“La camera chiusa” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio, 1974/2010)

Ottava indagine del commissario Martin Beck che, reduce dai gravi postumi dell’avventura vissuta in “L’uomo sul tetto“, torna alla sua scrivania. Per facilitare il suo reinserimento lavorativo gli viene affidata un’indagine all’apparenza molto semplice.

Deve chiudere l’inchiesta sulla morte, causata da un colpo di arma da fuoco, di un uomo chiuso nel suo appartamento. Il cadavere è stato ritrovato dopo circa due mesi dal decesso e così le rilevazioni della scientifica sono molto approssimative.

Gli agenti e i sanitari accorsi per primi sul posto hanno erroneamente considerato la morte come un suicidio, visto che nessuno ha trovato l’arma da cui è partito il colpo. Intanto Stoccolma è preda di numerose – e alcune volte sanguinarie – rapine in banca…

Come sanno tutti, l’apparenza spesso inganna, e così Beck dovrà usare tutte le sue risorse per risolvere un caso davvero intricato.

I maestri del giallo Maj Sjöwall e Per Wahlöö ci regalano un’altra dura fotografia della società svedese, divisa fra il passato e il presente, ma soprattutto fra i pochi ricchi fortunati e i molti poveri disperati.

Da leggere, come sempre.

“L’uomo sul tetto” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio 1971/2010)

Settima indagine di Martin Beck, e i suoi autori Maj Sjöwall e Per Wahlöö questa volta puntano l’obiettivo sulla Polizia stessa; sui limiti dei tutori della Legge svedesi, e sui suoi personaggi più oscuri.

Agli inizi degli anni Settanta molti alti gradi della Polizia svedese, come del resto quelli delle altre polizie europee – non esclusa quella italiana – avevano partecipato attivamente alla Seconda Guerra Mondiale.

Chi dalla parte dei vincitori e chi da quella dei perdenti. E così Sjöwall e Wahlöö ci raccontano di una piccola squadra di poliziotti al comando di un ufficiale con idee quanto mai reazionarie e violente.

A pagare le dure conseguenze di una mentalità troppo ristretta e intollerante, questa volta ci sarà anche Martin Beck in persona…

Bel giallo cupo e duro che parla di un mestiere difficile in cui bisogna combattere anche la tentazione di farsi “prendere la mano”.

“Darling” di John Schlesinger

(UK, 1965)

Qualcuno afferma che gli anni Sessanta sono stati l’ultimo momento in cui abbiamo davvero creduto che il mondo potesse cambiare. E forse aveva ragione. Nel 1965, mentre Londra si trasformava nella capitale di una rivoluzione culturale che sembrava destinata a spazzare via secoli di ipocrisie e convenzioni, John Schlesinger gira un film che è insieme celebrazione e autopsia di quella stagione irripetibile. “Darling” arriva nelle sale come un pugno nello stomaco, elegante e feroce, capace di sedurre e disturbare nella stessa inquadratura.

Il volto e le forme della protagonista sono quelle splendide di Julie Christie, e non è un caso se con questa pellicola verrà definitivamente consacrata come star internazionale. Perché Christie non interpreta semplicemente Diana Scott: la incarna, la vive, la respira. Diventa lei stessa simbolo di quell’epoca, di quella presunta liberazione che nasconde in realtà nuove forme di prigionia.

Diana Scott è una giovane e bellissima donna. La sua avvenenza le conferisce una libertà particolare, soprattutto nei confronti degli uomini. Ma in questa apparente libertà si nasconde la trappola più insidiosa. Perché Diana può scegliere, certo. Può passare da un uomo all’altro, può rifiutare o concedersi, può giocare con i sentimenti altrui e con i propri. Ma ogni scelta che compie, ogni decisione che prende, è sempre condizionata, limitata, determinata da quello che gli altri vedono quando la guardano: un bellissimo oggetto del desiderio.

Schlesinger costruisce il film come un percorso di progressiva disillusione. All’inizio Diana sembra davvero libera. Lascia il marito noioso, si innamora di un giornalista televisivo interpretato da un magnetico Dirk Bogarde, entra nel mondo dello spettacolo, diventa testimonial pubblicitaria, frequenta la gente che conta. È il sogno della ragazza di provincia che ce l’ha fatta. Ma pagina dopo pagina – perché Schlesinger adotta una struttura quasi da romanzo per immagini – scopriamo che quella libertà era solo un’illusione ottica.

