“Untamed” di Elle Smith e Mark L. Smith

(USA, 2025)

C’è una magia particolare nel cinema – o in questo caso nella serialità televisiva – che sa trasformare i paesaggi più maestosi in teatri dell’animo umano. “Untamed” (che in italiano si traduce “selvaggia” o “selvaggio”), la nuova serie su Netflix creata da Elle Smith e Mark L. Smith, è un esempio perfetto di questo talento: nelle vaste distese del Yosemite National Park, dove la natura sembra aver scritto le sue regole più antiche, gli autori costruiscono un affresco crudo e affascinante della giustizia, del controllo e di chi meriti di essere ricordato e chi no.

La serie – che ha già conquistato il rinnovo per una seconda stagione – vede protagonista Eric Bana nei panni di Kyle Turner, agente dell’Investigative Services Branch del National Parks Service. Un veterano dai tratti scavati, che si trova a indagare su un omicidio in un territorio dove le convenzioni sociali sembrano soccombere di fronte alla vastità della natura incontaminata americana. È questo il primo grande merito della serie: la capacità di utilizzare il paesaggio non come semplice sfondo, ma come elemento narrativo attivo, quasi un personaggio a sua volta.

Nel suo approccio al giallo – o come molti oggi dicono crime o mistery, generi che negli ultimi anni hanno vissuto una proliferazione talvolta forse eccessiva – “Untamed” riesce a distinguersi attraverso una caratterizzazione profonda e sfaccettata.

L’investigazione che Kyle Turner si trova ad affrontare diventa presto qualcosa di più complesso di una semplice indagine poliziesca. È un viaggio dove ogni personaggio porta con sé un bagaglio di ferite non rimarginate e segreti che la vastità del parco nazionale sembra amplificare anziché nascondere. Il cast, che include anche una bravissima Rosemarie DeWitt, Lily Santiago e il “veterano” Sam Neill, riesce a creare un ensemble corale dove ogni presenza ha un peso specifico nella narrazione.

Mark L. Smith – già sceneggiatore del film “The Revenant – Redivivo” con Leonardo Dicaprio e della serie “American Primeval” – dimostra ancora una volta la sua capacità di lavorare con ambientazioni estreme, luoghi dove l’uomo si confronta con forze che lo trascendono. Insieme a Elle Smith (sceneggiatrice del film “La casa del padre”), costruisce una struttura narrativa che riesce a mantenere alta la tensione per tutti i sei episodi della prima stagione, senza mai cedere alla tentazione di soluzioni facili o colpi di scena gratuiti.

Quello che colpisce maggiormente di “Untamed” è la sua capacità di trasformare un thriller in una meditazione più ampia sui temi della memoria, della colpa e della redenzione. Come spesso accade nelle opere più riuscite del genere, l’indagine diventa pretesto per esplorare territori più profondi dell’anima umana, dove le verità più scomode si nascondono dietro paesaggi di una bellezza mozzafiato tra cui spicca naturalmente El Capitano, la montagna immortala magistralmente dal grande Ansel Adams.

La fotografia e la regia sanno valorizzare al massimo gli angoli dello Yosemite, creando un contrasto stridente e efficace tra la purezza della natura e la corruzione dell’animo umano. È questo gioco di opposti – natura selvaggia e civiltà, innocenza e colpevolezza, memoria e oblio – che rende “Untamed” una delle proposte più interessanti del panorama seriale contemporaneo.

In un’epoca in cui la produzione televisiva rischia spesso di perdersi in narrazioni eccessivamente complesse o, al contrario, banalmente lineari, “Untamed” trova una sua strada originale. È una serie che chiede al pubblico di avere pazienza, di lasciarsi guidare attraverso un territorio – fisico e metaforico – dove le certezze si sgretolano lentamente, dove ogni risposta genera nuove domande.

Il risultato è un’opera che non si limita a intrattenere, ma che interroga, che rimane nella mente dello spettatore come un paesaggio visto una volta sola ma che continua a manifestarsi nei ricordi. Proprio come i territori selvaggi che fa da sfondo alla sua narrazione, “Untamed” è una serie che merita di essere esplorata con calma, lasciandosi guidare dai suoi ritmi, dai suoi silenzi e dai suoi spazi vuoti che spesso dicono più di tante parole.

Una serie che conferma ancora una volta come la televisione contemporanea, quando è in mano ad autori consapevoli, può trasformarsi in terreno fertile per narrazioni complesse e mature, capaci di confrontarsi con i grandi temi universali senza perdere mai di vista la necessità di raccontare storie che sappiano emozionare e coinvolgere.

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