Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Paranoia Agent” di Satoshi Kon

(Giappone, 2004)

Il geniale e visionario Satoshi Kon (1963-2010) realizza la sua unica – purtroppo… – serie anime da 13 episodi di circa 23 minuti l’uno, che viene trasmessa per la prima volta nel Paese del Sol Levante nel 2004.

In una grigia sera di Tokyo la giovane design Tsukiko Sagi cammina solitaria verso il suo appartamento. Nonostante il clamoroso successo che ha ottenuto in tutto il Giappone “Maromi”, il pupazzo cane che ha disegnato qualche tempo prima, la giovane è travolta dalla pressione.

E’ in post produzione la serie anime “Maromi Dolcesonno” che milioni di fan attendono trepidanti in tutto il Paese, e anche per questo lo studio presso il quale lavora pretende entro pochi giorni la consegna dei disegni di un nuovo pupazzo. Ma Tsukiko non ha alcuna idea, e mentendo ha preso un po’ di tempo. Meditando su come sfuggire alle scadenze, la giovane arriva a sperare in un “miracolo” che poco dopo si materializza alle sue spalle. Dal fondo della strada arriva un ragazzino, sui pattini a rotelle, che con un sorriso maligno le si avvicina e la colpisce alla testa con una mazza da baseball dorata.

L’aggressione suscita sdegno e scalpore non solo a Tokyo, anche se fortunatamente Tsukiko se la cava in pochi giorni. La situazione però precipita quando altre persone vengono aggredite dal diabolico ragazzino che sembra inafferrabile. Attraverso gli occhi dei due poliziotti che seguono le indagini per la cattura di “Shonen Bat”, come è stato battezzato dai media l’aggressore, conosciamo le vittime tutte con un solo punto in comune: vivere un momento profondamente ansioso e angosciante…

Scritta dallo stesso Satoshi Kon assieme a Seishi Minakami e Tomomi Yoshino “Paranoia Agent” è, come tutte le altre opere del suo autore, un indimenticabile e allucinante viaggio nel profondo dell’animo umano, dove si scontrano, senza esclusioni di colpi, le nostre più terribili paure e le nostre più grandi speranze. Tutto narrato con mano geniale attraverso vari e diversi stili grafici e visivi, e con dinamiche narrative che ricordano quelle del grande Sergio Leone, non a caso sempre tanto vicino alla cultura nipponica. 

Da vedere.

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“Il paese senza cielo” di Giorgio Scerbanenco

(Alberti Editore, 2002)

Alla fine degli anni Trenta, Cesare Zavattini e Federico Pedrocchi (il primo papà del Paperino italiano) commissionano al giovane Giorgio Scerbanenco un romanzo di fantascienza per ragazzi da pubblicare a puntate sulle riviste edite da Mondadori: “L’Audace”, “Topolino” e “Paperino”. Le illustrazioni verranno firmate dagli artisti Giuseppe Ingegnoli e Giovanni Scolari.

Nell’aprile del 1939 esce sulle tre testate la prima puntata de “Il Paese senza cielo” che di fatto inaugura la letteratura contemporanea italiana di fantascienza per ragazzi. Le ferree regole dell’editoria sotto il regime fascista esigono che i “malfatti” non possano consumarsi sul puro e giusto suolo italico, così come i “criminali” non possano essere figli della Lupa. 

Ci troviamo così nella Milano del 2002 dove il giovane Elio Aprile, poco più che un adolescente, suo malgrado viene coinvolto in una vicenda internazionale fatta di spie, delitti e pericoli mortali tutti però commessi all’estero e soprattutto negli Stati Uniti. Infatti, il Grande Rapace, ultimo discendente dei nativi americani – che allora si chiamavano con poco rispetto “pellirosse” – grazie al genio scientifico del colonnello Glub ha popolato di oltre otto milioni di suoi cloni le enormi grotte e gallerie che si trovano nel sottosuolo a stelle e strisce.

