“Il porto delle nebbie” di Georges Simenon

(Mondadori, 1958)

Pubblicato per la prima volta nel 1932 questo “Il porto delle nebbie” è il quindicesimo romanzo che il maestro Simenon dedica al suo commissario Maigret.

Fra le strade di Parigi viene ritrovato un uomo in evidente stato confusionale. Sulla testa ha una grande cicatrice ben curata, sulla quale i capelli sono stati accuratamente rasati. Ma a parte un cordiale sorriso, l’uomo non sa esprimersi.

Partono così i fonogrammi e i telegrammi in tutto il Paese per verificare se sia una delle persone scomparse denunciate. Ma solo quando la sua fotografia appare sui giornali la Polizia riesce a identificarlo. Si tratta del capitano della marina mercantile Yves Joris, scomparso qualche mese prima dalla piccola località di Ouistreham, che di fatto è il porto Caen, città capoluogo del dipartimento del Calvados in Normandia.

Maigret così lo riaccompagna a casa assieme a Julie, la sua governante e colei che lo ha riconosciuto. Ma proprio la notte del suo rientro Joris viene avvelenato. Per Maigret è una sfida personale nella tragedia: proprio sotto i suoi occhi è stato commesso un crimine ai danni di una persona indifesa e ormai incapace di nuocere a chiunque.

Sotto un cielo cupo, piovoso e tetro si consuma l’inchiesta del commissario che, anche questa volta, dovrà indagare nell’anima dei sospetti, nelle loro debolezze e nei loro più profondi segreti, per scoperchiare la vicenda e individuare il colpevole.

Ma le difficoltà sono molte, a partire dal fatto che lui è un “contadino” – come si auto definisce – che deve impicciarsi e fare domande fra l’insondabile gente di mare che lo osserva sempre con molta diffidenza.

Ouistreham si è sviluppata attorno alla chiusa del “Canal de Caen à la Mer”, da cui passano tutte le imbarcazioni e i mercantili che raggiungono o lasciano il capoluogo del Calvados. E così tutta, o quasi, l’azione del romanzo si consuma intorno ad essa, come nel bellissimo “La casa dei Krull” che Simenon scriverà pochi anni dopo.

“L’uomo che metteva in ordine il mondo” dì Fredrik Backman

(Mondadori, 2014)

Lo svedese Fredrik Backman (classe 1981) è stato l’autore di un blog il cui protagonista era un sessantenne solitario e irascibile. Il blog ha riscosso un di enorme successo tanto da diventare un libro uscito in Svezia nel 2012 e, negli anni successivi, in molti altri paesi.

Ove ha 59 anni e vive da solo nella sua villetta a schiera in una città della Svezia. Molti lo considerano solo un vecchio rompiscatole, burbero e intollerante. Ma la sua vita non è stata sempre così.

Fino a circa sei mesi prima Ove era sposato con Sonja, il suo grande amore e l’unica persona, almeno fino al quel memento, che veramente aveva compreso tutto il suo essere e la sua essenza profonda.

Ma Sonja è stata stroncata da un tumore inesorabile, che ha lasciato Ove ancora più arrabbiato di prima. Quando poi nella società in cui lavora lo obbligano ad andare in pensione, Ove decide di farla finita e raggiungere così la sua tanto amata Sonja.

Ma a rovinare i piani funesti ci pensa Parvaneh, la sua nuova vicina. La donna, di origini iraniane, si è appena trasferita nella villetta accanto assieme a suo marito Patrick e alla sue due figlie e di tre e sette anni, e in grembo ha il terzo genito in arrivo.

L’uragano che si è trasferito nella casa adiacente alla sua costringe così Ove ad accettare di convivere anche con il disordine. L’ordine è stato sempre alla base della sua esistenza, è stata sempre la cosa a cui fare riferimento per non perdere la bussola e la linea dell’orizzonte.

Perché di tempeste Ove, fin da bambino, ne ha dovute affrontare tante. E proprio quando sembrava che l’esistenza non fosse altro che una lunga serie di terribili nubifragi, sulla sua strada è apparsa come in una favola Sonja. Per non parlare poi, molto tempo dopo, del gatto…

Delizioso romanzo che ci racconta, con una narrazione destrutturata, un uomo complicato che ha dovuto affrontare una vita davvero difficile. Ma Backman, come il suo implacabile protagonista, non da spazio a inutili sentimentalismi o a fronzoli emotivi, e con una godibilissima ironia ci disegna l’ottica di un uomo limpido e lineare – purtroppo per lui… – che stenta a integrarsi in una società che limpida e lineare non è.

E non azzardatevi a commuovervi, cazzarola …altrimenti Ove se la prenderebbe!

Da questo romanzo sono stati tratti i film “Mr. Ove” del 2015 diretto da Hannes Holm con Rolf Lassgård, e “Non così vicino” del 2023 di Marc Forster con Tom Hanks.

