“L’autopompa fantasma” di Per Wahlöö e Maj Sjöwall

(Sellerio 1969/2008)

Eccoci alla quinta indagine di Martin Beck, l’ispettore scandinavo creato dalla coppia Per Wahlöö e Maj Sjöwall.

Ad occupare la scrivania di Beck è questa volta un incendio che ha distrutto un piccolo stabile alla periferia di Stoccolma, nel quale sono morte quasi dieci persone.

Mentre la Scientifica è occupata a stabilire se si tratti di un incendio doloso o meno, Beck e i suoi uomini indagano sui defunti e sui feriti.

C’è soprattutto un uomo, tossicodipendente, con vari precedenti penali che attira l’attenzione degli investigatori, e l’autopsia rivela che era già morto prima dello scoppio dell’incendio. Ma…

Come sempre la coppia inventrice del giallo scandinavo ci regala un gran bel poliziesco, che ci porta negli antri più miseri dell’essere umano e in quegli angoli della società che troppo spesso non vorremmo vedere.

Per comprendere al meglio il loro lavoro e lo spessore delle loro opere, basta leggere una breve introduzione a firma degli autori che la Sellerio ha inserito nel volume:

“Non riteniamo che il romanzo tradizionale con il suo orientamento verso l’individuo sia adatto ad analizzare la nostra società. Il romanzo poliziesco invece è stato, fin dalle origini, più conscio dell’appartenenza dell’individuo ad un gruppo. La differenza risalta molto chiaramente osservando il modo in cui le azioni dei personaggi vengono motivate. Nel romanzo tradizionale i personaggi trovano le ragioni del proprio comportamento in un certo senso in loro stessi, indipendentemente da chi li circonda. Nel romanzo poliziesco le motivazioni di chi agisce sono sempre in relazione con le altre persone. Non si può immaginare un criminale assolutamente solitario. Egli è sempre legato alla società. La criminalità è una specie di espressione della società su un piano negativo […]”. 

“Un agguato una sera al mare” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1978)

Fregene è una delle località litorali estive preferite dagli abitanti della Capitale. Dagli anni Sessanta, è diventata una delle più eleganti e modaiole, e così molti appartenenti alla “Roma Bene” vi hanno acquistato la loro casa per le vacanze.

Questo vale anche per Davide, rampollo di mezz’età di una ricca famiglia romana, che ha passato la vita mantenendo il patrimonio creato di generazione in generazione.

In una delle numerose feste serali, Davide rimane profondamente colpito da una giovane e affascinante donna, che si rivela essere la moglie di un regista in cerca di finanziatori.

Quasi per gioco Davide confessa di essere disponibile a finanziare il film in cambio di una notte d’amore con la moglie. E rimane piacevolmente sorpreso quando il regista immediatamente accetta. Le cose si complicano quando, durate una gita in alto mare, il regista viene volontariamente affogato…

Bel giallo all’insegna della nostra grande tradizione letteraria, che come sanno e possono fare solo i gialli, ci racconta anche quello scontro cruento fra due parti della nostra società, una delle quali finirà inesorabilmente per fagocitare l’altra.

Da leggere.

“La danzatrice di Izu” di Yasunari Kawabata

(Adelphi, 2017)

Yasunari Kawabata è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1968, ed è stato il primo autore figlio del Paese del Sol Levante a vincerlo. Ancora giovane pubblica nel 1926 il racconto “La danzatrice di Izu” che diviene subito uno degli scritti giapponesi più conosciuti al mondo, e allo stesso tempo uno dei più rappresentativi della cultura nipponica.

Il viaggio del giovane studente di Tokyo nella penisola di Izu, è uno dei più belli della letteratura mondiale. La formazione sentimentale del ragazzo è fra la più struggenti del Novecento, e molto ci dice della società giapponese, dei suoi rapporti interpersonali, del ruolo e della figura della donna.

Sotto molti aspetti paragonabile a “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert, “La danzatrice di Izu” dipinge con maestria rara quel sogno adolescenziale che tutti abbiamo avuto e che nessuno di noi è riuscito a cogliere.

