“Stand By Me – Ricordo di un’estate” di Rob Reiner

(USA, 1986)

Nel 1986 arriva sul grande schermo il terzo adattamento cinematografico di un’opera del maestro Stephen King all’altezza dell’originale. Dopo “Shining” diretto da Stanley Kubrick nel 1980 e “La zona morta” realizzato David Cronenberg nel 1983, Rob Reiner decide di portare al cinema “The Body” pubblicato dal Re nella strepitosa raccolta di quattro racconti intitolata “Stagioni diverse” pubblicata per la prima volta nel 1982.

Tanto per la cronaca gli altri tre racconti sono: “La redenzione del carcere di Shawshank” che nel 1994 Frank Darabont porterà sul grande schermo col titolo “Le ali della libertà”, “L’allievo” di cui Bryan Singer realizzerà l’omonimo adattamento nel 1998, e “il metodo di respirazione” che, purtroppo, per il tipo di storia narrata è davvero molto difficile trasformare in un film.

Il regista Rob Reiner non ha mai nascosto la grande empatia che ha sempre provato per Gordie Lachance, il protagonista del racconto “The Body” ambientato nel 1959, quando lui e lo stesso Stephen King (entrambi classe 1947) avevano più o meno la sua età.

Approdiamo così nell’afosa estate del 1959 a Castel Rock – che poi diverrà anche il nome della casa di produzione della stesso Reiner – piccola cittadina dell’Oregon dove vive Gordon “Gordie” Lachance (Will Weathon) un piccolo dodicenne dotato di una grandissima fantasia che ha appena terminato le scuole medie. Ma a casa sua nessuno festeggia, solo quattro mesi prima suo fratello maggiore Danny (John Cusack), promessa nazionale del football, è morto in un incidente automobilistico e i suoi genitori sono così annichiliti dalla tragedia tanto da trascurare anche Gordie.

Ma il giovane, fortunatamente, ha tre amici coetanei con cui passa le torride giornate: Chris (River Phoenix), Teddy (Corey Feldman) e Vern (Jerry O’Connell), anche se è soprattutto col primo, che apprezza come nessun altro i suoi racconti e le sue storie, che ha il legame più profondo.

La solita routine estiva dei quattro viene interrotta da Vern con una notizia incredibile: ha sentito casualmente suo fratello maggiore Billy parlare con un amico di Ray Brower, un coetaneo dei quattro che tre giorni prima era andato a raccogliere mirtilli e di cui si sono perse le tracce. Billy e l’amico, la sera precedente, avevano rubato un’automobile ed erano andati a nascondersi in una stradina fuori città nei pressi della ferrovia. Proprio mentre si godevano la macchina rubata, avevano scorto il corpo di Brower vicino ai binari morto evidentemente investito da un treno. Ma, data la situazione e non potendo andare alla Polizia, erano scappati.

Senza pensarci Gordie, Chris, Teddy e lo stesso Vern decidono di raggiungere il povero Brower e denunciare loro il ritrovamento alla Polizia, diventando famosi in tutto il Paese. Così nel primo pomeriggio i quattro iniziano un viaggio che nessuno di loro dimenticherà mai più…

Splendida pellicola di formazione diretta con tatto e maestria da Reiner, e scritta per il grande schermo da Bruce A. Evans e Raynold Gideon, che non a caso verranno candidati all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Il film è di fatto uno dei più rappresentativi degli anni Ottanta, perché come in altre sue opere – “Harry ti presento Sally” su tutte – Reiner sceglie un cast davvero di prim’ordine, cosa non facile per la giovane età dei protagonisti, e una colonna sonora indimenticabile fatta dei grandi classici anni Cinquanta e Sessanta, fra i suoi personalmente preferiti, come la bellissima “Stand By Me” di Ben E. King che dona anche il titolo al film.

Sempre a proposito di cast, in ruoli secondati, Reiner sceglie gli allora semi sconosciuti John Cusack e Kiefer Sutherland che da questo film in poi decolleranno come attori di prima grandezza, sia al cinema che in televisione.

Indimenticabile: uno dei dieci film da portare sull’isola deserta.

