“Doctor Sleep” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2014)

Esatto! Sono fissato di Stephen King e leggo tutti i suoi libri appena escono: e allora?!

Prima di iniziare questa sua ultima fatica non sono riuscito ad evitare di sbirciare alcune aspre critiche sull’attesissimo seguito di “Shining”.

Ognuno la pensa come vuole e ha tutto il diritto pure di esternarlo, ma dite quello che vi pare: il Re è sempre il Re.

Gli anni passano e le persone maturano (e come ho già detto parlando del Re, maturare non vuol dire sempre invecchiare) e Stephen King è uno scrittore che rimane fedele a se stesso, ai suoi lettori e, soprattutto, ai suoi mostri interiori.

Chi pensa di leggere le stesse cose che King scriveva trent’anni fa – alcolista e al limite della tossicodipendenza per sua stessa ammissione: nel suo splendido “On Writing – Autobiografia di un mestiere” racconta come, proprio a causa di alcol e anfetamine di cui faceva abbondantemente uso in quegli anni, abbia sol un vago ricordo della genesi del suo “Cujo”  – sbaglia completamente.

“Doctor Sleep” è un romanzo che parla di mostri, ma soprattutto di dipendenze autodistruttive e di come, raramente, ci si può salvare da queste.

Di come la vita di una persona possa essere influenzata drammaticamente dal comportamento autodistruttivo dei suoi genitori, ma anche di come la stessa persona possa salvarsi, o almeno tentare onestamente di farlo.

Come capita sempre dopo aver letto un libro del Re, appena terminato “Doctor Sleep”, ci si rende conto che i mostri più famelici e letali sono quelli dentro di noi.

W il Re!

“Fuga da Alcatraz” di Don Siegel

(USA, 1979)

Questo film mi è così rimasto impresso che ricordo ancora oggi molto bene il cinema in cui lo vidi nell’allora prima visione.

E’ tratto dal libro di J. Campbell Bruce che ricostruisce la vera fuga del detenuto Frank Lee Morris avvenuta nel 1962, primo evaso nella storia dell’allora fortezza inviolata che era la prigione di Alcatraz, nella baia di San Francisco.

La pellicola non ci dice se effettivamente Morris e i suoi due complici morirono affogati – come era capitato in precedenza – nel braccio di mare gelido che separa l’isola dalla costa, o la raggiunsero e si dileguarono liberi per sempre.

Sta di fatto che l’ingente spiegamento di forze che allora perlustrò la zona non trovò nessun corpo – primo caso nella storia – cosa che scatenò la fantasia e l’immaginario di molti.

A distanza di tanti anni, rivedere la pellicola diretta dal maestro Don Siegel, e interpretata da un glaciale Clint Eastwood, fa ancora effetto, nonostante tutto quello che è stato realizzato dopo sullo stesso argomento.

Per me poi, che sono un fan di Stephen King, i riferimenti e le citazioni a questo film nel suo racconto “Rita Heyworth e la redenzione di Shawshank” e nella successiva pellicola “Le ali della libertà” di Frank Darabont, mi mandano in sollucchero.

“Joyland” di Stephen King

(2013, Sperling & Kupfer)

E’ inutile tentare anche solo di alzare un dito per ribattere: il Re è sempre il Re.

In questo crepuscolare e sentimentale romanzo King ci racconta come nel 1973 un ragazzo – che all’epoca aveva più o meno la sua età, con il suo aspetto fisico e, molto probabilmente, con il suo carattere – a vent’anni è diventato grande. E come accade nella realtà, la cosa non è stata facile né indolore.

Ho letto alcune recensioni di lettori che si lamentano perché non ci sono i “bei mostri” di una volta. A parte che i mostri ci sono e fanno pure paura, e come sempre quelli più terrificanti non sono figli della fantasia ma presi pari pari dalla realtà.