Doma Everom, il nome del Paese senza cielo, è però tecnologicamente avanzato – soprattutto in campo bellico – e si sta preparando a invadere e conquistare la superficie. Il Presidente degli Stati Uniti, venuto a conoscenza dell’imminente pericolo, invia le sue truppe all’ingresso della caverna che conduce a Doma Everom per capovolgere la situazione. Siamo così sull’orlo dello scoppio di una guerra sanguinaria che travolgerà milioni di vite umane, ma che Elio e il suo manipolo di amici potrebbero evitare…

Godibilissimo romanzo di fantascienza che ci racconta, molto più efficacemente di molti saggi e cronache dell’epoca, come era la nostra società in quegli anni, mentre camminava spavalda verso l’abisso. Se suscitano ilarità mista anche a una certa tristezza le ingenuità legate ai riferimenti di una presunta supremazia scientifica (nel libro infatti tutte le più grandi innovazioni tecniche che hanno fatto progredire il pianeta sono state firmate soprattutto da studiosi italiani) sociale (la moda più comune fra gli uomini più “in gamba” è quella di portare la testa completamente rasata…) e morale del nostro Paese rispetto a tutti gli altri, sono invece ancora assai affascinanti le invenzioni che dominano il quotidiano nel presunto 2002 immaginato da Scerbanenco, molte delle quali poi si concretizzeranno davvero. In ogni casa c’è un macchinario molto simile al nostro televisore, così come esistono autoradio – nel senso di veicoli che si muovono grazie a onde radio – o dischi “video” che è possibile visionare a proprio piacimento la sera in salotto.

Ma in ogni pagina Scerbanenco ci parla anche, con ansia e angoscia, della catastrofe sempre più imminente che si staglia all’orizzonte, e soprattutto lo scrittore ci grida che è una catastrofe evitabile e lo fa alla generazione più giovane, la stessa che pagherà il prezzo più alto del conflitto, come poi tragicamente accade sempre.

Per comprendere al meglio quali furono gli spunti ai quali attinse Scerbanenco per scrivere il romanzo basta ripercorrere brevemente la storia della prima parte della sua esistenza. Nato a Kiev nel 1911, ancora bambino, dovette abbandonare l’Ucraina per le conseguenze della Rivoluzione d’Ottobre e dell’avanzata delle truppe nel suo Paese, cosa che lo rese orfano di padre e lo portò a trasferirsi con la madre e senza mezzi di sostentamento a Milano, dove alla fine italianizzò il suo cognome.

Al di là dei tragici corsi e – nonché attualissimi e sanguinari – ricorsi storici, è facile intuire che “Il Paese senza cielo” si rifà non troppo velatamente all’Unione Sovietica e al suo comunismo dove tutti dovevano essere implacabilmente e negativamente “uguali”. Ma a rileggerlo oggi, nonostante i “dovuti” ammiccamenti al regime fascista, Scerbanenco considera anche l’allora Regno d’Italia un “Paese senza cielo”, che per l’ottusità e l’arrogante scelleratezza del suo dittatore sta per precipitare nel baratro di un conflitto planetario.        

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“Due estranei” di Travon Free e Martin Desmond Roe

(USA, 2020)

Carter (Joey Bada$$) si sveglia in una luminosa mattina newyorkese nel letto di Perri (Zaria Simone). I due si sono conosciuti la sera prima in un locale e hanno passato la notte insieme. Dopo il primo classico imbarazzo del risveglio Perri chiede a Carter di rimanere a mangiare qualcosa, ma lui deve tornare a casa dal suo cane, che dalla sera prima è rimasto solo.

Così, un pò a malincuore e un pò per farsi desiderare, Carter esce per tornare nel suo quartiere e coccolare il suo fedele amico. Ma appena uscito dal portone viene fermato bruscamente dall’agente Mark (Andrew Howard) del Dipartimento di Polizia di New York insospettito dal fatto che un uomo di colore “come” lui giri per una strada così elegante nel centro di Manhattan.

Carter, che è un ricco disegnatore, protesta cosa che fa imbestialire il poliziotto che subito lo atterra e lo immobilizza con l’aiuto di altri due agenti che accorrono poco dopo. Carter non riesce più a muoversi e alla fine neanche più a respirare…

Il ragazzo si risveglia esattamente nel letto di Perri e rivive le stesse cose fino al fatale incontro con l’agente Mark. Ma ogni tentativo di fuga o di cambiare il corso degli eventi è inutile: alla fine il poliziotto lo uccide, in mille modi diversi, ma lo uccide sempre. E lui si risveglia sempre nel letto di Perri.

Arrivato al centesimo loop Carter decide di parlare con l’agente. Il poliziotto, dopo averlo ascoltato, decide di accompagnarlo a casa. Durante il tragitto Carter tenta di convincere l’agente Mark che il modo in cui l’attuale società americana premia quelli “come” lui è fondamentalmente e tragicamente sbagliato, visto che li premia per l’unica cosa di cui non hanno alcuna responsabilità: nascere bianchi.