“La vetta degli dei” di Patrick Imbert

(Francia/Lussemburgo, 2021)

Tratto dall’omonimo manga dei giapponesi Yumemakura Baku – autore del romanzo pubblicato nel 1998 – e Jiro Taniguchi, quest’ottimo lungometraggio animato ci porta sul tetto del mondo: l’Everest.

Lì dove gli esseri umano tentano di sfidare e dominare la Natura, ma proprio dove lei stessa è più forte, violenta e implacabile, seguiamo il fotografo freelance e alpinista Fukamachi Makoto che scatta le immagini di una spedizione giapponese che tenta inutilmente di raggiungere la vetta del monte più alto del mondo.

Deluso e sconsolato Fukamachi sta per fare ritorno nel suo Paese ma a Kathmandu viene avvicinato da un losco individuo che gli offre l’autentica macchina fotografica dell’inglese George Mallory, scomparso sull’Everest nel 1924 durante una spedizione che intendeva raggiungere la famigerata vetta. Il fotografo caccia via lo sconosciuto convinto si tratti di una misera truffa visto che il mistero di Mallory è ormai parte integrante del mito della montagna.

Se l’inglese fosse morto nel tentativo di tornare alla base dopo aver raggiunto la vetta la storia ufficiale dovrebbe cambiare visto che i libri datano al 1953 la sua conquista. Quando però Fukamachi vede casualmente il losco figuro essere percosso da Habu Joji, noto alpinista nipponico scomparso dalla cronache da qualche anno, che si riprende la vecchia macchina fotografica comincia a crede che si tratti davvero di quella di Mallory.

Tornato in Giappone Fukamachi decide di realizzare un reportage una volta ritrovata la macchina fotografica e per questo ripercorre tutta la vita di Habu Joji fino alle pendici dell’Everest. Lì riesce a convincerlo a lasciarsi seguire mentre tenta l’impresa di conquistare il monte più alto del mondo senza ossigeno e in solitaria. Ma la montagna, così come la vita, è imprevedibile…

Bel film d’animazione che con delle immagini davvero mozzafiato ci porta sul tetto del mondo e soprattutto ci racconta che cosa spinge alcuni essere umani a fare una delle cose più pericolose di sempre, come scalare una montagna, che razionalmente è una cosa del tutto …”inutile”.

Scritto dallo stesso Imbert assieme a Magali Pouzol e Jean-Charles Ostoréro, questo film è un ottimo connubio fra l’animazione francese e quella giapponese, fra le più grandi nazioni creatrici e realizzatrici di cartoni animati.

“Lightyear – La vera storia di Buzz” di Angus MacLane

(USA, 2022)

“Nel 1995 a un bambino di nome Andy venne regalato un giocattolo ispirato a un famoso Space Ranger, protagonista di un noto film. E questo è il film…”

Così si apre il quinto lungometraggio cinematografico animato della saga di “Toy Story”, anche se più che di un prequel si tratta di un vero e proprio spin off, visto che è presente solo il mitico Buzz Lightyear.

Ci catapultiamo così nella prima rilevante missione stellare di quello che diverrà lo Space Ranger più famoso del grande schermo che, suo malgrado, sarà costretto ad affrontare la parte più oscura di se stesso…

Scritto dallo stesso Angus MacLane assieme a Matthew Aldrich e Jason Headley, che molto probabilmente erano ragazzi – o poco più – entusiasti e urlanti al cinema quando nel 1995 uscì il primo mitico “Toy Story”. Naturalmente anche io, che avevo “solo” 25 anni, uscii dal cinema entusiasta e urlante…

La grafica davvero incredibile ci ricorda ancora oggi come la Pixar sia stata la prima e rivoluzionaria casa di produzione a firmare un intero lungometraggio in computer grafica e, dopo quasi trent’anni, rimane sempre all’avanguardia.

Per gli amanti della precisione e dei riferimenti – come me… – questo film definisce e chiarisce bene alcune dinamiche nate nei precedenti film, come quella fra Buzz e Zurg per esempio. Ma se devo scegliere un personaggio dico il gatto robotico SOX, davvero irresistibile e che sembra un miscuglio fantascientifico fra il cane Straccy de “Il dormiglione” di Woody Allen e il mitico Signor Spock di Star Trek.

