
(Italia, 1954)
Ci sono film che fanno ridere. E poi c’è Totò. E non è la stessa cosa.
L’8 aprile del 1954, nelle sale italiane, usciva “Miseria e nobiltà” diretto dal maestro Mario Mattoli. Una data che, con il senno di poi, somiglia moltissimo a un regalo. Un regalo enorme, impacchettato con carta stropicciata e legato con lo spago, come si usava allora, ma dentro il quale c’era qualcosa di inestimabile.
A vestire i panni di Felice Sciosciammocca è l’inarrivabile principe Antonio De Curtis, in arte Totò. E già a scrivere questa frase mi rendo conto di quanto sia insufficiente: Totò non “veste i panni” di un personaggio, Totò lo abita, lo trasforma, lo porta a una dimensione che la carta scritta da Eduardo Scarpetta — già di per sé irresistibile e memorabile — da sola non avrebbe mai potuto raggiungere. È una di quelle rare alchimie che il cinema regala pochissime volte in un secolo: il testo giusto, l’attore giusto, il momento giusto. E tutto si incastra con una precisione che fa quasi paura.
La pièce di Scarpetta, nata sul palcoscenico napoletano a fine Ottocento, è già di per sé un congegno comico di straordinaria ingegneria. Ma Totò la reinventa dall’interno. Ogni scena è un equilibrio perfetto — e uso il termine “perfetto” con la consapevolezza di abusarne raramente — tra gag fisica e battuta verbale, tra doppio senso e triplo senso, tra il grottesco e il malinconico che ogni buona commedia porta con sé come un’ombra discreta. Gli spaghetti infilati nelle tasche della giacca sono diventati un’icona, ma rischiano di oscurare la raffinatezza con cui quella scena è costruita: non è solo un momento esilarante, è la rappresentazione fisica di una miseria che si fa dignitosa per necessità, e che nella dignità trova la sua comicità più autentica.
La dettatura della lettera con il termine inclassificabile ma ormai indimenticabile “Stocio” è un piccolo capolavoro di ritmo e invenzione linguistica. Totò ci gioca come un jazzista con uno standard: conosce il tema a memoria e proprio per questo se ne può allontanare quanto vuole, sicuro di saperci tornare. E poi ci sono le battute entrate nell’immaginario collettivo — “certi check così!”, “Vincenzo m’è padre…” — che funzionano ancora oggi esattamente come funzionavano settant’anni fa, perché la comicità vera non invecchia, semplicemente perché parla di cose umane, e le cose umane non cambiano poi così tanto.
C’è però un merito di questa pellicola che va ben al di là dell’intrattenimento, per quanto sublime. “Miseria e nobiltà” è uno dei film nati sulla scia dei festeggiamenti per il primo centenario della nascita di Eduardo Scarpetta, e questa circostanza non è un dettaglio da nota a piè di pagina. È il cuore di tutto. Perché questi film hanno fatto qualcosa che nessun libro di storia del teatro avrebbe mai potuto fare altrettanto bene: hanno consegnato ai posteri l’arte della grande commedia scarpettiana interpretata da chi quella commedia la conosceva non per averla studiata, ma per averla vissuta. Totò aveva visto Scarpetta in teatro. Lo aveva respirato. Quando interpreta Felice Sciosciammocca non sta ricostruendo un personaggio, sta trasmettendo qualcosa di vivo, qualcosa che ha attraversato corpi e voci prima di arrivare al suo.
È questo il valore straordinario e irripetibile del cinema come mezzo di conservazione della memoria teatrale: cristallizza un momento altrimenti destinato a svanire. Il teatro vive nell’istante e nell’oblio. Il cinema lo trasforma in eternità. E quando i due si incontrano in condizioni come queste — il testo di Scarpetta, la regia sicura di Mattoli, la presenza assoluta di Totò — il risultato non è semplicemente un bel film da rivedere ogni volta che passa in televisione. È un documento di civiltà artistica.
Ogni personaggio, ogni evento, ogni singola battuta si incastrano al millimetro con tutto il resto, come i meccanismi di un orologio svizzero costruito però con il calore e l’umanità di un artigiano napoletano. Mattoli sa stare al suo posto — e stare al proprio posto, quando si lavora con Totò, è già un talento enorme — e lascia che la macchina da presa serva l’attore, non il contrario.
Immortale. Una parola che si usa troppo spesso e troppo a cuor leggero. Qui, per una volta, è semplicemente la parola giusta.
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