Questo volume dell’Adelphi contiene anche le tracce di due conferenze tenute da Kawabata sulla bellezza, e su come questa può alimentare e illuminare la nostra vita.

“L’uomo al balcone” di Per Wahlöö e Maj Sjöwall

(Sellerio, 1966/2008)

Eccoci alla terza avventura dell’Ispettore scandinavo Martin Beck, creato dalla coppia Per Wahlöö e Maj Sjöwall.

E’ certamente l’indagine più dura e disperata di Beck, visto che all’inizio di una afosa estate, Stoccolma è preda di un feroce e imprendibile serial killer. Le vittime sono tutte bambine intorno ai dieci anni che vengono prima strozzate e poi violentate.

Tutte le vittime innocenti giocavano serene in uno dei parchi pubblici della città, ma questo non basta a far trovare il bandolo della matassa a Beck. Per fermare il mostro è necessaria anche una bella dose di fortuna.

Nel frattempo, Beck dovrà vedersela con mitomani, presunti colpevoli e ronde di sicurezza di volenterosi e incoscienti cittadini…

Una storia dura per Beck, che dovrà guardare in faccia la parte più oscura e odiosa del suo lavoro. Come sempre, un’ottima prova d’autore per Wahlöö e Sjöwall.

“Natale in casa d’appuntamento” di Ugo Moretti

(Vallecchi Editore, 1963)

Non sono molti gli scrittori capaci di raccontare in maniera sottile il mondo femminile, soprattutto quello che è costretto a vivere ai margini della società. Ugo Moretti è uno di questi, in “Natale in casa d’appuntamento” sa descrivere in maniera elegante e anche cruda la vita di alcune giovani donne che si prostituiscono.

Le storie di Nira, Rossana, Rosi, Roxi e Senine ruotano intorno al loro lavoro, che certo non amano, ma che è l’unico che la società perbenista permette loro di fare.

Ma se “il mestiere più antico del mondo” alla fine è sempre uguale a se stesso, le storie e i motivi che le hanno portate a vendersi sono differenti.

L’unica cosa in comune che hanno le ragazze descritte da Moretti è una: un uomo, dai mille volti, che vigliaccamente le ha tradite e ingannate approfittando della loro ingenua e spesso infantile fiducia. Padre o presunto fidanzato che sia.

Moretti, nel 1963, ci racconta con amore e rispetto le loro storie, come solo pochi scrittori sanno fare, toccando un argomento fino a poco tempo prima assolutamente e ipocritamente tabù.

Ed è inevitabile pensare a Marinella o Bocca di Rosa, prostitute raccontate da un altro nostro grande autore del Novecento, Fabrizio De André, cantore dei più deboli e di quelli che sono al margine e, come Moretti, capace di ridare loro quella dignità che la società bigotta, perbenista e colpevole vuole negare.

Per la chicca: nel 1976 Armando Nannuzzi dirige l’adattamento cinematografico del romanzo di Moretti – che collabora alla sceneggiatura – ma che patisce l’influenza del genere erotico appena esploso, e concentra così lo sguardo più sulle nudità delle protagoniste che sulle loro anime.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music. 

“Ritratto di provincia di rosso” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1975)

L’esordio come romanziere di Paolo Levi ci porta in una ricca e innominata cittadina ad ottanta chilometri da Roma e, soprattutto, ci presenta Mario Aldara, un investigatore davvero anticonvenzionale.

Sono gli anni in cui l’onda del Boom sta passando, ma ha lasciato il nostro Paese molto ricco, soprattutto quella parte della provincia italiana che fino a qualche anno prima viveva miseramente solo di agricoltura. E, insieme ai soldi, sono arrivati vizi e cattiverie.

Il riservato e introverso Aldara lavora in un anonimo ufficio del Ministero degli Interni. Viste le sue origini che lo hanno fatto nascere in quella cittadina, e il suo ruolo del tutto estraneo alle indagini sul campo, viene inviato ufficiosamente dal suo capo per indagare sul suicidio di Cesare Bonfigli, noto politico della regione.

