“L’ultimo atto” di John Wainwright

(Mondadori, 1979)

Pubblicato per la prima volta nel 1977 col titolo originale “The Day of Peppercorn Kill”, questo duro romanzo del maestro Wainwright ci parla di come il carcere può definitivamente distruggere un individuo invece che redimerlo.

Soprattutto poi se l’uomo ha commesso sì un atto grave, ma non il terribile reato di violenza carnale ai danni di una minorenne per il quale è stato condannato a diciannove anni di carcere, scontandone dodici, a causa di un poliziotto corrotto…

Wainwright, grazie alla sua esperienza ventennale come agente nello Yorkshire, conosce fin troppo bene le dinamiche che portano un uomo a tradire il proprio distintivo, i propri colleghi e soprattutto le persone che invece dovrebbe difendere e tutelare. Ma se c’è una “mela marcia” ci sono molti altri poliziotti che nonostante le difficoltà compiono con serietà e responsabilità il proprio dovere.

Ma, purtroppo, la persona vittima del sopruso difficilmente si riprenderà e potrà tornare alla propria precedente esistenza, dopo tanti anni di carcere e una vita personale distrutta. Così come nelle nostre, in quegli anni nelle carceri di Sua Maestà era quasi impossibile il riscatto di un detenuto.

Non a caso lo scrittore inglese fa ricordare al Sovrintendete Capo Lennox – capace alla fine di “risolvere” il caso – che i medici e i sociologi considerano al massimo quattro anni il tempo di detenzione nel quale un individuo riesce a conservare gran parte della propria personalità. Dopo di essi il detenuto sarà irrimediabilmente un’altra persona. E’ ovvio che ci sono delitti così atroci per i quali chi li commette deve essere senz’altro tenuto a distanza dalla società per il bene di tutti. Ma se parliamo di carcere come mezzo di redenzione …è tutto un altro discorso.

Reputo vergognoso per la nostra cultura che questo splendido romanzo noir – costruito su una lunga serie di flashback incrociati che ci inchiodano fino all’ultima tragica riga – sia ormai fuori catalogo da decenni nel nostro Paese. E che, come altri splendidi libri non solo di Wainwright, sia reperibile con molta fortuna soltanto nel mondo dell’usato.

Da leggere.

“Guns – Contro le armi” di Stephen King

(Marotta & Cafiero, 2020)

Il 14 dicembre del 2012 nei pressi della città di Newtown, nel Connecticut, il ventenne Adam Lanza, imbracciando armi automatiche, irrompe nella Sandy Hook Elementary School e uccide 27 persone, di cui 20 bambini fra i 6 e i 7 anni. Lanza si uccide prima che sul posto arrivino le forze dell’ordine.

Stephen King, sconvolto come tutto il resto del Paese, scrive questo saggio sull’uso e l’abuso delle armi negli Stati Uniti. Il grande autore americano, già ai tempi del liceo, aveva scritto un lungo racconto su un adolescente che decide di imbracciare un’arma e uccidere i compagni di scuola, racconto dal titolo italiano “Ossessione”. Vicenda che viene ripresa anche in un altro racconto agghiacciante di King: “L’allievo”, pubblicato nella strepitosa raccolta “Stagioni diverse”.

Ma “Ossessione” sembra anticipare in maniera inquietante le numerose stragi che ripetutamente si consumano nella scuole o nei centri commerciali degli Stati Uniti. E gli inquirenti ne trovano spesso una copia nelle case degli assassini. Così lo stesso King decide di ritirare definitivamente il suo libro, non perché sia fra le leve che portano adolescenti turbati a compiere terribili stragi di loro coetanei o addirittura di bambini, ma perché anche la semplice empatia che provoca il protagonista del racconto può convincere definitivamente qualche squilibrato o disadattato che la sua idea di vendetta contro il mondo possa essere considerata “giusta”.