“Un uomo da niente” di Jim Thompson

(Einaudi, 2013)

“Big Jim” Thompson (1906-1977) – come lo chiama giustamente Stephen King – è stato uno dei maggiori e migliori autori di romanzi noir americani nell’epoca d’oro che va dagli anni Quaranta ai Cinquanta del secolo scorso.

La sua produzione supera i trenta romanzi – fra cui gli strepitosi “Nulla più di un omicidio“, “Colpo di spugna” e “L’assassino che è in me“, solo per citarne alcuni – e la sua penna ha lavorato anche per il cinema, e non solo per gli adattamenti dei suoi libri, firmando le sceneggiature di “Rapina a mano armata” e “Orizzonti di gloria” entrambi diretti da Stanley Kubrick.

La disperazione e l’odore di catastrofe imminente che si respirano nei suoi scritti, Thompson li aveva assaporati veramente nella sua vita reale. Figlio di uno sceriffo caduto in disgrazia, il giovane Thomson, refrattario all’istituzione canonica, iniziò a fare ogni tipo di mestiere. A vent’anni, in pieno Proibizionismo, lavorando come cameriere in un albergo, ne era diventato lo spacciatore ufficiale di alcol e stupefacenti.

A cambiare la sua esistenza furono le edizioni tascabili che a partire dagli anni Quaranta rivoluzionarono la storia dell’editoria planetaria. Nonostante lo sdegno e la rabbia di noti critici e alcuni scrittori, che vedevano l’avvento dell’edizioni tascabile come la rovina definitiva della letteratura mondiale – esattamente come qualche decennio dopo molti critici e autori fecero col coltello fra i denti per opporsi all’avvento del “male assoluto” che reputavano essere gli ebook, forse anche per paura di perdere la loro posizione privilegiata – le edizioni tascabili a basso costo, riempiendo le edicole di libri, espansero la voglia e la possibilità di leggere in maniera clamorosa.

Fra la facilità di fruizione – le edicole erano ovunque, in stazione, alla fermata dell’autobus, ecc… – e soprattutto il loro basso costo, in poco tempo i loro assidui lettori diventarono milioni. Così le case editrici iniziarono a cercare sempre più autori. Lo sconosciuto James Myers Thompson ebbe la possibilità finalmente di trovare i suoi numerosi lettori. Analogo percorso lo fecero altri ottimi autori che divennero dei veri e propri punti di riferimento nei decenni successivi, come ad esempio Philip K. Dick.

Ma come Dick, Jim Thompson venne apprezzato poco in vita, soprattutto dalla critica che di fatto, dato anche il suo complicato e indomito carattere, lo snobbò. Minato dall’alcol e caduto nel dimenticatoio, Thompson poco prima di morire disse profeticamente alla moglie che ci sarebbero voluto altri dieci anni prima che il mondo lo avrebbe rivalutato. E, infatti, a partire dalla metà degli anni Ottanta i suoi libri vennero sempre più apprezzati e letti dalle nuove generazioni, grazie anche a nuovi adattamenti cinematografici e ad autori di successo, su tutti il grande Stephen King, che ne consigliavano pubblicamente la lettura.

“Un uomo da niente” viene pubblicato per la prima volta nel 1954 col titolo originale “The Nothing Man”. Clifton Brown, detto Brownie, è un giornalista del piccolo quotidiano “Courier” di Pacific City, in Oregon, il cui formale e perbenista direttore è Austin Lovelace . Il suo capo redattore, invece, è Dave Randall che è stato anche il suo colonnello mentre entrambi combattevano al fronte durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il rapporto fra Brownie e Randall, nonostante la gerarchia, è complesso e irrisolto. Perché Clifton non perde occasione per punzecchiare e deridere pubblicamente il suo capo. Il motivo nasce proprio al fronte, dove Brownie, calpestando una mina ha perso la sua virilità. Anche se l’evento tragico non era direttamente imputabile a Randall, questo si sente comunque in colpa e sopporta le frecciate del suo ex commilitone che lo chiama sempre con poco rispetto: “colonnello”.

Ma la menomazione subita in guerra non influisce solo sul suo lavoro, ma ha devastato e devasta anche la sua vita privata. Clifton è stato sempre un bell’uomo molto affascinante, ma a sua moglie Ellen, tornato dal fronte, non è riuscito a raccontare la verità. E così l’ha lasciata senza troppe spiegazioni.

La donna, per mantenersi e forse anche per vendicarsi, ha iniziato a prostituirsi. Lo scandalo pesa come un macigno sulla carriera di Clifton che cerca in ogni modo di evitarla. Fortunatamente per lui Ellen è spesso fuori città, ma proprio mentre l’uomo sta iniziando a frequentare la ricca vedova Deborah Chasen, sua moglie torna.