A distanza di quasi trent’anni dal suo esordio sul grande schermo Buzz Lightyear è sempre tosto e gaiardo.

“Big Fish – Le storie di una vita incredibile” di Tim Burton

(USA, 2003)

Nel 1998 lo scrittore statunitense Daniel Wallace (classe 1959) pubblica il romanzo “Big Fish: A Novel of Mythic Proportions” dedicato alla scomparsa del padre. Il libro colpisce profondamente lo sceneggiatore John August proprio per la recente perdita del proprio genitore.

August scrive la sceneggiatura rendendola adatta al racconto cinematografico. Lo script viene offerto a Spielberg con l’idea di affidare la parte del protagonista a Jack Nicholson. Ma il progetto sfuma e così la sceneggiatura arriva sulla scrivania di Tim Burton che decide di realizzarla (lo stesso August collaborerà due anni dopo allo script del bellissimo “La sposa cadavere”).

Così approdiamo in Alabama dove vivono Ed Bloom (Albert Finney) e sua moglie Sandra (Jessica Lange). Il loro unico figlio William (Billy Crudup) vive e lavora come giornalista a Parigi. Il rapporto fra Will e suo padre è naufragato già a partire dall’adolescenza del figlio che non sopportava più i racconti inventati e surreali del padre, che nella vita faceva “semplicemente” il rappresentante di commercio girando quasi ogni settimana per l’intero Paese.

Quando però William riceve la telefonata di Sandra che gli rivela che il padre ha un tumore incurabile, l’uomo torna immediatamente a casa assieme a sua moglie Josephine (Marion Cotillard) che al è settimo mese della loro prima gravidanza.

Will, preoccupato anche per la sua imminente paternità, tenta per l’ultima volta di avere un dialogo col padre, ma non riesce ad abbandonare l’ostilità e i pregiudizi che da anni prova per lui. Ma, proprio prima che sia troppo tardi, Will riesce ad entrare nel mondo fantastico e incredibile di Ed…

Struggente pellicola intimista fra le più emotive del grande e visionario Tim Burton che ci regala quasi due ore di sogni incredibili che ci aiutano ad affrontare la fin troppo spesso dura realtà. Ma d’altronde i poeti, quelli veri, non sono coloro che con le loro parole rendono le cose più dolorose o banali degne di essere vissute?

Da vedere.

Per la chicca: parte secondaria ma irresistibile del grande Danny DeVito e ottima interpretazione di Ewan McGregor nei panni di Ed Bloom giovane.

“Harry ti presento Sally” di Rob Reiner

(USA, 1989)

La storia d’amore fra Harry Burns (Billy Crystal) e Sally Allbright (Meg Ryan) è di quelle che hanno segnato la storia del cinema. Eppure l’idea del film nacque da un dramma personale vissuto proprio dal regista Rob Reiner che nella seconda metà degli anni Ottanta dovette affrontare un divorzio.

Lo stesso Reiner, in un’intervista, raccontò come i disagi nel tornare single e frequentare donne anche solo per un’avventura lo portarono a pensare a un film sul tema. Così, insieme al produttore e amico Andrew Scheinman, contattò la sceneggiatrice Nora Ephron alla quale propose il progetto. La Ephron iniziò a scrivere la sceneggiatura ispirandosi soprattuto ai racconti personali che lo stesso Reiner le faceva, ma anche al suo vissuto, soprattutto quello legato al suo matrimonio con Carl Bernstein, col quale fu sposata dal 1976 al 1980, giornalista che insieme a Bob Woodward svelò i retroscena del caso “Watergate” che portò alle dimissioni del Presidente americano Richard Nixon, vincendo il premio Pulitzer nel 1973.

Così presero vita e corpo Harry Burns, alter ego del regista, e Sally Allbright, alter ego della sceneggiatrice. A partire dai loro cognomi capiamo subito il loro carattere e il loro modo di approcciarsi al mondo: “Burns” che si può tradurre in “ustioni” o “scottature” e Allbright in “tutto bene” o “tutto a posto”.

