“Il commissario Maigret” di Jean Delannoy

(Francia/Italia, 1958)

Ci sono visi che nel cinema diventano un personaggio prima ancora che l’attrice o l’attore apra bocca. Quello di Jean Gabin, pesante, ruvido, con quello sguardo che sembra aver già visto tutto il marciume del mondo, è uno di questi. E quando nel 1958 Jean Delannoy lo chiama per interpretare il commissario più famoso della letteratura francese, succede qualcosa di raro: un attore e un personaggio si fondono al punto da diventare, per il pubblico, la stessa identica persona.

Gabin arriva a interpretare Maigret già uomo maturo, con alle spalle una carriera fatta di duri e disillusi, di gangster e di operai, ed è proprio quella pesantezza fisica, quella stanchezza che porta addosso come un cappotto vissuto, a renderlo perfetto per il commissario di Simenon. Non recita Maigret: lo abita. Ogni sua pausa, ogni sguardo trattenuto prima di una domanda, restituisce l’idea di un uomo che ha imparato a leggere la colpa non nelle parole ma nei silenzi che le precedono. È un’interpretazione che ha fatto scuola, al punto da diventare per generazioni di spettatori francesi il volto ufficiale del personaggio.

Al suo fianco, in un ruolo che oggi definiremmo scomodo, una giovanissima Annie Girardot, alla sua prima vera prova importante sul grande schermo. È lei Yvonne, la ragazza che entra nell’orbita dell’inchiesta e che porta con sé quella miscela di innocenza apparente e ambiguità che è la cifra di tanta scrittura di Simenon. Girardot, che di lì a poco sarebbe diventata una delle grandi dive del cinema francese, mostra già qui quella capacità di rendere fragile e inquietante allo stesso tempo un personaggio femminile, senza mai scadere nella macchietta della vittima o in quella della manipolatrice.

Il film è tratto da La trappola di Maigret, romanzo che Georges Simenon scrisse nel 1955, e qui si apre il capitolo più interessante per chi ama, come me, confrontare la pagina con lo schermo. Nel romanzo, Simenon costruisce tutto attorno a un meccanismo psicologico quasi teatrale: un serial killer che uccide donne a Montmartre, e Maigret che decide di tendere una trappola non con le prove ma con la pressione, mettendo sotto torchio un unico sospettato per giorni, fino a scardinarne le difese mentali. È un romanzo claustrofobico, dove l’azione conta meno della progressiva erosione nervosa del personaggio sotto interrogatorio, e dove il vero terreno di caccia di Maigret è la mente umana più che le strade di Parigi.

Delannoy, nel trasporre il romanzo, compie scelte tipiche del cinema che deve fare i conti con un pubblico da tenere incollato in sala: allenta la morsa puramente psicologica del libro per restituire più spazio all’atmosfera cittadina, alla Parigi notturna fotografata con gusto quasi documentaristico, e costruisce una suspense più visiva che mentale. Il sospettato del film, meno sfaccettato rispetto a quello letterario, perde parte dell’ambiguità che in Simenon lo rendeva un enigma aperto fino all’ultima pagina; il cinema, per sua natura, ha bisogno di indizi che lo spettatore possa vedere, mentre la letteratura può permettersi di restare per intere pagine dentro un dubbio irrisolto. Anche il ritmo dell’interrogatorio, che sulla carta si dilata per giorni in un progressivo sfibramento psicologico, viene necessariamente compresso e reso più teatrale, quasi da camera di sicurezza illuminata a giorno.

C’è poi un elemento che il film aggiunge di suo, ed è proprio la centralità del personaggio di Girardot, che nel romanzo ha un peso diverso e apparentemente più defilato: Delannoy sembra intuire nella giovane attrice un potenziale magnetico e le costruisce attorno alcune delle scene più intense della pellicola, spostando leggermente il baricentro emotivo della storia.

Quello che resta identico, e che è probabilmente il motivo per cui questo adattamento continua a essere ricordato con affetto dai lettori di Simenon, è il metodo di Maigret: non un detective che accumula indizi come un contabile, ma un uomo che entra in empatia con la miseria morale degli esseri umani che incontra, che li comprende prima ancora di incastrarli. Jean Gabin restituisce questa dimensione con un naturalismo che nessun altro interprete – a parte il grande Gino Cervi – è mai riuscito a eguagliare del tutto.

Il commissario Maigret è un film che merita di essere visto non solo dagli appassionati del genere poliziesco, ma da chiunque voglia capire come il cinema francese degli anni Cinquanta sapesse trasformare un romanzo apparentemente popolare in un’opera capace di attraversare i decenni senza perdere fascino.

