Cosa c’è di più brutto di smettere improvvisamente di essere figlio unico e dover dividere l’affetto dei propri genitori con una sorellina piccola piccola che non fa altro che attirare tutte le attenzioni?
Il regista di animazione giapponese Mamoru Hosoda (autore già di bellissime pellicole come “Wolf Children” o “La ragazza che salva nel tempo”) ce lo racconta realizzando un film delizioso, delicato e sentimentale.
Il piccolo Kun vive con i suoi genitori in una bella casa dove lui è il re incontrastato, fra giocattoli, dolcetti e coccole. Ma tutto cambia quando un giorno la mamma e il papà tornano a casa con un piccolo fagotto: dentro c’è la sua sorellina appena nata che verrà chiamata Mirai, che significa “futuro”.
Ma l’impatto con Kun è esplosivo tanto che il piccolo, dopo poche ore, la colpisce con un suo trenino giocattolo. Per costruire il rapporto con la nuova arrivata Kun sarà costretto a viaggiare nel tempo – tema caro a Hosoda – per comprendere davvero cosa significhi e cosa comporti avere una famiglia.
Non possiamo avere un futuro se non conosciamo il nostro passato.
Scritta da Cary Fukunaga e Patrick Somerville, e prodotta da Netflix, questa serie fantasy/grottesca tocca uno dei temi più spinosi della soceità umana: la famiglia.
Owen (un bravo Jonah Hill) è il figlio “stolto” e nevrotico della facoltosa famiglia Milgrim, il cui patriarca Porter (Gariel Byrne) poco accetta e sopporta. Ma Owen improvvisamente diventa fondamentale: la sua testimonianza può scagionare da una grave accusa – vera – di molestie sessuali suo fratello maggiore.
Se l’accusa venisse provata metterebbe in discussione l’intero impero dei Milgrim, e così Porter è disposto a far mentire suo figlio Owen in tribunale. Il giovane, sconvolto e turbato, decide di rifuggiarsi presso una grande casa farmaceutica che per qualche giorno sperimenterà su di lui un nuovo metodo per annullare il dolore morale ed emotivo delle persone.
Annie (una davvero brava Emma Stone) è una giovane donna tossicodipendente che è stata abbandonata, insieme alla sorella, dalla loro madre in tenera età.
Il suo martirio e la sua ossessione – e la sua droga – è assumere un nuovo farmaco sperimentale che le permette di rivevere il dramma del successivo distacco dalla sorella. Quando la sua scorta di pillole si esaurisce, Annie decide anche lei di fare da cavia per la sperimentazione del nuovo metodo contro il dolore morale ed emotivo. Ma…
Dieci puntate completamente fuori le righe, ma realizzate con grande maestrie e irrivenerenza. Con macroscopici riferimenti allo stile cinematografico e televisivo degli anni Ottanta, “Maniac” diverte fino all’ultima puntata.
Grande parte secondaria per una straordinaria Sally Field che mostra sempre la sua grande arte e il suo intramontabile fascino.
Leonard Alfred Schneider è stato un eroe decorato della Seconda Guerra Mondiale.
Nato nel 1925 a Mineola, località dell’area urbana di New York, cresce in una famiglia di religione e tradizione ebraica, passando l’infanzia soprattutto in strada, fra non poche difficoltà economiche.
Poco più che adolescente, come molti altri della sua generazione, viene travolto dal conflitto planetario dal quale, nel 1945, torna a casa con una medaglia.
Fra mille piccoli lavori, Leonard una sera accompagna sua madre a un’esibizione di ballo e visto che il presentatore non può introdurre il numero, sul palco ci sale lui, prendendo il nome d’arte di Lenny Bruce.
Inizia così la carriera di uno dei più importanti e rivoluzionari comici (e in questo caso il termine è davvero riduttivo) del Novecento che influenzerà la cultura mondiale nei decenni successivi.
