“La trappola di Maigret” di Georges Simenon

(Adelphi, 2012)

Un bottone strappato durante una colluttazione notturna, in un romanzo di Simenon, vale più di qualsiasi indizio raccolto da una squadra scientifica moderna. È da questo dettaglio minimo, quasi trascurabile, che prende corpo uno dei meccanismi investigativi più moderni e sofisticati mai costruiti dall’autore belga, capace di ribaltare le regole del giallo classico ben prima che diventasse consuetudine farlo.

Siamo a Montmartre, cuore popolare di Parigi, che è diventato un quartiere scosso da una serie di omicidi che hanno per vittime donne giovani, uccise a distanza di settimane l’una dall’altra, sempre di notte, sempre con la stessa ferocia metodica. La stampa parla ormai apertamente di un pazzo omicida, l’opinione pubblica è in preda al panico, e Maigret si trova a dover gestire non soltanto un’indagine che sembra procedere a vuoto, ma anche la pressione di un potere terrorizzato dagli scarsi risultati e di una città che chiede sicurezza a gran voce.

Di fronte a un assassino che non lascia tracce utilizzabili, il commissario decide allora di cambiare strategia: invece di continuare a inseguire un fantasma, sceglie di tendere una trappola vera e propria, dopo aver discusso – quasi casualmente – del profilo psicologico del killer insieme a uno psichiatra di fama, nella speranza che l’assassino stesso si senta chiamato in causa e reagisca. È un’intuizione investigativa sorprendentemente attuale, che anticipa di decenni le moderne tecniche di profiling criminale e la stessa idea, diventata poi cardine di tanta narrativa e cinematografia sui serial killer, di stanare l’assassino attraverso la sua stessa vanità e il suo bisogno, patologico, di essere compreso. Prima di lui solo il maestro Fritz Lang, al cinema, aveva osato tanto con lo straordinario M – Il mostro di Düsseldorf del 1931 che, anche per questo, venne massacrato dalla censura contemporanea.

La trappola funziona, ma non nel modo in cui Maigret l’aveva immaginata: l’assassino tenta un nuovo omicidio e nella colluttazione con la vittima, che preparata riesce a divincolarsi e a salvarsi, resta strappato un bottone. È da quel piccolo oggetto, apparentemente insignificante, che le indagini di Maigret cominciano finalmente a convergere su un nome preciso: Marcel Moncin, un uomo mite nell’aspetto, incapace di reggere lo sguardo altrui, dominato da una madre e da una moglie che ne governano ogni gesto quotidiano.

È qui che il romanzo compie il suo scarto più moderno rispetto al giallo classico: il sospetto viene individuato con largo anticipo sulla fine della storia, e Simenon non fa nulla per nasconderlo al lettore. Il vero cuore del libro non è più la scoperta del colpevole, ma il lento, infinitamente paziente tentativo di Maigret di far crollare le difese psicologiche di un uomo che si nasconde persino a se stesso, senza però disporre ancora di una prova definitiva per incastrarlo davanti a un tribunale. È un meccanismo che anticipa di decenni certe strutture narrative diventate poi popolarissime nel poliziesco contemporaneo e nel cinema di genere, dove la tensione nasce non dal chi, ma dal come e dal quando l’assassino verrà finalmente incastrato, la fortunatissima serie televisiva Il tenente Colombo, con uno straordinario Peter Falk, ne è uno degli esempi più riusciti.

Simenon non cerca mai la spiegazione facile, non offre al lettore un trauma d’infanzia da sottolineare in rosso come causa unica del male: preferisce restare aderente ai dettagli minuti di una vita grigia, fatta di frustrazioni accumulate e mai dette, lasciando che sia il lettore a intuire, poco alla volta, quanto la follia possa annidarsi dietro un’esistenza apparentemente ordinaria e borghese.

Maigret, in questo romanzo della piena maturità del personaggio, mostra tutta la sua cifra più autentica: non l’intuizione fulminante, non la deduzione brillante da enigmista, ma una capacità quasi ostinata di mettersi al posto dell’altro, di respirare l’aria viziata di un appartamento familiare finché non ne emerge la verità nascosta. C’è una pietà, in questo suo modo di procedere, che non è mai assoluzione, ma nemmeno condanna sommaria: è piuttosto la consapevolezza amara che dietro ogni mostro si nasconde sempre, prima ancora, un essere umano fallito. E questo, anche per il commissario più famoso di Francia (e non solo) ha un prezzo. Prezzo che, naturalmente, la signora Maigret conosce bene…

Il romanzo ha avuto la fortuna di un adattamento cinematografico all’altezza della sua tensione psicologica: nel 1958, tre anni dopo la sua stesura, Jean Delannoy lo porta sullo schermo col titolo Il commissario Maigret affidando il ruolo del protagonista a Jean Gabin, che di Maigret diventerà l’interprete più identificato nell’immaginario collettivo francese – prima che da noi lo impersonasse Gino Cervi, attore preferito nel ruolo anche dallo stesso Simenon – capace di restituire con il solo peso della propria presenza quella pazienza granitica e quella umanità dolente che sono l’essenza del commissario Jules Maigret. Il film conserva intatta l’intuizione più moderna del romanzo, quella di costruire il racconto non sull’enigma ma sull’attesa, sul logoramento nervoso di un colpevole già individuato ma non ancora confesso.

Tornando al romanzo: nella parte centrale la macchina investigativa rallenta un poco per lasciare spazio all’osservazione degli ambienti familiari di Moncin, rischiando di far percepire più lenta di quanto sia realmente la progressione dell’indagine. Ma è un rallentamento funzionale, quasi necessario, perché prepara il terreno a un confronto finale che resta tra i più intensi dell’intera saga letteraria.

La trappola di Maigret dimostra, ancora una volta, quanto Simenon fosse in anticipo sui tempi non per virtuosismo stilistico, ma per un’intuizione profonda sulla natura umana e sulle tecniche stesse dell’investigazione: aveva capito, con decenni di vantaggio, che stanare un serial killer significa spesso costruirgli attorno una trappola psicologica prima ancora che materiale. Un romanzo da leggere, e da rileggere insomma, per chi ama il giallo psicologico più che l’enigma a orologeria.

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