Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Mignolo col Prof”

(USA, 1995/1998)

Questa serie di cartoni animati (il cui titolo originale è “Pinky and the Brain”), prodotta da Steven Spielberg, è una fra le più geniali di questi ultimi anni, ed è stata più volte ispiratrice e citata in altrettante serie cartoons di successo.

Mignolo e il Prof sono due cavie da laboratorio frutto di numerosi esperimenti e per questo geneticamente modificati: uno, il Prof, è letteralmente un genio, mentre l’altro, Mignolo, è stupido oltre ogni limite.

Ma il motore delle serie non è questo, è la brama di conquistare il mondo da parte del Prof che ogni sera concepisce un piano diabolico per diventare il signore assoluto della Terra.

Ogni piano è davvero geniale ed efficace, ma fatalmente ogni volta fallisce per un piccolo e trascurabile dettaglio, e più spesso per l’incapacità di Mignolo.

In ogni puntata ci si sbellica di gusto, con battute e citazioni del grande cinema da cinefili d’annata.

Peccato che questa serie, paragonabile in tutto e per tutto agli immensi Simpson, nel nostro Paese sia stata trasmessa dalla Rai la mattina presto, pensandola adatta al target dei bambini che si preparano ad andare a scuola.

Sob…

“Alta fedeltà” di Nick Hornby

(Guanda, 1995)

Chiariamoci subito: questo libro ha una grande responsabilità se poi io, nella mia vita, ho deciso di scrivere.

Già da adolescente – come quasi tutti – avevo scritto piccoli racconti o inizi di fantomatici e mai conclusi romanzi. Ma leggendo questo spettacolare prodotto della mente di Nick Hornby ho capito come avrei voluto scrivere.

Che ci sia riuscito è un altro paio di maniche (come dicono a Calais), ma le avventure amorose del “vinilista” Rob rimangono una pietra miliare nella narrativa degli ultimi 30 anni.

Nel 2000 Stephen Frears ha firmato un delizioso adattamento cinematografico a stelle e strisce con John Cusack come protagonista e con un cameo del Boss Bruce Springsteen.

Ma l’opera di Horby è davvero un’altra cosa, pochi altri libri mi hanno fatto sognare e sghignazzare (anche da solo, a letto nel cuore della notte) come questo!

Giorno del Ricordo delle vittime delle Foibe

Oggi 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo delle vittime Foibe, un dramma che purtroppo ancora spacca scioccamente una parte della nostra politica.

Un’atroce tragedia come quella che subirono gli abitanti della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale, che sia stata dettata da una semplice sete di vendetta o da più ampi e drammatici credo politici, non ha nessuna giustificazione.

Proprio per questo trovo triste e patetico chi sbandiera questa giornata – e fortunatamente ormai sono sempre meno – come “a contrapporre” e quindi a giustificare altri atroci delitti contro l’umanità.

La verità è una sola: le barbarie più efferate vengono giustificate dalla guerra – sempre figlia degli estremismi – e per questo il dovere di ogni cittadino libero è scongiurarla ed evitarla, e ricordare sempre e comunque tutte le sue vittime, proprio per non dimenticare.

“La promessa dell’assassino” di David Cronenberg

(USA/UK/Canada, 2007)

Non sono un amante del cinema dell’orrore o peggio di quello splatter, per cui soffro molto di solito vedendo le opere di Cronenberg (a parte ovviamente “La zona morta” che il regista canadese ha girato nel 1983 e adattato da uno dei miei romanzi preferiti in assoluto), ma questo film – nonostante alcune scene davvero truculente – è davvero bello e tosto.

Anna (Naomi Watts) è una giovane ostetrica che lavora in un ospedale di Londra. Una sera al pronto soccorso le capita di assistere al parto di una quattordicenne vittima di una grave emorragia.

La ragazza purtroppo muore, ma il neonato – che poi è una bambina – fortunatamente sopravvive. La giovane, che dagli esami risulta essere una tossicodipendente, non aveva documenti ma solo un diario scritto in russo.

Anche se Anna ha origini russe non sa leggere il cirillico, e fra le pagine trova il biglietto di un noto ristorante russo di Londra. Troppo ingenuamente l’ostetrica decide di chiedere notizie della ragazza morta nel ristorante…

Una bella descrizione di quello che è oggi la mafia russa a Londra, con grandi interpreti come Vincent Cassel e Armin Mueller-Stahl, ma soprattutto un grande Viggo Mortensen.