Ma soprattutto non è un caso che fra i film di maggior successo – e incasso – tratti dalle opere letterarie di King ci siano “Le ali della libertà” (diretto da Frank Darabont nel 1994), “Stand By Me – Ricordo di un’estate” (di Rob Reiner del 1986) e “Shining” (del maestro Stanley Kubrick, 1980), e in nessuno di questi si parla di mostri fantastici o venuti da un altro mondo, ma di quelli – molti più temibili e spietati – che fanno parte della razza umana.

Un bel romanzo di formazione da leggere, per gli amanti di King e non solo.

“Colorado Kid” di Stephen King

(2005, Sperling & Kupfer)

Non avrebbe alcun senso raccontare la trama di questo lungo racconto di Stephen King: “Colorado Kid” va semplicemente letto e goduto.

Ci sono molti che trovano la seconda parte della produzione letteraria del Re triste e malinconica, soprattutto priva della suspense e dei brividi di cui invece è zeppa la prima.

Ma le persone cambiano (e non mi azzardo certo a dire “crescono”). E l’incidente nel quale King ha seriamente rischiato di morire nel giugno del 1999, oltre che fisici, probabilmente ha lasciato anche profondi segni interiori.

E siccome King è un grande scrittore anche per la totale onestà che usa per quanto riguarda tutto ciò che scrive, le storie tristi e malinconiche sono diventate forse le sue preferite.

Ma il Re è sempre il Re!

“Nulla più di un omicidio” di Jim Thompson

(1959/1994, Mondadori)

Fra i grandi maestri del noir americano (con la N maiuscola) Jim Thompson occupa un posto di riguardo, al pari di Raymond Chandler e James M. Cain. Pubblicato la prima volta nel 1949, Nulla più di un omicidio ha una trama poi non così complicata: ci sono due donne e un uomo e, come accade quasi sempre, il triangolo non può durare a lungo…

Protagonista è Joe Wilmot, piccolo imprenditore di provincia che gestisce, insieme alla moglie Elizabeth, l’unico cinema della sonnolenta Stoneville. Una vita di routine, fatta di incassi modesti e serate sempre uguali, finché Elizabeth non sorprende il marito in un bacio con Carol, la giovane e apparentemente ingenua commessa del locale. Qui la penna di Thompson comincia a mostrare i muscoli: Elizabeth, lungi dal fare la vittima, propone un patto degno di un baratto commerciale più che di un dramma coniugale. Si dice disposta a togliersi di mezzo, a scomparire per sempre, purché il marito e la giovane amante trovino il modo di farle avere venticinquemila dollari. La soluzione che i tre partoriscono – fingere la morte di Elizabeth in un incidente e incassare l’assicurazione – è tanto scellerata quanto, sulla carta, perfetta.

Naturalmente, come in ogni buon noir che si rispetti, “perfetta sulla carta” è l’espressione che dovrebbe far accendere un campanello d’allarme in ogni lettore smaliziato. Quando l’investigatore dell’assicurazione arriva in città e si ferma più del previsto, l’ingranaggio criminale comincia a scricchiolare, e con esso le già fragili certezze morali dei tre protagonisti. Lo sviluppo del racconto e lo stile crudo e inesorabile di Thompson lo rendono davvero unico. Scommettiamo che la prima volta che lo leggi, quando arrivi all’ultima pagina, fai un salto sulla sedia?

Quello che colpisce di questo romanzo, terzo della carriera di Thompson e suo vero e proprio debutto nel crime thriller, è la capacità dell’autore di trasformare un canovaccio da fattaccio di provincia in un affondo impietoso sulla natura umana. Non ci sono eroi in questa storia, né vere vittime: solo persone mediocri, spinte da un’ambizione spicciola e da un’idea distorta di riscatto sociale, che si convincono – una dopo l’altra – che l’omicidio sia in fondo una scorciatoia accettabile per cambiare vita. È lo sguardo tipico di Thompson: lucido, disincantato, quasi entomologico nell’osservare come la morale si sfaldi non per un singolo gesto eclatante, ma per una somma di piccole giustificazioni quotidiane.