E se un semplice libro può essere un appiglio per una mente malata o drammaticamente confusa, quanto può pesare la possibilità di acquistare armi automatiche o semiautomatiche in un supermercato, presentando semplicemente un documento d’identità?

Centinai di migliaia di vite, ovviamente.

Ma King chiarisce subito che non ha la minima intenzione di proporre l’abolizione del Secondo Emendamento della Costituzione americana che garantisce il possesso di armi. Lui stesso è proprietario di ben tre pistole. Lo scrittore invece si scaglia contro la vendita di fatto quasi incontrollata delle armi d’assalto, alla base di tutte le tragedie che si consumano nelle scuole americane, dove per entrare, alunni e insegnanti devono sempre e comunque passare per un metal detector.

La situazione degli USA è paragonabile, ci racconta lo scrittore, a quella dell’Australia di qualche anno prima, dove a causa della vendita indiscriminata di armi le morti violente erano a livelli vertiginosi. Il Governo australiano ha introdotto il controllo capillare della loro vendita e delle concessioni dei porto d’armi, cosa che in poco tempo ha fatto crollare il numero delle vittime e degli incidenti.

King accusa poi le grandi aziende belliche che imputano ogni strage alla “cultura della violenza” americana e che come soluzione vedono solo quella di armare ancora più persone. Ma le ricostruzioni di ogni strage palesano sempre più il fatto che se l’omicida avesse avuto un’arma normale e non una d’assalto le vittime sarebbero state notevolmente di meno.

Per noi che viviamo – fortunatamente! – in un Paese dove per avere un’arma da fuoco bisogna superare non pochi ostacoli burocratici, prove fisiche e soprattutto aspettare un bel lasso di tempo – cosa che tra l’altro auspicherebbe King anche negli USA – sembra incredibile parlare della differenza determinante fra armi automatiche, semi automatiche o da ricaricare.

Personalmente abolirei totalmente l’uso di armi da fuoco, soprattutto quelle ad uso privato perché, parafrasando il maestro Alfred Hitchcock: “…se un film appare una pistola, prima o poi quella pistola sparerà”. Motivo per il quale molti illuminati Vigili Urbani nel nostro Paese si rifiutano, giustamente, di portare in servizio un’arma da fuoco.

So bene che la mia è solo un’utopia irrealizzabile, perché i profitti delle fabbriche di armi incidono in maniera determinante nel PIL di molte nazioni, compresa la nostra.

Naturalmente la cultura della violenza si combatte anche, e forse soprattutto, con la cultura dalla C maiuscola e il maestro Stephen King – autore che ha venduto oltre 500 milioni di copie in tutto il mondo – ce lo dimostra anche pubblicando in Italia questo suo saggio presso una casa editrice a conduzione familiare di Scampia, in barba a dotti – e tanto invidiosi… – benpensanti.

“L’occhio del lupo” di Daniel Pennac

(Salani, 1993)

Pubblicato per la prima volta nel 1984, questo romanzo per ragazzi firmato da Daniel Pennac ci porta in luoghi lontani e magici, così come in alcuni vicini e assai tristi.

Ci troviamo nella gabbia dello zoo di una metropoli. Dentro c’è un grande lupo con un occhio solo, che non può fare altro che camminare sempre nello stesso senso, in quei pochi metri quadrati. Ormai è abituato e rassegnato ad essere osservato da frotte di esseri umani che lo studiano come un fenomeno da baraccone. Ma lui non li guarda più, non li degna più della sua attenzione, fino a quando un bambino non si ferma davanti alle sue sbarre e lo fissa senza sosta…

Delizioso romanzo breve per piccoli ma anche per grandi che ci parla di amore, integrazione e soprattutto rispetto. Nel 1984 in Italia in problema dell’integrazione sociale e del razzismo era pubblicamente quasi sconosciuto.

