“Delitto in piazza” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1976)

Paolo Levi, lo stesso autore che ci aveva già regalato le amarezze di provincia di “Ritratto di provincia in rosso”, torna nel 1976 con un romanzo che è molte cose insieme: un giallo che funziona, una commedia dei costumi che punge, e soprattutto uno specchio deformante – ma non troppo – della società italiana di quegli anni.

Il protagonista è Mario Aldara, e già qui Levi gioca la sua prima carta vincente. Niente commissari dalla mascella quadrata, niente detective dall’intuito soprannaturale. Mario è un impiegato ministeriale di quelli che si perdono nei corridoi della burocrazia, uno scapolo indurito che ha trasformato la delusione amorosa dei vent’anni in una corazza di routine e anonimato. Uno di noi, insomma. Uno qualunque.

Poi arriva Patrizia. Giovane, bella, con un passato che definire “burrascoso” è probabilmente un eufemismo. E qui Levi orchestra una trasformazione che è insieme comica e malinconica: in pochi mesi, questa ragazza stravolge la vita di Mario. Lo convince a cambiare casa e non in un appartamentino qualsiasi, ma un bel nido con vista su una piazza storica di Roma. E non si ferma qui: lo spinge a fare carriera, a essere qualcuno.

Ma la vera genialata narrativa arriva quando Patrizia, con quella disinvoltura che solo certi personaggi estremi sanno avere, inizia a raccontare ai vicini che il suo Mario, quell’impiegato così grigio e insignificante, in realtà lavora nei Servizi Segreti. È una bugia innocente? Una fantasia? Un desiderio di dare importanza a un uomo che proprio non ne ha? Poco importa. Quel che conta è che questa menzogna diventa il motore della trama.

Eccolo quindi, il povero Mario, catapultato una sera a casa dei Norchia, i vicini del piano di sopra. E qui il romanzo vira decisamente verso il gotico contemporaneo. La signora Norchia porta con sé un dolore che la divora dall’interno: sua sorella Ada è scomparsa da due anni senza lasciare traccia. Ma non è questo il dettaglio inquietante, o meglio, non è solo questo. Il punto è che il “fantasma” di Ada, quando i Norchia sono fuori casa, continua a visitare l’appartamento. Di notte. In silenzio.

Mario, suo malgrado, si ritrova risucchiato in un’indagine che non ha mai chiesto di condurre. E Levi, con mano sapiente, usa questa premessa apparentemente bizzarra per scavare nelle miserie umane che si annidano dietro le persiane delle case borghesi. Il mistero della scomparsa di Ada diventa il pretesto per esplorare ipocrisie, segreti di famiglia, tradimenti piccoli e grandi, quella quotidiana vigliaccheria che è il vero tessuto connettivo della nostra società.

L’ironia è l’arma che Levi maneggia con maggiore maestria. Non è mai cattiva, ma è spietata. Scanzonata, certo, ma mai indulgente. I personaggi sono descritti con quella precisione chirurgica che ti fa ridere e poi, un attimo dopo, ti fa sentire in colpa per aver riso. Perché riconosci quegli stessi difetti, quelle stesse miserie, in te stesso, nei tuoi vicini, nei tuoi cari.

Il romanzo si muove con un ritmo che non tradisce mai. Non è frenetico, è piuttosto un crescendo di tensione psicologica, dove ogni piccolo dettaglio, ogni conversazione apparentemente innocua, aggiunge un tassello al puzzle. E quando il quadro finale si compone, quello che emerge non è solo la soluzione di un mistero, ma un affresco amaro e tremendamente riconoscibile dell’Italia degli anni Settanta.

Per la chicca: nel 1980, la RAI decide di trasformare “Delitto in piazza” in uno sceneggiato televisivo in tre puntate. A interpretare Mario Aldara viene chiamato Luigi La Monaca, una delle voci più belle e riconoscibili del nostro cinema e della nostra televisione. E la sceneggiatura? La firma lo stesso Paolo Levi, che così si assicura che la trasposizione rimanga fedele alla sua visione.

“Delitto in piazza” è uno di quei gialli che ti riconciliano con il genere italiano. Non cerca di scimmiottare modelli stranieri, non si vergogna delle sue radici mediterranee, non ha paura di mescolare leggerezza e profondità. È un libro che si legge con piacere, che ti strappa qualche sorriso amaro, che ti lascia con quella sensazione di aver spiato attraverso il buco della serratura della porta accanto, e di non essere rimasto particolarmente entusiasta di ciò che hai visto.