Ma allo stesso tempo Bruce – che si ispirò a Mort Sahl, il fondatore del nuovo genere di comicità satirica, sia politica che sociale, che realizzava monologhi strepitosi con solo un giornale fra le mani come oggetto di scena – è anche il primo comico vittima di una censura bigotta e reazionaria che, oltre a renderlo protagonista suo malgrado di numerosi e assurdi processi “contro la morale”, arrivò a minacciare i proprietari di night se solo gli proponevano una serata.
Questa autobiografia, apparsa per la prima volta a puntate su Playboy dal 1964 al 1965 – unica testata allora che ebbe il coraggio di pubblicarla, alla faccia dell’editoria tradizionale… – ci racconta la vita e la nascita di numerosi pezzi geniali di Bruce, ma anche delle numerose denunce e degli altrettanti processi e arresti da lui subiti.
Se oggi le accuse allora mosse sono pateticamente imbarazzanti, la comicità geniale e diretta di Bruce fa ancora scuola, tanto da ispirare ancora numerosi comici di tutto il mondo. Solo per citare una delle sue innumerevoli battute immortali: “Noto una certa tendenza a lasciare la Chiesa per tornare da Dio”.
Il 3 agosto del 1966 Lenny Bruce viene trovato morto, nella sua casa di Los Angeles, a causa di un’overdose di barbiturici.
Senza mostrare il minimo rispetto per il morto, la Polizia di Los Angeles lascia che i fotografi ritraggano il cadavere dell’artista così come è stato rinvenuto: nudo e steso nel salotto.
Per la chicca: nel 1974 il grande Bob Fosse gira “Lenny” dedicato a Bruce con Dustin Hoffman nei panni del comico.
Walter Matthau e Glenda Jackson tornano insieme per recitare in questa commedia, molto divertente, tinta di spionaggio in piena Guerra Fredda.
Il capace e smaliziato agente operativo della CIA Max Kendings (un sornione, e “paravento” come sempre, Walther Matthau) chiude ottimamente un’operazione di controspionaggio a Monaco di Baviera durata due anni.
Tornato a Washington però il suo nuovo capo Myerson (un antipaticissimo Ned Beatty) lo silura sbattendolo in Archivio fino alla pensione. Secondo lui, infatti, Max avrebbe dovuto arrestare anche Yaskov (Herbert Lom, già l’ispettore capo vittima di Closeau) capo del controspionaggio sovietico in Europa Occidentale.
Kendings tenta di spiegare a Myerson che è stato meglio lasciarlo al suo posto visto che lo conosce da vent’anni, arrestarlo sarebbe significato avere un nuovo e totalmente sconosciuto nemico. Ma Myerson, in maniera assai maleducata e arrogante, non lo fa neanche finire: il suo tempo è finito, gli urla in faccia, Kendings è ormai troppo vecchio e arrugginito e non c’è più spazio per vecchi “dinosauri” come lui nella nuova CIA!
Max Kendings, indignato, fa sparire il suo dossier e decide di prendersi una lunga vacanza in Europa andando a visitare la sua ex fiamma Isobel (Glenda Jackson).
Lì, visto che Myerson lo fa seguire convinto che voglia tradire e unirsi ai sovietici, Kendings decide di scrivere le sue memorie nella quali racconta le numerose azioni fallimentari e imbarazzanti eseguite o ideate dallo stesso Myerson, e spedisce i primi capitoli a tutti i servizi segreti planetari. L’Agenzia così inizia ufficialmente a dargli la caccia, ma…
Tratto dal romanzo “Spionaggio d’autore” di Brian Garfield (edito in Italia nel 1978) “2 sotto il divano” ci racconta soprattutto la fallimentare arroganza di una certa generazione nei confronti di quella passata.
Godibilissima commedia con battute memorabili (come: “…al campionato mondiale degli imbecilli arriveresti secondo …perché sei un imbecille”) che ci fa pensare ad un altro e molto più recente film, campione d’incassi e forse più action, ma sempre molto ironico come “Red” con Bruce Willis e John Malkovich.