Non che non ci fosse il razzismo – …poveri noi… – ma non c’erano vere e proprie comunità straniere sulle quali riversare le nostre paure e la nostra ignoranza. Ma la Francia, invece, già da numerosi decenni doveva farci i conti, a causa soprattutto della sua volitiva politica colonizzatrice.

E così Pennac ci racconta di come uno splendido lupo dell’Alaska rinchiuso in una gabbia dello zoo si senta come un bambino africano trapiantato suo malgrado in una grande metropoli francese. Solo l’amore e il rispetto potrà salvare entrambi.

Per piccoli che un giorno diventeranno grandi, e per grandi che sono ancora piccoli.

“Il cacciatore di draghi” di J.R.R. Tolkien

(Bompiani, 2019)

Nel 1927, nei pressi di Oxford, la famiglia Tolkien sta facendo un divertente picnic in campagna. Improvvisamente il tempo cambia e nuvole minacciose invadono il cielo. I componenti della famiglia hanno giusto il tempo di rifugiarsi sotto un piccolo ponte per proteggersi dalla pioggia che comincia a scrosciare sempre più violentemente.

Il professore di Filologia Anglosassone presso il famoso ateneo lì vicino, John Ronald Reuel Tolkien, cerca un modo per intrattenere i suoi piccoli figli visto che il temporale sembra aver rovinato la giornata e soprattutto l’umore di tutti. E così inizia a raccontare una storia che prende spunto dai miti e dalle leggende che lui stesso ama leggere e studiare.

Tutto ebbe inizio a causa della distrazione di un gigante del Nord e della sua testardaggine nel non voler ammettere di essere assai miope e molto sordo. Così il gigante un giorno prese la strada sbagliata per tornare a casa e si ritrovò, senza rendersene conto, nella terra abitata dagli uomini. Per difendere la sua proprietà e i suoi animali Giles, un fattore della piccola località di Ham, fu costretto, suo malgrado e controvoglia, ad imbracciare l’archibugio e sparare al nuovo venuto. Il gigante, dopo essersi fermato tornò improvvisamente suoi suoi passi per poi scomparire per sempre. L’intero villaggio, che aveva assistito alla scena, portò in trionfo il fattore ignorando che il gigante scappò via perché convinto di essere stato punto da una zanzara segno, secondo lui, che aveva raggiunto una zona poco salubre.

La notizia del coraggio del fattore arrivò fino al Re che, in procinto di preparare l’annuale banchetto a base di coda di drago, lo fece chiamare a corte…

Pubblicato per la prima volta nel 1949 quando l’editore di Tolkien premeva per avere il seguito de “Lo Hobbit” visto il suo successo di pubblico e critica – ma l’autore non aveva ancora terminato il leggendario “Il Signore degli Anelli” – questo racconto “Il cacciatore di draghi” possiede già molti elementi classici dell’opera tolkieniana. Ci sono infatti i giganti, i cavalieri, le armi magiche e i draghi perfidi e subdoli che amano più di ogni altra cosa le ricchezze. Ma soprattutto c’è molta ironia che rende questo racconto davvero piacevole da leggere per tutti.

E’ opportuno ricordare che proprio durante la nascita di questo racconto Tolkien stringerà una forte amicizia con Clive Staples Lewis, docente di Lingua e Letteratura Inglese nello suo stesso ateneo, e autore dello splendido “Le Cronache di Narnia”.

Questa edizione contiene anche la prima stesura del racconto che lo stesso Tolkien scrisse a mano una volta tornato a casa dal picnic. Le illustrazioni originali sono firmate da Pauline Baynes, prolifica pittrice inglese, che illustrò anche alcune edizioni de “Le Cronache di Narnia”.