Furioso, stanco e annebbiato dall’alcol, Brownie la va a trovare e la colpisce in testa con una bottiglia di whisky, per poi dare fuoco alla camera d’albergo. Convinto di averla uccisa, Brownie riesce ad evitare un accusa di omicidio da parte di Lem Stukey, il detective capo di Pacific City, che tentava di accusarlo.

Mentre in città è scattata la caccia all’assassinio, Brownie inizia a sentire sempre più opprimente la relazione con Deborah Chasen, visto poi che il momento in cui dovrà confessarle la verità sui suoi genitali si avvicina inesorabilmente. E allora non riesce a trovare altra soluzione che ucciderla…

Come gli altri grandi romanzi di Thompson, anche questo è una discesa agli inferi di un essere umano perso nella follia, nell’alcol ma soprattutto nella sua scarsa e manchevole autostima. I punti in comune fra Clifton Brown e il suo autore non sono pochi, a partire dall’alcolismo e della grande capacità di entrambi di essere degli ottimi scrittori. E forse la castrazione subita in guerra da Borwnie è per Thompson il mancato, unanime e pubblico riconoscimento del suo genio in vita.

“Big” Jim è sempre lui!

“Le inseparabili” di Simone De Beauvoir

(Ponte alle Grazie, 2020)

Tornano disponibili alcune opere di Simone De Beauvoir (1908-1986) che è stata una delle figure più poliedriche e rilevanti della cultura planetaria del Novecento. I suoi scritti, dalla narrativa alla saggistica, che toccano la filosofia, l’impegno sociale e l’emancipazione delle donne hanno influenzato ed influenzano ancora la nostra società.

Fra le massime esponenti della corrente dell’esistenzialismo, la De Beauvoir ci ha lasciato una serie di testi ancora oggi preziosissimi. Se nel nostro Paese molti dei suoi libri – come ad esempio lo splendido “Tutti gli uomini sono mortali” – sono purtroppo fuori catalogo e reperibili solo nel mondo dell’usato, discorso diverso vale per questo suo breve romanzo terminato nel 1954.

Perché questo, molto più di altri, è profondamente autobiografico e la stessa autrice, proprio per tale motivo, non intendeva pubblicarlo. La De Beauvoir ci racconta la storia dell’amicizia e il profondo amore fra due ragazze nate in Francia nei primi anni del Novecento: Sylvie e Andrée. La prima è l’alter ego della stessa autrice, mentre la seconda è quello di “Zazà” Elisabeth Lacoin, ritratte insieme, non a caso, nella foto della copertina del libro. Entrambe figlie di famiglie borghesi e benestanti, si conoscono sui banchi di scuola mentre l’Europa, e il mondo interno, sta facendo i conti con le macerie del primo conflitto mondiale.

Nonostante sia uso e costume darsi sempre del “lei”, anche in tenera età, Sylvie rimane subito affascinata dal carattere unico e forte di Andrée che, reduce da un brutto incidente che le ha causato una gravissima ustione ad una gamba, torna a scuola dopo alcuni anni passati a casa.

Le due, insieme, affronteranno la vita ma soprattutto le profonde ingerenze delle rispettive famiglie che spesso si annidano dietro la fede e la religiosità più opprimente. Ma se Sylvie, per il suo carattere e la sua volontà, riuscirà a sopravvivere al perbenismo e al formalismo più estremo, Andrée, proprio per la sua limpidezza del suo essere, verrà travolta da una famiglia e una società profondamente maschilista e patriarcale, che avrà il suo alfiere più implacabile proprio nella madre.

Splendido e breve romanzo di formazione scritto con uno stile indimenticabile e travolgente, come tutte le opere della De Beauvoir. L’autrice, nei decenni passati e soprattutto nel secondo dopoguerra, veniva definita come una “femminista”, un’etichetta che serviva allora per banalizzare un ruolo e punto di vista che gettava luce su uno degli elementi più crudeli e nefasti della società: il patriarcato.

Purtroppo, a distanza di quasi cento anni dagli eventi narrati, questo romanzo resta ancora molto attuale, perché i tentacoli del patriarcato passano fin troppo spesso anche per i sorrisi di madri apparentemente comprensive e remissive.

Davvero struggente.

“La casa dei Krull” di Georges Simenon

(Adelphi, 2017)

Il maestro Georges Simenon ci racconta la storia di una casa ai margini di una piccola cittadina fluviale francese.

Cornélius Krull, il patriarca della famiglia, arrivò molti decenni prima dalla Germania stabilendosi in una baracca, ad intrecciare le sue ceste di vimini, fuori dal piccolo centro abitato che ruotava intorno alla chiusa del fiume, sul quale quotidianamente passavano le chiatte. Col passare del tempo il piccolo paese è diventato una piccola cittadina e che ha inglobato la casa dei Krull.

