
(UK, 1965)
Qualcuno afferma che gli anni Sessanta sono stati l’ultimo momento in cui abbiamo davvero creduto che il mondo potesse cambiare. E forse aveva ragione. Nel 1965, mentre Londra si trasformava nella capitale di una rivoluzione culturale che sembrava destinata a spazzare via secoli di ipocrisie e convenzioni, John Schlesinger gira un film che è insieme celebrazione e autopsia di quella stagione irripetibile. “Darling” arriva nelle sale come un pugno nello stomaco, elegante e feroce, capace di sedurre e disturbare nella stessa inquadratura.
Il volto e le forme della protagonista sono quelle splendide di Julie Christie, e non è un caso se con questa pellicola verrà definitivamente consacrata come star internazionale. Perché Christie non interpreta semplicemente Diana Scott: la incarna, la vive, la respira. Diventa lei stessa simbolo di quell’epoca, di quella presunta liberazione che nasconde in realtà nuove forme di prigionia.
Diana Scott è una giovane e bellissima donna. La sua avvenenza le conferisce una libertà particolare, soprattutto nei confronti degli uomini. Ma in questa apparente libertà si nasconde la trappola più insidiosa. Perché Diana può scegliere, certo. Può passare da un uomo all’altro, può rifiutare o concedersi, può giocare con i sentimenti altrui e con i propri. Ma ogni scelta che compie, ogni decisione che prende, è sempre condizionata, limitata, determinata da quello che gli altri vedono quando la guardano: un bellissimo oggetto del desiderio.
Schlesinger costruisce il film come un percorso di progressiva disillusione. All’inizio Diana sembra davvero libera. Lascia il marito noioso, si innamora di un giornalista televisivo interpretato da un magnetico Dirk Bogarde, entra nel mondo dello spettacolo, diventa testimonial pubblicitaria, frequenta la gente che conta. È il sogno della ragazza di provincia che ce l’ha fatta. Ma pagina dopo pagina – perché Schlesinger adotta una struttura quasi da romanzo per immagini – scopriamo che quella libertà era solo un’illusione ottica.
Gli uomini che Diana incontra la desiderano, certo. Ma nessuno di loro la vede davvero. Per il marito era un trofeo da esibire. Per il giornalista è una consolazione dopo il fallimento matrimoniale. Per il produttore cinematografico che la introduce nel mondo dello spettacolo è merce di scambio. Per il principe italiano che sposerà è un ornamento esotico da aggiungere alla collezione di famiglia. Diana si muove in un mondo che sembra averle spalancato tutte le porte, ma ogni porta che attraversa la rinchiude un po’ di più in quella gabbia dorata che diventerà la sua prigione definitiva.
La fotografia di Kenneth Higgins cattura perfettamente questa ambivalenza. Londra è splendente e cupa allo stesso tempo. Le feste sono scintillanti ma vuote. I volti sono belli ma spenti. C’è qualcosa di profondamente malinconico in questa swinging London che Schlesinger ci mostra: dietro il glamour, dietro l’apparente modernità, sopravvivono intatte tutte le vecchie strutture di potere. Gli uomini continuano a decidere. Le donne possono scegliere solo tra le opzioni che il sistema patriarcale concede loro.
Diana Scott è quindi un simbolo estremamente efficace della condizione femminile negli anni Sessanta, quegli anni in cui tutto sembrava possibile, anche che le donne potessero finalmente avere gli stessi diritti degli uomini. La minigonna, la pillola anticoncezionale, il divorzio più facile: sembravano conquiste definitive. Ma Schlesinger, con lucidità spietata, ci mostra che la società non era evidentemente pronta. E forse – viene da chiedersi guardando il film oggi – lo è davvero adesso?
Il film funziona perché non giudica Diana. Non la condanna per le sue scelte, non la compatisce per le sue sconfitte. La osserva, semplicemente, con uno sguardo che è insieme partecipe e distaccato. Schlesinger sa che Diana è complice del sistema che la opprime – come potrebbe non esserlo, cresciuta com’è in quel mondo? – ma sa anche che questa complicità è forzata, inevitabile, quasi obbligata.
La sceneggiatura di Frederic Raphael, premiata con l’Oscar, ha quella brillantezza cinica tipica del miglior cinema inglese. I dialoghi sono taglienti, i personaggi parlano con quella particolare forma di ironia britannica che nasconde sempre più di quanto mostri. E sotto la superficie patinata emerge continuamente la critica feroce a un mondo fatto di apparenze, dove i valori morali sono solo una facciata rispettabile dietro cui si nascondono opportunismo, cinismo e profonda solitudine.
“Darling” è uno di quei film che hanno definito un’epoca ma che continuano a parlare al presente. Perché le domande che pone sono ancora tremendamente attuali. Quanto della presunta libertà femminile contemporanea è autentica? Quanto è solo una nuova forma di controllo, più sottile ma non meno efficace? Le donne possono davvero scegliere, o possono solo scegliere tra le opzioni che il sistema patriarcale concede loro?
“Darling” resta un film necessario, uno di quei film che sarebbe importante vedere e rivedere, soprattutto oggi che la storia sembra ripetersi in forme nuove ma con dinamiche inquietantemente simili. Perché Diana Scott, con il suo sorriso splendente e i suoi occhi sempre più vuoti, continua a guardarci dallo schermo e a chiederci: voi, siete davvero più liberi di me?
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