La scena nella sauna poi, cruenta ma bellissima.

“Cronache di poveri amanti” di Carlo Lizzani

(Italia, 1954)

Il 6 febbraio 1954 usciva nelle sale italiane “Cronache di poveri amanti” diretto da Carlo Lizzani e tratto dall’omonimo romanzo di Vasco Pratolini, alla cui sceneggiatura partecipa anche Sergio Amidei.

In un vicolo della Firenze del 1925 si consumano drammi, amori, gioie e dolori di uno spaccato degli italiani più umili, su cui incombe l’ombra del regime fascista che ogni giorno diventa più forte, prepotente e violento…

Lizzani firma una bella pellicola corale a cui partecipano molti di quelli che saranno i protagonisti del nostro cinema negli anni successivi.

Oltre al grande Marcello Mastroianni, ci sono Anna Maria Ferrero, Antonella Lualdi, Cosetta Greco, Wanda Capodaglio (grandissima insegnate dell’Accademia d’Arte Drammatica) e Giuliano Montaldo che poi passerà alla regia.

Il film partecipa al Festival di Cannes diventando un caso: favorito per la Palma d’Oro, vincerà “solo” – e l’ho messo fra virgolette – il Premio Speciale della Giuria per un presunto intervento – dicono alcune cronache di allora – del Governo Italiano dato il tema affrontato e l’iscrizione al Partito Comunista Italiano del regista.

“Hobson il tiranno” di David Lean

(UK, 1954)

Del maestro David Lean si ricordano quasi sempre le solite pellicole – e intendo solite nel senso di stupende ma arci note – pochi infatti parlano di quelle realizzate nella sua prima parte della carriera – le cui sceneggiature erano spesso adattamenti di opere teatrali come questa che è l’adattamento di una pièce di Harold Brighouse – ma che hanno reso grande e immortale il cinema britannico.

Oltre a riferirmi a “Breve incontro” (che, non a caso, è stato il primo post che ho scritto su queste pagine) mi riferisco a questa divertente commedia ambientata in un’Inghilterra dickensiana in cui, come spesso succede nella cinematografia di Lean, le donne hanno un ruolo focale.

Salford, nei pressi di Manchester. Henry Horatio Hobson (un grandissimo Charles Laughton) è un dispotico padre vedovo che tiranneggia le sue tre figlie, che devono occuparsi di tutto, soprattutto dell’antica bottega di scarpe di famiglia.

Se Maggie (Brenda de Banzie) la maggiore ormai è considerata troppo “vecchia” per trovare marito, le altre due Alice e Vicky – ancora ufficialmente in età – scalpitano e sospirando ogni giorno, pensando ai loro pretendenti.

Per il vecchio Horatio però nessuna delle sue figlie può sposarsi: devono tutte badare alla bottega, alla casa e a lui, che torna tutte le sere sbronzo dal pub; oltre al fatto che egli stesso non ha la minima intenzione di cacciare un penny come dote.

Ma il vecchio tiranno sottovaluta la sua Maggie che, con l’aiuto del giovane lavorante dalle mani d’oro Willie Mossop (John Mills) ha in mente un piano…

Deliziosa commedia in costume da godere fino all’ultimo fotogramma, grazie anche al cast fatto tutto di grandi attori del teatro britannico, e a una storia che anticipa quelle lotte sociali – soprattutto quelle legate all’emancipazione della donna – che esploderanno nel decennio successivo.

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“La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore

(Italia, 2013)

Qui parliamo di grande cinema, di un grande regista che riesce a fare anche l’ottimo sceneggiatore. Il tema del film si potrebbe sintetizzare in una sola domanda: che cos’è l’amore?

E Tornatore ce lo dice con uno stratosferico Geoffrey Rush nei panni di un caparbio e scaltro battitore d’asta e antiquario, che incontra sulla sua strada una ragazza molto particolare…

Della storia non aggiungo altro perché chi ancora non l’ha visto non si perda nulla, ma si goda al meglio storia e dialoghi, con sullo sfondo opere d’arte riprese e inquadrate superbamente. E soprattutto si interroghi alla fine sul senso di possesso che porta una persona a spendere un capitale solo per acquistare pochi centimetri quadrati di tela dipinta, per poi tenerli blindati e ammirarli in piena solitudine.