Ma anche se Cornélius, sua moglie e i suoi tre figli sono ufficialmente naturalizzati francesi, molti li considerano dei “crucchi” e così preferiscono camminare anche qualche chilometro piuttosto che servirsi da loro. L’ombra della guerra (la prima) è ancora forte e il razzismo porta tutti, o quasi, a considerare i Krull gente strana e inaffidabile, e così il loro spaccio è frequentato soprattutto da marinai di passaggio e dai meno abbienti della zona.

La cosa, naturalmente, ha influito e influisce pesantemente nella vita di tutti. Ma se Cornélius e la moglie Maria sembrano essercisi rassegnati, i loro tre figli Anna, Joseph e l’adolescente Elisabeth sembrano invece non riuscirci. Soprattutto Joseph Krull, a cui manca poco per laurearsi in medicina, che da sempre vive male la sua patologica timidezza nei confronti dell’altro sesso.

Un giorno alla porta della casa si presenta Hans, il figlio di Wilhelm Krull fratello di Cornelius, in cerca di ospitalità. A differenza dei suoi parenti, Hans non nasconde affatto le sue origine tedesche e non cerca di integrarsi senza attirare troppa attenzione. Ha un carattere scostante e arrogante, e ama godersi la vita e sedurre tutte le donne che gli capitano a portata di mano.

Le cose precipitano quando nel fiume, a pochi metri dalla casa dei Krull, viene rinvenuto il corpo di una ragazzina che è stata strangolata e poi violentata prima di essere gettata nelle acque. Tutti, a partire dagli inquirenti, non possono fare a meno di pensare che l’efferato delitto abbia le sue radici in quella “dannata” casa…

Pubblicato per la prima volta nel 1938, e in Italia nel 1965, questo breve ma coinvolgente romanzo ci parla del becero e subdolo razzismo dietro al quale si nascondo sempre ignoranza, grettezza e soprattutto tornaconti personali. E’ per questo che Hans: “Intuiva forse che adesso toccava a lui essere la Straniero, la causa di tutti i mali del mondo?”.

Simenon ci racconta così, in maniera superba e travolgente, l’accendersi della miccia di una ottusa e razzista rivolta popolare contro una famiglia “straniera” e mai accettata, che diventa il comodo e facile capro espiatorio dei mali di una cittadina e di una società. Dinamiche che ricordano molto quelle descritte dal grande John Wainwright (autore non a caso amato dallo stesso Simenon) nel suo “Anatomia di una rivolta” nel 1982.

Drammaticamente attuale.

“Le venti giornate di Torino – Inchiesta di fine secolo” di Giorgio De Maria

(Frassinelli, 2017)

Giorgio De Maria (1924-2009) è stato un autore e musicista fra i più eclettici del panorama italiano del Novecento. Insieme a Italo Calvino, Sergio Liberovici, Emilio Jona e Michele Straniero fondò nel 1958 il gruppo “Cantacronache” che, unendo la cultura letteraria a quella musicale, lavorò per il recupero della canzone politica italiana a partire da quella della Resistenza fino ad arrivare a quella giacobina. Con Liberovici, Jona e Straniero pubblicò nel 1964 “Le canzoni della cattiva coscienza”.

De Maria fu anche critico teatrale per “L’Unità” dalla fine degli anni Cinquanta a metà degli anni Sessanta. Artista poliedrico, firmò nel 1963 la commedia in tre atti “Apocalisse su misura” per il Teatro Stabile di Torino e collaborò come autore con la RAI ad alcuni programmi dedicati al teatro.

Scrisse anche quattro romanzi: “I trasgressionisti” (1968), “I dorsi dei bufali” (1973), “La morte segreta di Josif Giugasvili” (1976) e “Le venti giornate di Torino – Inchiesta di fine secolo” che venne pubblicato dalla piccola casa editrice Il Formichiere nel 1977.

Il romanzo passò praticamente inosservato e nessuno critico o “esperto” del settore ne parlò. De Maria si dedicò ad altro e non pubblicò più niente fino alla sua morte. Il suo carattere deciso e indipendente, probabilmente, non aiutò il romanzo ad avere l’appoggio dei salotti culturali che tanto influivano sulla riuscita commerciale di un testo. E così nel nostro Paese furono in pochi a leggerlo.

Nel 2017, otto anni dopo la sua morte, il giornalista australiano Ramon Glazov, folgorato dal suo stile e dall’originale storia narrata, lo traduce in inglese e “Le venti giornate di Torino – Inchiesta di fine secolo” viene pubblicato dalla Norton, casa editrice americana che fino a quel momento aveva pubblicato negli Stati Uniti solo un altro autore italiano: Primo Levi.