Finalmente l’auto del NYPD arriva sotto casa di Carter e il ragazzo scende e si avvia verso la porta di casa ma Mark, dopo aver platealmente applaudito il lungo discorso del disegnatore, tira fuori la pistola e lo fredda in mezzo alla strada, proprio a pochi metri del suo cane che sente morire il padrone dietro la porta.

Al risveglio successivo Carter, sconvolto, racconta l’accaduto a Perri che gli offre la sua protezione proponendogli di nascondersi, ma il ragazzo si rifiuta. Ormai ha compreso che è inutile tentare di sfuggire al proprio destino nell’attuale società a stelle e strisce, anche se ormai le persone di colore hanno un’educazione e un tenore di vita spesso molto più alti degli agenti che li uccidono. Ma sa anche che: “…prima o poi riuscirà a tornare a casa sua, dal suo amato cane”.

Scritto dallo stesso Travon Free “Two Distant Strangers” è davvero un duro colpo allo stomaco, visto anche che i sanguinari modi in cui Carter viene ucciso dall’agente Mark sono gli stessi dei reali casi di cronaca più tragicamente noti come quello di George Floyd o Breonna Taylor.

Un ottimo cortometraggio che lancia un grido di protesta contro le innumerevoli e continue morti di persone di colore per mano di agenti della polizia bianchi, vittime che vengono ricordate nei titoli di coda, per non dimenticare. Gli ultimi anni di pandemia e le ultime settimane di guerra dovrebbero averci fatto finalmente capire che siamo tutti esseri umani e che tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri per sopravvivere e vivere dignitosamente. Dovrebbero…

E se pensate che il problema vergognoso del razzismo sia solo al di là dell’oceano, basta che vi leggiate alcuni post firmati da italici figuri che sottilizzano sulla differenza di “autenticità” fra profughi e profughi in relazione al colore della loro pelle.

“Due estranei”, fra gli altri premi, ha vinto anche l’Oscar come miglior cortometraggio nel 2021.

Al momento è disponibile su Netflix.

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“Lassù qualcuno mi attende” di John Boulting e Roy Boulting

(UK, 1963)

Peter Sellers è stata – e lo è ancora – una delle maggiori icone della cultura cinematografica degli anni Sessanta, e non solo. Cultura e cinema in senso internazionale, infatti la bravura e l’irresistibile ironia fisica e dialettica dell’attore inglese hanno attraversato i confini britannici per toccare prima gli Stati Uniti e poi tutto il mondo.

Ancora oggi, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua scomparsa, vengono pubblicate biografie e prodotti documentari e film su di lui, come per esempio “Tu chiamami Peter” con un grande Goffrey Rush nei panni di Sellers e Charlize Theron in quelli della compagna Britt Ekland.

Ma allora perché questa deliziosa commedia realizzata nel 1963, venne distribuita nel nostro Paese solo nel 1965 e per giunta solamente in alcune grandi città? …Forse la sua trama, assieme alla tagliente bravura del suo protagonista, possono fornirci qualche indizio.

Approdiamo così nella piccola ma prospera – nonché fittizia – cittadina inglese di Orbiston Parva. L’economia della località, come quella di tutto il resto della contea, è basata sulla fabbrica di “Tranquillax” – un potente e assai redditizio antidepressivo – che ormai da due generazioni è di proprietà dell’aristocratica e facoltosissima famiglia Despard, vero e luccicante simbolo di Orbiston Parva.

Non c’è decisione pubblica, quindi, per quanto riguarda la cittadina e tutta la contea che non passi per la residenza Despard dove Lady Lucy (Isabel Jeans) e suo figlio Sir Geoffrey (Mark Eden) devono dare la loro serafica approvazione. Come nel caso della nomina del nuovo parroco cittadino, nomina per la quale l’Arcidiacono Aspinall (Cecil Parker) suggerisce il giovane ma già integerrimo John Smallwood (Ian Carmichael), tralasciando di rivelare poi che si tratta anche del figlio di un suo caro amico.

Avuto il benestare dei Despard, Aspinall si reca dal vescovo (George Woodbridge) che fa formalizzare al suo ufficio la nomina. Solo che una delle impiegate della segretaria della Diocesi prende dallo schedario il primo “John Edward Smallwood” (Peter Sellers) non accorgendosi dell’esistenza di un omonimo (meccanica narrativa molto simile a quella dell’irresistibile “Hollywood Party” che Sellers girerà nel 1968).