Gli uomini che Diana incontra la desiderano, certo. Ma nessuno di loro la vede davvero. Per il marito era un trofeo da esibire. Per il giornalista è una consolazione dopo il fallimento matrimoniale. Per il produttore cinematografico che la introduce nel mondo dello spettacolo è merce di scambio. Per il principe italiano che sposerà è un ornamento esotico da aggiungere alla collezione di famiglia. Diana si muove in un mondo che sembra averle spalancato tutte le porte, ma ogni porta che attraversa la rinchiude un po’ di più in quella gabbia dorata che diventerà la sua prigione definitiva.

La fotografia di Kenneth Higgins cattura perfettamente questa ambivalenza. Londra è splendente e cupa allo stesso tempo. Le feste sono scintillanti ma vuote. I volti sono belli ma spenti. C’è qualcosa di profondamente malinconico in questa swinging London che Schlesinger ci mostra: dietro il glamour, dietro l’apparente modernità, sopravvivono intatte tutte le vecchie strutture di potere. Gli uomini continuano a decidere. Le donne possono scegliere solo tra le opzioni che il sistema patriarcale concede loro.

Diana Scott è quindi un simbolo estremamente efficace della condizione femminile negli anni Sessanta, quegli anni in cui tutto sembrava possibile, anche che le donne potessero finalmente avere gli stessi diritti degli uomini. La minigonna, la pillola anticoncezionale, il divorzio più facile: sembravano conquiste definitive. Ma Schlesinger, con lucidità spietata, ci mostra che la società non era evidentemente pronta. E forse – viene da chiedersi guardando il film oggi – lo è davvero adesso?

Il film funziona perché non giudica Diana. Non la condanna per le sue scelte, non la compatisce per le sue sconfitte. La osserva, semplicemente, con uno sguardo che è insieme partecipe e distaccato. Schlesinger sa che Diana è complice del sistema che la opprime – come potrebbe non esserlo, cresciuta com’è in quel mondo? – ma sa anche che questa complicità è forzata, inevitabile, quasi obbligata.

La sceneggiatura di Frederic Raphael, premiata con l’Oscar, ha quella brillantezza cinica tipica del miglior cinema inglese. I dialoghi sono taglienti, i personaggi parlano con quella particolare forma di ironia britannica che nasconde sempre più di quanto mostri. E sotto la superficie patinata emerge continuamente la critica feroce a un mondo fatto di apparenze, dove i valori morali sono solo una facciata rispettabile dietro cui si nascondono opportunismo, cinismo e profonda solitudine.

“Darling” è uno di quei film che hanno definito un’epoca ma che continuano a parlare al presente. Perché le domande che pone sono ancora tremendamente attuali. Quanto della presunta libertà femminile contemporanea è autentica? Quanto è solo una nuova forma di controllo, più sottile ma non meno efficace? Le donne possono davvero scegliere, o possono solo scegliere tra le opzioni che il sistema patriarcale concede loro?

“Darling” resta un film necessario, uno di quei film che sarebbe importante vedere e rivedere, soprattutto oggi che la storia sembra ripetersi in forme nuove ma con dinamiche inquietantemente simili. Perché Diana Scott, con il suo sorriso splendente e i suoi occhi sempre più vuoti, continua a guardarci dallo schermo e a chiederci: voi, siete davvero più liberi di me?

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“Diritto di cronaca” di Sidney Pollack

(USA, 1981)

Prodotto e diretto dal maestro Sidney Pollack, e scritto da Kurt Luedtke (che poi collaborerà con Pollack in “La mia Africa”) “Diritto di cronaca” affronta un tema ancora oggi molto caldo: i “limiti” morali del giornalismo.

Il titolo originale “Absence Of Malice” (che si potrebbe tradurre: “In buona fede”) è certamente più indicativo di quello in italiano, che forse colpisce di più il nostro immaginario.

La decisa e rampante giornalista d’assalto Megan Carter (una sempre brava Sally Field) asseconda un pò troppo ingenuamente il procuratore distrettuale di Miami che, non avendo l’ombra di una prova, vuole mettere sotto pressione Michale Gallager (un sempre grande Paul Newman), che gestisce una piccola ditta di stoccaggio al porto.