Il libro diventa un caso letterario visto che viene apprezzato non poco negli Stati Uniti dove molti paragonano il De Maria di questo libro, giustamente, ad Egdar Allan Poe e a Howard Phillips Lovecraft. Il successo porta la Norton a tradurre il libro anche in altre lingue. Da noi, visto l’eco negli Stati Uniti, Frassinelli dopo molti decenni lo ripubblica.

Ci troviamo così in una Torino misteriosa e onirica, che sembra appena ripresasi da una grande inquietante e sanguinosa tragedia, che però nessuno sembra ricorda bene. Solo il protagonista, l’io narrante, vuole tentare di ricostruirla scrivendo un saggio dedicato proprio alle “Venti giornate di Torino”, consumatesi esattamente dieci anni prima.

Parte così dalla sorella di Giovanni Berghesio, la prima vittima accertata il cui corpo venne trovato in mezzo alla strada, nel centro storico della città sabauda, spappolato visto che era stato sbattuto contro un basamento da una forza immane. La sorella del Borghesio, con una certa riluttanza, accetta di parlare del fratello, della sua grave insonnia che in quel periodo lo aveva colpito assieme ad altri suoi concittadini che vagavano nella notte senza tregua.

Anche se alla morte del Berghesio erano presenti altre persone, come poi accadde per quasi tutte le altre vittime, nessuna ricordava con precisione la dinamica né l’assassino, e così gli inquirenti, nonostante i lunghi e insistenti interrogatori brancolavano nel buio. Il protagonista decide di incontrare un altro testimone diretto degli eventi, l’avvocato Andrea Segre, che gli sottolinea come l’inizio dei tragici eventi delle venti giornate concise con l’apertura della “famigerata” Biblioteca.

La Biblioteca, che poi il Comune fece chiudere, era il luogo in cui tutti i cittadini potevano portare i loro scritti privati e personali, che a richiesta gli altri potevano leggere. Non si trattava di narrativa o saggistica, ma di veri e propri diari personali in cui le persone dichiaravano i propri più reconditi e intimi segreti, spesso inconfessabili. E forse la morbosità dei lettori nell’entrare direttamente nell’anima di chi scriveva, intuisce il protagonista, era uno dei motori delle venti giornate…

De Maria firma un romanzo surreale, fantastico – in tutti i sensi – e, soprattutto, terrificante. Una discesa agli inferi, inesorabile e senza esclusione di colpi. Davvero un’opera originale e indimenticabile, fra le più significative del nostro Novecento letterario.

E poi l’autore, nel 1977, proprio come fece il grande Verne su numerose invenzioni scientifiche, anticipa nella sua opera quello che, alcuni decenni dopo, dominerà la cultura planetaria: il social. Perché l’essenza della Biblioteca di questo libro è proprio il più spinto e spietato voyeurismo emotivo e comportamentale, associato ad un irrefrenabile esibizionismo emotivo, entrambe tanto presenti in molti che usano e frequentano oggi i social.

A distanza di quasi cinquant’anni rimane inspiegabile l’oblio di questo libro. Se alla fine ci si palesa la verità sulle venti giornate di Torino, rimane ancora un insondabile mistero come possa essere passato inosservato dagli “esperti” e dai famigerati letterati professionisti, per tanti decenni, un romanzo così.

Ma, fortunatamente, anche fuori dai confini italici ci sono persone che leggono e amano i nostri libri, indipendentemente dalla casa editrice dalla quale sono pubblicati, visto che …li leggono.

“La solitudine del gelataio” di Nicola Zecchini

(Amazon EU, 2023)

E’ un dato di fatto, ormai assodato da tempo, che al mondo c’è chi sa raccontare una barzelletta e chi no. Si possono studiare centinaia di manuali ed esercitarsi davanti allo specchio per ore intere, ma o si possiede il talento del racconto verbale o non lo si possiede. Punto e basta.

E forse è per questo che nell’editoria tradizionale contemporanea del nostro Paese il racconto italiano trova pochissimo spazio. Perché (come per le barzellette) o lo si sa scrivere, o non lo si sa scrivere. Non ci sono editor o riscritture che tengano: lo spazio limitato di alcune pagine non dà scampo a chi non è capace di scrivere, come raccontare una barzelletta, appunto. Il romanzo, invece, per la sua maggiore ampiezza consente a volte – e non sempre – correzioni, ricalibrazioni e riscritture che un editor può attuare per renderlo più “presentabile”.

Naturalmente il nostro Paese non è sprovvisto di brave scrittrici e di bravi scrittori, sia di romanzi che di racconti. E allora viene da pensare che gli editor italici – che spesso sono anche coloro che selezionano o almeno dovrebbero selezionare i manoscritti da pubblicare – nel racconto non trovano lo spazio che cercano. Che poi la maggior parte degli autori italiani pubblicati in questi anni siano allo stesso tempo gli editor delle case editrici più rinomate, è un altro discorso.

