Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Latitudine Zero” di Ishiro Honda

(Giappone/USA, 1969)

E’ inutile fare troppo gli intellettuali, perché a dirigere questo visionario pamphlet è Ishiro Honda autore e regista del primo e immortale “Godzilla” girato in bianco e nero nel 1954, nonché fedele e primo collaboratore del maestro Akira Korosawa. La trama di questo film, invece, ricorda tanto “20.000 leghe sotto i mari” di Jules Verne, ma con alcune modifiche assai politicamente corrette.

Durante un’esplorazione subacquea, un giapponese, un francese e un americano (sembra proprio una barzelletta lo so, ma il fascino del trash è anche questo) rischiano di rimanere vittime dell’eruzione di un vulcano sottomarino.

A salvarli è l’Alpha, uno strabiliante sottomarino ideato e comandato da Glen MacKenzie (un Joseph Cotten ormai al tramonto delle sua carriera, la cui pettinatura stona non poco con gli strabilianti e psichedelici costumi di scena) membro di rilievo di Latitudine Zero, un mondo sommerso, creato grazie al genio di numerosi scienziati di fama mondiale, in cui ognuno vive in armonia col prossimo, e che possiede tecniche e invenzioni che sulla superficie sembrano inverosimili.

Ma sulle tracce dell’Alpha c’è lo Squalo Nero, altro sofisticato e micidiale sottomarino, che non appartiene a Latitudine Zero ma alla flotta del famigerato dottor Malic (un Cesar Romero con un sorriso diabolico a 64 denti uguale a quello che usava per fare Joker nel fantastico Batman televisivo), che da oltre un secolo cerca di conquistare il globo, ma che trova in MacKenzie il suo ultimo e insormontabile ostacolo… sì, sì, da oltre un secolo…

Con una trama ingarbugliata come la dichiarazione dei redditi di un neofita, “Latitudine Zero” è un filmaccio trash da non perdere, soprattutto per gli improbabili costumi – quelli di Cotten, come detto, sono i più stonati in assoluto – le scenografie, ma soprattutto per gli effetti speciali artigianali e per questo strepitosi!

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“Grisù il draghetto” di Nino e Toni Pagot

(Italia, 1975)

C’è una domanda che ogni bambina e ogni bambino degli anni Settanta si è posto almeno una volta davanti al piccolo schermo, e che probabilmente non ha mai articolato con queste parole, ma che aveva esattamente questa forma: è possibile essere fieramente se stessi in un mondo che ha già deciso cosa dovresti diventare? Nino e Toni Pagot, con “Grisù il draghetto”, hanno risposto con poco più di dieci minuti di cartone animato per episodio, un piccolo drago verde dal carattere testardo e un padre che fa il tifo per lui anche quando non lo dà a vedere.

Non capita troppo spesso che una serie animata italiana degli anni Settanta riesca a sopportare il peso del tempo senza cedere sotto il suo ginocchio. “Grisù”, prodotta nel 1975 e trasmessa in Italia dalla Rai, non solo regge: si rivela sorprendentemente solida, quasi architettonica nella sua semplicità. I Pagot — due nomi che chi frequenta la storia dell’animazione italiana conosce bene, legati com’erano già al glorioso Calimero — avevano capito una cosa che sfugge a molti narratori anche più blasonati: le bambine e i bambini non hanno bisogno di essere trattati da “bambini”. Hanno bisogno di storie vere, con personaggi che vogliono qualcosa e non sempre riescono ad ottenerla.

Grisù vuole fare il pompiere. È un drago, quindi soffia fuoco, e soffia fuoco nei momenti meno opportuni, spesso esattamente quando non dovrebbe. Ogni episodio è una variazione su questo tema, ma attenzione: non nel senso della ripetizione stanca, piuttosto nel senso della musica jazz, dove il tema è il punto di partenza e non il punto di arrivo. Ogni puntata costruisce una situazione nuova, la carica di aspettative, e poi lascia che Grisù faccia quello che Grisù fa: vale a dire, combinare un guaio nel tentativo di fare la cosa “giusta”. Il caos è sempre dietro l’angolo. Il cuore del protagonista, però, non vacilla mai.