Così la nomina a nuovo parroco di Orbiston Parva arriva in un carcere dove il John Smallwood “sbagliato” fa il cappellano. L’impatto dell’ecclesiastico con la sua nuova comunità è fragoroso, visto che Smallwood è un uomo forse un po’ troppo ingenuo, ma che basa la propria esistenza sui principi cardini del Cristianesimo, e soprattutto su quelli che indicano nel dare e nel donarsi agli altri la principale dottrina del Signore.

Ma oltre che aiutare incondizionatamente i più deboli, Smallwood sarà “reo” di un altro imperdonabile e gravissimo sopruso: con la sua ingenuità e la sua granitica fede porterà persino Lady Despard a rileggere la Sacra Bibbia e a comprendere meglio i veri doveri di un cristiano…

Naturalmente la Diocesi, non indifferente a certe “imperdonabili” mancanze, sarà costretta a intervenire…      

Deliziosa e pungente commedia, nella migliore tradizione di quelle satiriche tipiche del cinema britannico degli anni Cinquanta e Sessanta, con un grandissimo Sellers che interpreta magistralmente un pacato ma graniticamente convinto parroco che ha l’unica – e inammissibile – colpa di seguire alla lettera i dettami della Bibbia …e non quelli della Chiesa.

Nonostante il film parli e schernisca dichiaratamente la Chiesa Anglicana, evidentemente i nostri distributori hanno visto qualche collegamento spinoso o assai calzante con la società del Belpaese e così hanno preferito distribuirlo solo in alcune piazze e per breve tempo …ma naturalmente la mia è solo un’ipotesi fantasiosa e senza alcun vero riscontro storico.     

Per la chicca: nel ruolo di una casalinga volitiva e assai aggressiva c’è Joan Hickson, che diventerà famosa qualche decennio dopo impersonando Miss Marple in una lunga serie di film per la tv.  

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“ANELANTE” di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

(Italia, dal 2015)

Antonio Rezza è una delle figure più interessanti e originali del teatro contemporaneo portando sul palcoscenico, ma anche davanti alla macchina da presa, spettacoli carnali e fuori i classici canoni, che ne fanno una figura tanto efficace quanto “canonicamente” inafferrabile, così come le sue messe in scena che – nella primaria e secolare tradizione teatrale che passa anche per la commedia dell’arte – vanno viste e soprattutto vissute, e il cui racconto lascia il tempo che trova.

Dal 1987 Rezza crea un prolifico sodalizio con l’artista e scultrice Flavia Mastrella, insieme alla quale scrive i suoi spettacoli. Spettacoli le cui scenografie, firmate dalla Mastrella, diventano parte integrante del testo. Ai numerosi premi vinti dal duo RezzaMastrella, nel 2018 il Festival di teatro della Biennale di Venezia attribuisce loro il Leone d’Oro alla carriera.

“ANELANTE” è andato in scena per la prima volta nel 2015, e adesso Rezza lo riporta sul palcoscenico dopo due tragici anni in cui la pandemia, oltre a falciare centinaia di migliaia di vite, ha messo in ginocchio la nostra cultura e soprattutto il nostro teatro.

Così riviviamo uno spettacolo che proprio per quello che è accaduto dal suo debutto, seguiamo con occhi e animo diversi, dove ogni risata o sorriso sardonico possiede un peso specifico molto più significativo di prima. Insomma, oltre novanta minuti di teatro viscerale, provocatorio e ironico nella speciale tradizione del suo autore e regista.

Sul palco, insieme a Rezza, recitano Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara A. Perrini ed Enzo Di Norscia.

“La Patria che ci è data” a cura di Umberto Simonetta

(Bompiani, 1974)

Nel 1974 Umberto Simonetta (1926-1998), uno dei nostri più rilevanti umoristi nonché scrittore – autore dell’ottimo “I viaggiatori della sera” – drammaturgo, paroliere nonché giornalista, raccoglie e pubblica alcuni dei più graffianti testi comici contemporanei del cabaret italiano.

Nella prefazione lo stesso Simonetta fa il punto sulla – allora – “breve” storia del nostro cabaret che ormai da tempo si discosta da quel teatro di rivista e avanspettacolo che fino a poco tempo prima faceva da padrone nel comico nostrano.

