
(Italia/Francia, 1973)
Federico Fellini lo ha sempre detto, quasi come un mantra: la musica, nella vita come nel cinema, ha un ruolo fondamentale, capace di trasformare un’immagine in un ricordo indelebile. E se c’è un film in cui questa affermazione trova la sua massima, commovente conferma, è Amarcord, il capolavoro del 1973 che il regista riminese dedica alla propria terra, alla propria gioventù, ai propri fantasmi.
Il riferimento al suo grande amico e collaboratore Nino Rota è fin troppo palese, e non potrebbe essere altrimenti: non si può pensare a questo film senza pensare, contemporaneamente, alla musica che lo accompagna. Quel tema, sospeso tra la nostalgia e la fanfara da avanspettacolo, tra la malinconia e il circo, è diventato negli anni tanto iconico quanto le immagini stesse, al punto che oggi è quasi impossibile scindere l’uno dalle altre. Rota non si limita a commentare le scene: le anticipa, le accompagna, le fa respirare, dando loro quel sapore agrodolce che è la vera cifra stilistica di tutto il cinema felliniano.
I ricordi giovanili di Fellini, messi su carta insieme al fedele Tonino Guerra, prendono vita in una Rimini che è insieme piccola e grandissima: piccola nelle sue strade di provincia, nei suoi personaggi bizzarri, nelle sue chiacchiere da bar; grandissima perché diventa, sotto gli occhi dello spettatore, il palcoscenico di un’intera epoca, quella del Ventennio fascista, raccontata non con il piglio del saggio storico ma con la leggerezza affettuosa di chi quel tempo lo ha vissuto da bambino, tra la scuola, la famiglia e le prime, incerte pulsioni dell’adolescenza. Fellini non giudica: osserva, sorride, si commuove, e ci porta con sé in questo affresco corale dove ogni personaggio, anche il più marginale, ha diritto alla propria piccola gloria cinematografica.
È proprio in questo equilibrio tra il piccolo e il grande, tra l’intimo e il collettivo, che Amarcord trova la sua forza più autentica. Le infinite dinamiche familiari, i litigi a tavola, le manie dei parenti, si mescolano senza soluzione di continuità con il grande affresco storico e sociale del film, e il risultato è un mosaico umano che non ha davvero eguali nella storia del cinema. Ogni scena sembra scritta apposta per restare impressa nella memoria collettiva.
Come non pensare, allora, alle sequenze che sono ormai entrate nell’immaginario di chiunque ami il cinema? Lo zio Teo, interpretato da un magistrale Ciccio Ingrassia, che si arrampica su un albero e grida al mondo intero il suo disperato “Voglio una donna!”, in una delle rappresentazioni più poetiche e insieme grottesche del disagio mentale mai portate sullo schermo. Oppure il passaggio, quasi onirico, del mitico transatlantico “Rex”, che l’intera comunità riminese attende in barca, di notte, tra canti e lanterne, per poi vederlo scivolare via nella nebbia come un miraggio, come una promessa di un mondo più grande che rimane, per tutti loro, irraggiungibile. Sono momenti di cinema puro, in cui la macchina da presa di Fellini raggiunge vertici di poesia visiva che ancora oggi lasciano senza fiato.
Amarcord (che in dialetto romagnolo significa semplicemente “io mi ricordo”) non è un film sulla nostalgia in senso stretto, ma piuttosto una riflessione sul modo in cui la memoria trasforma e reinventa il passato, rendendolo insieme più dolce e più struggente di quanto probabilmente non sia stato nella realtà. Fellini non racconta la sua Rimini con la fedeltà di un documentarista, ma con la libertà di un poeta che sa che ogni ricordo è già, in fondo, una piccola opera di fantasia.
Ecco perché, a distanza oltre cinquant’anni, il film continua a parlare a generazioni che quel mondo non l’hanno mai conosciuto. Non mi stanco mai di rivedere questo racconto di un’epoca scomparsa molto prima che io nascessi, eppure ogni volta che lo guardo trovo qualcosa che mi riguarda direttamente: la paura di crescere, il bisogno di appartenere a una comunità, la tenerezza per le figure eccentriche che popolano ogni famiglia, il senso agrodolce del tempo che passa e che non si può fermare.
Amarcord è, senza alcun dubbio, un capolavoro assoluto, e fa parte indiscutibilmente del patrimonio dell’umanità, non solo cinematografico ma culturale nel senso più ampio del termine. È un film che parla di un piccolo angolo di provincia italiana e finisce per parlare di tutti noi, di ogni infanzia, di ogni nostalgia, di ogni musica che, ascoltata anche dopo tanti anni, riesce ancora a farci battere il cuore.
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