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“Uno sparo nel buio” di Blake Edwards

(USA, 1964)

Nel 1960 debutta a Parigi la commedia “L’idiote” del drammaturgo francese Marcel Achard, che ha come interprete principale Annie Girardot. Il successo è clamoroso tanto arrivare a interessare Hollywood quando, nel 1962, la commedia sbarca trionfalmente a Broadway, tradotta da Harry Kurnitz.

Per il suo adattamento cinematografico vengono scelti Anatole Litvak come regista, Sophia Loren e Walter Matthau come protagonisti. Ma il progetto rimane bloccato fino a quando non viene scritturato Peter Sellers al posto di Matthau. Lo stesso Sellers nota evidenti lacune nello script e chiede a Blake Edwards di occuparsi della sceneggiatura – cosa che farà insieme a William Peter Blatty – e della regia. “La Pantera Rosa” è stato appena terminato e non è ancora uscito nelle sale, ma i due decidono di adattare lo stesso il film come “seguito” delle avventure del maldestro ispettore Clouseau.

Il successo al botteghino de “La Pantera Rosa” accelera la produzione che individua come coprotagonista, per impersonare la procace italiana Maria Gambelli, la tedesca Elke Sommer. Per il ruolo dell’ispettore capo Dreyfus viene scelto Herbert Lom che aveva già recitato assieme a Sellers nello splendido “La Signora Omicidi” diretto da Alexander Mackendrick nel 1957.

L’altero George Sanders è il milionario Benjamin Ballon nella cui residenza viene commesso il primo di una lunga serie di omicidi, di cui è incolpata la bella Maria Gambelli. L’arrivo nella magione Ballon dell’ispettore di turno, l’ineffabile Clouseau, segna il film e la storia del cinema…

E pensare che per “La Pantera Rosa” in quel ruolo era stato scritturato Peter Ustinov che però a poche ore dall’inizio delle riprese lasciò per incomprensioni il set ed Edwards, come “ripiego”, chiamò in tutta fretta Sellers.

Ancora oggi le gag fisiche e verbali di Clouseau/Sellers sono irresistibili regalandoci momenti di puro divertimento. Nonostante il rapporto burrascoso fra l’attore inglese e il regista americano, i due realizzarono 5 film della seria “La Pantera Rosa”, tutti di enorme successo per non parlare poi del mitico “Hollywood Party“. Poco prima dell’inizio della lavorazione del sesto film con Clouseau – dal titolo provvisorio “L’amore della Pantera Rosa” – il 24 luglio del 1980 Peter Sellers morì a causa di un infarto.    

Così come l’interpretazione di Sellers, immortale è anche la colonna sonora firmata dal maestro Henry Mancini fra le più famose del cinema.

Noi italiani, inoltre, dobbiamo ricordare il grande Giuseppe Rinaldi che dona la voce a Sellers con un accento francese maccheronico ancora oggi inarrivabile.   

“La profezia delle ranocchie” di Jacques-Rémy Girerd

(Francia, 2003)

Prima di dirigere il divertente e originale “Mià e il Migù” nel 2008, Jacques-Rémy Girerd realizza questo lungometraggio animato che, nella versione originale, ha nel cast attori come Michel Piccoli e Annie Girardot.

In una piccola località nella vasta campagna francese vivono Ferdinand – un ex marinaio – sua moglie Juliette – che discende da un’antica stirpe di maghe africane – e il piccolo Tom, il piccolo che i due hanno adottato.

Non lontano abitano i Lamotte, genitori di Lili, una bambina coetanea di Tom. I Lamotte possiedono anche un piccolo zoo e visto che partono alla ricerca di una coppia di coccodrilli, lasciano Lili ai loro vicini.

Poche ore dopo le ranocchie, dopo una riunione tenutasi nella palude, comprendono che a breve si scatenerà un nuovo diluvio universale e avvisano gli unici che posso credergli: Tom e Lili. Mentre Ferdinand e Juliette ascoltano stupiti la “profezia” che raccontano loro i due bambini, il cielo improvvisamente si annuvola e inizia a tuonare.

Ferdinand corre subito allo zoo per liberare gli animali, e tutti si rifugiano nel grande granaio che grazie a Tom è diventato una vera e propria arca. Ma la vita sull’originale natante affollato deve essere regolata da sani ed equi principi, che vengono rispettati fino a quando nell’immenso mare formato dalle acque piovane non viene ripescata una strana tartaruga…

Delizioso cartone animato all’insegna della tolleranza, del rispetto della natura e dell’amore per gli altri, che farà passare 86 minuti di sano divertimento ai bambini (di tutte le età). Nella nostra versione possiamo – fortunatamente – goderci l’indimenticabile Anna Marchesini che dona la voce alla tartaruga.

A questo film collabora anche Michaël Dudok de Wit (regista del bellissimo corto d’animazione premio Oscar “Father and Daughter” del 2000 e del lungometraggio “La tartaruga rossa” del 2016) occupandosi dell’animazione di uno dei due elefanti imbarcati sul granaio.