“La ballerina del Gai-Moulin” di Georges Simenon

(Adelphi, 2012)

Nel 1931, quando Georges Simenon iniziava appena a delineare i contorni del personaggio che lo avrebbe reso immortale, nasce “La ballerina del Gai-Moulin”, uno dei primi romanzi – per la precisione il terzo – della serie dedicata al commissario Maigret. Un’opera che rappresenta non ancora il Simenon maturo delle grandi inchieste psicologiche, ma che contiene già tutti gli elementi che renderanno lo scrittore belga uno dei maestri assoluti del romanzo poliziesco.

La storia ci trasporta nella Liegi notturna, dove due giovani – Jean Chabot e René Delfosse – si trovano coinvolti in quello che inizia come un banale tentativo di furto e si trasforma rapidamente in un incubo. Il Gai-Moulin, locale malfamato frequentato da artisti, marinai e piccoli criminali, diventa il teatro di un omicidio che sconvolge la tranquilla città belga. È qui che fa la sua comparsa Maigret, ancora lontano dall’essere il commissario riflessivo e filosofico che conosceremo nei romanzi più maturi, ma già portatore di quel metodo investigativo basato più sulla comprensione dell’animo umano che sulla deduzione razionale.

Ciò che colpisce maggiormente in questa opera è l’atmosfera opprimente che Simenon riesce a creare fin dalle prime pagine. La Liegi descritta dallo scrittore non è una città da cartolina, ma un organismo vivo e minaccioso, dove la nebbia del fiume Mosa si mescola al fumo dei locali notturni e agli odori sospetti dei vicoli malfamati. È una città di confine, dove la rispettabilità borghese convive a pochi passi dal degrado e dalla criminalità, e dove il passaggio dall’una all’altra sfera richiede solo pochi passi nella notte.

I due protagonisti giovanili – Chabot e Delfosse – sono tra le creazioni più riuscite di Simenon in questa fase. Non sono né eroi né veri criminali, ma semplicemente due ragazzi annoiati dalla vita di provincia, affascinati dal brivido del proibito, incapaci di comprendere che ogni azione porta con sé conseguenze che possono sfuggire al controllo.

Il vero protagonista del romanzo, tuttavia, rimane Maigret, anche se la sua presenza non è ancora così totalizzante come diverrà nelle opere successive. Qui il commissario è ancora un personaggio in formazione, meno pacato e riflessivo, più incline all’azione diretta. Eppure già emergono quei tratti distintivi che lo renderanno unico nel panorama del poliziesco: l’empatia verso i colpevoli, la capacità di comprendere le motivazioni profonde dei crimini, il rifiuto di ridurre le indagini a un puro esercizio logico.

La scrittura di Simenon è, come sempre, asciutta ed essenziale. Lo scrittore belga non concede nulla alla ridondanza letteraria, non si abbandona a descrizioni superflue o a riflessioni filosofiche esplicite. Ogni frase serve la narrazione, ogni dettaglio contribuisce a costruire quell’atmosfera di crescente angoscia che pervade il romanzo. È una prosa funzionale che nasconde però una straordinaria capacità di osservazione psicologica e sociale.

Il Gai-Moulin é un microcosmo che rappresenta tutti quei luoghi di confine dove si incontrano le classi sociali, dove la maschera della rispettabilità cade, dove emergono i desideri repressi e le pulsioni nascoste della piccola borghesia, non solo belga. La ballerina del titolo, figura quasi fantasmatica che attraversa la narrazione, diventa simbolo di un mondo notturno che affascina e spaventa allo stesso tempo.

Chabot e Delfosse rappresentano quella generazione cresciuta all’ombra della Grande Guerra, sospesa tra il desiderio di emancipazione e l’incapacità di trovare un proprio posto nel mondo. La loro vicenda diventa metafora di un’intera generazione che ha perso i punti di riferimento tradizionali senza trovarne di nuovi.

A distanza di oltre novant’anni dalla sua pubblicazione, “La ballerina del Gai-Moulin” mantiene intatta la sua capacità di affascinare e inquietare. È un romanzo che si legge d’un fiato, trascinati dalla prosa incalzante di Simenon, ma che continua a lavorare nella mente del lettore anche dopo l’ultima pagina, interrogandoci sui confini sfumati tra colpa e innocenza, tra caso e responsabilità individuale.