Perché alla fine, il gioco di Levi è proprio questo: farci specchiare nelle miserie altrui per riconoscere le nostre. E riesce a farlo con quella grazia, quella leggerezza, che solo la grande letteratura di genere sa avere.

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“Il poliziotto che ride” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio 1968/2007)

Il duo Maj Sjöwall e Per Wahlöö rappresenta uno dei capisaldi della letteratura gialla mondiale. Per dieci anni, dal 1965 al 1975 – anno della morte di Wahlöö – i due compagni di scrittura – oltre che di vita – hanno sfornato dieci romanzi dedicati all’investigatore della Polizia di Stoccolma Martin Beck, considerato giustamente un alter ego scandinavo del grande Maigret . Questo “Il poliziotto che ride” del 1968 è forse il loro romanzo più famoso.

In una sera piovosa di Stoccolma, mentre le Forze dell’Ordine sono concentrate in una zona dove sono scoppiati alcuni tafferugli con dei manifestanti, in un’altra, proprio alla periferia della città, un autobus di linea esce fuori strada fermandosi contro un palo. Quando due agenti vengono chiamati da un passante e salgono sull’autobus, vi trovano una carneficina. Otto persone, compreso l’autista, sono state crivellate dai colpi di un’arma da fuoco.

Sul posto arriva Beck che, assieme ai suoi colleghi giunti rapidamente come lui, deve constatare che fra le vittime c’è anche un agente di Polizia, suo giovane collaboratore. Solo ripercorrendo le ultime settimane di vita del collega, Beck potrà risalire al feroce assassino…

Davvero un grande giallo, anche a distanza di tanti anni. Leggendolo si capisce come il duo Maj Sjöwall e Per Wahlöö sia di fatto il fondatore della letteratura gialla scandinava oggi tanto di successo.

Per la chicca: nel 1974 Stuart Rosenberg dirige “L’ispettore Martin ha teso una trappola“, adattamento cinematografico del libro ambientato a San Francisco, con il grande Walter Matthau nei panni di Martin Beck.

“Doppia morte al Governo Vecchio” di Ugo Moretti

(Longanesi, 1977)

Ugo Moretti è una delle figure più sfuggenti della cultura italiana del Secondo Dopo Guerra. Classe 1918, esordisce nel 1949 con “Vento caldo” che vince il Premio Viareggio. Successivamente firma numerosi romanzi, anche sotto pseudonimo, e altrettante sceneggiature cinematografiche. Scrive oltre venti gialli, ma questo “Doppia morte al Governo Vecchio”, la cui prima edizione risale al 1960, è forse il più famoso.

Dindo – Armando all’anagrafe – Baldassarre è un uomo che ama la pittura e l’arte in generale. Ma la vita lo ha portato a entrare nella Polizia di Stato. La sua carriera però si è interrotta bruscamente dieci anni prima, quando nel cuore della notte ha aiutato involontariamente un plurimo omicida a scappare. Scongiurato per un soffio il licenziamento, Baldassarre è stato trasferito all’Archivio Corpi di Reato che si trova nel cuore del centro storico di Roma. Scopre così, casualmente, che il suo predecessore – morto sul lavoro per aver confuso una pastiglia di cianuro con una di optalidon – aveva uno smercio clandestino, e alquanto fruttuoso, di reperti criminali che teneva gelosamente in un piccolo appartamento a pochi passi dall’ufficio.

Baldassarre prende così le redini dell’Archivio e del piccolo commercio, e lo usa per alimentare la sua passione: dipingere. Nessuno al mondo, nemmeno sua moglie Adriana, è a conoscenza del suo piccolo studio, fino al giorno in cui nell’antico e storico palazzo adiacente muoiono due persone: il vecchio principe, padrone del palazzo, e Romolo lo stagnaro, compagno di tresette dello stesso Dindo.

Baldassarre ha così l’opportunità di tornare a indagare, e forse quella di salvare la sua carriera, visto che se all’inizio le due morti sembrano un incidente, l’autopsia svela che si tratta di un duplice omicidio. Dindo indagherà sfruttando le sue amicizie locali che lo credono solo un viziato pittore e non un pubblico ufficiale, e in sole ventinove ore risolverà l’intricato caso…

Singolarissimo e sfizioso giallo con un protagonista che anticipa di molto gli investigatori che poi invaderanno la nostra editoria. Scritto in maniera insolita e irriverente “Doppia morta al Governo Vecchio” è davvero da leggere.