Il padre, Fumè, è un personaggio che meriterebbe un’analisi a parte. Drago orgoglioso e tradizionalista, porta sulle spalle il peso di una comunità che ha le sue regole, le sue aspettative, i suoi codici non scritti, e tra questi codici, quello che dice inesorabilmente che un drago fa il drago e non il pompiere. Eppure Fumè non è il cattivo della storia. Non lo è mai. È un padre che non capisce il figlio ma lo ama comunque, e questa sfumatura — questa distinzione sottile tra il non capire e il non accettare — è una delle cose più adulte che “Grisù” si permette di raccontare in un formato che dura pochi minuti.

La struttura narrativa della serie è volutamente semplice, quasi spartana. Non ci sono archi multipli, non ci sono cattivi ricorrenti nel senso classico del termine, non ci sono sottotrame che si dipanano su più episodi. C’è Grisù, c’è il suo sogno, e ci sono gli ostacoli, spesso generati da lui stesso, che è il tipo di ironia che forse fa meno ridere ma che fa pensare di più. Il formato breve, che negli anni Settanta era una scelta quasi obbligata per la televisione di allora, diventa qui un valore: ogni storia è un’unità autonoma, con il suo inizio, il suo sviluppo e la sua risoluzione, e questa pulizia narrativa ha qualcosa di quasi artigianale che oggi, nell’era della serialità compulsiva e degli episodi che finiscono sempre a metà, si riscopre con un certo sollievo.

Dal punto di vista visivo, “Grisù” appartiene chiaramente alla sua epoca. I fondali sono piatti, le animazioni parche, i colori scelti con una tavolozza che non cercava effetti speciali ma riconoscibilità immediata. Eppure il design del protagonista — quel verde brillante, quella faccia rotonda, quella fiamma involontaria che schizza fuori sempre dal lato sbagliato — ha una coerenza espressiva che funziona ancora oggi. Grisù è simpatico non perché glielo abbiano disegnato in faccia, ma perché ogni linea del suo corpo comunica intenzione. Vuole. Cerca. Ci prova. E questo basta.

La sigla, con quella melodia orecchiabile e quel testo che spiega tutto senza spiegare niente, è uno di quei manufatti culturali che entrano nel cervello di un bambino di sei anni e non se ne vanno più neanche quando quel bambino ne ha cinquanta (abbondantemente e gaiardamente superati…) e chi scrive può confermarlo con una certa dose di orgoglioso imbarazzo.

Quello che “Grisù il draghetto” lascia, guardato oggi con gli occhi di chi allora non era ancora nato o era appena arrivato al mondo, è qualcosa di più sottile di una semplice ondata di nostalgia. È la conferma che le storie più oneste sono quelle che non promettono lieti fini garantiti, ma mostrano il percorso. Grisù non diventa pompiere perché il mondo cambia le sue regole per lui. Diventa il protagonista della propria storia perché non smette di provarci. E questa, in fondo, è la morale più utile che un cartone animato possa consegnare a una bambina e a un bambino e, sia detto sottovoce, anche a qualche adulto che ha smesso di provarci troppo presto.

I Pagot – che non a caso pochi anni dopo collaboreranno con il maestro Hayao Miyazaki per la serie “Il fiuto di Sherlock Holmes” – sapevano quello che facevano. E si vede. Da vedere, senza fiammiferi nelle vicinanze…

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“C’era una volta” di Francesco Rosi

(Italia, 1967)

Matteo Garrone non è stato il primo grande cineasta italiano a trarre un film dall’opera immortale di Giambattista Basile “Lu cunto de li cunti”, infatti nel 1967 il grande Francesco Rosi dirige “C’era una volta” ispirandosi ad alcune delle novelle del Basile e scrivendo la sceneggiatura assieme a Tonino Guerra, Giuseppe Patroni Griffi e Raffaele La Capria.

