciata con la voce ferma di chi sa esattamente cosa ha voluto dire e a chi lo ha voluto dire. Akira Kurosawa, uno dei più grandi registi che il cinema abbia mai avuto il privilegio di ospitare, chiude la sua straordinaria avventura di cineasta con questa splendida pellicola intimista che molti, giustamente, considerano il suo testamento spirituale.
È un film che non somiglia a nessun altro della sua filmografia. Niente samurai, niente Shakespeare adattato con furia epica come ne “Il trono di sangue” o in “Ran”, niente visioni oniriche turbinanti come in “Sogni”. Qui Kurosawa si spoglia di ogni grandiosità per regalarci qualcosa di più prezioso e difficile: la semplicità. Una semplicità conquistata, quella dei grandi maestri, che non è mai povertà di mezzi ma piuttosto distillazione di una vita intera passata a guardare il mondo attraverso un obiettivo.
Per questo film, come per molti dei lavori della sua tarda maturità, Kurosawa si affida al suo stretto e inseparabile collaboratore Ishiro Honda, lo stesso geniale artigiano visionario che nel 1954 aveva consegnato al mondo il primo, indimenticabile “Godzilla”, creando con quella creatura di gomma e terrore atomico uno dei miti più duraturi dell’immaginario popolare del Novecento. I due, basandosi sui veri saggi autobiografici del professor Hyakken Uchida, costruiscono insieme la sceneggiatura, curano la fotografia, la regia e il montaggio: un atto di fiducia e di affetto reciproco che si respira in ogni inquadratura.
Il professor Uchida, alle soglie degli anni Quaranta del Novecento e dei sessant’anni della propria vita, decide di ritirarsi dall’insegnamento del tedesco all’Università di Tokyo per dedicarsi interamente alla scrittura. È una scelta coraggiosa e serena al tempo stesso, quella di un uomo che ha capito dove vuole andare. Eppure quello che il film racconta non è la solitudine del pensatore che si ritira dal mondo, bensì esattamente il contrario: la scoperta che il legame autentico tra un maestro e i suoi allievi non si interrompe mai, nemmeno quando le cattedre vengono abbandonate e i quaderni chiusi per sempre.
L’affetto che i suoi ex studenti nutrono per Uchida è straordinario nella sua concretezza: c’è chi lo aiuta a traslocare, chi lo va a trovare con regolarità, chi organizza banchetti in suo onore. E poi arriva la guerra — la stessa guerra che Kurosawa ha attraversato da giovane — con le sue privazioni, i suoi bombardamenti alleati che radono al suolo la casa del professore e lo costringono, insieme alla moglie, a rifugiarsi in una piccola baracca. La miseria materiale non intacca però la ricchezza dei rapporti umani. Gli studenti non smettono di essere presenti, fedeli, affettuosi.
È proprio durante uno di questi banchetti che nasce il rito che dà il titolo al film e ne costituisce il cuore pulsante. Qualcuno si appresta a fare al professore la domanda che tutti, prima o poi, si sentono rivolgere dalla vita: Mada kai? — “Sei pronto?” — intendendo ovviamente all’incontro con la morte. E Uchida risponde con un sorriso e un secco, irriducibile: Madadayo! — “Non ancora!”. Quella piccola risposta, pronunciata tra le risate e i bicchieri alzati, diventa un rito annuale irrinunciabile. Un patto silenzioso tra un uomo e i suoi affetti più cari, rinnovato ogni anno come una promessa che si fa alla vita stessa.
C’è qualcosa di profondamente giapponese in tutto questo, e Kurosawa lo sa e ce lo mostra con discrezione assoluta, senza folklorismi di maniera. Il rispetto per il maestro, il senso del debito nei confronti di chi ci ha formati, il valore sacro della comunità che si stringe attorno a chi invecchia: sono valori che il Sol Levante ha coltivato nei secoli e che in Occidente, nel 1993 come oggi, facciamo sempre più fatica a riconoscere e praticare. Guardare questo film è anche, in questo senso, un atto di umiltà culturale necessario.
Splendida riflessione sulla vita, sull’amore, sul rispetto e naturalmente sulla morte — quella morte che Uchida continua bonariamente a rimandare con il suo Madadayo! — questa pellicola lascia incantati e sereni come poche altre. Non turba, non angoscia, non provoca. Fa qualcosa di più raro: rassicura, nel senso più nobile e profondo del termine. Ci ricorda che una vita ben vissuta, circondata da affetti sinceri, non ha bisogno di eroismi né di rivoluzioni. Ha bisogno di fedeltà: a sé stessi, ai propri valori, alle persone che si amano.
La scena finale è da studiare in ogni scuola di cinema del mondo. Magistrale, toccante come poche, capace di condensare in pochi fotogrammi tutto ciò che il film ha costruito con pazienza e amore nelle due ore precedenti. Chi l’ha vista non la dimentica. E chi non l’ha ancora vista ha davanti a sé uno di quei rarissimi regali che il cinema sa ancora fare.
Per la chicca: Hyakken Uchida, il vero professore a cui il film è dedicato, è stato anche autore di racconti fantastici e del terrore, molto apprezzati in Giappone, che gli valsero l’appellativo di “Poe giapponese”. Un uomo di cultura straordinaria, la cui ironia e la cui leggerezza di fronte all’inevitabile Kurosawa ha saputo restituire con una grazia che commuove ancora oggi.
Da tenere, gelosamente, nella propria videoteca.
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