“Gli Sporcelli” di Roald Dahl

(Salani, 2008)

Quando, fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, guardavo tra l’incantato e lo spaventato la serie televisiva britannica “Il brivido dell’imprevisto” – serie paragonabile sotto molti aspetti alla splendida “Ai confini della realtà” di Rod Serling, e purtroppo oggi introvabile in italiano – ignoravo che quell’alto signore, seduto davanti ad un bel caminetto scoppiettante, che presentava ogni volta la puntata era uno dei più geniali scrittori per ragazzi del Novecento.

Infatti Roald Dahl, oltre a scrivere romanzi per i più piccoli, era un amante dei generi thriller e horror, e ideò quella serie che ebbe un enorme successo di pubblico in tutto il mondo.

D’altronde in tutti i suoi libri, anche nei più famosi come “La fabbrica di cioccolato”, “Le streghe” o “Matilde” ci sono sempre atmosfere ed accenti che richiamano ai più classici caratteri dell’horror. Caratteri che ritroviamo anche ne “Gli Sporcelli”.

I coniugi Sporcelli sono le due persone più antipatiche e cattive dell’emisfero boreale, e forse di tutto il nostro pianeta. Non si sopportano più e passano il loro tempo a farsi scherzi atroci e terribili.

Il signor Sporcelli ha poi due grandi passioni: il pasticcio di uccelli e il circo. Per la prima, una volta a settimana, cosparge il grande albero secco che troneggia nel suo giardino della supercolla di sua invenzione. La mattina dopo, fiero e con l’acquolina in bocca, raccoglie i poveri volatili che hanno avuto la malaugurata idea di poggiarvisi sopra (cosa che ricorda le disavventure di “Marcovaldo” del grande Italo Calvino). Per la seconda, invece, Sporcelli possiede una famiglia di scimmie che tiene chiusa in una gabbia, alle quali impone di stare tutto il tempo a testa in giù per poi presentarle come spettacolo centrale del circo che un giorno riuscirà senz’altro – ne è più che convinto – ad aprire.

Ma un bel giorno, nel giardino degli Sporcelli arriva un grande uccello africano…

Delizioso romanzo pubblicato la prima volta nel 1980, fra i miei preferiti in assoluto di Dahl, che ci fa ridere e come sempre riflettere sui nostri vizi e sulle nostre debolezze. Le divertenti illustrazioni del libro sono firmate da Quentin Blake.

“Nonostante tutto” di Jordi Lafebre

(BAO Publishing, 2021)

Anita e Zeno si conoscono da molti decenni. Il loro rapporto è iniziato senza che nessuno di loro due fosse preparato o pronto.

Nel corso del tempo ha preso pieghe complicate e molto astruse, ma …nonostante tutto… il cuore di uno non hai mai smesso di battere per quello dell’altra. E adesso…

In venti deliziosi capitoli lo spagnolo Jordi Lafebre (classe 1979) ci dipinge a ritroso la storia sentimentale ed emozionale fra due persone apparentemente molto distanti, ma in realtà legate nel profondo dell’anima.

Con un tratto perfettamente in simbiosi con la storia, Lafebre ci racconta una vicenda così particolare – da poter essere vera – che può aiutarci a rispondere ad una delle domande centrali della nostra esistenza: …l’amore che cos’è?

Per inguaribili romantici.

“Anatomia di una rivolta” di John Wainwright

(Paginauno, 2019)

Nel 1982, proprio quando al 10 di Downing Street c’è la coriacea Margaret Thatcher, il grande narratore britannico John Wainwright pubblica “Anatomy of a Riot”, che descrive in maniera cruda e fin troppo calzante la genesi e l’esplosione di una violenta rivolta nella piccola – e fittizia – cittadina inglese di Beechwood Brook, scoppiata a causa dell’omicidio di un ragazzo di colore per mano di due agenti che volevano “solo” dargli una lezione.

La rabbia e la disperazione sono la paglia, l’ottusità ed il razzismo di alcuni poliziotti sono i fiammiferi che, assieme, accendono il fuoco in uno dei quartieri più degradati della cittadina. Così Wainwright ci racconta con maestria e perizia il lento ed inesorabile percorso verso l’abisso. Lui che per vent’anni è stato davvero un agente di Polizia nello Yorkshire.