Naturalmente il “puro” cabaret italiano nasce a Milano agli inizi degli anni Sessanta in locali come il “Derby Club” e successivamente nel “Nebbia Club”. Nel 1965 il cabaret approda anche a Roma grazie a Maurizio Costanzo che apre il “Cab 37” in via della Vite. A recitare sui palchi arriva una nuova generazione che sempre più spesso non è mai stata sulle tavole storiche del teatro leggero italiano. Oltre che quella di attori si forma una nuova generazione di autori – molti dei quali fanno parte di entrambe le categorie – che a metà del decennio successivo Simonetta riunisce in questo volume.

Sono, in ordine di pubblicazione: Silvano Ambrogi, Felice Andreasi, Sandro Bajini, Roberto Brivio, Mario Castellacci e Pierfrancesco Pingitore, lo stesso Maurizio Costanzo, Giorgio Gaber, Roberto Mazzucco, Maurizio Micheli, Franco Nebbia, Enzo Robutti, Nanni Svampa, Enrico Vaime, Walter Valdi, Paolo Villaggio e Saverio Vollaro.

L’anno di pubblicazione di questo volume la dice lunga sulla lungimiranza di Simonetta, visto che di lì a breve verranno liberalizzate le frequenze televisive e nasceranno le cosiddette tv private che nel corso degli anni porteranno il cabaret e i suoi interpreti dagli scantinati dei piccoli locali direttamente nelle case di tutto il Paese. Cosa che farà, naturalmente, anche il cinema con un nome su tutti: Paolo Villaggio.

E’ innegabile che molti sketch contenuti nel libro risentano dei decenni passati, visto soprattutto come e quanto è cambiata la nostra società, come per esempio quelli firmati da Castellacci e Pingitore molto più vicini alle semplici parodie e alle facili allusioni sessuali tipiche del “vecchio” avanspettacolo che a quello verso cui punterà negli anni successivi il vero cabaret italiano.

Immortali rimangono invece alcuni i cui autori, non a caso, restano scolpiti nella nostra cultura come Giorgio Gaber o Paolo Villaggio. Ancora divertenti e graffianti gli scritti di Maurizio Micheli, Felice Andreasi, Enrico Vaime e Saverio Vollaro.

Al di là del piacere di ridere, questo libro è davvero un importante documento storico della nostra cultura e soprattutto della nostra società.

Per la chicca: il titolo di questa antologia prende spunto da una battuta dello sketch “Sdegno de frate Jacopone sopra li scandoli” di Saverio Vollaro, contenuto nel libro.

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“O ti spogli… o ti denuncio” di Alvin Rakoff

(UK, 1970)

L’8 aprile del 1967 andò in onda l’episodio “Call Me Daddy” della seria antologica “Armchair Theatre” (il cui titolo si potrebbe tradurre come “Una poltrona al teatro”), serie trasmessa sulla televisione britannica la domenica sera dal 1956 al 1974 e composta in tutto da 152 episodi, ognuno indipendente dall’altro e con ognuno i tratti classici del dramma teatrale televisivo. 

La sceneggiatura di “Call My Daddy” è opera dello scrittore irlandese di origini ceche Ernest Gébler (1914-1998) che prende spunto dal doloroso e duro naufragio del suo matrimonio con la scrittrice irlandese Edna O’Brien. A interpretare il protagonista, il grigio e antipatico Benjamin Hoffman, è Donald Pleasence. Il successo dell’episodio è notevole e la sceneggiatura viene premiata con un International Emmy Award, cosa che spinge Gébler a scrivere un romanzo ispirato ad essa che prende il titolo “Shall I Eat You Now?” e che viene pubblicato nel 1969.  

Sulla scia del successo del romanzo, il cinema decide di portare la storia di Ben Hoffman sul grande schermo e la parte viene offerta all’attore fra i più in voga nel momento: Peter Sellers. All’inizio lo stesso rifiuta, o al massimo è disposto a interpretarla recitando però con un’improbabile accento austriaco, sulla falsa riga dell’ispettore Clouseau. Ma alla fine sia la produzione che lo stesso Alvin Rakoff – regista anche di “Call Me Daddy” – riescono a convincere Sellers e il film prenderà il titolo originale proprio dal suo protagonista: “Hoffman”.