Per la chicca: il titolo originale è “Hopscotch” che in italiano sarebbe il gioco della campana, riferito al giro di nazioni e città che fa lo stesso Kendigs in poche ore, costringendo i suoi inseguitori a copiare le sue mosse.
Nella nostra versione a donare la voce a Matthau c’è, come sempre, il grandissimo e indimenticabile Renato Turi.
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Questo lungometraggio animato è considerato, giustamente, il vero e proprio cult che consacra definitivamente il genere fantasy fra i grandi del cinema.
A produrlo è il Canada che in quegli anni, anche attraverso la sua televisione innovativa e molto giovane, è una vera e propria fucina di nuovi talenti che poi diverranno famosi anche a Hollywood.
Fra i produttori c’è Ivan Reitman, che poi dirigerà blockbuster planetari come i primi due “Ghostbusters”, “Dave – Presidente per un giorno” e “I gemelli”.
Poi ci sono le voci di attori come John Candy e Eugene Levy che stavano diventando volti noti in numerose commedie di successo.
Ma “Heavy Metal” non deve essere ricordato solo per questo, la sua innovazione concettuale e stilistica è davvero un’apripista per il filone fantasy e per il cinema in generale.
Sulla scia del film “Fritz il gatto”, primo cartone animato di successo con una visione per soli adulti, e ispirandosi a una famosa serie di fumetti americana, Gerald Potterton realizza un film pieno zeppo di “Sesso, droga e Rock’n’Roll”, citando la locandina del film.
Nei sette episodi che lo compongono, il cui fil rouge è la malvagità del Loc-Nar una pietra vivente verde e luminosa che sembra proprio essere l’essenza pura del male, assistiamo alle atrocità che questa ha fatto commettere ad esseri viventi di ogni specie, in ogni luogo e in ogni tempo…
Ancora oggi molto spesso citato e scopiazzato – fra tutti la splendida serie d’animazione “LOVE DEATH + ROBOTS” di David Fincher e Tim Miller – “Heavy Metal” è un film da vedere.
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L’irlandese Tomm Moore è considerato, non a torto, uno dei maestri dell’animazione mondiale. Nato a Newry nel 1977, Moore ha saputo costruire nel corso degli anni una poetica visiva del tutto personale, capace di attingere a piene mani dalla tradizione celtica e dalla cultura folklorica irlandese senza mai scivolare nella semplice illustrazione pittoresca. Il suo nome è legato a una trilogia ideale dedicata all’Irlanda e alle sue leggende: dopo “The Secret of Kells” è arrivata “La canzone del mare” (2014), anch’essa candidata all’Oscar come miglior film d’animazione, e poi “Wolfwalkers – Il popolo dei lupi” (2020), che ha completato questo percorso straordinario. Tre film, tre candidature alla statuetta più ambita, tre capolavori capaci di tenere testa alle produzioni dei grandi studi americani e giapponesi con budget enormemente inferiori e con un’autenticità narrativa davvero rara.
“The Secret of Kells” nasce come coproduzione tra Irlanda, Francia e Belgio, e deve parte della sua origine proprio al Cartoon Saloon, lo studio di animazione fondato dallo stesso Moore a Kilkenny, città che si trova a pochi chilometri dall’abbazia da cui il film prende il nome. Un dato geografico che non è affatto casuale: il Libro di Kells, il manoscritto miniato del IX secolo considerato uno dei capolavori assoluti dell’arte medievale europea, è ancora oggi conservato al Trinity College di Dublino ed è ammirato ogni anno da centinaia di migliaia di turisti. Moore sceglie questo straordinario oggetto storico come fulcro della sua storia, trasformandolo in un simbolo potentissimo della resistenza della bellezza contro la violenza e l’oscurità.
