“La segretaria quasi privata” di Walter Lang

(USA, 1957)

Questa pellicola, firmata da uno dei maestri della commedia della Hollywood della prima era, è una brillante commedia che, vista oggi, risulta sorprendentemente profetica nel suo modo di affrontare il rapporto tra tecnologia e lavoro umano.

Spencer Tracy interpreta Richard Sumner, un ingegnere informatico che introduce un gigantesco computer chiamato EMERAC nel dipartimento di ricerca – allora chiamato “Quesiti” – nella sede di New York di un grande broadcaster statunitense.

Katharine Hepburn è Bunny Watson, la responsabile del dipartimento, estremamente competente e dotata di una memoria enciclopedica. Il timore che il computer possa sostituire lei e le sue colleghe crea tensione e al temo stesso comicità, mentre si sviluppa una storia d’amore e al tempo stesso antipatia tra i due protagonisti.

Ciò che rende “La segretaria quasi privata” così rilevante oggi è il parallelo sorprendente tra l’introduzione dell’EMERAC negli anni ’50 del secolo scorso e l’avvento dell’intelligenza artificiale nel nostro tempo. Proprio come Bunny e le sue colleghe che temono di essere sostituite da EMERAC, oggi molte lavoratrici e molti lavoratori temono che l’IA possa rendere obsolete le loro competenze. La domanda “L’intelligenza artificiale prenderà il mio posto?” riecheggia nelle menti e fomenta le preoccupazioni contemporanee di chi, soprattutto, lavora quotidianamente con un pc.

Il film mostra però come EMERAC, nonostante la sua tanto proclamata “infallibilità”, non possa replicare l’intuizione e il buon senso di Bunny. Similmente, l’IA odierna, sebbene impressionante, manca ancora di comprensione contestuale e giudizio etico che sono intrinsecamente umani.

Alla fine del film, Tracy rassicura Hepburn che il computer è destinato ad essere uno strumento di supporto, non un sostituto. Questa visione rispecchia l’attuale concetto di “IA aumentativa” che dovrebbe potenziare le capacità umane piuttosto che rimpiazzarle. Nel film, alcuni personaggi abbracciano la nuova tecnologia mentre altri la temono. Oggi osserviamo simili divisioni nell’adozione delle tecnologie di IA.

Tornado al film, ciò che lo rende speciale è la chimica indiscutibile tra Tracy e Hepburn, alla loro ottava collaborazione davanti alla macchina da presa. Il loro scambio di battute argute e il ritmo comico perfetto elevano una premessa potenzialmente didattica a una commedia romantica sofisticata e divertente.

Lang dirige con leggerezza, permettendo ai suoi attori di brillare e al tema dell’automazione di svilupparsi naturalmente. La scena in cui EMERAC “impazzisce” stampando avvisi di licenziamento è esilarante ma anche inquietante, anticipando comunque le moderne preoccupazioni sugli algoritmi fuori controllo.

“La segretaria quasi privata” è notevolmente presciente. Ciò che sembrava fantascienza nel 1957 – computer in grado di rispondere a domande complesse, automatizzare processi decisionali e potenzialmente sostituire lavoratori – è ora la nostra realtà quotidiana con l’IA.

Ma il messaggio più rassicurante del film rimane valido: la tecnologia, per quanto avanzata, funziona meglio quando complementa l’intelligenza umana piuttosto che cercare di sostituirla. Bunny Watson ed EMERAC imparano a coesistere, proprio come noi e l’IA dobbiamo trovare un equilibrio produttivo.

L’ottima sceneggiatura, basata sull’opera teatrale di William Marchant, è scritta da Phoebe Ephron e Henry Ephron, grandi artigiani della macchina da scrivere dell’era d’oro delle commedie hollywoodiane. I due, non a caso, sono i genitori di Nora Ephron, autrice di script di film come “Harry ti presento Sally” di Rob Reiner, “Insonnia d’amore” e “C’è post@ per te” che poi dirige anche.

“La segretaria quasi privata” – il cui titolo originale è l’assai più efficace e molto meno superficiale “Desk Set” – oltre ad essere un’ottima commedia romantica, offre ancora oggi una riflessione straordinariamente attuale sul nostro rapporto con le macchine e i sistemi intelligenti.