Così assistiamo alla falsa partenza della giovane e avvenente Janet Smith (Sinéad Cusack) che, accompagnata dal suo premuroso fidanzato Tom (Jeremy Bulloch) finge di prendere il treno che da Londra la porterebbe a Scarborough, dove l’aspetta sua nonna convalescente. Una volta congedato Tom, Janet lascia la stazione per raggiungere clandestinamente l’appartamento di Benjamin Hoffman (Sellers appunto) con il quale ha fatto un patto basso e maschino. 

Hoffman, infatti, ha scoperto che Tom è coinvolto nei furti che flagellano la compagnia per la quale anche lui come Janet lavorano. E così ha fatto una proposta all’avvenente ragazza, che il mese successivo ne diventerà la moglie: per non denunciare Tom lei dovrà passare una settimana a casa sua e dovrà essere sessualmente accondiscendente a tutte le sue voglie e fantasie.

La giovane, disperata per il destino del suo futuro marito, ha accettato senza dire niente a nessuno, e così si presenta alla porta di Hoffman che eccitato e “famelico” la fa accomodare. Ma dall’iniziale fantasia di una vendetta misogina del grigio e introverso Hoffman – che durante il suo soggiorno Janet scopre essere stato tradito e umiliato dalla sua “terribile” ex moglie – il rapporto fra i due lentamente prende pieghe inaspettate. Così assistiamo al cambiamento del padrone di casa che da viscido e silenzioso aguzzino diventa un uomo corretto leale e rispettoso, cosa che alla fine permette alla stessa Janet di crescere e comprendere al meglio di chi può fidarsi davvero…

Insolita e originale pellicola che ci offre l’ennesima ottima interpretazione del grande Peter Sellers, anche se fuori dai suoi soliti canoni, grazie anche a quella della bravissima Sinéad Cusack, non a caso membro dal 1967 della Royal Shakespeare Company.

Il film, forse proprio per l’insolito ruolo interpretato dal suo protagonista, non fu un successo al botteghino cosa che spinse Sellers a disprezzarlo pubblicamente e a cercare di acquistare e distruggere tutte le copie esistenti. Ma in molti, soprattutto quelli a lui vicino, dichiararono che tale avversione nasceva dai numerosi – e forse troppi… – punti in comune fra Benjamin Hoffman e il vero Peter Sellers.       

Per la chicca: cosa si può aggiungere al titolo con cui è stato distribuito nelle sale italiane e che richiama alla nostra peggiore tradizione di commedia pecoreccia?

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“Splendori e miserie di Madame Royale” di Vittorio Caprioli

(Italia/Francia, 1970)

Scritto dallo stesso Caprioli assieme a Bernardino Zapponi ed Enrico Medioli (assiduo collaboratore di Luchino Visconti) questo film rappresenta una pietra miliare della cinematografia italiana, e non solo.

Alessio (uno stratosferico Ugo Tognazzi) è un ex ballerino che ha dedicato la sua vita a Mimmina (Jenny Tamburi), figlia del suo storico compagno di vita morto ormai da tempo. Proprio per Mimmina, che ormai è un’irrequieta adolescente alla soglia della maggiore età, ha abbandonato la sua carriera artistica per fare il corniciaio in un negozio del centro storico di Roma.

Le rughe e la pelle, ormai non più così tesa ed elastica, pesano sull’anima di Alessio che segretamente è ancora in cerca di un nuovo grande amore. Ma gli omosessuali in quegli anni potevano incontrarsi solo di nascosto, dentro a case private o fra i ruderi romani nelle ore notturne, lontano dall’occhio poco tollerante e ferocemente ipocrita, quanto perbenista, della nostra cattolicissima società.

Così, proprio fra i ruderi del Colosseo, un uomo avvenente e particolarmente elegante avvicina Alessio invitandolo a seguirlo. Ma i sogni amorosi di Alessio naufragano quando l’uomo (Maurice Ronet) si rivela essere un commissario di Pubblica Sicurezza che lo ha adescato per avere notizie sulla morte di un omosessuale, ucciso qualche giorno prima in un parco.

Alessio, ferito e deluso, si rifiuta di collaborare e così torna a casa. L’unico modo che ha per consolarsi è quello di organizzare una serata en travesti a casa sua, dove ha arredato apposta una stanza con tanto di drappi e trono sul quale, debitamente travestito, prende i panni della regale Madame Royale, alla quale le altre dame della “corte”, fra cui Bambola di Pechino (lo stesso Vittorio Caprioli), sono use introdurre nuovi adepti.