Nel 1977 Steno ne dirige “Doppio delitto” la riduzione cinematografica con Marcello Mastroianni nei panni di Baldassarre, e lo stesso Moretti partecipa alla stesura della sceneggiatura.

“Gli indimenticabili Cetra” di Virgilio Savona

(Sperling & Kupfer Editori, 1992)

Nella mia infanzia, gli anni Settanta, il Quartetto Cetra era semplicemente il gruppo di cantanti che eseguiva “Nella vecchia fattoria”, oppure erano i protagonisti di alcune parodie in bianco e nero di famosissimi romanzi, parodie trasmesse il pomeriggio come “tappabuchi” che poi venivano sempre interrotte troppo presto, per lasciare il posto ai programmi del palinsesto ufficiale.

Durante gli edonistici anni Ottanta il Quartetto Cetra venne generalmente relegato a “vecchia roba da nonni” o da revival. Solo qualche esperto e profondo conoscitore della musica e dello spettacolo italiano come Renzo Arbore ne parlava estasiato. E a ragione.

Il Quartetto Cetra è stato uno degli elementi fondanti la nostra cultura musicale prima e televisiva poi. Non a caso Francesco Guccini li considera i nostri Beatles, e le innovazioni che hanno portato segnano ancora la musica italiana.

Questo volume scritto da Virgilio Savona nel 1992, l’autore delle musiche e degli arrangiamenti del Quartetto, ripercorre la loro quarantennale storia. Dal 1940 quando lo stesso Savona (studente del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma), grazie al giovane Agenore Incrocci (si, proprio Age il grande sceneggiatore che poi per un breve periodo farà parte del gruppo canoro) incontra in un bar il Quartetto EGIE formato da (Giovanni) Tata Giacobetti, Enrico De Angelis, Iacopo Jacomelli ed Enrico Gentile. I quattro chiedono a Savona di educarli alla melodia e così inizia la sua carriera ufficiale di arrangiatore. Solo l’anno successivo Savona entra nel quartetto sostituendo Jacomelli. Grazie all’EIAR che li seleziona per le trasmissioni radiofoniche, il Quartetto incontra Felice Chiusano e Lucia Mannucci, che lo stesso Savona sposa nel 1944. Sono anni duri e tragici, il nostro Paese si dirige follemente verso il baratro, e a consolare le persone c’è solo la radio, e gli spettacoli musicali ad essa collegati.

La tragedia immane della Seconda Guerra Mondiale finisce, lasciando un Paese spezzato, ma con la voglia di ricominincare. Nel 1947 Enrico De Angelis lascia definitivamente il gruppo e viene sostituito dalla Mannucci: nasce così il primo quartetto misto d’Europa.

Calpestando i palcoscenici di tutta Italia, i Cetra portano la loro innovazione musicale legata alle splendide sonorità del jazz e dello swing e partecipano, nel corso degli anni, a numerose e famosissime riviste. Nel 1954 sono al Festival di Sanremo dove presentato, tra le altre, “Aveva un bavero” che vende numerosissime copie. Ovviamente non vincono e anzi, visto il loro modo di cantare e soprattutto di interpretare le canzoni – modo legato direttamente all’arte della commedia di cui tutti e quattro sono veri maestri – non verranno più chiamati all’Ariston. Ma nello stesso anno si accende nel nostro Paese la televisione che per fare spettacolo non può che rivolgersi agli artisti della radio. E i Cetra saranno nuovamente pionieri, questa volta dell’intrattenimento del piccolo schermo. Negli anni Sessanta la loro “Biblioteca di Studio Uno” diventa un punto fondamentale della nostra cultura televisiva.

Arrivano anche il doppiaggio di numerosi film di Walt Disney (fra cui lo splendido “Lo scrigno delle sette perle”) e la pubblicità con Carosello.