Gli scaffali delle nostre librerie sono pieni di romanzi italiani ma vuote di racconti italiani, fatta eccezione per quelli classici scritti da grandi autori come Italo Calvino o Andrea Camilleri, che i più hanno già letto da tempo. E così chi ama il formato racconto – dal quale comunque sono partiti quasi tutti i grandi autori planetari – e, per sana e più che giustificata empatia, vuole leggere quelli scritti dai propri connazionali, deve per forza rivolgersi all’autopubblicazione.

“La solitudine del gelataio” rappresenta l’esordio letterario di Nicola Zecchini – classe 1979 – e contiene 30 racconti, brevi e meno brevi, alcuni dei quali davvero struggenti, altri divertenti e ironici, ma tutti davvero belli da leggere e, soprattutto, da vivere. Perché ogni racconto è un’escursione nell’anima del personaggio ma soprattutto del lettore.

Lo stile di Zecchini è ondulato e ricco, e percorrerlo è un delizioso viaggio nel viaggio della narrazione. Tutti i suoi personaggi hanno in comune il dolore e soprattutto la paura del vivere o dell’aver vissuto, così come ci sottolinea in “Caro Andrea” il protagonista quando afferma: “La mia libertà si sente al sicuro tra due cuscini di monotonia”.

Osserviamo e sentiamo, come davanti a un quadro di Edward Hopper, la solitudine e l’incomunicabilità degli esseri umani la cui paura più grande, e al tempo stesso il desiderio più incontenibile, è lo scambio, il confronto e il giudizio degli altri.

“La solitudine del gelataio” contribuisce così a colmare quel vuoto, ormai davvero insopportabile, negli scaffali delle nostre librerie donando un pò di serenità a chi come me ama leggere romanzi, saggi ma anche racconti, facendoci sentire lettori meno soli a discapito, purtroppo per lui, del gelataio.

Tra i miei preferiti: “Pianeta Döner”, “Ecosistema” e “La solitudine del gelataio”.

Da leggere.

“Pian della Tortilla” di John Steinbeck

(Bompiani, 2014)

Nel 1935 John Steinbeck pubblica “Tortilla Flat” che in breve tempo riscuote un grande successo e lo impone sulla scena letteraria planetaria. Lo scrittore narra le vicende di Danny, Pilon, Pablo, Joe e il Pirata, paisanos che vivono a Pian della Tortilla, il quartiere povero collinare della cittadina di Monterey, in California.

E’ la zona dove vivono gli ultimi discendenti dei veri californiani, quelli che hanno ancora sangue spagnolo nelle vene, ma che ormai sono spesso ai margini della società, tanto da non possedere nemmeno un tetto sotto cui ripararsi, e che passano le loro giornate fra un sotterfugio e un piccolo furto, sempre in cerca di vino e donne.

Le cose cambiano quando Danny riceve in eredità la vecchia casa del nonno nella quale decide di ospitare i suoi amici. La convivenza però all’inizio non è semplice, soprattutto perché Danny, diventando il proprietario di un immobile, sembra essersi “elevato” socialmente.

L’amicizia e soprattutto quel codice “morale” che spesso caratterizza le vite dei meno abbienti, li terrà uniti nonostante il vino e le disavventure quotidiane. Ma i paisanos, proprio per la loro storia ed il loro essere, possiedono un’anima tormentata e irrisolta…

Splendido e indimenticabile – come tutte le opere del suo autore – romanzo corale che ci tratteggia in maniera davvero sublime il cuore e lo stomaco di quelli ai margini, per i quali un bicchiere di vino o una sigaretta rappresentano un prezioso e inestimabile tesoro.

Steinbeck ce li racconta ambientando gli eventi in piena Depressione, quando molti suoi connazionali sono letteralmente sommersi da quella crisi economica che getta tantissimi in povertà ma che rende invece ricchissimi pochi altri.

Forse per questo “Pian della Tortilla” venne accolto assai freddamente dalla critica “ufficiale” che però fu travolta dal suo incontenibile successo internazionale. Su questo, lo stesso Steinbeck, parlò spesso, come quando ritirò il Premio Pulitzer vinto per lo strepitoso “Furore”, o il premio Nobel che gli venne assegnato nel 1962 per la Letteratura.

Sono passati quasi novant’anni dalla sua prima pubblicazione, ma “Pian della Tortilla” è fresco, travolgente e straziante come fosse stato scritto solo qualche settimana fa. I posteri, che ormai siamo noi, possono così emettere la nostra ardua sentenza sull’immortale Steinbeck e sulla piccola ma davvero piccola critica letteraria ufficiale dell’epoca…

Nel 1942 Victor Fleming gira l’adattamento cinematografico “Gente allegra” con Spencer Tracy, John Garfield e Hedy Lamarr.