Durante l’occupazione borbonica, la sguattera Isabella (una splendida e sensualissima Sophia Loren, forse all’apice dellla sua straripante bellezza) si invaghisce del principe Rodrigo Fernandez (Omar Sharif), giovane viziato e scapestrato parente del Re.

Alla popolana non rimane altro che rivolgersi alle forze sovrannaturali che allora, fortunatamente, ancora regnavano nei boschi e negli antri più oscuri. Ma la magia potrebbe non bastare…

Oltre all’intramontabile bellezza della Loren, questo bel film – voluto direttamente da Carlo Ponti – deve essere rivisto per la sua grande forza visiva grazie a una fotografia spettacolare e ai luoghi scelti per le riprese: il Tavoliere delle Puglie, la Certosa di Padula e Matera, e ci ricorda soprattutto quanto grande è stato il nostro cinema.

“Elling” di Petter Næss

(Norvegia/Svezia, 2001)

Tratto dalla quadrilogia dello scrittore norvegese Ingvar Ambjørnsen, e soprattutto dal suo “Brødre i blodet” pubblicato nel 1996, “Elling” ci racconta la storia del minuto quarantenne – che porta lo stesso nome del film – che ha passato i suoi primi quarant’anni di vita chiuso in casa assieme alla madre a dir poco possessiva.

Il giorno che questa muore, i servizi sociali a causa delle sue numerose fobie lo internano in un istituto per il recupero mentale. Lì Elling (un bravissimo Per Christian Ellefsen) dividerà la stanza con il gigantesco Kjell, vittima di abusi che lo hanno portato a soffrire di fobie legate soprattutto alle donne e al sesso.

Le cure e la convivenza hanno effetto, e dopo due anni in istituto i due vengono dimessi. A loro è assegnato un piccolo appartamento nel centro di Oslo dove dovranno cominciare a vivere per davvero.

Se all’inizio i problemi più banali sembrano insormontabili, la loro purezza e sincerità li aiuterà non poco. Kjell riuscirà finalmente a riappacificarsi col sesso femminile, mentre Elling diventerà il “poeta clandestino dei crauti”…

Deliziosa commedia sui diversi e sulla loro natura pura e incontaminata, che molto spesso riesce a salvare quella bella intossicata dei cosiddetti “normali”.

Da vedere e far vedere nelle scuole.

Il film ottiene la nomination all’Oscar come Miglior Film Straniero nel 2002.      

“L’assedio” di Bernardo Bertolucci

 (Italia/UK, 1998)

Girato nel vero appartamento in cui Gabriele D’Annunzio scrisse “Il piacere”, con l’ingresso in via del Bottino e le finestre sulla scalinata di Trinità dei Monti, “L’assedio” di Bernardo Bertolucci ci racconta del rapporto tra Shandurai (una brava Thandie Newton, che poi parteciperà al bellissimo “Crash – Contatto fisico” di Paul Haggis) e Mr Kinski (David Thewlis, che diventerà famoso impersonando Remus Lupin nella saga di Harry Potter) il padrone della casa in cui lei lavora come domestica, che nella vita ama soprattutto suonare il suo grande pianoforte a coda.

Fra i due le cose sono molto formali fino a quando Kinski non le rivela di essere profondamente innamorato di lei, arrivando a chiedere di sposarlo. Shandurai ha una reazione dura: lei ha già un marito, che però è detenuto nel suo Paese africano d’origine per motivi politici, e se davvero la ama lo faccia liberare.

E Kinski, educatamente, si tira indietro. Ma l’amore prende strade e pieghe inaspettate…

Tratto dal racconto di James Lasdun, “L’assedio” ci illumina la fantasia con delle immagini che solo Bernardo Bertolucci – e davvero pochi altri al mondo – riescono a regalarci, come per esempio la sequenza iniziale da studiare nelle scuole di cinema.

I dialoghi sono al minimo, questa volta non servono, sono le immagini che ci raccontano esattamente le emozioni e i sentimenti. Un capolavoro visivo di un maestro del cinema.

