“Lo straccione” di Carl Reiner

(USA, 1979)

“The Saturday Night Live” – che molti chiamano solo SNL – è ormai da quasi cinquant’anni la fucina delle nuove generazioni di comici, autori e registi della commedia made in USA, e non solo. Da lì sono partiti artisti che hanno conquistato il pubblico di tutto il mondo come John Belushi o Robin Williams, solo per citarne due.

Sotto i riflettori degli studi dove si registrava lo show si sono allacciate amicizie e sodalizi artistici memorabili. Così il giovane comico Steve Martin assieme all’autore Carl Gottlieb (che poco prima, con Peter Benchley, aveva scritto per l’amico Steven Spielberg la sceneggiatura de “Lo squalo”) buttano giù il soggetto per una commedia satirica e surreale in pieno stile SNL.

La sceneggiatura viene scritta insieme a Michael Elias e a dirigere il film viene chiamato Carl Reiner (padre di Rob Reiner), maestro indiscusso della commedia americana sia dietro che davanti la macchina da presa. Steven Soderbergh, tanto per fare un esempio, lo vuole nel cast di “Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco” accanto a George Clooney, Brad Pitt e Julia Roberts.

Navin Johnson (Steve Martin) è uno dei numerosi figli di un’indigente famiglia afroamericana che vive nei pressi delle paludi della Luisiana. Rispetto ai suoi genitori, alle sue sorelle e ai suoi fratelli però Navin si sente sempre in difficoltà e inadatto. Infatti, è l’unico della famiglia a non riuscire a tenere il tempo quando tutti gli altri cantano e ballano. Affranto si ritira nel suo letto dove la madre gli rivela di essere stato …adottato. La notte stessa, ascoltando casualmente la radio sente dello swing e finalmente i suoi piedi riescono a tenere il tempo. Folgorato dalla novità Navin ha un’illuminazione: andare a cercare la fortuna a St. Louis, la città da dove era trasmessa la musica.

Con pochi dollari in tasca e tanta voglia di farcela Navin parte alla ricerca di se stesso e soprattutto della sua realizzazione che, grazie alle sue doti di inventore realizzerà, ma…

Esilarante commedia sopra le righe con un grande Steve Martin, al suo primo ruolo da protagonista, che con tagliente ironia si sberleffa del grande “sogno americano”. Nel cast, oltre a Bernadette Peters, alcuni dei caratteristi più famosi del periodo come M. Emmet Walsh, Bill Macy e Jackie Mason, oltre a un delizioso cameo della stesso Carl Reiner nei panni di se stesso.

Non è facie far ridere, ed è ancora più difficile fare un film che a distanza di oltre quarant’anni continui a farlo, come questo.

“Zero Gravity” di Woody Allen

(La Nave di Teseo, 2022)

Dopo l’esilarante e al tempo stesso amara autobiografia “A proposito di niente”, il genio newyorkese Woody Allen torna a scrivere un libro. Questa volta si tratta di una raccolta di diciannove racconti, alcuni già comparsi sul “New Yorker”, altri invece inediti.

Tutti sempre divertenti e a volte malinconici che ci narrano di una società e una cultura che, quantomeno, lascia molto a desiderare. Cosa che ci ricorda l’intramontabile frase del grande Groucho Marx – sempre molto amato da Allen – che più o meno diceva così: “Non voglio far parte di un club che accetti tra i suoi soci uno come me”. Ecco, Woody Allen, con questi racconti sembra dirci che mal sopporta la cultura contemporanea, anche se volente o nolente lui stesso vi fa parte ed è considerato – giustamente! – una delle punte di diamante più rilevanti.

Se proprio devo scegliere, costretto davanti al plotone d’esecuzione, dico “Crescere a Manhattan”, bello e struggente che sfiora molti – se non tutti – argomenti e ambientazioni preferiti da sempre da Allen e narrati in numerose delle sue pellicole, a partire dalla città che non dorme mai: New York.

Arrivati all’ultima pagina, come capita solo coi grandi libri, ci intristiamo diventando nostro malgrado orfani di pagine e parole che ci hanno riempito l’anima e il cuore, facendoci ridere, sorridere a volte diventare malinconici.

Anche se Dio è morto, Marx (…Karl) è morto, tu Woody resisti e scrivi ancora …mi raccomando!

D’altronde, come diceva sempre il grande Marx (stavolta ancora Groucho): “All’infuori del cane, il libro è il migliore amico dell’uomo. Dentro il cane è troppo scuro per leggere”.

“Avvocata Woo” di Ji-Won Moon

(Corea del Sud, 2022)

La cinematografia della Corea del Sud è ormai, da alcuni decenni, fra le più produttive e originali del Pianeta. Non sono pochi, infatti, i film realizzati a Seul che poi vengono rifatti in Occidente o che collezionano riconoscimenti prestigiosi in ambito internazionale. Negli ultimi tempi anche la televisione coreana realizza serie che spopolano in molti altri Paesi, come il vero e proprio fenomeno planetario di “Squid Game”.