Mario, con riluttanza, accetta l’incarico di capire se la morte di Bonfigli è legata alla sua attività politica o meno. Nel secondo caso agli Interni la questione non interessa e lui potrà tornare immediatamente a Roma.

Ma per Mario tornare nella sua città natale è davvero molto doloroso. Vent’anni prima se ne è andato per amore: appena adolescente si è innamorato, ricambiato, della giovanissima Viviana. Quando lui voleva sposarla perché incinta, la famiglia di lei la costrinse ad abortire e a sposare l’uomo più ricco della regione …Cesare Bonfigli, politico e amministratore delegato della ricca Mulini Bonfigli…

Accattivante giallo all’italiana che dipinge una provincia oscura e corrotta proprio come la grande città. Aldara è presente anche nel successivo romanzo di Levi “Delitto in piazza“.

Per la chicca: nel 1976 Ugo Tognazzi veste i panni di Mario Aldara nell’adattamento cinematografico “Al piacere di rivederla”, la cui sceneggiatura è scritta dallo stesso Levi assieme a Ruggero Maccari, Maurizio Costanzo e Marco Leto, che lo dirige.

“La gatta” di Jun’ichirō Tanizaki

(Bompiani, 1977)

C’è chi ama gli animali e chi no. E fra quelli che amano gli animali, ci sono quelli che amano i gatti. Visto che possiedo più di un gatto, un cane e altri animali più o meno domestici, non sto certo affermando che gli amatori di gatti sono più o meno valorosi degli altri. Dico solo che avere e amare un gatto – così come amare un canarino o un furetto – ha le sue peculiarità. Chi convive con un felino sa bene che non si tratta di un semplice rapporto di possesso: è piuttosto una danza sottile fatta di conquiste quotidiane, di territorialità negoziata, di affetti che vengono concessi più che imposti.

Leggendo questo breve ma intenso romanzo di Jun’ichirō Tanizaki, pubblicato per la prima volta nel 1936, si comprende subito che l’autore era un fervente amante dei piccoli felini. E non si tratta di un amore superficiale o sentimentale: Tanizaki conosce profondamente la natura felina, quella miscela indecifrabile di indipendenza e bisogno, di freddezza apparente e attaccamento viscerale che rende i gatti creature tanto affascinanti quanto impenetrabili.

Tanizaki è stato uno dei più importanti scrittori giapponesi del Novecento, nominato per il Nobel per la Letteratura nel 1964, e autore di numerosissimi scritti da cui il cinema ha preso più volte ispirazione. La sua opera spazia dal realismo psicologico all’erotismo raffinato, dalla critica sociale all’esplorazione delle tensioni tra tradizione e modernità nel Giappone del suo tempo. Con “La gatta”, Tanizaki ci offre un gioiello narrativo che condensa in poche pagine tutta la sua maestria nell’indagare le pieghe più nascoste dell’animo umano.

La protagonista di questo romanzo è Lily, una splendida gatta di dieci anni, dal manto folto e gli occhi penetranti, che l’indolente Shozo ama follemente da quando l’ha raccolta ancora cucciola, e che adesso è al centro delle macchinazioni della sua ex moglie Shinako ai danni della nuova Fukuko. Ma i gatti non si addomesticano, visto che si dice che siano loro a scegliere il padrone, e non il contrario… E Lily, con la sua presenza silenziosa e il suo affetto selettivo, diventa inconsapevolmente il campo di battaglia su cui si giocano gelosie, rivendicazioni e strategie di potere.

Shozo è un uomo debole, passivo, incapace di prendere decisioni che non siano dettate dalla pigrizia o dalla via di minor resistenza. Il suo amore per Lily è forse l’unico sentimento autentico che prova, l’unico legame in cui non deve fingere o negoziare. La gatta rappresenta per lui un rifugio emotivo, un’isola di purezza in un mare di relazioni umane complicate e spesso ipocrite. Shinako, l’ex moglie, conosce bene questa debolezza e la sfrutta con lucida determinazione.