“Dissipatio H.G.” di Guido Morselli

(Adelphi, 2012)

“Dissipatio H.G.” rappresenta l’ultimo romanzo scritto da Guido Morselli (1912-1973) morto suicida pochi mesi dopo averlo terminato. Si tratta dell’ultimo testo scritto da Morselli ma non pubblicato, perché da 1947 al 1973, anno della sua morte, allo scrittore bolognese vennero rifiutati sistematicamente tutti i suoi libri.

A rifiutare questo “Dissipatio H.G.” e i suoi scritti precedenti come “Roma senza Papa. Cronache romane di fine secolo ventesimo” o “Il comunista” furono gli allora responsabili delle più importanti case editrici italiane come Italo Calvino, Carlo Fruttero, Geno Pampaloni o Luciano Foà, cofondatore della casa editrice Adelphi.

Il motivo principale dell’insano gesto compiuto dal Morselli fu proprio l’ennesimo rifiuto in blocco di questo suo ultimo romanzo. La morte violenta dello scrittore – allora ancora mai pubblicato – creò scalpore e sgomento soprattutto nel mondo dell’editoria e a partire dall’anno successivo vennero dati alle stampe tutti i suoi romanzi, e questo “Dissipatio H.G.” apparve nel catalogo proprio dell’Adelphi per la prima volta nel 1977.

Il protagonista è un uomo solo e disilluso – che ricorda molto lo stesso autore – che dopo aver abbandonato Crisopoli (città di fantasia che ricorda però molto Zurigo) si rifugia in montagna per evitare il più possibile il contatto col prossimo e stilare un bilancio della propria esistenza.

Il bilancio, purtroppo, pende notevolmente a sfavore del proseguimento: “Ci sono mattine che, nel mentre mi facevo la barba, cercavo di non vedermi nello specchio”. Così la notte fra il 1° e il 2 giugno l’uomo decide di suicidarsi gettandosi nel pozzo all’interno di una grotta fra i monti. Ma proprio arrivato sull’orlo del baratro ci ripensa e torna sconfitto a casa. Al suo risveglio però il mondo è cambiato: tutta l’umanità è improvvisamente scomparsa. Si tratta proprio di quella “Dissipatio Humani Generis” di cui parlava il filosofo neoplatonico Giamblico, riferendosi a una sorta di “evaporazione del genere umano”.

E così – come farà il protagonista della canzone “Extraterrestre” incisa da Eugenio Finardi nel 1978 – l’uomo si troverà a fare i conti con uno dei suoi sogni più bramati: essere solo…

Quello che colpisce ancora oggi di questo romanzo, oltre alla trama e allo stile spesso sfizioso e raffinato, sono la sua contemporaneità e la sua internazionalità. E’ un romanzo, infatti, che potrebbe essere stato scritto solo pochi mesi fa, da un autore anche di un altro Paese e non specificatamente italiano. Questa è la peculiarità a cui Giuseppe Pontiggia imputa l’ottusa incomprensione degli allora editori. E’ lo stesso Pontiggia a ricordarci, quindi, che se si è grandi e memorabili scrittori non è detto che si sia pure capaci e imparziali responsabili di collane editoriali.

Ma per onestà intellettuale è giusto ricordare anche che Guido Morselli era un personaggio completamente avulso dai salotti letterari e dal “sistema” editoriale della sua epoca. Così come il grande Luciano Bianciardi, Morselli andava dritto alla scrittura ignorando e snobbando tutto il resto.

A questo punto non si può non pensare all’autopubblicazione che ormai da qualche anno è approdata anche nel nostro Paese. Oltre alle ragioni commerciali vero motore delle più feroci e aggressive critiche verso questo nuovo tipo di pubblicazione – ragioni commerciali che la GOG Edizioni ha raccontato nel suo “Manifesto contro l’editoria” – voglio soffermarmi sugli effetti morali ed emotivi dell’impossibilità di pubblicare un proprio scritto.

Nulla, neanche un’intera esistenza fatta di rifiuti, giustifica l’atto estremo e vigliacco compiuto da Morselli con “la ragazza dall’occhio nero” come lui chiamava, anche in questo romanzo, la sua pistola. Ma l’ennesimo rifiuto alla fine produce un altro drammatico effetto: fa smettere di scrivere, forse vero obiettivo di qualcuno ma che è senza dubbio un impoverimento della cultura di un Paese.

E allora parafrasando Umberto Eco, se è vero che l’autopubblicazione ha dato la voce a centinaia di migliaia di “imbecilli”, è vero pure che basta semplicemente non leggerli, così come si può fare coi social. Oppure è il semplice esistere di un’alternativa a ciò che il “sistema” offre ad essere considerata una minaccia tale da accendere critiche così feroci? Davvero un libro autopubblicato da un singolo e anonimo scrittore può competere con quelli editi dalle grandi case editrici? E autopubblicarsi è realmente una cosa così umiliante e infangante tanto da diventare una rigida discriminante per partecipare a numerosi premi letterari?