Sulla trama e sul loro incontro e scontro che dura all’incirca dodici anni c’è poco da aggiungere, con scene intramontabili e battute immortali. Ma Reiner ebbe anche il merito di rinnovare il modo concepire la colonna sonora. Su indicazione dello stesso Crystal, infatti, chiamò Marc Shaiman – che suonava le tastiere nelle dirette del “Saturday Night Live” mentre lo stesso Crystal interpretava i suoi monologhi – che riarrangiò alcuni grandi classici della musica jazz e swing americana dando alla pellicola un tocco davvero magico.

Reiner, inoltre, fu estremamente bravo nello scegliere il cast, oltre a Crystal suo storico e intimo amico, scelse Bruno Kirby – altra sua personale frequentazione – per il ruolo di Jess l’amico di Harry, l’indimenticabile Carrie Fisher in quello di Marie l’amica della protagonista, e soprattutto Meg Ryan in quello di Sally.

La Ryan, nonostante la sua giovane età, veniva da una lunga gavetta in televisione e al cinema dove aveva avuto solo ruoli secondari, ma Reiner, nonostante anche la visibile differenza di età rispetto a Crystal e al resto del cast, le diede fiducia offrendole il primo ruolo da protagonista assoluta. Anche per questo il film è una alchimia cinematografica perfetta, grazie anche alla fotografia diretta da Barry Sonnenfeld, che a partire dagli anni Novanta diventerà uno dei registi più visionari di Hollywood.

Non sono per il revisionismo storico o per il politically correct estremista, ma bisogna riconoscere che ci sono delle grandi opere d’arte che subiscono le influenze – non sempre sane – del momento storico in cui vengono realizzate. Così è doveroso riconoscere che ci sono grandi film, che io amo profondamente, che possiedono toni o semplici accenni sessisti, come questo che oggi vedrebbe – giustamente! – ferocemente criticato e additato il suo protagonista come arrogante maschilista.

Godiamocelo lo stesso, pensando a quanto la società è fortunatamente andata avanti.

Per la chicca: nella famigerata scena del ristorante in cui Sally finge di avere un orgasmo per dimostrare a Harry che tutte le donne prima o poi hanno finto anche con lui, la cliente che pronuncia la battuta finale è la vera madre di Rob Reiner. La cosa è ancora più divertente se consideriamo che, come raccontò lo stesso Crystal, il regista impersonò Sally simulando un rumoroso e incontenibile orgasmo per mostrare alla Ryan come affrontare la scena. E mentre si preparavano a girare la scena, Reiner sussurrò imbarazzato all’amico: “…Billy ho appena avuto un’orgasmo davanti a mia madre!”.

Da vedere ad intervalli regolari.

“I dimenticati” di Preston Sturges

(USA, 1941)

Preston Sturges (1898-1959) è stato il primo grande sceneggiatore hollywoodiano a passare dalla macchina da scrivere alla macchina da presa. Nei suoi quattro anni d’oro, dal 1940 al 1944, ha firmato otto commedie, fra le migliori mai realizzate nella Mecca del cinema, che varcano la soglia del genere toccando spesso argomenti cruciali della società contemporanea. Questo “I dimenticati” è forse il migliore.

John Lloyd Sullivan (Joel McCrea) è uno dei registi di pellicole comiche e frivole più apprezzati a Hollywood. Ma, nonostante i successi al botteghino e l’insistenza dei produttori, Sullivan vuole scrivere e dirigere l’adattamento del libro drammatico e realista “Fratello, dove sei?” che racconta la tragica vita quotidiana della parte più indigente della società americana, messa in ginocchio e mai rialzatasi dalla Grande Depressione.

Nel tentativo di fargli cambiare idea, visto che Sullivan l’indigenza non l’ha mai vissuta, i vertici della major gli fanno venire in mente, loro malgrado, un’idea: passare del tempo accanto ai derelitti, senza un dollaro in tasca, per comprendere al meglio l’amaro sapore della povertà. Così, travestito da “barbone” e con soli 10 centesimi in tasca, Sullivan parte alla ventura, seguito suo malgrado da un enorme camper con uno staff messogli alle calcagna dai produttori. In una tavola calda però l’uomo incontra per caso una ragazza (Veronica Lake) che, delusa dal mondo di Hollywood, sta per tornare nel suo paesino natale e con gli ultimi soldi rimasti decide di offrigli la colazione data la sua evidente condizione.

