“My Fair Lady” di George Cukor

(USA, 1964)

Nel 1964 Hollywood confezionava quello che sarebbe diventato uno degli ultimi grandi capolavori del musical classico. George Cukor, maestro indiscusso nella direzione delle attrici e nell’arte di trasformare il teatro in cinema puro, firma con “My Fair Lady” un’opera che è insieme celebrazione e requiem di un’epoca che stava per tramontare definitivamente.

Tratto dall’omonimo musical di Broadway firmato da Alan Jay Lerner e Frederick Loewe – a sua volta basato sul “Pigmalione” di George Bernard Shaw – il film racconta la storia apparentemente semplice di Eliza Doolittle, fioraia londinese dall’accento cockney impresentabile, e del professor Henry Higgins, fonetista snob e misogino che scommette di trasformarla in una perfetta dama dell’alta società nel giro di pochi mesi. Ma dietro questa premessa fiabesca si nasconde una riflessione ben più complessa e problematica sui temi della classe sociale, dell’identità e del potere che la parola esercita nel definire chi siamo.

Audrey Hepburn, qui al culmine della sua parabola di star hollywoodiana, offre un’interpretazione che continua a dividere la critica a distanza di sessant’anni. La sua Eliza non è la ragazza plebea e volgare che Julie Andrews aveva portato trionfalmente sui palcoscenici di Broadway – e che Jack Warner, con decisione controversa e commerciale, preferì non scritturare per il film. La Hepburn regala invece un ritratto di straordinaria eleganza e controllo, dove la trasformazione appare quasi naturale, come se quella raffinatezza fosse sempre stata latente sotto lo strato superficiale dell’accento e dei modi popolari.

È giusto ricordare che la voce cantata di Eliza non è quella dell’attrice belga, bensì quella di Marni Nixon, prestata anche a Natalie Wood in “West Side Story” e a Deborah Kerr ne “Il re ed io”: una scelta che all’epoca suscitò polemiche feroci e che ancora oggi alimenta discussioni sulla legittimità artistica dell’operazione. Eppure, guardando il film con gli occhi della distanza storica, questa dissociazione tra corpo e voce aggiunge un ulteriore livello di significato al tema della trasformazione: Eliza non sta semplicemente imparando a parlare correttamente, sta letteralmente diventando un’altra persona, assumendo una voce che non le appartiene per nascita ma per costruzione sociale.

Rex Harrison, dal canto suo, domina la scena con una presenza magnetica e inquietante. Il suo professor Higgins è un concentrato di misoginia intellettuale, un uomo brillante ma emotivamente atrofizzato che vede in Eliza non una persona ma un esperimento scientifico. Harrison – che aveva già interpretato il ruolo a Broadway – recita più che cantare i suoi brani musicali – che nella nostra versione è stupendamente doppiato da Nando Gazzolo – trasformando quello che potrebbe essere un limite in una scelta stilistica perfettamente coerente con il personaggio: un uomo che rifiuta l’emozione, che cerca di ridurre tutto a sistema razionale, comprese le relazioni umane.

La vera genialità di Cukor emerge nel modo in cui gestisce la transizione dal palcoscenico allo schermo. Il regista comprende che il musical teatrale e quello cinematografico obbediscono a logiche diverse, e lavora con maestria per aprire gli spazi, per dare respiro visivo a una storia che potrebbe facilmente soffocare nell’artificiosità scenografica. Le scenografie sontuose di Cecil Beaton – che si aggiudicò meritatamente l’Oscar insieme ai costumi – ricreano una Londra dalla magnificenza quasi onirica, dove ogni dettaglio contribuisce a costruire quel mondo di apparenze e convenzioni sociali che il film tanto sottilmente critica.

La fotografia di Harry Stradling Sr., in Technicolor sfavillante, trasforma ogni inquadratura in un quadro di perfezione formale. Ma questa bellezza estetica non è mai fine a se stessa: serve a enfatizzare il contrasto tra l’eleganza esterna e la brutalità dei rapporti di potere che si nascondono dietro i modi garbati dell’alta società vittoriana.

Ciò che rende “My Fair Lady” un’opera ancora oggi rilevante è la sua ambiguità morale profonda. Shaw, Lerner e infine Cukor non cadono mai nella tentazione di trasformare la storia in una semplice favola a lieto fine. La trasformazione di Eliza ha un costo altissimo: la perdita della propria identità originaria, l’impossibilità di tornare al proprio mondo ma anche quella di essere pienamente accettata nel nuovo. È una donna sospesa tra due universi, appartenente a nessuno dei due, vittima di un esperimento sociale che l’ha resa più raffinata ma anche più sola e consapevole della propria condizione.