A rompere la nuova quotidianità di Alessio ci pensa Mimmina che gli piomba in casa con la richiesta di duecentomila lire per abortire. Siamo nel 1970 e nella cattolica e medievale Italia l’aborto è ancora illegale. Così chi non ha i soldi per andare all’estero, è costretta a finire nelle mani sanguinolente di persone senza scrupoli e fin troppo spesso incapaci. Ma Alessio è moralmente contrario all’aborto, visto che poi non vede l’ora di diventare nonno, e promette alla ragazza di prendersi cura lui stesso del nascituro.

Mimmina però non ha voglia assolutamente di portare avanti una gravidanza e così, in qualche modo, racimola i soldi e si affida a una mammana clandestina. Come fin troppo spesso accadeva in quei tempi – sotto questo punto di vista senza dubbio ancora assai barbari – Mimmina rischia di morire per un’emorragia, ma a salvarla ci pensa lo stesso Alessio che chiama un’ambulanza.

Passata l’emergenza Mimmina viene arrestata per aver abortito e il commissario di Pubblica Sicurezza torna a bussare alla porta di Alessio: se vuole che la sua figliastra esca dal riformatorio senza alcuno strascico legale deve collaborare. E così il corniciaio inizia a denunciare tutto quel sottobosco criminale romano con cui lui stesso a volte riesce ad arrotondare lo stipendio, sottobosco che ha appena iniziato ad occuparsi anche di stupefacenti.

Ma le notizie, prima o poi, si spargono…

Delizioso e sincero omaggio agli ultimi, come allora erano trattati e considerati gli omosessuali, che al tempo stesso venivano schifati e sfruttati dalla società che li tollerava a patto che si nascondessero. Ma nella Nazione confinate con lo Stato Città del Vaticano, simbolo terreno della Cristianità planetaria, ci si scordava – colpevolmente – che anche loro avevano bisogno soprattutto di amore, amore che è senza dubbio il tema centrale del film.

Memorabile è poi l’interpretazione di Tognazzi nel ruolo di un omosessuale indubbiamente marcato e a volte patetico, ma che non scade mai nella macchietta o nel volgare ridicolo. Senza dubbio da questa sua straordinaria interpretazione nasce quella che farà qualche anno dopo nel delizioso “Il vizietto”.

Le cronache dell’epoca riportano che l’idea originale del film venne a Caprioli parlando con un ex artista del “Madame Arthur”, notissimo e storico cabaret di Drag Queen di Parigi che sembra proprio il locale dove lavora Gabriel, lo zio della protagonista di “Zazie nel Metrò” di Raymond Queneau e nella cui omonima versione cinematografica diretta da Malle nel 1960 ha partecipato lo stesso Caprioli, e che poi ha inspirato senza dubbio il club “Le Cage aux Folles” dello stesso “Il vizietto”.  

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“Orecchie rosa” di Pax

(Gonzo Editore, 2021)

Quanto incide sulla nostra esistenza la storia personale di “figli” dei nostri genitori?   …‘Na cifra, purtroppo.

Almeno è questo quello che ci dice Pax nel suo autobiografico graphic novel “Orecchie rosa”.

Ma la stessa autrice ci racconta che esiste anche un modo per sopravvivere a questa pesante e ingombrante ingerenza, troppo spesso poi “diabolicamente” involontaria. Così riviviamo i traumi subiti dalla madre che, come la classica e malefica goccia in testa, alla fine entrano nell’anima e nell’essere della figlia.

Figlia però che, non senza fatica – e fin troppo spesso con molto dolore – alla fine riesce a sottrarsi a tali perversi e autolesionistici meccanismi.

Pax disegna e scrive con una maturità narrativa sorprendente, costruendo tavole che oscillano tra la delicatezza delle sfumature pastello e la brutalità di sequenze che non risparmiano nulla al lettore. Il suo tratto, volutamente infantile in alcuni passaggi, si trasforma in graffi nervosi quando le emozioni si fanno più acute, creando un perfetto parallelismo tra forma e contenuto che eleva il fumetto ben oltre la semplice cronaca autobiografica.