Sullivan, colpito dalla generosità, le confessa la sua vera identità e la porta a casa promettendole di far decollare la sua carriera di attrice, ma la ragazza preferisce seguirlo nel suo viaggio truccandosi anche lei da barbona. Ma il girovagare ai margini più duri e spietati della società porterà Sullivan a riflettere profondamente sulla sua vita e sul suo mestiere di cineasta ponendosi la domanda cruciale: è più utile alla società far piangere o ridere senza, naturalmente, smettere di far riflettere?

Pietra miliare del cinema mondiale e vero inno alla commedia, “I dimenticati” rappresenta uno dei massimi picchi del cinema americano. Con atmosfere e tematiche ancora clamorosamente attuali e battute memorabili, questa pellicola non perde un colpo anche a distanza di oltre ottant’anni. Non è un caso quindi che i fratelli Coen gireranno loro il film “Fratello dove sei?” nel 2000 proprio prendendo spunto da questo film, copiandone stile e ambientazione. Ma l’opera di Sturges, raccontando senza sconti gli ultimi della società, ispira anche film tragici o drammatici come ad esempio “Requiem For a Dream” diretto da Darren Aronofsky nel 2000, le cui scene nella prigione dei lavori forzati ricordano incredibilmente quelle di questo film.

Immortale e da rivedere ad intervalli regolari.

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“Kirikù e la strega Karabà” di Michel Ocelot

(Francia/Belgio/Lussemburgo, 1998)

Nel grande cuore ancestrale dell’Africa c’è una splendida grotta Blu dove un Grande Saggio ci racconta la storia del nipote Kirikù che, grazie al suo coraggio e alla sua astuzia, ha salvato l’intero villaggio.

Così assistiamo alla nascita del bambino che subito dopo avere aperto gli occhi, nonostante le sue minute dimensioni, parla e si taglia il cordone ombelicale da solo. Ma non basta: appena terminata l’operazione si alza e comincia a camminare e correre.

Naturalmente la cosa non fa che alimentare le paure e le superstizioni di molti abitanti del suo villaggio da tempo vessato dalle angherie della perfida strega Karabà. Ma, grazie all’amore incondizionato della madre, e soprattutto alla sua arguzia Kirikù riesce a infrangere tutti i piani della terribile fattucchiera.

Quello che cambierà la storia del suo villaggio e la vita di tutti i suoi abitanti, compresa la sua e quella della strega, è la volontà di comprendere perché Karabà è diventata così cattiva e quali e quante ingiustizie e soprusi ha subito tanto da renderla così malvagia.

Splendida pellicola che ci parla d’amore e tolleranza e ci ricorda, come se ancora dovesse essercene bisogno, come la cinematografia d’animazione francese sia la terza nel mondo, dopo quella degli Stati Uniti e del Giappone.

Ocelot scrive e dirige – con la collaborazione di Raymond Burlet – un film che, grazie anche alla colonna sonora firmata da Youssou N’Dour, di fatto rimane nella storia del cinema, e non solo quello d’animazione. Nella nostra versione da ricordare la bravissima Veronica Pivetti che doppia Karabà e l’indimenticabile Aroldo Tieri il Grande Saggio.

Da vedere.

Nel 2005 Ocelot, assieme a Bénédicte Galup, realizza “Kirikù e gli animali selvaggi” che racconta le avventure del piccolo grande protagonista prima che redima definitivamente Karabà.

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“Dimenticare Palermo” di Francesco Rosi

(Italia/Francia, 1990)

Alla fine del decennio che ha segnato il definitivo arrivo tragico e implacabile della droga nella nostra società, il maestro Francesco Rosi ci regala una pellicola che fotografa i poteri forti che ci sono dietro agli enormi guadagni che il traffico illegale di stupefacenti produce giornalmente.