Il rapporto tra Eliza e Higgins rimane uno degli aspetti più disturbanti e affascinanti del film. Non c’è nulla di romantico in questa relazione: è un gioco di potere dove uno dei due detiene tutti gli strumenti e l’altra è costretta a reinventarsi completamente per sopravvivere. Il finale – che Shaw stesso modificò più volte, dibattuto tra realismo cinico e concessione al sentimentalismo – lascia lo spettatore con un senso di incompiutezza deliberata: cosa succederà dopo? Eliza tornerà davvero da Higgins o è solo un momento di debolezza prima dell’emancipazione definitiva?

Dal punto di vista della tecnica cinematografica, “My Fair Lady” rappresenta l’apogeo di quella tradizione hollywoodiana che privilegiava la perfezione formale, il controllo assoluto di ogni elemento della messa in scena. Non c’è nulla di spontaneo o improvvisato: ogni movimento di macchina, ogni posizione degli attori, ogni scelta cromatica è frutto di un calcolo millimetrico. Alcuni critici hanno visto in questo eccesso di controllo un limite, un segno di freddezza emotiva. Ma è proprio questa distanza estetica che permette al film di mantenere uno sguardo critico sul suo stesso soggetto, evitando di cadere nella trappola sentimentale.

Il film si aggiudicò otto premi Oscar, tra cui quello per il miglior film e per il miglior regista, ma l’assenza di Audrey Hepburn tra le nomination per la miglior attrice protagonista – mentre Julie Andrews vinse quell’anno per “Mary Poppins” – rimane una delle controversie più discusse nella storia dell’Academy. Una beffa che forse riflette l’ambivalenza con cui Hollywood stessa guardava a quest’opera: troppo teatrale per il cinema moderno che stava nascendo, troppo cinematografica per i puristi del musical di Broadway.

A sessant’anni dalla sua uscita, “My Fair Lady” continua a interrogarci sulla natura della trasformazione sociale, sul prezzo dell’assimilazione, sulla violenza sottile che si nasconde dietro i processi educativi. In un’epoca ossessionata dalle questioni di identità e appartenenza, il film di Cukor acquista una risonanza nuova, mostrandoci come il linguaggio sia sempre strumento di potere e come l’emancipazione attraverso l’educazione possa trasformarsi in una forma raffinata di oppressione.

Un capolavoro imperfetto, controverso, ma assolutamente necessario per comprendere non solo la storia del musical cinematografico, ma anche le contraddizioni di una società – quella vittoriana come quella contemporanea – che continua a promettere trasformazioni che hanno sempre un prezzo da pagare.

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“The Little Prince” di Stanley Donen

(USA/UK, 1974)

Questa suggestiva trasposizione cinematografica dell’omonimo e immortale romanzo di Antoine de Saint-Exupéry, nonostante il prestigioso cast dietro e davanti alla macchina da presa che presenta, purtroppo non è mai uscita nelle nostre sale, né è mai stata trasmessa dalle nostre televisioni tradizionali.

A dirigere e produrre il film è Stanley Donen (regista di pellicole come “Catando sotto la pioggia”, “Sette spose per sette fratelli” o “Due per la strada“) la sceneggiatura e i testi delle canzoni sono di Alan Jay Lerner (autore di script come “Un americano a Parigi” e “My Fair Lady“) e le musiche di Frederick Loewe (autore di quelle di film come “Gigi”, “Intrigo internazionale” e “My Fair Lady“).

Per quanto riguarda il cast artistico spiccano il grande Bob Fosse e l’indimenticabile Gene Wilder. Fosse (coreografo e regista quasi inarrivabile a Broadway – con ben otto Tony Award vinti per le sue coreografie e uno per la regia – e autore al cinema di film come “Cabaret”, “Lenny” e “All That Jazz“) impersona il Serpente. La coreografia “Snake in The Grass”, da lui creata e interpretata, ancora oggi fa scuola.

Gene Wilder invece interpreta la Volpe, e con il suo completo fulvo, senza altri particolari effetti, sembra proprio la volpe del libro.

Un vero piccolo gioiello – vista l’indiscutibile difficoltà di tradurre per il grande schermo un libro così particolare e al tempo stesso sublime – che però non parla l’italiano visto che l’unica versione al momento reperibile è quella in inglese.

Ma i capolavori, quelli veri, sia scritti che recitati spesso non hanno bisogno di alcuna traduzione.

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