Fukuko, la nuova compagna, si trova così a dover competere non solo con un fantasma del passato, ma anche con una creatura vivente che incarna tutto ciò che lei non potrà mai essere per Shozo: qualcosa di incondizionato, di non negoziabile, di profondamente radicato. La sua posizione è tanto più difficile in quanto Lily non è semplicemente un animale domestico, ma il simbolo tangibile di un’intimità precedente, di una vita condivisa che continua a proiettare la sua ombra sul presente.

La narrazione procede con ritmo pacato ma inesorabile, come una partita a scacchi in cui ogni mossa apparentemente innocua nasconde una strategia a lungo termine. L’autore non giudica i suoi personaggi: li osserva con distacco quasi entomologico, lasciando che siano le loro azioni a rivelarli per quello che sono.

Ciò che rende “La gatta” un’opera magistrale è proprio questa capacità di usare un elemento apparentemente marginale – un animale domestico – per illuminare le dinamiche più profonde delle relazioni umane. Lily non è mai solo una gatta: è un pretesto, uno specchio, un catalizzatore. Attraverso il rapporto che i vari personaggi hanno con lei, Tanizaki ci mostra i loro bisogni inconfessati, le loro meschinità, le loro fragilità.

Il romanzo ci parla di possesso e libertà, di amore e manipolazione, di come gli affetti possano trasformarsi in armi e di come le creature più innocenti finiscano spesso per essere utilizzate nelle guerre degli umani. E lo fa con quella delicatezza stilistica tipica della letteratura giapponese, dove ciò che non viene detto è spesso più eloquente di ciò che viene esplicitato.

“La gatta” è un magistrale racconto psicologico che, parlando di amore per i gatti, ci racconta in maniera sublime dell’animo umano. E’ una di quelle opere brevi che si leggono in poche ore ma che continuano a risuonare nella mente per molto tempo. Tanizaki ci ricorda che a volte sono proprio le storie più piccole, più circoscritte, a contenere le verità più universali.

Da leggere.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music. 

“L’uomo che andò in fumo” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio 1966/2009)

Nella sua seconda avventura, Maj Sjöwall e Per Wahlöö, portano il commissario Martin Beck in Ungheria, e precisamente a Budapest.

Lì, infatti, viene inviato il più famoso detective di Scandinavia per rintracciare, ufficiosamente, Alf Matsson, noto giornalista e famigerato anche per il suo carattere iroso e il suo grave alcolismo. Le ultime notizie ufficiali di lui si hanno in un grande albergo poche ore dopo il suo arrivo nella capitale magiara, città nella quale poi sembra incredibilmente svanito nel nulla.

Beck, nonostante il supporto della Polizia locale, non sembra riuscire a venirne a capo. Solo quando alcuni suoi colleghi smuovono le acque a Stoccolma il mistero si dipanerà…

Come sempre, gran bel giallo firmato dalla coppia Sjöwall e Wahlöö, che colpisce ancora per la sua modernità di scrittura e scorrevolezza.

“La controspia” di Peter Ustinov

(D’Agostini, 1990)

Questo piccolo volume scritto da Peter Ustinov ci dimostra quale grande cultura letteraria possedeva uno dei più rappresentativi attori cinematografici e teatrali del Novecento vincitore, tra i numerosi premi, di due Oscar.

Dopo la sua morte, ma in realtà qualche indiscrezione era trapelata già durante gli ultimi anni della sua vita, Peter Ustinov è risultato essere un importante collaboratore dell’MI5, il Servizio Segreto di Sua Maestà, così come lo fu suo padre.

Questo sia grazie alle sue origini – i suoi genitori avevano discendenze che risalivano a svariati Stati europei e non solo – che alla sua professione che lo ha portato in giro per il mondo.

