“Star Trek” di Gene Roddenberry

(USA, 1966-1969)

Immaginate di presentarvi a un network televisivo nel 1966 con questa idea: una serie ambientata nel futuro, con un’astronave che esplora lo spazio, con un equipaggio misto — fra cui un alieno con le orecchie a punta — il tutto con il budget di una produzione di serie B e la pretesa di parlare di guerra, razzismo, morte e senso della vita. Immaginate la faccia dei dirigenti NBC.

Gene Roddenberry quella faccia l’ha vista davvero. E ha fatto la serie lo stesso.

“Star Trek” nasce nel settembre del 1966 come una scommessa impossibile. Il mondo, e l’America, stanno andando in pezzi: il Vietnam brucia, il movimento per i diritti civili è nel pieno della sua battaglia, la Guerra Fredda disegna ombre lunghe su ogni conversazione. E Roddenberry — ex pilota, ex poliziotto, sceneggiatore con la testa piena di domande — decide di rispondere a tutto questo ambientando la sua storia nel ventitreesimo secolo. Strategia elementare. Risultato straordinario.

La USS Enterprise non è solo un’astronave. È una dichiarazione di intenti. Sul ponte di comando siedono un americano, un russo, una donna afroamericana, un giapponese e – appunto… – un alieno con le orecchie a punta. Nel 1966. Quando in molti stati americani la segregazione era ancora cosa attuale e bruciante. Nichelle Nichols che interpreta l’ufficiale Uhura riceve una telefonata da Martin Luther King Jr. che si complimenta per la serie. Non perché la serie sia bella — anche se lo è — ma perché quella sua presenza conta. Pesa. Dice qualcosa al mondo che il mondo non è ancora pronto ad ascoltare.

Al comando c’è James Tiberius Kirk.

William Shatner porta sullo schermo un personaggio che sarebbe facilissimo sbagliare: il capitano eroico, sicuro di sé, capace di tutto. Eppure Kirk non è mai solo questo. È un uomo che prende decisioni impossibili con la consapevolezza di potersi sbagliare, che ama la sua nave come si ama una persona, che sceglie la diplomazia quando può e la forza solo quando deve. Non è il cowboy dello spazio che i detrattori gli hanno cucito addosso. È qualcosa di più complicato e più interessante.

E poi c’è lui: Spock.

Leonard Nimoy con Spock fa qualcosa di ancora più difficile. Costruisce un personaggio che è la sintesi di tutte le tensioni umane — emozione contro ragione, istinto contro logica, appartenenza contro solitudine — e le impacchetta dentro un essere che tecnicamente non dovrebbe provare nulla. E quando Spock sente, quando quella corazza vulcaniana per un istante si crepa, lo spettatore avverte qualcosa di fisico nel petto. È il miracolo delle grandi interpretazioni: ti fanno dimenticare che stai guardando “solo” uno schermo.

Il terzo vertice del triangolo è Leonard McCoy – impersonato da DeForest Kelley – che è l’anima emotiva dell’Enterprise e la voce di ogni spettatore che guarda l’universo e si chiede cosa ci stiamo a fare. Il dibattito perpetuo tra Kirk, Spock e McCoy non è solo dialogo: è la rappresentazione di tre modi di essere umani che raramente riescono a stare insieme senza ferirsi e che, proprio per questo, non riescono a fare a meno l’uno dell’altro.

Tutto questo con budget risibili. Alieni ottenuti con del trucco e delle maschere grossolane in gomma. Pianeti ricostruiti in cartone su vecchi set usati e strausati in già innumerevoli film o telefilm. Effetti speciali che oggi farebbero ridere uno studente del primo anno di grafica. Ma niente di tutto questo conta, perché Roddenberry aveva capito una cosa che molti produttori di fantascienza hanno impiegato decenni a metabolizzare: le storie non le fa il budget. Le fanno le idee. E lui di idee ne aveva abbastanza da riempire un’intera galassia.

La serie affronta la guerra, i limiti della scienza, il senso della morte, il costo del potere. Non sempre con la mano leggera di un grande romanziere, a volte con la mano pesante di chi sa di avere un messaggio urgente da consegnare. Ma sempre con l’onestà di chi ci crede davvero.

“Star Trek” viene cancellato nel 1969. Troppo costoso, troppo poco seguito. La NBC non ha torto sui numeri. Ha però torto sul resto. Perché quello che sembrava un addio diventa il punto di partenza di qualcosa di più grande: film, spin-off, convention, una fede laica e collettiva che dura ancora oggi.

Roddenberry ci ha dato un futuro in cui valesse la pena arrivare. In tempi in cui sembrava impossibile immaginarne uno, non era poca cosa. Non lo è, purtroppo, ancora adesso.

Imprescindibile. Poi ovviamente anche tutto il resto…

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.