Un’opera che conferma ancora una volta come Simenon sia stato molto più di un semplice autore di gialli: è stato un acuto osservatore della condizione umana, capace di trasformare il romanzo poliziesco in strumento di indagine psicologica e sociale. Un maestro che ha saputo elevare il genere a dignità letteraria, dimostrando che intrattenimento e profondità non sono necessariamente incompatibili. Così come faranno, qualche decennio dopo, Maj Sjöwall e Per Wahlöö con il loro commissario Martin Beck, fondando di fatto il giallo scandinavo, personaggio poi che ispirerà, fra gli altri, anche il Montalbano del maestro Andrea Camilleri.

Un classico da riscoprire, per chi voglia confrontarsi con le radici del Maigret maturo e per chiunque apprezzi il romanzo poliziesco quando sa essere anche riflessione sull’animo umano e sui meccanismi oscuri che governano le nostre azioni.

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“Il cuoco dell’Alcyon” di Andrea Camilleri

(Sellerio, 2019)

Ecco, ci siamo. Questo è il primo romanzo del Commissario Montalbano che finisco senza il suo creatore, il Maestro Andrea Camillieri, scomparso poche settimane fa.

La sensazione è strana, tutto – o forse è più giusto dire quasi tutto… – il nostro Paese si è stretto nel cordoglio per la perdita di uno dei più letti autori italiani degli ultimi vent’anni, oltre che un grande intellettuale.

Camilleri ha pubblicato oltre 100 libri, e pensare che il suo primo romanzo fu rifiutato da molte delle nostre più rilevanti case editrici (come raccontò lui stesso in un’intervista al “Resto del Carlino” nel 1999) le stesse che oggi lo osannano. E se non fosse stata per l’autopubblicazione e la televisione Montalbano non sarebbe mai stato pubblicato. Ma questo è un altro discorso…

Torniamo a quest’ultima opera – al momento pubblicata – del grande scrittore siciliano. Nasce dallo sviluppo, come ci confida l’autore nelle noti finali, della sceneggiatura di un film che sarebbe dovuto essere coprodotto fra Italia e Stati Uniti.

E così troviamo il sessantenne Salvo Montalbano alle prese con la vecchiaia e con la vaga idea di andare in pensione. Ma quando le cose sembrano davvero portarlo al “riposo”, al commissario di Vigatà gli cominciano davvero a girare i cabasisi…

Crepuscolare, ma alquanto movimentata, deliziosa avventura di Montalbano che di fatto ci congeda dal suo autore che se ne è andato ultranovantenne, ma certamente molto più giovane di tanti suoi connazionali iscritti all’anagrafe decenni dopo di lui.

Come sempre, quando se ne vanno le grandi personalità della cultura, siamo tutti più poveri. Ma almeno ci sono rimasti i suoi libri (nonostante la lungimiranza di alcune brillanti e capaci menti della nostra più importante editoria).

“L’altro capo del filo” di Andrea Camilleri

(Sellerio, 2016)

Mentre la sua Vigàta è meta quotidiana di sbarchi notturni di poveri e disperati migranti, che attraversano il mare in cerca di una speranza che troppo spesso si trasforma in un abisso senza fondo – che inghiotte soprattutto donne e bambini – o in centri d’accoglienza, il Commissario Montalbano è quasi testimone del brutale assassinio di Elena, un’avvenente sarta da qualche anno trasferitasi in città.

A mandarlo da Elena, pochi giorni prima del delitto, è stata Livia. I due sono invitati ad una cerimonia e Salvo aveva bisogno di un vestito nuovo.

Montalbano così si trova attore principale – come sempre – nell’indagine dell’omicidio della donna, che da viva era davvero molto affascinante, ma nascondeva un fitto mistero alle spalle…

Con il maestro Camilleri, il semplice incastro investigativo ha forse poca importanza, quello che conta e che rende unico il “poliziotto” di Vigàta, sono le atmosfere, i personaggi disegnati e gli occhi di Montalbano che sanno guardare il mondo come pochi altri…

Da leggere. Come sempre.