La storia ci porta nell’Irlanda del IX secolo, in un’epoca in cui le razzie vichinghe seminano terrore lungo le coste e nell’entroterra. L’abate Cellach governa la comunità dell’abbazia di Kells con pugno fermo e mente pragmatica: sa che i barbari del Nord non si fermeranno, e così concentra ogni energia e ogni risorsa disponibile nel completamento delle mura difensive che dovrebbero proteggere il suo popolo. Per lui, l’abbazia è prima di tutto una fortezza, e la salvezza della comunità dipende dalla rapidità con cui queste mura verranno ultimate.
Suo nipote dodicenne Brendan ha però altri occhi e un’altra anima. Cresciuto all’interno dell’abbazia, curioso e intraprendente, Brendan sogna mondi che vanno ben oltre le mura che lo circondano. Quando nell’abbazia arriva il vecchio fratello Aidan, sopravvissuto alle distruzioni e portatore del grande Libro di Kells ancora incompleto, per Brendan si apre un universo nuovo. Aidan è l’ultimo custode di un sapere antico e prezioso, e riconosce subito nel ragazzo il talento e la sensibilità necessari per portare a termine l’opera. Così Brendan lascia gli studi pratici di carpentiere per diventare miniatore, apprendendo i segreti dell’arte dell’illustrazione sacra.
Ma Cellach non può permettersi distrazioni, e la tensione tra lo zio-abate e il nipote diventa il cuore emotivo del film: da un lato la necessità pratica della sopravvivenza immediata, dall’altro il valore assoluto e duraturo della cultura e della bellezza. Moore non sceglie, non condanna nessuno dei due: Cellach non è cattivo né spietato, è un uomo che ama il suo popolo e cerca di proteggerlo con i mezzi che conosce. Brendan non è un ribelle, è un bambino che segue la sua vocazione. È questo equilibrio morale, unito alla bellezza visiva del film, a rendere “The Secret of Kells” un’opera che si rivolge agli adulti non meno che ai bambini.
Lo stile visivo del film è qualcosa di assolutamente unico nel panorama dell’animazione contemporanea. Moore e i suoi collaboratori si sono ispirati direttamente all’estetica dei manoscritti medievali celtici: linee sinuose e geometriche, motivi ornamentali che richiamano le spirali e i nodi tipici dell’arte insulare, fondali quasi piatti che ricordano la bidimensionalità della miniatura medievale. Le sequenze ambientate nella foresta — dove Brendan incontra la volpe fatata Aisling, spirito del bosco che diventa la sua guida e amica — sono tra le cose più belle che si possano vedere nel cinema d’animazione degli ultimi vent’anni. Colori accesi e al tempo stesso armoniosi, movimenti fluidi, una fotografia che sembra davvero uscita dalle pagine di un antico codice.
La foresta e i suoi segreti, il passato celtico che sopravvive ai bordi del mondo cristiano, la minaccia oscura dei vichinghi resa con immagini di rara intensità simbolica: Moore costruisce un film che è insieme storia d’avventura, racconto di formazione e riflessione profonda sul senso dell’arte e della memoria culturale. Il Libro di Kells non è solo un oggetto bello: è la testimonianza che anche nelle epoche più buie e violente l’umanità ha trovato la forza di creare qualcosa di eterno.
“The Secret of Kells” è una pellicola imperdibile, un gioiello dell’animazione europea che meriterebbe una distribuzione italiana all’altezza della sua importanza. Purtroppo, al momento, non è disponibile una versione doppiata nella nostra lingua, il che ne limita la fruizione al grande pubblico. Un’occasione mancata, speriamo solo provvisoria, per un film che ogni amante del cinema d’animazione — e non solo — dovrebbe poter vedere.
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La riforma della Sanità, da pubblica a privata, negli Stati Uniti fu introdotta dal Presidente Nixon alla fine degli anni Sessanta, ma i suoi i veri effetti il popolo americano li percepì definitivamente a partire dalla metà del decennio successivo.