Per la chicca: compagno di studi di Shandurai è un giovane ma già bravo Claudio Santamaria.

“Porco Rosso” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 1992)

L’amore del maestro Hayao Miyazaki per il nostro Paese traspare quasi in ogni sua pellicola, ma è in questa – e anche in “Si alza il vento”, sempre dedicato al mondo dell’aeronautica – che trova il suo apice.

A partire dal nome del protagonista Marco Pagot/Porco Rosso che è un dichiarato riferimento a Nino e Toni Pagot, grandi disegnatori italiani (creatori di Calimero, per esempio) i cui figli Marco e Gina collaboreranno con lo stesso Miyazaki nella produzione italo/giapponese “Il fiuto di Sherlock Holmes”.

Ma non solo, il film è ambientato nell’Italia fascista degli anni Venti, con un regime totalitario repressivo che guarda benevolo alla prossima guerra incombente, e che vede in Porco Rosso un dissidente, e quindi un uomo pericoloso da mettere subito sotto chiave. Ma il mestiere di cacciatore di taglie di pirati dell’aria di Porco Rosso, lo rende indipendente e molto difficile da catturare…

Fra sortilegi, tristi ricordi, panorami mozzafiato e piccole ma eterne storie d’amore, il maestro Miyazaki ci porta fra le nuvole dei suoi sogni raccontandoci la storia di un pilota il cui rammarico per essere l’unico sopravvissuto del suo stormo – caduto durante la Grande Guerra, dramma dal quale lui ne è uscito con l’aspetto di un maiale antropomorfo – lo ha portato ad auto eleggersi un reietto della società.

Solo Madame Gina (ancora un omaggio ai Pagot), amica d’infanzia e da sempre innamorata di lui, lo aspetta ostinatamente nel giardino della sua splendida villa.

E’ vero che per sognare non c’è bisogno di ali, ma queste del maestro Miyazaki ci portano davvero in alto.

Da vedere e rivedere.

“Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti

(Italia, 2015)

Be’ gente, il cinema italiano non è morto!

Nei giorni in cui Gianfranco Rosi trionfa a Berlino, l’immenso Ennio Morricone vince il suo primo meritatissimo Oscar (quello alla carriera sapeva tanto di contentino), esce nelle sale italiane questo straordinario film di Gabriele Mainetti.

“Lo chiamavano Jeeg Robot” ci strilla che la cultura cinematografica italiana non è morta. Che c’è chi è capace di fondere sapientemente quel pazzo geniale di Quentin Tarantino al poeta delle periferie che era Pier Paolo Pasolini.

Ci può essere un’altra via alle solite commedie nostrane che ormai con quelle grandi “all’italiana” hanno in comune solo il nome. E possiamo fare di meglio che scimmiottare il cinema straniero con psicodrammi da telenovelas.

Già con i suoi cortometraggi Mainetti ci aveva raccontato la contaminazione della televisione giapponese nel subproletariato urbano, ma con questo film il passo è più lungo. Jeeg Robot stavolta è una figura secondaria, quello che conta sono gli esseri umani che riescono a non dimenticare di essere tali.

Complimenti a Gabriele Mainetti che lo ha diretto, a Nicola Guaglianone che l’ha scritto, e Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli che lo interpretano magistralmente. Tutti molto bravi e anche coraggiosi.

Chiudo con una simpatica considerazione: scommetto che se a quelli – molto pochi, ne sono convinto – che non apprezzeranno il film, venisse rivelato che in realtà Gabriele Mainetti è lo pseudonimo di un cineasta esordiente coreano o americano, il 99% di questi griderebbe al miracolo cinematografico del decennio …poracci!