Ispirandosi all’omonimo romanzo della francese Edmonde Charles-Roux (1920-2016) pubblicato nel 1967, Rosi scrive la sceneggiatura assieme ai suoi amici personali Tonino Guerra e Gore Vidal, attualizzandola e disegnando un profilo della mafia molto più limpido fedele e duro.

Così ci troviamo a New York dove Carmine Bonavia (un bravo James Belushi), figlio di immigranti palermitani, è un consigliere del Municipio di New York che sfida il sindaco uscente. Fra i suoi cavalli di battaglia ci sono i centri per la tossicodipendenza che ha creato in alcuni quartieri.

E proprio durante l’inaugurazione di uno di questi Bonavia incontra Gianna Magnardi (Carolina Rosi) una giornalista siciliana che vive a New York e lavora per la televisione italiana, che gli chiede, una volta eletto, cosa avrà davvero il coraggio di fare per sconfiggere la piaga della droga. Bonavia prende spunto dalle domande della donna e inizia una nuova campagna a favore della legalizzazione della droga – non della liberalizzazione – cosa che di fatto farebbe perdere i clamorosi introiti quotidiani alla criminalità organizzata.

Decide poi di spostare la meta del suo imminente viaggio di nozze con Carrie (Mimi Rogers) da Venezia proprio a Palermo, la terra dei suoi genitori che lui non ha mai visto. L’unico che si oppone alla cosa è suo padre che tenta in ogni modo e inutilmente di fargli cambiare idea.

Così Carmine e Carrie Bonavia arrivano nel grande e lussuoso albergo di Palermo dove vengono accolti da un cortese quanto ambiguo direttore Gianni Mucci (Philippe Noiret). Il primo impatto con il capoluogo siciliano è magico e pieno di arte millenaria, odori e profumi incredibili. Ma anche di originali e strani personaggi come il Principe (Vittorio Gassman) che da oltre quarant’anni vive nell’albergo senza mai uscire dal portone.

Ma la campagna di Bonavia a favore della legalizzazione delle sostanze stupefacenti non può non attirare la calda attenzione della grande e multinazionale criminalità organizzata che conosce bene le origini, il sangue e l’anima di Carmine incapace di …dimenticare Palermo.

Splendida e dura pellicola di Rosi che, come tutte le altre sue opere, ha il merito di fotografare e testimoniare in maniera lucida e schietta la nostra società nel momento in cui viene realizzata, rimanendo al tempo stesso efficace e – …purtroppo – sempre attuale. Dopo oltre trent’anni, infatti, questo film ancora colpisce al cuore lasciandoci confusi e amareggiati sulle note della bellissima colonna sonora firmata dal maestro Ennio Morricone.

“Dimenticare Palermo” nel nostro Paese, pagò un prezzo molto alto visto che chi sedeva allora a Palazzo Chigi riteneva che l’unica arma possibile da usare contro la droga fosse la massima e implacabile repressione, soprattutto sui tossicodipendenti, discostandosi non poco dagli ideali del Bonavia.

Da vedere e da far vedere a scuola.

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“Kirikù e gli animali selvaggi” di Michel Ocelot e Bénédicte Galup

(Francia, 2005)

Dopo lo splendido “Kirikù e la strega Karabà” (1998) Michel Ocelot torna a raccontarci le avventure del piccolo, geniale ed eclettico Kirikù, bambino prodigio figlio del cuore dell’Africa.

Dal profondo della sua Caverna Blu il nonno di Kirikù ci racconta alcune nuove storie consumatesi fra il piccolo e la strega, prima che lo stesso Kirikù la liberasse dalla sua perfida maledizione. Torniamo così nel villaggio di Kirikù dove il piccolo si dovrà confrontare con diversi grandi animali selvaggi, alcuni mandati subdolamente da Karabà, altri invece semplicemente di passaggio.

Con tutti Kirikù sarà paziente e soprattutto astuto, tanto da battere ogni volta la sua acerrima nemica, spesso grazie anche al fatto di essere in perfetta simbiosi con lo sconfinato e fantastico territorio di cui è figlio. Un viaggio bellissimo nel cuore del grande continente africano immaginato e disegnato in maniera sublime da Ocelot.