C’è poi un elemento che rende il romanzo particolarmente gustoso per chi ama il cinema oltre alla letteratura noir: l’ambientazione nella sala cinematografica di provincia, con i suoi riti, le sue logiche economiche, il pubblico fedele alla programmazione settimanale. Un dettaglio che non stupisce, considerando quanto Thompson stesso abbia avuto a che fare con Hollywood nel corso della sua vita.

Di Thompson, autore anche di Getaway e Rischiose abitudini, Stephen King ha detto: “Troppo spesso imitato ma mai eguagliato” …parola del Re. E in effetti, leggendo Nulla più di un omicidio, si capisce bene da dove arrivi tanta della fascinazione che il maestro dell’Oklahoma ha esercitato su generazioni di scrittori successivi (compreso chi scrive naturalmente…): quella scrittura secca, senza fronzoli, capace di calare il lettore dentro la testa di personaggi moralmente compromessi senza mai concedere sconti né facili redenzioni.

Per chi non conosce bene Jim Thompson è giusto ricordare che è stato l’autore di oltre trenta romanzi – fra cui Colpo di spugna, Un uomo da niente e l’agghiacciante L’assassino che è in me – che fra gli anni Quaranta e Cinquanta hanno segnato l’immaginario collettivo americano. Nato ad Anadarko, in Oklahoma, e morto a Hollywood nel 1977, Thompson ha conosciuto per gran parte della sua carriera un successo tutt’altro che clamoroso: molti dei suoi libri, incluso questo, sono passati quasi in sordina al momento della pubblicazione, per essere poi rivalutati e riscoperti decenni più tardi, complice anche il crescente interesse del cinema per la sua opera.

Ha lavorato infatti anche come sceneggiatore per Hollywood, sia per i vari adattamenti cinematografici dei suoi libri che come autore, collaborando ad esempio con Stanley Kubrick negli script di Rapina a mano armata e Orizzonti di gloria. Una curiosità che pochi conoscono: nel 1970 fu addirittura il grande Robert Redford a commissionargli una sceneggiatura originale ambientata durante la Grande Depressione, mai però trasformata in film.

Nulla più di un omicidio non è forse il Thompson più feroce e disturbante che si possa leggere – quello arriverà tre anni dopo, con L’assassino che è in me come già ricordato – ma resta una prova solida, capace di intrattenere e al tempo stesso di lasciare quella sensazione di disagio morale che è la vera cifra stilistica dell’autore. Un romanzo perfetto per chi vuole scoprire dove tutto è cominciato.

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“On Writing – Autobiografia di un mestiere” di Stephen King

(2001, Sperling & Kupfer Editori)

Stephen King ci racconta di aver buttato nel cestino la prima bozza del suo “Carrie”. Troppo difficile, troppo cruda, troppo lontana da quello che pensava di saper fare. È sua moglie Tabitha a tirarla fuori dalla spazzatura, a leggerla, a dirgli che valeva qualcosa. Quel romanzo avrebbe venduto milioni di copie e cambiato per sempre la sua vita e quella di milioni di lettrici e di lettori.

Il Re lo racconta senza enfasi. Quasi di passaggio. Ed è esattamente in quel momento che capisci perché questo non è un manuale come gli altri.

Di manuali per aspiranti scrittori ne esistono a decine. Scaffali interi nelle librerie, corsi che promettono di trasformarti in uno scrittore nel tempo di un weekend. La maggior parte sono onesti, alcuni utili, qualcuno inutile. Tutti però hanno in comune una cosa: si percepisce, leggendoli, la distanza tra chi insegna e chi impara. Una cattedra invisibile. Un sapere che scende dall’alto con la compostezza austera di chi sa tutto e te lo spiega per grazia.

Stephen King quella cattedra l’ha fatta a pezzi e ci ha costruito una piccola sedia su cui sedersi accanto a te.