“I viaggiatori della sera” di Umberto Simonetta

(Mondadori, 1976)

Di questo romanzo surreale io non ne avevo mai sentito parlare se non in funzione del film “I viaggiatori della sera” che ne ha fatto Ugo Tognazzi nel 1979. Eppure Umberto Simonetta è stato un grande umorista e autore del nostro secondo Novecento. Ha scritto numerosi spettacoli teatrali, collaborando con altri grandi autori quali Enrico Vaime o Guglielmo Zucconi. Ma torniamo al romanzo.

“I viaggiatori della sera” esce in un momento storico in cui la nostra società deve fare seriamente i conti con la terza età. Ormai in quasi tutte le famiglie ci sono nonni o nonne “di troppo” e si cercano soluzioni più o meno eleganti per sbarazzarsene.

Se lo straordinario episodio “Come una regina” del film “I nuovi mostri” ci racconta in maniera terrificante e reale l’internamento – perché solo così si può chiamare – di una nonnina non gradita alla nuora, il romanzo di Simonetta va oltre, e usando l’ironia entra nel campo del surreale.

Per un incontenibile sovrappopolamento, la Legge prevede che a 49 anni ogni cittadino è costretto ad abbandonare il proprio lavoro e la propria casa per recarsi in uno dei numerosi Villaggi per vacanze “definitive”.

Si tratta di veri e propri resort che ospitano gli “attempati” clienti esattamente come quelli normali. L’unica grande e apparente differenza è che una volta al mese viene effettuata una tombola, e chi la vince è costretto a partire immediatamente per una crociera dalla quale non tornerà mai più. Questo ovviamente altera i comportamenti e la morale degli ospiti…

Strepitosa e feroce critica della nostra società che in quarant’anni forse non è cambiata poi di tanto… basta guardare le simpatiche pubblicità di amene cliniche private per anziani per rendersene conto.

Ma tranquilli “I viaggiatori della sera” è fuori catalogo, se proprio lo volete leggere tocca che vi buttate sull’usato, e pure vecchiotto.

Nel 2015 il regista greco Yorgos Lanthimos dirige il grottesco “The Lobster” con atmosfere e situazioni molto simili a questo romanzo di Simonetta.

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“Basette” di Gabriele Mainetti

(Italia, 2008)

Che le varie serie de “Le avventure di Lupin III“ col grande Arsenio – Arsenico per gli amici – Lupin III abbiano segnato profondamente l’immaginario collettivo della mia generazione, è un indiscutibile dato di fatto, e soprattutto un motivo d’orgoglio, visto che a dirigere la prime due stagioni (quelle con la mitica giacca verde) del manga firmato da Kazuhiko Katō e’ stato il maestro Hayao Miyazaki.

Se è vero che ci sono molti modi per raccontare una contaminazione, è vero anche che pochi sono quelli che riescono a coglierne al meglio l’anima – e pure l’anime… – in maniera efficace e coinvolgente. E questo bel cortometraggio di Gabriele Mainetti, scritto da Nicola Guaglianone, è un ottimo esempio.

Antonio (un sempre bravo Valerio Mastandrea) è un ladruncolo della periferia romana, figlio d’arte, specializzato in furti in negozi e piccole rapine. La mattina che insieme ai suoi soliti complici Franco (Marco Giallini) e Tony (Daniele Liotti) si prepara a rapinare un ufficio delle Poste, pensa alla madre, specializzata in furti nei supermercati, che venne arrestata la volta che tentò di rubare un costume da Lupin III per lui.

Ma soprattutto Antonio ricorda Prisca (Luisa Ranieri), “socia” della madre, di cui lui è stato sempre innamorato. La rapina va male, e Antonio è steso sull’asfalto davanti all’ufficio postale, colpito alla testa da un proiettile.

Accanto a lui ci sono i corpi esanimi di Franco e Tony. Negli ultimi istanti di vita Antonio sogna. Sogna di essere illeso e venire arrestato, vestito esattamente come Lupin III (ma con la giacca rossa) da un ispettore (Flavio Insinna) che ricorda tanto Zazà Zenigata. E mentre lui è sotto interrogatorio, i suoi amici di sempre Jigen-Franco e Goemon-Tony si preparano a farlo evadere…     

Il conciliare la romanità, soprattutto quella delle periferie – che Pasolini amava tanto – e che oggi è forse l’unica vera rimasta, con i miti dei cartoni giapponesi anni Settanta è già sulla carta un’intuizione geniale.