Con il Sessantotto (pace all’anima sua…) arriva la contestazione e i Cetra potrebbero perdere terreno. Ma grazie soprattutto a Savona – che in quegli anni collaborerà con artisti come Giorgio Gaber, solo per fare un nome – il Quartetto incide “Angela” dedicato all’attivista afroamericana Angela Davis in prigione negli Stati Uniti per le sue idee, il colore della sua pelle e il suo sesso.

Savona poi inciderà alcuni album da solo fra cui deve essere ricordato “E’ lunga la strada” che contiene i brani “Il testamento del parroco Meslier” e “La merda”. Forse anche per questo la collaborazione con la RAI si interrompe bruscamente e il Quartetto lavora con la TV Svizzera e poi con Antenna 3 Lombardia.

In casa Rai i quattro tornano nel 1985 come ospiti fissi in “Al Paradise” di Antonello Falqui (già regista de “La Biblioteca di Studio Uno”). Per comprendere al meglio la loro genialità musicale basta andare su YouTube e cercare “La pioggia di marzo” cantata dalla grande Mina a cui loro, nello spettacolo di Falqui, fanno uno splendido contrappunto scritto per l’occasione dallo stesso Savona.

L’ultimo concerto del Quartetto Cetra è del luglio 1988 a Bologna. A dicembre dello stesso anno Giacobetti – autore di quasi tutti i testi del gruppo – muore dopo una lunga agonia dovuta a un ictus. Si chiude così, definitivamente, la storia quarantennale del Quartetto Cetra.

Ripercorrendo le loro vicende, Virgilio Savona ci racconta un pezzo fondamentale della storia del nostro Paese.

Un documento davvero unico.

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“Il caso Kodra” di Renato Olivieri

(Mondadori 1978/2013)

Quando la nostra editoria era grande, avevamo un folta schiera di giallisti e relativi detective di buona e alta qualità fra cui scegliere per passare con loro alcune ore, il tempo di leggere un libro.

Renato Oliveri (1925-2013) era uno di questi. Il suo esordio giallo risale al 1 gennaio del 1978, giorno in cui viene pubblicato (da Rusconi) il suo primo romanzo “Il caso Kodra”, ambientato in una cupa e nebbiosa Milano.

Il protagonista creato da Olivieri è il malinconico vice commissario Giulio Ambrosio, 48enne divorziato e senza figli, uomo di scrivania più che d’azione. Più vicino a Maigret che a Montalbano insomma.

A causa delle ferie di un collega, sulla scrivania di Ambrosio arriva il caso di una donna vittima di un pirata della strada. Per rivedere i luoghi della sua vita passata, il vice commissario decide di fare un sopralluogo. Studiando la dinamica dell’incidente e soprattutto ascoltando il racconto dell’unico testimone – che più che vedere vista la nebbia ha sentito – qualcosa non gli torna.

Ambrosio inizia così a ricostruire la vita di Anna Kodra, una profuga istriana che dopo la guerra si è trasferita prima a Trieste, poi a Padova e infine a Milano…

Un giallo crepuscolare incentrato sui ricordi e sulla vita che è stata, sui rimpianti e sull’amore. La nascita letteraria di Giulio Ambrosio, che poi diverrà una delle figure gialle più note nel nostro panorama degli anni Ottanta e Novanta, è un libro che si gode fino all’ultima pagina.

Nel 1988 Sergio Corbucci dirige “I giorni del commissario Ambrosio“ col grande Ugo Tognazzi che impersona il protagonista.

“Marzolino Tarantola – La grande corsa” di Bonvì

(Mondadori, 2016)

Il programma di cartoni animati “Supergulp!” (cosi come “Crash Bang Gulp!” prima, “Giumbolo” e “Giumbolando” poi) ha influenzato in maniera profonda le generazioni – compresa la mia – che hanno avuto la fortuna di poterlo vivere e vedere in televisione in diretta.

Soprattutto fra il 1978 e il 1981 (con l’avvento definitivo del colore in tv) i fumetti, che apparivano settimanalmente, hanno inciso un lungo solco nell’immaginario dei giovani spettatori. Fra quelli stranieri e quelli italiani, sono apparse figure mitiche e indimenticabili. E proprio di una di queste, creata dal genio dell’immortale Bonvi (Franco Bonvicini) voglio parlare oggi.