“On Writing” è uscito nel 2000, con traduzione italiana nel 2001, ed è una di quelle anomalie editoriali difficili da classificare: metà autobiografia, metà manuale, interamente qualcosa che non assomiglia a nient’altro. King arriva al libro dopo un incidente stradale che per poco non lo aveva ucciso, e quella vicinanza alla morte — che nel testo non viene celata né esibita, ma semplicemente raccontata con la stessa precisione con cui racconta tutto il resto — dà al libro una densità che non ci si aspetta. Non è il memoir di uno scrittore di successo che passa in rassegna i propri trionfi. È qualcosa di più scomodo e più prezioso: la testimonianza di un uomo che ha capito cosa vuole fare con il tempo che gli è rimasto.

Io non sono un lettore di horror. Lo dico per chiarezza, non per sminuire il genere. Le pagine più splatter le supero a fatica, i demoni mi interessano meno dei personaggi che li fronteggiano, e certa violenza grafica fa parte di un registro che non cerco nella narrativa, soprattutto la mia. Eppure Stephen King — lo stesso Stephen King che sa fare paura come nessun altro scrittore vivente — è tra gli autori che amo di più. E questo libro spiega, almeno in parte, il perché.

Perché King scrive come pensa, e pensa come vive. Non c’è distanza costruita, non c’è posa letteraria, non c’è la voce solenne di chi si è messo addosso il costume da Grande Autore. C’è un uomo del Maine con un passato di stenti, alcolismo e tossicodipendenza alle spalle, una moglie di cui è ancora innamorato dopo decenni, una dipendenza dalle storie che risale all’infanzia e che non ha mai smesso di bruciare. E c’è una chiarezza nel modo in cui parla del proprio mestiere che taglia come un bisturi.

La prima parte del libro — quella biografica — non è un contorno. È la struttura portante di tutto il resto. King racconta la sua formazione di lettore e scrittore con un’onestà che in certi momenti fa quasi male: le prime pubblicazioni su riviste da quattro soldi, i rifiuti, la povertà vera. Quel dettaglio di Tabitha che recupera “Carrie” dal cestino – in un periodo in cui non potevano permettersi di chiamare un medico per curare il loro primogenito gravemente ammalato – è uno dei momenti più importanti del libro, e King lo sa. Lo racconta senza enfasi e senza sentimentalismo, che è esattamente il modo in cui si racconta la verità quando si è imparato a rispettarla.

Poi arriva la parte del mestiere, e qui il libro cambia marcia.

King ha opinioni precise e le espone senza tentennamenti. L’avverbio è il nemico del verbo forte. La voce passiva è la scelta di chi ha paura di assumersi la responsabilità di quello che scrive. La prima stesura si scrive per sé, la seconda per il lettore, le successive per togliere quello che non serviva. Il vocabolario non si costruisce con i dizionari dei sinonimi ma leggendo, leggendo, leggendo: sempre, ovunque, con la stessa ossessione e la stessa fame con cui certi bambini – come lo ero io tanto per fare un esempio… – mangiano.

Ma il consiglio che mi ha colpito di più — quello che continua a tornarmi in mente ogni volta che scrivo qualcosa e sento il richiamo della menzogna comoda — è uno solo: l’onestà nel raccontare compensa moltissimi difetti stilistici, mentre mentire è il peccato irreparabile in assoluto. Non tecnico. Irreparabile. Come quei danni che non si riparano perché hanno cambiato la struttura di qualcosa che non tornerà mai più come prima. E su questo, e naturalmente non è un caso, Stephen King è assai vicino ai concetti espressi dal Italo Calvino nel suo immortale “Lezioni americane“.

“On Writing” non è un libro che ti insegna a scrivere nel senso tecnico del termine. Non ci trovi dentro esercizi progressivi, schede di valutazione, modelli da copiare. Quello che troverai è qualcosa di più raro e di più utile: la dimostrazione che la scrittura è un atto di fiducia. Verso il lettore, verso i personaggi, verso la storia …e soprattutto verso se stessi, con tutta l’esposizione e il rischio che questo comporta.

Il Re Stephen King lo sa da sempre. E in questo libro, finalmente, ce lo dice, anzi: che lo scrive.

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