Il fatto di avere una Sanità a pagamento, attraverso le assicurazioni (e quindi, volenti o nolenti, dividere i pazienti in quelli che se la possono permettere e in quelli che non se la posso permettere) è un problema che ha investito recentemente anche la presidenza Obama.
Nel 1978, anno in cui uscì questa deliziosa commedia, per noi italiani era – fortunatamente – impensabile concepire una Sanità totalmente a pagamento e basata sulle assicurazioni, e così il motore trainante del film apparve forse troppo remoto, e in molti si concentrarono esclusivamente su i suoi due grandi protagonisti e i loro dialoghi, piuttosto che su tutto l’insieme.
Oggi però che anche la nostra situazione sta cambiando, e il nostro Sistema Sanitario si “appoggia” sempre più spesso a quello privato, il film riacquista nuovi spunti.
L’ottimo chirurgo Charley Nichols (un sempre grande Walter Matthau) rientra dopo tre mesi di congedo personale al Kensington General Hospital di Los Angeles. Ha passato gli ultimi novanta giorni solo alle Hawaii per riprendersi dalla morte della moglie. Grazie alla sua redditizia professione Nichols può permettersi ogni lusso per consolarsi.
La volitiva pasticcera e divorziata Ann Atkinson (Glenda Jackson) ha molti problemi per sbarcare il lunario. Sei mesi l’anno poi deve mantenere anche suo figlio adolescente Michael (interpretato da Charles Matthau, vero figlio di Walter) visto che il suo ex marito non le passa neanche un centesimo di alimenti.
Quando il destino porta i due a incontrarsi la situazione diventa esplosiva…
Ottima commedia con un cast davvero di alto livello dove, a parte i due protagonisti, meritano di essere ricordati Art Carney (che con lo stesso Matthau negli anni Sessanta portò al successo la commedia allora off-Broadway “La strana coppia” di Neil Simon, poi divenuta un noto film) e Richard Benjamin, attore e regista di numerose commedie di successo.
Per la chicca: da questo film è stata tratta una serie televisiva che ha riscosso un discreto successo di pubblico fra la fine degli anni Settanta e primi degli Ottanta.
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Edgar G. Ulmer è stato uno dei più importanti e laboriosi scenografi che abbia avuto il cinema mondiale dai suoi albori fino alla fine degli anni Sessanta. Nato a Olomouc, attuale Repubblica Ceca, Ulmer inizia giovanissimo a collaborare alle scenografie di spettacoli teatrali e film che si realizzano nel centro Europa, legati a filo doppio con l’espressionismo tedesco che in quel momento illumina la cultura mondiale.
A metà degli anni Venti sbarca a Hollywood e collabora con Friedrich Wilhelm Murnau. Dopo una parentesi in Germania, torna a Hollywood dove inizia a dirigere quelli che poco dopo saranno chiamati B-movie, ma che segneranno profondamente la cultura popolare americana come “The Black Cat” del 1933, con Boris Karloff e Bela Lugosi.
Così, con un’enorme esperienza e un occhio da vero artista, Ulmer nel 1945 gira “Detour”, tratto dal romanzo di Martin Goldsmith, che ne scrive anche la sceneggiatura.
“Detour” è uno dei film più significativi del grande cinema noir americano anni Quaranta (tanto da essere inserito nella lista delle pellicole conservate nella Biblioteca del Senato degli Stati Uniti), nonostante sia stato girato in soli 6 giorni, a bassissimo costo, e con un cast artistico totalmente sconosciuto.
Con cupe atmosfere kafkiane e una narrazione circolare, “Detour” ci racconta gli eventi incredibili e tragicamente assurdi di Al Roberts (Tom Neal), giovane pianista di night club newyorkesi che vuole semplicemente raggiungere e sposare la sua fidanzata Sue, la quale si è trasferita a Los Angeles qualche settimana prima per cercare fortuna come cantante.