La famiglia di Benny Swale proviene dalle cosiddette Indie Occidentali. Benny ha consumato i suoi primi ed unici due decenni di vita all’ombra delle bottiglie bevute dal padre e della ghettizzazione della sua gente vista da molti come “minaccia sociale”, a partire proprio dall’allora Primo Ministro Margaret Thatcher. Ma nulla giustifica il fatto che Benny sia diventato un piccolo e arrogante criminale locale, spacciatore di marijuana e capo di una gang.

Così due agenti della Polizia di Beechwood Brook, incontrandolo da solo nel cuore della notte, pensano di dargli una “raddrizzata”. Ma Benny, per le violente percosse, muore.

“Pregiudizi razziali, consapevoli o accidentali. Danni reali o immaginari. Arroganza. Una rozza stupidità. Permalosità. Assenza di umorismo. Credenze stravaganti. Una mancanza di pazienza. E naturalmente, la pelle. Pelle di colori diversi, e pelle di diverso spessore…” ci racconta Wainwright, sono fra le cause delle violenze che sfociano in veri e proprio scontri “razziali”.

Anche se oggi gli studiosi, soprattutto quelli di Antropologia, negano che l’essere umano sia diviso in razze perché – al di là delle immani tragedie che tale ottusa e arrogante divisione ha portato nella storia – le migliaia di anni dall’apparizione dell’Homo Sapiens ad oggi sono oggettivamente poche per consentirne un’evoluzione tale da creare vere e proprie razze diverse, a differenza di altre specie animali, c’è ancora chi in preda a misere paure o soprattutto per meri e beceri interessi personali ci si aggrappa.

Nonostante gli anni passati dalla sua prima pubblicazione, questo ottimo romanzo ci ricorda come non solo gli Stati Uniti siano ancora oggi dilaniati dalla piaga del razzismo, ma anche la Gran Bretagna che, a causa del suo spregiudicato imperialismo, da secoli ospita comunità provenienti dai luoghi più disparati della Terra, e nonostante questo è ancora il teatro di intolleranze e tragiche relative violenze.

Non è un caso quindi che anche durante lo scorso Torneo delle Sei Nazioni di rugby, durante il minuto di raccoglimento contro ogni tipo di razzismo voluto dalla Federazione Internazionale, alcuni giocatori del XV inglese si siano inginocchiati in segno di “scusa”, così come hanno fatto molti rappresentati della Polizia e del Senato americani.

Il volume contiene anche un’interessante postfazione di Carlo Osta che ripercorre le violenze razziali consumatesi nel Regno Unito a partire dal Secondo Dopoguerra, comprese quelle avvenute nel 1981 a Brixton, un quartiere di Londra, evento al quale si è ispirato Wainwright. Episodi tragici e drammatici quasi sempre preceduti e seguiti da accorate dichiarazioni di esponenti radicali del Partito Conservatore Britannico – fra cui spicca la stessa signora Thatcher – assai preoccupati dalla presenza di comunità straniere sul suolo natio di Sua Maestà.

Tragicamente attuale.

“La vita agra” di Luciano Bianciardi

(Feltrinelli, 2013)

Scritto nell’inverno fra il 1961 e il 1962 e pubblicato alla fine dello stesso anno, questo romanzo è uno dei più rappresentativi del Novecento italiano.