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“Harry ti presento Sally” di Rob Reiner

(USA, 1989)

La storia d’amore fra Harry Burns (Billy Crystal) e Sally Allbright (Meg Ryan) è di quelle che hanno segnato la storia del cinema. Eppure l’idea del film nacque da un dramma personale vissuto proprio dal regista Rob Reiner che nella seconda metà degli anni Ottanta dovette affrontare un divorzio.

Lo stesso Reiner, in un’intervista, raccontò come i disagi nel tornare single e frequentare donne anche solo per un’avventura lo portarono a pensare a un film sul tema. Così, insieme al produttore e amico Andrew Scheinman, contattò la sceneggiatrice Nora Ephron alla quale propose il progetto. La Ephron iniziò a scrivere la sceneggiatura ispirandosi soprattuto ai racconti personali che lo stesso Reiner le faceva, ma anche al suo vissuto, soprattutto quello legato al suo matrimonio con Carl Bernstein, col quale fu sposata dal 1976 al 1980, giornalista che insieme a Bob Woodward svelò i retroscena del caso “Watergate” che portò alle dimissioni del Presidente americano Richard Nixon, vincendo il premio Pulitzer nel 1973.

Così presero vita e corpo Harry Burns, alter ego del regista, e Sally Allbright, alter ego della sceneggiatrice. A partire dai loro cognomi capiamo subito il loro carattere e il loro modo di approcciarsi al mondo: “Burns” che si può tradurre in “ustioni” o “scottature” e Allbright in “tutto bene” o “tutto a posto”.

Sulla trama e sul loro incontro e scontro che dura all’incirca dodici anni c’è poco da aggiungere, con scene intramontabili e battute immortali. Ma Reiner ebbe anche il merito di rinnovare il modo concepire la colonna sonora. Su indicazione dello stesso Crystal, infatti, chiamò Marc Shaiman – che suonava le tastiere nelle dirette del “Saturday Night Live” mentre lo stesso Crystal interpretava i suoi monologhi – che riarrangiò alcuni grandi classici della musica jazz e swing americana dando alla pellicola un tocco davvero magico.

Reiner, inoltre, fu estremamente bravo nello scegliere il cast, oltre a Crystal suo storico e intimo amico, scelse Bruno Kirby – altra sua personale frequentazione – per il ruolo di Jess l’amico di Harry, l’indimenticabile Carrie Fisher in quello di Marie l’amica della protagonista, e soprattutto Meg Ryan in quello di Sally.

La Ryan, nonostante la sua giovane età, veniva da una lunga gavetta in televisione e al cinema dove aveva avuto solo ruoli secondari, ma Reiner, nonostante anche la visibile differenza di età rispetto a Crystal e al resto del cast, le diede fiducia offrendole il primo ruolo da protagonista assoluta. Anche per questo il film è una alchimia cinematografica perfetta, grazie anche alla fotografia diretta da Barry Sonnenfeld, che a partire dagli anni Novanta diventerà uno dei registi più visionari di Hollywood.

Non sono per il revisionismo storico o per il politically correct estremista, ma bisogna riconoscere che ci sono delle grandi opere d’arte che subiscono le influenze – non sempre sane – del momento storico in cui vengono realizzate. Così è doveroso riconoscere che ci sono grandi film, che io amo profondamente, che possiedono toni o semplici accenni sessisti, come questo che oggi vedrebbe – giustamente! – ferocemente criticato e additato il suo protagonista come arrogante maschilista.

Godiamocelo lo stesso, pensando a quanto la società è fortunatamente andata avanti.

Per la chicca: nella famigerata scena del ristorante in cui Sally finge di avere un orgasmo per dimostrare a Harry che tutte le donne prima o poi hanno finto anche con lui, la cliente che pronuncia la battuta finale è la vera madre di Rob Reiner. La cosa è ancora più divertente se consideriamo che, come raccontò lo stesso Crystal, il regista impersonò Sally simulando un rumoroso e incontenibile orgasmo per mostrare alla Ryan come affrontare la scena. E mentre si preparavano a girare la scena, Reiner sussurrò imbarazzato all’amico: “…Billy ho appena avuto un’orgasmo davanti a mia madre!”.

Da vedere ad intervalli regolari.