Ma nelle tasche di Al ci sono solo pochi spicci, e così l’uomo è costretto a fare l’autostop per raggiungere la West Coast. E proprio un passaggio offertogli dall’allibratore Charles Haskell Jr. cambierà per sempre la sua esistenza. Sulla sua strada poi arriverà Vera (Ann Savage), una Dark Lady da antologia.
Davvero un piccolo gioiello in bianco e nero che ci trascina sospesi e increduli fino alla fine, fotogramma dopo fotogramma.
Fra gli estimatori dell’arte cinematografica di Ulmer ci sono, solo per dirne alcuni, cineasti come François Truffaut e Martin Scorsese.
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Come molte altre opere realizzate dallo Studio Ghibli, questa nasce da una delle letture giovanili del maestro Hayao Miyazaki, e si ispira al romanzo per ragazzi “The Borrowers”, scritto dall’inglese Mary Norton nel 1952.
La giovane prendinprestito Arrietty compie quattordici anni e finalmente potrà andare “a caccia” di oggetti utili con suo padre Pod. Perché i prendinprestito sono una particolare specie di gnomi – alti pochi centimetri – che vivono nei pressi delle case degli esseri umani dai quali rubano piccoli oggetti “dimenticati”, che poi usano e riadattano in relazione alle loro “piccole” esigenze.
Arrietty è nata e cresciuta sola con il padre e la madre, che le raccontato spesso come una volta la villa di campagna che abitano ospitasse altre famiglie di prendinprestito che ora però, probabilmente a causa della curiosità e della crudeltà degli esseri umani, sono sparite.
Ma nella grande casa sotto la quale abita Arrietty con la sua famiglia, arriva il giovane Shò, un essere umano coetaneo della prendimprestito, che passa lì le settimane prima un importante intervento chirurgico al cuore.
Nonostante le differenze insormontabili, fra i due nascerà un sentimento che entrambi si porteranno dietro per il resto della loro esistenza.
Diretto da Hiromasa Yonebayashi – regista poi di “Quando c’era Marnie” e “Mary e il fiore della strega” e che sembra ormai l’erede del maestro Miyazaki – questo film ci parla della prima storia d’amore platonica e impossibile nella vita di due giovani, così diversi e così simili, così come siamo stati tutti noi.
Bellissimo.
Per la chicca: nel 1997 Peter Hewitt dirige “I rubacchiotti” con John Goodman, e ispirato allo stesso romanzo della Norton.
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John River (un grandioso Stellan Skarsgård) è un uomo molto particolare. Alla soglia dei sessant’anni è senza famiglia e vive da vero misantropo in un appartamento di Londra che sembra essere rimasto sospeso nel tempo.
John River è un detective di Scotland Yard, ha una percentuale di casi risolti di oltre l’80%, ma capita spesso che metta in imbarazzo il suo capo. Perché John River non vive con nessuno, ma non è solo.
Accanto a lui, quasi in ogni momento, ci sono visioni di persone morte. Ma non c’è nulla di terrificante anzi, le persone decedute lo aiutano a riflettere, a risolvere i casi e spesso a comprendere – anche crudelmente – se stesso.
L’ultima e persistente visione che tutti i giorni, ormai da oltre tre settimane, dialoga con lui è quella di Jackie “Stevie” Stevenson, la sua ex collega. La donna, infatti, è stata freddata da un colpo di arma da fuoco alla testa mentre attraversava la strada, proprio davanti agli occhi increduli di River.
Per il profondo sentimento che lo legava alla donna, forse l’unica al mondo che lo abbia mai davvero capito, River affronta il mondo crudele e le sue angosce più profonde…
Fra emozionanti atmosfere e duri colpi al cuore, “River” è davvero una bella miniserie in sei puntate, proprio nella grande tradizione televisiva noir britannica.