E Mainetti, grazie anche a un cast di tutto rispetto, riesce a mantenere le promesse anche sulla pellicola. Davvero 17 minuti ben spesi.

Da vedere, anche in attesa del suo “Lo chiamavano Jeeg Robot”.    

“Fatso – Pastasciutta …amore mio!” di Anne Bancroft

(USA, 1980)

Che Anne Bancroft fosse una donna con un grande senso ironico non è certo un mistero, visto che è stata la compagna di vita di Mel Brooks, ma che fosse in grado di scrivere, dirigere e interpretare una deliziosa commedia come “Fatso – Pastasciutta …amore mio!” era forse meno evidente.

La Bancroft, il cui vero nome era Anna Maria Louise Italiano, non ha mai nascosto le sue origini italiane, e in questo film le rivendica tutte, con pro e contro annessi.

Dominick Di Napoli (un grande Dom DeLuise) gestisce placidamente una cartoleria a Brooklyn insieme alla sorella Antonietta (la Bancroft). La vita di Dominick ruota intorno a tre pilastri: la famiglia (vive infatti col fratello minore Frankie, anche lui scapolo, nell’appartamento sopra a quello dove abita la sorella con marito e figli), il lavoro e – da italoamericano DOC – il cibo.

La vita dei Di Napoli viene però sconvolta dalla morte improvvisa del loro cugino Salvatore, che a soli 39 anni viene stroncato da un malore causato dalla sua grave obesità. Visto che anche Dom ha svariati chili di troppo, Antonietta lo costringe a rivolgersi a un implacabile dietologo.

Per qualche tempo l’uomo riesce a seguire la dieta ferrea ma poi, una notte, cede vanificando tutti i suoi sacrifici. Casualmente una cliente del negozio gli suggerisce i “Chubby Checkers”, una sorta di Anonima Obesi grazie alla quale lei è riuscita a dimagrire alcune decine di chili.

Dom partecipa agli incontri sentendosi subito rincuorato, ma una notte un incontenibile attacco di voracità lo porta a minacciare il fratello con un coltello pur di avere le chiavi del lucchetto che blocca il frigorifero e i pensili della cucina. Frankie, preoccupatissimo, chiama in soccorso Oscar e Sonny, i tutor del fratello, che si precipitano a casa Di Napoli. Ma l’obesità è una brutta bestia – sigh! – e a forza di parlare di cibo Dom, Oscar e Sonny rompono i lucchetti e svuotano la dispensa.

Disperata, la mattina seguente, Antonietta tenta l’ultima carta: l’amore. E così corre a chiamare Lydia (Candice Azzara), la giovane proprietaria di un negozio di antiquariato vicino al loro, della quale Dom è platonicamente innamorato.

La cosa sembra funzionare fino a quando, una terribile sera, Lydia misteriosamente scompare facendo precipitare Dom in un abisso di cibo (cinese)…

Una dichiarazione d’amore verso gli obesi e i diversi in generale, fatta con molto garbo e tanta ironia. E pensare che la Bancroft non ha mai avuto problemi di peso, lei che è stata – e nell’immaginario collettivo lo è ancora – un sex-symbol e una delle dark lady più famose di Hollywood dando viso e corpo – e che corpo! – alla famigerata Mrs. Robinson de “Il laureato”.

In tutta la sua carriera, e in questo film in particolare, Anne Bancroft ci ricorda che non bisogna essere per forza obesi o diversi per essere sensibili. Una grande!

Purtroppo oggi è praticamente impossibile rivedere questo gioiellino di film. Non esiste un’edizione in DVD in italiano e sono anni – se non decenni… – che non viene trasmesso in televisione.

Io possiedo un rarissimo VHS che ormai si sta letteralmente sbriciolando, sob!

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