Luciano Bianciardi (1922-1971) è stato uno dei più rilevanti veri e propri intellettuali a tutto campo del secolo scorso. Nato a Grosseto, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo essere diventato professore di inglese alle medie e poi di storia e di filosofia nel liceo che aveva frequentato da ragazzo, assume la direzione della Biblioteca Chelliana di Grosseto. L’edificio che la ospitava era stato gravemente bombardato e danneggiato da un’alluvione nel ’44, e così Bianciardi ideò il “Bibliobus”, un furgone che portava i libri nelle campagne della Maremma dove altrimenti, in quel periodo, non sarebbero mai arrivati. Inizia un forte impegno sociale politico e culturale, occupandosi anche di cineclub, conferenze e dibattiti a tutto campo sulla nostra società. Allaccia una stretta collaborazione con Carlo Cassola, assieme al quale esordisce come scrittore nel 1956 con “I minatori della Maremma”.

Il legame con la sua terra è molto forte così come l’attenzione per i più deboli e sfruttati, come i minatori che lavorano sulle Colline Metallifere grossetane. Il 4 maggio del 1954 a Ribolla – piccola località dove Bianciardi si recava spesso col suo Bibliobus – esplode il pozzo uccidendo 43 minatori. La tragedia segna profondamente tutto il territorio, anche perché si vocifera che la Montedison (titolare della concessione) intendeva da tempo chiudere quel pozzo ormai poco redditizio – tralasciando la manutenzione e la sicurezza – cercando un’ottima occasione per chiudere, cosa che avrebbe ridotto comunque alla fame tutti i lavoratori e le rispettive famiglie.

Per Bianciardi è un evento così rilevante che decide di lasciare Grosseto e trasferirsi a Milano, accettando di collaborare alla creazione della nuova casa editrice Feltrinelli (per la quale tradurrà, fra gli altri, London, Faulkner, Steinbeck e Miller) e dalla quale però nel 1956 verrà licenziato.

Infatti Bianciardi deplora e poco sopporta l’establishment culturale italiano e così si chiude sempre più in se stesso per leggere, scrivere e tradurre. Nel 1962 pubblica il suo romanzo più famoso “La vita agra” che, come una sorta di autobiografia, racconta la storia di Luciano addetto culturale in una filiale di una grande azienda multinazionale che possiede la concessione della miniera nei pressi del piccolo paesino toscano rurale dove è nato.

Per incuria, ma soprattutto perché la miniera non rende più, la multinazionale vorrebbe disfarsene il prima possibile, sfruttando al massimo il poco minerale rimasto e ovviamente anche i minatori. Cosa che, come fin troppo spesso accade, porta alla catastrofe. Una sacca di gas formatasi fra due tunnel con livelli differenti esplode causando il crollo della miniera e la morte di tutti i minatori presenti.

Luciano, sconvolto e devastato, si sente in dovere di reagire, e così parte per Milano, deciso a far saltare in aria la sede centrale della multinazionale, che lui chiama “il torracchione”. Ma a Milano Luciano verrà travolto da quello che di lì a breve apparirà nei libri di storia come il famigerato “Boom”. Anche se ha lasciato moglie e figlio piccolo al paese, Luciano intreccerà una profonda relazione con Maria, una compagna di battaglie e lotte sociali, con la quale andrà a vivere insieme. E, come il resto della nazione, non potrà evitare ogni giorno di fare i conti con le spese quotidiane, fra rate e cambiali per arrivare, tra una traduzione e l’altra, a fine mese.

Superbo e crudo affresco del Boom e della città che più lo ha rappresentato. Bianciardi ci racconta di un Paese che sacrifica senza remore la propria secolare anima rurale e contadina, vergognandosene quasi, per un futuro “moderno” ed “elettrodomesticizzato”. Un Paese che sembra così lontano ma che, riflettendoci bene, è tanto vicino a quello attuale.

Fra i numerosi brani indimenticabili spicca quello che descrive lo stupore e la solitudine che prova Luciano nel fare la spesa in un grande supermercato, lui che è stato sempre abituato ai piccoli negozi dove si ha il conto aperto e si conosce bene il proprietario. E poi l’autore ipotizza in maniera davvero irresistibile e satirica un futuro alternativo a quello dove il Paese è fagocitato dal Boom. Un futuro dove prende piede una sorta di “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio” che incredibilmente ricorda molto il pianeta utopico da cui proviene la protagonista nel delizioso “Il pianeta verde” di Coline Serrau.