Alla presentazione del film a Rush hanno chiesto come è stato lavorare col regista italiano, e lui ha risposto: “Tornatore è un perfezionista maniacale, ma che film!”.

Questo sì che è il grande cinema italiano.

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Philip Seymour Hoffman

Il corpo dell’attore Philip Seymour Hoffman è stato rivenuto nel bagno di casa sua, ieri a New York, con una siringa nel braccio: un’overdose di eroina.

Su una tragedia del genere c’è poco da aggiungere. Sia chiaro: Hoffman era un uomo fortunato, nel pieno del successo e che a 40 anni aveva vinto già un Oscar e, richiestissimo, poteva permettersi di scegliere il film in cui lavorare. Aveva tutto, ma evidentemente quel tutto non bastava.

Il suo gesto è stato soprattutto quello di un uomo debole e fragile che preferiva evaporare piuttosto che affrontare la realtà. Ma se ne è andato comunque un grande artista, che ci ha regalato splendide emozioni.

Oltre al suo Truman Capote, nell’omonimo film che gli è valso l’Oscar, Philip Seymour Hoffman va ricordato per molti alti ruoli, come quello di Brandt ne “Il grande Lebowski”, che quello del solitario e vile Allen in “Happiness” diretto da Todd Solondz nel 1996, e ancora ingiustamente sottovalutato.

Poi c’è la collaborazione con Paul Thomas Anderson che inizia in “Boogie Nights”, passa per il grande “Magnolia” e “Ubriaco d’amore”, per concludersi con “The Master”. E ci sono altri ruoli, fra i tanti, che meritano di essere ricordati come quello in “I Love Radio Rock“, quello dell’agente “deviato” della C.I.A. Gust Avrakotos nel bellissimo “La guerra di Charlie Wilson” dell’intramontabile Mike Nichols (per il quale Hoffman è stato candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista) e soprattutto quello di Andy, il fratello maggiore ne “Onora il padre e la madre” ultima opera dell’indimenticabile Sidney Lumet.

Cavolo se ci mancherai Philip!

“L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono

(Salani, 1953/2011)

E’ vero, è un libro brevissimo, anche considerando la prefazione e la postfazione (che superano di consistenza lo scritto originale di Giono – autore, fra gli altri, del romanzo storico “L’Ussaro sul tetto”) ma è bellissimo.

Ed è una storia vera che concilia col mondo.

Nel 1913 Giono, poco più che adolescente ma già amante della natura, in una delle sue passeggiate in Provenza incontra casualmente un pastore che passa le giornate a piantare alberi nelle zone montane più spoglie e desolate.

Col passare degli anni Giono torna nuovamente nella zona ammirando come l’intero paesaggio, e con esso la vita dei paesi limitrofi legati alle nuove foreste neonate, cambi in maniera miracolosa, senza che nessuno sospetti che dietro tale incredibile cambiamento ci sia stata solo la pertinacia di un semplice pastore.

Gli uffici preposti, infatti, parlano addirittura di “foreste spontanee”.

Insomma, come diceva il grande Gianni Rodari: “Per fare un albero ci vuole un seme!”.

“Equus” di Sidney Lumet

(USA/UK, 1977)

Il dramma teatrale “Equus” è uno dei più famosi e rappresentati fra quelli a firma dell’inglese Peter Shaffer (solo qualche anno fa il maghetto Daniel Radcliffe lo ha reinterpretato in teatro).

Andato in scena nel 1973, quattro anni dopo Sidney Lumet ne realizza un bellissimo adattamento cinematografico con Richard Burton, lo stesso attore che in quegli anni lo interpreta con enorme successo a Broadway.

Allo psichiatra Martin Dysart (Burton) viene chiesto di occuparsi di Alan Strang (il bravissimo Peter Firth), un giovane stalliere che in un gesto di apparente follia ha inspiegabile accecato tutti i cavalli di cui si occupava amorevolmente da tempo.

Le regioni di un gesto così tragico vanno ricercate nella mente e nella storia personale del ragazzo…

Davvero un bel film con due grandi interpreti, vincitori entrambi del Golden Globe.