Si tratta di una serie creata soprattutto per riempire il palinsesto del programma e di cui Bonvi ha scritto solo due storie complete: “Marzolino Tarantola”. Ispirato al “Saturnino Farandola” di Albert Rabida (e dal quale la Rai fece uno sceneggiato per ragazzi che proprio in quegli anni riscosse un notevole successo) “Marzolino Tarantola” prende spunto anche da altri grandi strisce create dal suo autore (come “Sturmtruppen” e “Nick Carter”) oltre che al cinema più classico d’avventura come “La grande corsa” diretto da Blake Edwards nel 1965.

E proprio “Marzolino Tarantola – La grande corsa” è l’unica storia completa pubblicata.  

Marzolino Tarantola è un facoltoso amante dell’avventura e, insieme al suo maggiordomo Alfred e a Enrico (molto somigliante al Patsy di Nick Carter) che con la sua forza bruta fa da solo tutto quello che farebbe un equipaggio di una dozzina di uomini, accetta di partecipare alla gara automobilistica intercontinentale che ha il suo traguardo a Parigi. Ma a ostacolare slealmente Tarantola c’è il perfido professor Moriatry (…e non Moriarty! Allora Sherlock Holmes era ancora sotto diritti…) e il suo assistente poco lucido Perfidio…

Un’avventura che ci ricorda quanto grande e importante è la storia dei nostri fumetti che troppo spesso è ingiustamente oscurata da quelli stranieri.   

“Una spola di filo blu” di Anne Tyler

(Guanda, 2016)

I Whitshank hanno sempre abitato nella casa col grande portico. Fu proprio Junior Whitshank a costruirla a ridosso della Seconda Guerra Mondiale. E suo figlio Red ci è cresciuto e ha cresciuto i suoi figli sotto quel portico. Ma le cose cambiano, i figli crescono e prendono strade diverse.

Questo vale per tutti, ed è valso anche per Junior che pur di affermarsi nella vita ha lasciato suo padre vedovo – che non ne ha sofferto più di tanto – e si è trasferito a Baltimora per fare il manovale negli anni della grande Depressione. Appena è riuscito a metter su una piccola ditta di costruzioni, gli abbienti signori Brill gli hanno commissionato la casa col grande portico, in uno dei quartieri più esclusivi della città. Junior l’ha costruita come se fosse stata la sua, e una volta finita non c’è stato giorno in cui non ha sognato di comprarla. Quando il sogno si è avverato, Junior ci si è trasferito con la moglie e i suoi due figli ancora piccoli.

Red, il minore, crescendo ha preso le redini della ditta paterna così come la casa col grande portico dove ha portato sua moglie Abby a vivere e crescere i loro quattro figli, due femmine e due maschi. E proprio il più piccolo, Danny, è sempre stato quello più problematico…

Magistrale ritratto corale di una famiglia americana della middle class, di quelle che apparentemente non hanno nulla di davvero straordinario se non il fatto di rappresentare, come poche altre, le dinamiche interiori e profonde della società umana.

Anne Tyler continua a raccontarci in maniera sublime gli strappi e i dolori intimi che nascono in una famiglia e che segnano per sempre tutti i suoi componenti.

Da leggere.   

“L’ultimo cavaliere” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 1982/2013)

Con questo romanzo il Re dà vita alla saga de “La Torre Nera”, saga che ancora oggi non è conclusa.

Pubblicato integralmente per la prima volta nel 1982, King lo ha iniziato a scrivere in una notte del marzo del 1970 – esatto, proprio alla fine dell’inverno del 1970! – grazie a una risma di carte verde che aveva casualmente trovato all’Università che allora frequentava.

In un mondo post apocalittico l’umanità è tornata ai tempi del vecchio Far West, dove i cavalieri, che hanno le caratteristiche e l’onore dei samurai, sono pistoleri. Roland de Gilead è l’ultimo cavaliere che attraversa il mondo conosciuto, addentrandosi poi anche in quello sconosciuto, per raggiungere e uccidere l’Uomo in Nero.

Il duro addestramento che Roland ha superato da adolescente gli ha insegnato a essere pronto a tutto, e a considerare chiunque sacrificabile per ottenere il suo scopo. Perché i poteri dell’Uomo in Nero sono quasi sconfinati…

Il Re è sempre il Re, e anche in questa prima “puntata” de “La Torre Nera” ce lo dimostra sapientamente. Le atomosfere cruente e gli incubi che lastricano il percorso di Roland sono indimenticabili come tutti quelli creati dal Re. Da leggere, come tutte le sue opere.