75 minuti di cinema di animazione indimenticabile.

“The Cleanse” di Bobby Miller

(USA, 2016)

Paul (Johnny Galecki) è un trentenne triste e solitario, che passa le nottate sul divano guardando la televisione. La sua desolante situazione sentimentale è legata al suo modo troppo asfissiante e oppressivo di rapportarsi con le proprie partner. Così come nel lavoro Paul è stato sempre debole e remissivo tanto da farsi rubare idee e posto. Ma proprio una notte, sonnecchiando sul suo divano, Paul vede lo spot della singolare SPA creata e diretta dal dottor Ken Roberts (Oliver Platt) che grazie ai suoi unici e particolari ritrovati medici riesce a rigenerare la mente e il fisico delle persone, soprattutto quelle più moralmente rassegnate.

Grazie a una incredibile e irripetibile promozione, la SPA del dottor Roberts ospiterà gratuitamente alcuni clienti per un trattamento, che però dovranno presentarsi a una selezione il giorno dopo. Paul, disperato e visto che il soggiorno è gratis, si presenta alla valutazione e nel gruppo nota l’affascinante Maggie (Anna Friel). Superato il primo colloquio a Paul viene chiesto un prelievo di sangue, cosa che lo lascia alquanto perplesso. Dubbi che diventano sempre più consistenti anche quando, dopo essere stato chiamato per aver passato la selezione, a Paul viene chiesto di firmare una liberatoria alquanto particolare e dettagliata. Perplessità che però crollano quando viene a sapere che anche Maggie parteciperà al soggiorno.

L’uomo arriva così in un piccolo cottage nel bosco non lontano a quello di Maggie, che però sembra volerlo tenere sempre a distanza. Insieme agli altri ospiti l’uomo inizia il trattamento sotto le indicazioni di Lily (Anjelica Huston) la volitiva assistente del dottor Roberts. Oltre a un percorso emotivo e di rilassamento mentale, agli ospiti vengono offerti dei particolari bibitoni, creati appositamente per ciascuno di loro direttamente dalle mani di Roberts. Lily è tassativa: affinché il trattamento funzioni, ognuno di loro deve terminare la propria dose nel tempo stabilito e soprattutto ogni cocktail è stato assemblato ad hoc per ognuno, ed è quindi severamente proibito bere quello degli altri.

Se tutti gli ospiti, compresa Maggie, rimangono dubbiosi sulla loro strana bevanda, Paul invece ligio la beve tutta seguendo scrupolosamente le indicazioni di Lily. Poche ore dopo l’uomo viene colto da terribili conati che lo portano a vomitare nel lavandino del suo piccolo cottage. In breve lo scarico si ottura e per sturarlo Paul smonta il sifone dove trova, con stupore e all’inizio non poco ribrezzo, uno strano essere evidentemente prodotto ed espulso dalle sue viscere. Il piccolo e strano verme, anche se non ha un bell’aspetto, non sembra minaccioso e Paul istintivamente inizia a coccolarlo per poi nasconderlo. Poco dopo però scopre che anche Maggie, come quasi tutti gli altri ospiti, hanno “vomitato” un essere simile al suo anche se con caratteristiche differenti.

Lily e il dottor Roberts in persona comunicano a tutti che quello è il fulcro del trattamento, infatti il piccolo essere che hanno espulso ha sintetizzato in se stesso tutti i difetti e le debolezze di ognuno di loro – che sono in sostanza le cose che rendono la loro esistenza triste e irrisolta – e quindi ciascuno dovrà occuparsene, nel bene e nel male, prima di lasciare la SPA. Ma non tutti sono disposti ad abbandonare i propri difetti, soprattutto quelli dietro i quali ci si nasconde da tanto tempo…

Scritto e diretto da Bobby Miller, questo originale “The Cleanse” ci parla in maniera davvero singolare – e a volte anche cruda – di come e perché dobbiamo affrontare le nostre debolezze per poter vivere meglio.

Con accenti surreali e grotteschi che ricordano “The Lobster” di Yorgos Lanthimos, anche se con alcuni piccoli difetti nella sceneggiatura, questo film merita comunque di essere visto.