Fino al 1993, anno in cui esce “Vita agra di un anarchico” di Pino Corrias, Luciano Biancardi è praticamente caduto vergognosamente nell’oblio della cultura italiana. Fra le cause principali ne spiccano due: la morte a soli 49 anni, da attribuire alla sua dipendenza dall’alcol e dal tabacco. Ma, soprattutto e come già ricordato, il suo totale disprezzo per l’establishment editoriale e culturale italiano, così come dei suoi “salotti” più importanti. Evidentemente dotti critici ed esperti hanno ritenuto di dover obliare l’opera e le opinioni di un grande intellettuale italiano libero, sempre contro – purtroppo anche verso se stesso… – i compromessi e le ipocrisie morali.

Da leggere per capire da dove veniamo e, soprattutto, dove andiamo.

Nel 1963 Carlo Lizzani gira l’adattamento cinematografico “La vita agra” con un grandissimo Ugo Tognazzi nei panni del protagonista e Giovanna Ralli in quelli di Anna. E sempre a proposito di cinema, non è un caso che nello stesso anno esca nelle nostre sale “Il sorpasso” di Dino Risi, altra memorabile e cruda metafora del Boom italico.

“Ridammi la mano” di Ernesto Anderle

(BeccoGiallo, 2019)

Fabrizio De André ci ha lasciato in eredità splendide e indimenticabili canzoni, i cui testi dovrebbero essere studiati regolarmente nelle nostre scuole.

Versi indimenticabili che ne fanno uno dei maggiori autori italiani del Novecento. Questo per non parlare della sua bellissima e calda voce, e delle sue musiche meravigliose.

Ernesto Anderle crea dei disegni, alcuni davvero molto belli – a volte didascalici a volte quasi astratti – come sfondo delle parole del grande cantautore, sia quelle delle sue canzoni che quelle di frasi o pensieri.

Questo “Ridammi la mano” è un modo originale per rituffarsi nel grande oceano dell’opera di De André, che vive fiera, potente e soprattutto tanto attuale anche senza – purtroppo e allo stesso tempo fortunatamente… – il suo immortale autore.

Caro Fabrizio De Andrè: quanto ci manchi!

“Later” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2021)

Jamie Conklin è un bambino apparentemente normale che vive con sua madre Tia, un’agente letterario, a New York e frequenta con profitto le scuole elementari.

Ma Jamie Conklin possiede una strana e inquietante peculiarità: nelle ore o nei giorni che seguono la morte di una persona, lui può vederne il fantasma e parlarci, proprio come il protagonista del film “Il sesto senso”. Ma Jamie possiede un dono nel dono: i fantasmi dei morti non posso mentire ad una sua domanda diretta.

A parte il poter vedere e parlare con le persone come erano fisicamente nel momento in cui sono trapassate – che se si tratta di infarto è una cosa, ma se parliamo di un brutto incidente o una morte violenta è tutto un altro discorso… – Jamie imparerà che il suo dono può presentare lati oscuri e terribili, soprattutto se nella vita si incrociano veri e proprio mostri, fra i quali i più pericolosi e temibili non sono tanto quelli ultraterreni, ma quelli in carne ed ossa chiamati esseri umani.

Con atmosfere, soprattutto nella prima parte, che ricordano “Il cardellino” di Donna Tartt, il Re ci racconta la particolare e difficile infanzia di un ragazzo simile a molti, ma con un peso nella propria esistenza – e non mi riferisco solo al dono… – molto grande ed ingombrante da portare; nonché ci regala uno sguardo crudo e tagliente sul mondo dell’editoria americana.

Forse non fra i più terrificanti e clamorosi, ma sempre un gran bel libro del maestro Stephen King.