Le attenzioni del procuratore non sono dovute alla sua attività, ma a suo padre che in vita era notoriamente legato alla criminalità organizzata. Nulla però accomuna ufficialmente le attività di Michael a quelle del padre, ma la “macchina del fango” e delle illazioni, grazie proprio a Megan, parte inesorabile.

Le conseguenze sono devastanti, tanto che la ditta di Gallager cade in una grave crisi, per non parlare poi della sua vita personale. Ma l’uomo non è tipo di arrendersi, e con lo stesso carattere con cui è riuscito a mantenersi a una certa distanza dalle criminali attività del padre, prede in mano la situazione…

Splendida prova d’attore di Newman e della Field, che ci regala sempre grandi ritratti di donne, nel bene e nel male.

Da vedere e far vedere, soprattutto nelle redazioni e nelle scuole di giornalismo.

“L’altro capo del filo” di Andrea Camilleri

(Sellerio, 2016)

Mentre la sua Vigàta è meta quotidiana di sbarchi notturni di poveri e disperati migranti, che attraversano il mare in cerca di una speranza che troppo spesso si trasforma in un abisso senza fondo – che inghiotte soprattutto donne e bambini – o in centri d’accoglienza, il Commissario Montalbano è quasi testimone del brutale assassinio di Elena, un’avvenente sarta da qualche anno trasferitasi in città.

A mandarlo da Elena, pochi giorni prima del delitto, è stata Livia. I due sono invitati ad una cerimonia e Salvo aveva bisogno di un vestito nuovo.

Montalbano così si trova attore principale – come sempre – nell’indagine dell’omicidio della donna, che da viva era davvero molto affascinante, ma nascondeva un fitto mistero alle spalle…

Con il maestro Camilleri, il semplice incastro investigativo ha forse poca importanza, quello che conta e che rende unico il “poliziotto” di Vigàta, sono le atmosfere, i personaggi disegnati e gli occhi di Montalbano che sanno guardare il mondo come pochi altri…

Da leggere. Come sempre.

“Il processo di Frine” di Alessandro Blasetti

(Italia, 1952)

Tratto dall’omonimo racconto di Edoardo Scarfoglio e scritto per il cinema dalla grande Suso Cecchi D’Amico e dallo stesso Blasetti, “Il processo di Frine” è l’ottavo e ultimo episodio del film “Altri tempi – Zibaldone n.1” del 1952.

Voglio parlare di questo episodio, e non di tutto il resto del film perché, nonostante contenga quasi tutta la generazione di attrici e attori che negli anni successivi segneranno il nostro cinema e il nostro teatro, gli altri sette segmenti sono troppo legati ai gusti e alle esigenze di cassetta del momento storico in cui la pellicola uscì nelle nostre sale.

Non a caso Blasetti, grande uomo di cinema, lo mise per ultimo – …come dessert –  e chiamò a recitare il suo vecchio collega, anche lui salito alla ribalta come attore durante il periodo dei cosiddetti “telefoni bianchi”, il maestro Vittorio De Sica.

E in questi pochi minuti di storia del cinema – perché di grande cinema parliamo – ancora oggi possiamo godere dell’attore De Sica, e comprendere al meglio che grande maestro del cinema, dietro e davanti alla macchina da presa sia stato.

Il set è quello che poi prediligerà la grande commedia all’italiana: l’aula di un tribunale. Oltre alla corte canuta e al pubblico rumoroso c’è la popolana Mariantonia Desiderio (già il cognome è tutto un programma) tanto ingenua quanto prorompente, incarnata – …è proprio il caso di dirlo – da una bellissima e giovanissima Gina Lollobrigida.

Ma soprattutto c’è lui: l’avvocato difensore (d’ufficio), che spesso scorda anche il nome, ma che folgorato dalla bellezza della sua protetta enuncerà un’arringa difensiva memorabile, che scatenerà i fragorosi applausi sia del pubblico che della corte.

La recitazione di De Sica, che ironicamente prende in giro i tronfi – e repressi – burocrati che da dietro lo “scudo crociato” criticavano e censuravano i suoi capolavori immortali che tutto il mondo ancora studia, è fatta di sguardi e gesti allusivi così strepitosi da toccare quelli assoluti di Totò. Una recitazione ancora oggi così efficace da essere attualissima.