La forza dell’opera risiede nella sua capacità di universalizzare il dolore privato senza mai cadere nell’autocommiserazione. Ogni pagina diventa specchio di quegli schemi disfunzionali che si tramandano, spesso inconsapevolmente, di generazione in generazione come eredità malate che nessuno ha mai chiesto di ricevere. L’autrice riesce magistralmente a mostrare come certi meccanismi psicologici si inneschino sin dalla più tenera età, trasformando gesti apparentemente innocui in ferite che segneranno per sempre l’identità di chi li subisce.

Particolarmente toccanti risultano le sequenze in cui la protagonista bambina cerca disperatamente di comprendere i comportamenti contraddittori dell’adulto di riferimento, in un crescendo di confusione emotiva che Pax restituisce attraverso vignette frammentate e colori che si fanno via via più cupi. È in questi momenti che il graphic novel raggiunge la sua massima potenza espressiva, dimostrando come il linguaggio del fumetto possa restituire la complessità del trauma con una forza che la sola parola scritta difficilmente riuscirebbe a eguagliare.

Un libro disegnato e scritto fuori le righe ma che ci parla di uno dei grandi dilemma esistenziali da quando l’essere umano ha …inventato la famiglia.

Godibile fino all’ultimo disegno e consigliato ai professionisti di traumi e dolori familiari, proprio come me.

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“Ci vuole orecchio – Elio canta e recita Enzo Jannacci” di Giorgio Gallione

(Italia, 2022)

Enzo Jannacci (1935-2013) è stata una delle personalità più rilevanti della nostra cultura – e non solo – a partire dal Secondo Dopoguerra e fino al ridosso della sua scomparsa. Dopo essersi diplomato al Conservatorio di Milano in armonia, composizione e direzione d’orchestra inizia a frequentare scantinati e vecchi garage che stanno diventando cabaret nella Milano in piena esplosione del Boom dove conosce, fra gli altri, Dario Fo.

E’ lui il padre putativo di quello che diventerà il grande cabaret milanese, forgiando intere generazioni di comici (Cochi & Renato, Diego Abatantuono solo per citarne un paio) e partecipa anche ad alcuni film come “La vita agra” di Lizzani – dove canta in un bar “Ti te se’ no” e ambientato proprio nella sua Milano – o il caustico “L’udienza” di Marco Ferreri.

Musicalmente nel 1957 partecipa al primo “Festival italiano di rock & roll” che si tiene nel Palazzo del Ghiaccio del capoluogo lombardo con il gruppo dei Rock Boys su richiesta del cantante e leader del gruppo Adriano Celentano. Il successo è clamoroso tanto da aprire definitivamente le porte al nuovo ed esplosivo genere musicale nel nostro Paese.

Sempre in quegli anni Jannacci conosce un altro giovane musicista che come lui ha la passione per il cabaret e che come lui suona insieme a Celentano: Giorgio Gaber, con cui forma il duo “I due corsari”. Intanto proseguono i suoi studi in medicina e dopo la laurea nel 1967, Jannacci si trasferisce in Sud Africa e poi negli Stati Uniti per prendere la specializzazione, entrando nell’equipe di Christiaan Barnard, il primo cardiochirurgo nella storia ad eseguire un trapianto di cuore.

Il tutto “condito” da circa trenta album registrati da solista dove Jannacci interpreta le sue canzoni assieme a quelle di altri autori, spesso al momento non così famosi, come per esempio la strepitosa “Bartali” incisa nel 33 giri “Foto Ricordo” e scritta da Paolo Conte. Nella storia della musica italiana rimangono, assieme a molte altre come “Se me lo dicevi prima” del 1989, “Vengo anch’io, no tu no” e “Ho visto un Re” entrambe scritte insieme a Dario Fo, ed entrambe pesantemente perseguitate dalla censura, soprattuto quella della televisione, perché considerate “troppo politiche”.

Così Elio, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, da buon milanese ma soprattutto da buon italiano – perché Enzo Jannacci appartiene al patrimonio culturale di tutto il nostro Stivale – canta alcune delle canzoni di Jannacci più famose e più significative per Milano, intervallando la musica con alcuni sketch nella grande tradizione del suo cabaret.

Uno spettacolo da ridere e cantare, scritto da Giorgio Gallione e arrangiato da Paolo Silvestri, ricordando un grande artista che davvero ci ha fatto e ci farà per sempre ridere, piangere e soprattutto pensare. A suonare, cantare e recitare sul palco con Elio ci sono Alberto Tafuri, Martino Malacrida, Pietro Martinelli, Sophia Tomelleri e Giulio Tullio.