O forse è il concetto che si può essere letti dagli altri anche senza dover passare per forza attraverso il “sistema” a creare tanta acredine, concetto poi che non vale solo per lo scrivere ma anche, naturalmente, per il leggere?

Ai posteri (lettori e scrittori) l’ardua sentenza.

Comunque sia, il massimo del risarcimento morale che l’editoria italiana ha pensato di poter offrire al povero Morselli, forse anche per chetare la coscienza di qualcuno, è stato quello di dedicargli …un premio letterario.

Buona lettura!

“La gente delle dieci” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 1994)

Scritto nel 1992 e pubblicato per la prima volta l’anno seguente col titolo originale “The Ten O’Clock People“, questo “La gente delle dieci” – pubblicato in Italia nella raccolta “Incubi e deliri” del 1994 – è uno dei miei racconti preferiti firmati dal Re Stephen King che considero, assieme a Raymond Carver, uno dei maestri indiscussi del racconto contemporaneo – con titoli come “Il corpo”, “La rendenzione del carcere di Shawshank” o “L’allievo” solo per citarne alcuni – eredi dell’inarrivabile Anton Čechov.

Siamo agli inizi degli anni Novanta e il mondo intero è ormai consapevole dei gravi rischi e della difficilmente controllabile assuefazione di una delle dipendenze più diffuse e micidiali: il tabagismo. Così sono arrivati i ferrei divieti di fumare in luoghi pubblici chiusi, e i fumatori – più o meno incalliti – si ritrovano all’aperto nei pressi del loro posto di lavoro per assecondare il loro vizio.

Fra questi c’è Brandon Pearson, che da anni lavora per la First Mercantile Bank of Boston, uno dei più importanti istituti di credito della città, che alle dieci di ogni mattina lavorativa scende nella piazza davanti al grattacielo della sua banca per fumarsi una sigaretta assieme ad alcuni colleghi più o meno conosciuti di vista.

Una mattina però, mentre sta per finire la sua sigaretta, con la coda dell’occhio nota entrare nell’edificio un uomo, ma guardando meglio Brandon si accorge che si tratta di un essere umano dai piedi al collo, ma la sua testa è qualcosa di orripilante e deforme, con una bocca triangolare piena di denti aguzzi, due piccoli buchi neri al posto degli occhi e una pelle sempre in movimento che rigurgita pus.

Proprio quando Brandon sta per urlare dal terrore, un collega che come lui stava fumando lo raggiunge e bloccandogli il braccio gli impedisce di strillare. Con voce calma e perentoria gli intima di non far capire di aver visto quell’uomo …pipistrello, altrimenti per lui sarebbe la fine.

Quando finalmente Brandon riesce a calmarsi l’uomo, che si chiama Dudley Rhinemann detto “Duke”, gli rivela che anche lui ha visto benissimo quell’essere, che tutti vedono invece come un essere umano qualsiasi. Ce ne sono molti altri, e tutti i ruoli strategici e nevralgici della società. Loro due li possono vedere a causa del fumo e della chimica che questo ha creato nel loro cervello. Ma tutti gli altri no e per questo bisogna stare molto attenti. Se uno degli uomini pipistrello dovesse accorgersi di essere “visto” per lo sfortunato essere umano sarebbe la fine, una atroce e terribile fine.

Ma una reazione è possibile: Duke fa parte di un gruppo clandestino…

Le cronache riportano che il Re abbia scritto questo racconto in soli tre giorni dopo aver visto fumare alcune persone fuori da alcuni grandi edifici commerciali a Boston. Ma è impossible non pensare anche al cult assoluto “Essi vivono” diretto dal maestro John Carpenter nel 1988 e ispirato al breve racconto “8 O’Clock in the Morning” scritto da Ray Nelson nel 1963.

Il racconto di Nelson è molto scarno e sintetico rispetto al film di Carpenter che invece possiede molti richiami allo scritto di King. Ma il Re inserisce un elemento particolare e personale: la dipendenza.

Lui che è stato un vero tossicodipendente e alcolista, come ha onestamente raccontato nel suo splendido “On Writing – Autobiografia di un mestiere” – fra i “manuali” per chi ama scrivere più belli e utili della storia – ci narra le dinamiche di un uomo che, nonostante conosca molto bene i gravi e devastanti effetti delle sigarette, proprio non riesce a rinunciarci e così scende a compromessi col tabacco limitandolo il più possibile.

Ma questo compromesso, oltre che letale per la sua salute, ha un terrificante effetto collaterale…

Da leggere: il Re è sempre il Re.