De Sica, maestro indiscusso del Neorealismo, davanti alla macchina da presa è fra i primi anticipatori della grande commedia. In quegli anni l’Italia era ancora devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, lacerata materialmente e moralmente, e il pericolo di una catastrofica guerra civile era sempre presente.

Ma difendendo la “bona” – in tutti i sensi – Mariantonia Desiderio, De Sica ci ricorda che nella vita, oltre che saper piangere, bisogna anche saper ridere. 

Strepitoso.

Per la chicca: con questo “Il processo di Frine” nasce ufficialmente il termine “maggiorata fisica” che segnerà i nostri canoni di bellezza per oltre un decennio, e De Sica ce lo scandisce urlandolo in maniera …im-mor-ta-le!

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“Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey” di Mike Newell

(USA/UK, 2018)

E’ vero che un libro può unire persone lontane e che neanche si conoscono?

La risposta è fin troppo ovvia, ma è sempre bene ricordarla. E così Mike Newell (ottimo artigiano inglese della macchina da presa che ha diretto film come “Quattro matrimoni e un funerale”, “Donnie Brasco””, “Falso tracciato” e “Mona Lisa Smile”) per aiutarci, realizza l’adattamento cinematografico del romanzo “Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey” scritto da Mary Ann Shaffer e Annie Barrows, e pubblicato per la prima volta nel 2008.

In una Londra ancora profondamente devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, che si è conclusa solo qualche mese prima, la giovane scrittrice e giornalista Juliet Ashton (Lily James) tenta di risollevare il molare e lo spirito dei suoi connazionali presentando il suo ultimo libro di piccola satira.

Le sue vere ambizioni letterarie però non sono chiare, e così il suo editore e caro amico Sidney Stark cerca in ogni modo di stimolarla. Le cose prendono una piega particolare quando Juliet riceve una strana lettera da parte di un certo Dowsey Adams dall’isola di Guernsey, nel canale della Manica.

Dowsey è in possesso di un vecchio libro di Chalres Lamb, che prima le apparteneva (il suo nome e il suo indirizzo sono ancora scritti a mano sulla prima pagina del volume) e visto che lui è membro del circolo letterario dell’isola “Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey” chiede il suo aiuto – visto che lei vive a Londra – per trovare altri libri di Lambs.

Juliet è così colpita dalla lettera che subito iniziata una fitta corrispondenza con lo sconosciuto, corrispondenza che la porterà a decidere di scrivere un articolo sul club per il “Time”. Per farlo, ovviamente, dovrà recarsi nella piccola isola che fino a pochi mesi prima era occupata dalle truppe naziste.

Il viaggio di Juliet sarà così profondo che le permetterà di scoprire una parte di se stessa che prima ignorava o non riusciva a vedere. Proprio come quando si legge un gran bel libro.

“Mad Max: Fury Road” di George Miller

(USA/Australia, 2015)

L’australiano George Miller torna dopo trent’anni esatti a dirigere la quarta pellicola della serie “Interceptor”. Il primo, “Interceptor”, risale al 1979 mentre il secondo “Interceptor – Il guerriero della strada” è del 1981, e il terzo “Mad Max: oltre la sfera del tuono” del 1985.

Se nei trent’anni di pausa Miller ha spaziato in vari generi cinematografici (ha diretto per esempio “Babe maialino coraggioso” o “Happy Feet” per il quale ha vinto anche l’Oscar come miglior film d’animazione) Miller certo non ha perso la mano, realizzando uno dei migliori action degli ultimi tempi.

In un torrido futuro post apocalittico sopravvive un solitario e spietato Max Rockatansky (un grande Tom Hardy che certo non fa rimpiangere il Mel Gibson delle prime tre pellicole) un ex poliziotto che vive divorato dal senso di colpa per non essere riuscito a salvare la sua famiglia durante la catastrofe.

Mentre con la sua V8 Interceptor vaga per l’infinito deserto che ricopre ormai quasi tutta la Terra, Max viene catturato dai Figli della Guerra, membri di una tribù che vive arroccata nella Cittadella – un villaggio fortificato costruito su alcune impenetrabili rocce – e il cui capo assoluto è l’anziano e spietato Immortan Joe.

