
(Giappone, 1993)
Ci sono film che si concludono, e poi ci sono film che si compiono. “Madadayo – Il compleanno” appartiene alla seconda categoria, quella rarissima in cui un’opera non è soltanto l’ultimo capitolo di una carriera ma il suo sigillo naturale, la parola finale pronunciata con la voce ferma di chi sa esattamente cosa ha voluto dire e a chi lo ha voluto dire. Akira Kurosawa, uno dei più grandi registi che il cinema abbia mai avuto il privilegio di ospitare, chiude la sua straordinaria avventura di cineasta con questa splendida pellicola intimista che molti, giustamente, considerano il suo testamento spirituale.
È un film che non somiglia a nessun altro della sua filmografia. Niente samurai, niente Shakespeare adattato con furia epica come ne “Il trono di sangue” o in “Ran”, niente visioni oniriche turbinanti come in “Sogni”. Qui Kurosawa si spoglia di ogni grandiosità per regalarci qualcosa di più prezioso e difficile: la semplicità. Una semplicità conquistata, quella dei grandi maestri, che non è mai povertà di mezzi ma piuttosto distillazione di una vita intera passata a guardare il mondo attraverso un obiettivo.
Per questo film, come per molti dei lavori della sua tarda maturità, Kurosawa si affida al suo stretto e inseparabile collaboratore Ishiro Honda, lo stesso geniale artigiano visionario che nel 1954 aveva consegnato al mondo il primo, indimenticabile “Godzilla”, creando con quella creatura di gomma e terrore atomico uno dei miti più duraturi dell’immaginario popolare del Novecento. I due, basandosi sui veri saggi autobiografici del professor Hyakken Uchida, costruiscono insieme la sceneggiatura, curano la fotografia, la regia e il montaggio: un atto di fiducia e di affetto reciproco che si respira in ogni inquadratura.
Il professor Uchida, alle soglie degli anni Quaranta del Novecento e dei sessant’anni della propria vita, decide di ritirarsi dall’insegnamento del tedesco all’Università di Tokyo per dedicarsi interamente alla scrittura. È una scelta coraggiosa e serena al tempo stesso, quella di un uomo che ha capito dove vuole andare. Eppure quello che il film racconta non è la solitudine del pensatore che si ritira dal mondo, bensì esattamente il contrario: la scoperta che il legame autentico tra un maestro e i suoi allievi non si interrompe mai, nemmeno quando le cattedre vengono abbandonate e i quaderni chiusi per sempre.
L’affetto che i suoi ex studenti nutrono per Uchida è straordinario nella sua concretezza: c’è chi lo aiuta a traslocare, chi lo va a trovare con regolarità, chi organizza banchetti in suo onore. E poi arriva la guerra — la stessa guerra che Kurosawa ha attraversato da giovane — con le sue privazioni, i suoi bombardamenti alleati che radono al suolo la casa del professore e lo costringono, insieme alla moglie, a rifugiarsi in una piccola baracca. La miseria materiale non intacca però la ricchezza dei rapporti umani. Gli studenti non smettono di essere presenti, fedeli, affettuosi.
È proprio durante uno di questi banchetti che nasce il rito che dà il titolo al film e ne costituisce il cuore pulsante. Qualcuno si appresta a fare al professore la domanda che tutti, prima o poi, si sentono rivolgere dalla vita: Mada kai? — “Sei pronto?” — intendendo ovviamente all’incontro con la morte. E Uchida risponde con un sorriso e un secco, irriducibile: Madadayo! — “Non ancora!”. Quella piccola risposta, pronunciata tra le risate e i bicchieri alzati, diventa un rito annuale irrinunciabile. Un patto silenzioso tra un uomo e i suoi affetti più cari, rinnovato ogni anno come una promessa che si fa alla vita stessa.
C’è qualcosa di profondamente giapponese in tutto questo, e Kurosawa lo sa e ce lo mostra con discrezione assoluta, senza folklorismi di maniera. Il rispetto per il maestro, il senso del debito nei confronti di chi ci ha formati, il valore sacro della comunità che si stringe attorno a chi invecchia: sono valori che il Sol Levante ha coltivato nei secoli e che in Occidente, nel 1993 come oggi, facciamo sempre più fatica a riconoscere e praticare. Guardare questo film è anche, in questo senso, un atto di umiltà culturale necessario.
Splendida riflessione sulla vita, sull’amore, sul rispetto e naturalmente sulla morte — quella morte che Uchida continua bonariamente a rimandare con il suo Madadayo! — questa pellicola lascia incantati e sereni come poche altre. Non turba, non angoscia, non provoca. Fa qualcosa di più raro: rassicura, nel senso più nobile e profondo del termine. Ci ricorda che una vita ben vissuta, circondata da affetti sinceri, non ha bisogno di eroismi né di rivoluzioni. Ha bisogno di fedeltà: a sé stessi, ai propri valori, alle persone che si amano.
La scena finale è da studiare in ogni scuola di cinema del mondo. Magistrale, toccante come poche, capace di condensare in pochi fotogrammi tutto ciò che il film ha costruito con pazienza e amore nelle due ore precedenti. Chi l’ha vista non la dimentica. E chi non l’ha ancora vista ha davanti a sé uno di quei rarissimi regali che il cinema sa ancora fare.
Per la chicca: Hyakken Uchida, il vero professore a cui il film è dedicato, è stato anche autore di racconti fantastici e del terrore, molto apprezzati in Giappone, che gli valsero l’appellativo di “Poe giapponese”. Un uomo di cultura straordinaria, la cui ironia e la cui leggerezza di fronte all’inevitabile Kurosawa ha saputo restituire con una grazia che commuove ancora oggi.
Da tenere, gelosamente, nella propria videoteca.
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