Così il primo dei due racconti che dona il titolo anche al libro, “La controspia” appunto, ci parla delle frustrazione di un’ex spia inglese in pensione forzata. Come tutti i suoi colleghi messi a riposo, Glasp ha scritto un memoriale della sua lunga carriera in Medio Oriente. Secondo i suoi piani il tomo verrà pubblicato dopo la sua morte, scatenando le ire dei suoi ex superiori: sarà la vendetta per il suo forzato riposo. Ma Glasp non sopporta più aspettare e così prima prende carta e penna e poi alza il telefono accendendo una miccia a Beirut che deflagrerà fino a Londra…

Il secondo e ultimo racconto è il delizioso “Non chiamatelo naso” la cui protagonista è una famiglia di origini mediorientali che vive negli Stati Uniti. Il padre è studioso degli Assiri e gli è stata affidata una cattedra in un prestigioso ateneo. Esperto di politica mediorientale è spesso consultato dalla Casa Bianca.

La moglie e la piccola figlia vivono in relazione al lavoro e alle passioni del padre – che per scelta in casa non ha una tv o una radio – sono lo studio e la musica. Così la piccola cresce imparando a suonare la musica classica insieme ai suoi genitori che invitano settimanalmente colleghi per piccoli concerti.

Ma le cose cambiamo drasticamente per il professor Atuoa quando sua figlia diventa maggiorenne e con i risparmi accumulati con sacrificio si sottopone a una rinoplastica. Per il docente l’oltraggio è intollerabile, ma per sua figlia è indispensabile visto che il suo grosso naso – identico a quello di suo padre e di sua madre – l’ha sempre profondamente inibita. La lite è così furibonda che la ragazza decide di andarsene.

All’Università il Rettore – assiduo spettatore dei concerti casalinghi degli Atoua – va in pensione e il suo sostituto considera gli Assiri una materia superflua. Il nuovo inquilino della Casa Bianca poi ha il suo personale consulente mediorientale, e così Atoua è costretto a lasciare il piccolo cottage universitario che occupava da anni per trasferirsi in un appartamento in città. Ma i guai non sono finiti, sua figlia col suo bel naso nuovo, si innamora…

Due racconti spassosi e lucenti, davvero ben scritti.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Roseanna” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö

(Sellerio, 1965/2005)

Con questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1965, esordisce l’investigatore più famoso della Scandinavia (e non solo) Martin Beck. Maj Sjöwall e Per Wahlöö riescono a creare un antieroe classico e malinconico, spietato nella caccia al colpevole, ma allo stesso tempo umano e comprensivo.

Nelle acque torbide e fangose di una chiusa lungo il Göta Canal, a Motala, viene ritrovato il corpo di una giovane donna. La ragazza è stata prima brutalmente violentata, strangolata, svestita e poi gettata nelle acque del canale. Sull’assassino così come sull’identità della vittima è buio totale.

Anche il reparto speciale della Polizia di Stoccolma non sembra venirne a capo, fino a quando arriva dagli Stati Uniti la denuncia di una ragazza scomparsa alcuni mesi prima. Si tratta di Roseanne MacGraw, che era partita per un viaggio solitario in Europa all’inizio dell’estate.

Beck e i suoi collaboratori riescono a ricostruire i movimenti della donna che è stata uccisa sul battello per turisti “Diana” nei primi giorni di luglio. Il “Diana” risale un lungo tratto del grande canale, e la traversata dura alcuni giorni.

E’ una delle attrazioni turistiche più note della zona. La compagnia fornisce il nome dei turisti imbarcati alla partenza, ma quelli occasionali – che salgono e scendono a una delle numerose fermate lungo il canale – sono praticamente inrintracciabili. Le cose cambiano quando a Beck viene in mente di chiedere alle persone che erano a bordo insieme alla McGraw le foto e i filmini in super 8 girati durante le vacanze…

Nonostante il mezzo secolo superato, questo giallo non perde un colpo. E nonostante gli strumenti di investigazione della Polizia siano oggi fantascientifici, per come è ben scritto questo romanzo, non disturba affatto che il mezzo più sofisticato per comunicare di Beck sia il buon vecchio telefono fisso.

Da antologia la ricostruzione delle ultime ore di vita della vittima attraverso i filmini dei turisti.