E’ uscita da poco al cinema la versione cinematografica de “La Torre Nera” diretta da Nikolaj Arcel, con Idris Elba nel ruolo di Roland e Matthew McConaughey in quello dell’Uomo in Nero.

“Il turista involontario” di Anne Tyler

(Guanda, 2012)

Che Anne Tyler (vincitrice del Pulitzer nel 1989) sia una delle mie scrittrici preferite in assoluto è un fatto relativo, visto che è universalmente riconosciuto che ogni suo libro possiede sempre qualcosa di indiscutibilmente straordinario. Come questo ”Il turista involontario” del 1985, pubblicato anche come “Turista per caso”, che ci parla di una delle tragedie più strazianti dell’essere umano: la perdita di un figlio.

Macon Leary è una persona che ama le abitudini, l’ordine e il proprio salotto, che trova il luogo più sicuro del pianeta. Per questo è l’autore di una serie di piccole guide per chi è costretto a viaggiare suo malgrado, elencando le cose più utili e opportune da portare o da evitare, che si intitolano “Il turista involontario”.

Ma la vita di Macon Leary sta inesorabilmente franando verso un baratro senza fondo. L’estate precedente il suo unico figlio Ethan, appena dodicenne, è stato assassinato durante una rapina in un drugstore. Poco dopo anche il suo matrimonio con Sarah è naufragato.

A complicare la sua esistenza ci si mette anche Edward, il cane di Ethan, che da qualche tempo ha cominciato a diventare sempre più irascibile e aggressivo. Proprio a causa del cane, Macon incontra la giovane Mauriel, una strampalata e singolare addestratrice di cani…

Splendido romanzo che affronta uno dei temi più difficili dell’animo umano, in maniera davvero eccezionale. Da leggere e da tenere nella propria libreria.

Nel 1988 Lawrence Kasdan dirige l’adattamento cinematografico che prende il titolo “Turista per caso“, e che viene candidato a quattro premi Oscar.

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“Corruzione” di Don Winslow

(Einaudi, 2017)

Don Winslow, newyorkese doc classe 1953, prima di dedicarsi esclusivamente alla scrittura (come scrittore e anche come sceneggiatore) nella vita ha fatto molti mestieri, fra cui il detective privato e il consulente per studi legali e assicurazioni. E in questo suo romanzo “Corruzione” – che il maestro Stephen King ha paragonato a “Il Padrino” di Mario Puzo – la cosa si sente e si apprezza ottimamente. 

Con un ritmo incalzante e con l’uso frequente di flashback concatenati, Winslow ci racconta la storia del sergente Danny Malone, capo – di fatto, visto che ufficialmente il responsabile è un tenente – della Manhattan North Special Force (detta Da Force), sezione speciale del NYPD, che si occupa dei crimini nella parte nord della città, e che vede il suo ambito nello storico e ormai degradato quartiere di Harlem.

Ma, soprattutto, Danny Malone è il Re indiscusso di Manhattan North. Lui è il capo della tribù “Blu” che mantiene l’ordine fra le strade. Che punisce chi deve essere punito, che protegge i bambini da genitori violenti o dai pedofili, le ragazze dagli stupratori e al tempo stesso riscuote le bustarelle e le riconsegna, gestisce e supporta i grandi trafficanti di eroina della città e fa accordi “commerciali” con le famiglie mafiose più rilevanti.

Danny Malone, con orgoglioso sangue irlandese nelle vene, viene da una famiglia di poliziotti, suo padre e suo nonno lo erano, o di vigili del fuoco, suo fratello Liam è uno dei numerosi pompieri del NYFD rimasti sotto le macerie del World Trade Center l’11 settembre 2001. E, credetemi, Malone più di ogni altra cosa nella vita voleva essere davvero un buon poliziotto…

Strepitoso romanzo crime dal ritmo serrato che non delude fino all’ultima parola. In un crescente, ottimamente strutturato, riviviamo i momenti cruciali della vita professionale e personale di un uomo che da giovane paladino della Giustizia ne diventa pubblico eroe e, allo stesso tempo, un corrotto traditore. A due anni dalla pensione, quando tutto sembra aver preso la giusta piega, Malone si trova inaspettatamente a un bivio, e dovrà scegliere una strada. Qualunque scelga, sarà per lui senza ritorno.

Tosto.