Nonostante Immortan Joe sia padrone assoluto di una grande quantità di acqua sotterranea, che a suo indiscutibile giudizio lesina ai suoi sudditi – proprio per mantenerli tali -, la maggior parte delle nuove generazioni dei Figli della Guerra nasce con gravi malformazioni o terribili malattie.

Max, legato e imbavagliato, viene relegato a ruolo di sacca di sangue: da lui, infatti, alcuni Figli della Guerra possono prendere il sangue necessario a sopravvivere o quanto meno ad avere la forza per affrontare le sanguinose battaglie che pretende Immortan Joe.

Quando la blindocisterna guidata da Furiosa (una tenebrosa e bellissima Charlize Theron con i capelli rasati a zero e senza una mano) diretta a Gas Town per fare il solito rifornimento, devia improvvisamente abbandonando la Fury Road, Immortan Joe scopre che la donna intende fuggire dalla Cittadella assieme alle Cinque Mogli, cinque giovani ragazze che il despota teneva relegate nei suoi appartamenti con l’unico scopo di ottenere un erede maschio finalmente “sano”.

Tutti i guerrieri più forti e feroci accompagnano Immortal Joe all’inseguimento delle fuggitive, e il giovane Figlio della Guerra Nux (Nicholas Hoult), sperando di mettersi in luce, si aggrega alla spedizione portandosi la sua sacca di sangue…

Tostissimo ed esaltante film d’azione, con sequenze davvero mozzafiato, con spunti ironici e geniali che solo Miller sa inventare. Non solo per amanti del genere.

“The Meddler” di Lorene Scafaria

(USA, 2015)

Marnie Minervini (una bella, brava e sempre affascinante Susan Sarandon) e da poco rimasta vedova. Suo marito Joy ha provveduto a lei prima di andarsene, e così la donna si è potuta trasferire a Los Angeles in una bell’appartamento, senza alcun problema economico.

Joy le ha lasciato anche una figlia, Lori (Rose Byrne già protagonista dello splendido “La Dea del ’67“) che di lavoro fa la sceneggiatrice. Il rapporto fra le due però non è sereno: l’aiuto che Marnie vuole dare alla figlia, lei lo vive come una continua ingerenza.

Marnie cerca serenamente di diventare utile a qualcuno e di godersi il resto della sua vita, ma per farlo dovrà affrontare a viso aperto il profondo lutto che le ha lasciato la morte del marito…

Delicata pellicola femminile che ci racconta con leggerezza di una donna, abituata da sempre a dividere la vita con un uomo, nel momento precario e vulnerabile in cui deve imparare a essere sola.

Come sempre, una Susan Sarandon stellare.

“50 primavere” di Blandine Lenoir

(Francia, 2017)

Scritto – tratto da una sua opera – e diretto dalla commediografa, attrice e regista francese Blandine Lenoir, “50 primavere” ci parla di quello che una volta era chiamato, in maniera cruda e volgare, “il cazzotto”: ovvero l’arrivo della menopausa.

La società – e nello specifico parliamo di quella francese, che di certo è più emancipata e meno maschilista di quella italiana… – cerca in ogni modo di ostentare un’imparzialità nel trattamento fra i due sessi, che però ha molti limiti nella vita reale.

Così seguiamo la vita quotidiana di Aurore (una splendida, in tutti i sensi, Agnès Jaoui, già regista de “Il gusto degli altri”) che alle soglie dei cinquant’anni deve affrontare numerose novità.

La prima è l’arrivo implacabile della menopausa con tutti i disagi fisici e morali che essa comporta. Contemporaneamente sua figlia maggiore le comunica di essere incita e quindi a breve Aurore diventerà nonna.

Per “migliorare” il suo umore poi, il proprietario del locale in cui lei da anni fa la cameriera ha venduto tutto a un giovane rampante che, vista la sua “età”, le relega dietro il bancone, facendo girare fra i tavoli le sue colleghe più giovani e – secondo lui – più piacevoli da guardare…

Ma Aurore è una donna, e le donne hanno risorse che noi uomini troppo spesso non riusciamo neanche a immaginare.

Deliziosa commedia al femminile sul tempo che passa e che, oltre alle cose, cambia anche il nostro aspetto interiore ed esteriore. Un inno alla vita, quella di tutti i giorni fatta di mille piccoli dolori e di pochi, ma buoni, grandi piaceri; che forse solo con l’età riusciamo davvero ad apprezzare.