Con questa serie “Avvocata Woo” la televisione coreana, in collaborazione con Netflix, sposta l’asticella ancora più su, raccontandoci la storia di Woo Young-woo (la bravissima Eun-bin Park) una giovane avvocata con il QI di 164 e migliore del suo corso universitario, assunta come “novellina” nello studio Hanbada, uno dei più prestigiosi di Seul.

Ma nonostante la sua preparazione, il suo acume e la sua incredibile memoria, sono molti quelli che provano disagio a lavorare con lei, così come sono pochi i clienti che non rimangono titubanti stringendole la mano. Perché Woo Young-woo, dalla nascita, vive nello spettro autistico.

Ha proferito le sue prime parole a cinque anni citando a memoria il libro di giurisprudenza del padre, che le ha fatto conoscere e amare il Diritto parlandogliene come se fosse una favola della buonanotte fin da piccola. Ricorda tutti i libri che ha letto da quando è nata ma questo, per molta parte del mondo, non basta.

Per il suo modo di interagire con gli altri lei sarà sempre e comunque una disabile della quale magari si può avere pena, ma di cui certo non ci si può fidare, soprattutto nel mondo duro e tagliente come quello degli avvocati. Inoltre Woo Young-woo deve fare i conti anche col resto della società patriarcale per gran parte della quale lei ha due grandi e insormontabili limiti: oltre ad avere una “fin troppo evidente” disabilità …è pure una donna.

Ma Woo Young-woo è abituata a essere guardata con gli occhi superficiali e compassionevoli, e così porta l’ingiusto e vergognoso fardello che gli altri miseramente le caricano sulle spalle, triste sì, ma mai rassegnata…

Bellissima serie dalle caratteristiche del classico Courtroom Drama che ci parla soprattutto della vita e delle relazioni fra gli essere umani che troppo spesso sanno essere spietati, meschini e ipocriti.

Nel nostro Paese, purtroppo, la disabilità nel mondo delle fiction resta ancora un tabù. Sono troppo pochi e spesso non perfettamente riusciti i film o le serie che l’affrontano senza ipocrisie o amorevole e odiosa compassione. Ma per fortuna esistono altre cinematografie o televisioni come quella coreana, appunto. Prima o poi arriveremo anche noi a realizzare una serie così, forse più poi …che prima.

Da vedere.

“Mezzogiorno e mezzo di fuoco” di Mel Brooks

(USA, 1974)

Agli inizi degli anni Settanta Andrew Bergman (newyorkese classe 1945) scrive la sua prima sceneggiatura “Blazing Saddles” (“Selle fiammeggianti”) che inaspettatamente la Warner Bros acquista. Lo stesso Bergman (che qualche anno dopo scriverà lo script dell’esilarante “Una strana coppia di suoceri” diretto da Arthur Hiller nel 1979) ne rimane stupito visto che la sua storia parla in maniera assai ironica e tagliente del “mitico” Far West e ha come protagonista uno sceriffo nientepopodimeno che …afroamericano.

La casa di produzione vorrebbe affidare la regia a Orson Welles e il ruolo da protagonista a James Earl Jones (che poi, fra le altre cose, presterà la voce a Dart Fener nei primi mitici episodi della saga di Guerre Stellari, nonché a Mufasa nel lungometraggio animato “Il re leone” della Disney) ma il progetto non riesce a decollare.

La Warner propone così la sceneggiatura al regista e autore di due commedie cinematografiche non convenzionali che hanno riscosso un certo successo: Mel Brooks, che chiama ad ampliare lo script, oltre che lo stesso Bergman, anche Norman Steinberg e Alan Uger. Inoltre, chiede alla produzione di inserire nel team un giovane e irriverente comico che sta riscuotendo un discreto successo in molti locali off: Richard Pryor.

La miscela è davvero esplosiva e il risultato è tanto divertente quanto fuori gli schemi. Brooks inizia così a selezionare il cast e visto che la Warner reputa Pryor inaffidabile assegna il ruolo del protagonista Bart a Cleavon Little, noto interprete di Broadway e vincitore del Tony Award come miglior attore protagonista di un musical nel 1970, primo attore afroamericano a vincerlo nella storia.

I problemi più seri arrivano per il ruolo di Waco Kid per il quale nessun attore interpellato è disponibile visti soprattutto i toni, gli argomenti affrontati e le battute volutamente razziste. Così Brooks si rivolge all’autore e interprete – col quale ha iniziato a scrivere quello che sarà il suo film successivo ovvero “Frankenstein Junior” – Gene Wilder, nonostante la sua giovane età rispetto al personaggio descritto originariamente nella sceneggiatura.

Per il ruolo del perfido e cattivo Hedley Lamarr, Brooks vorrebbe il regista e attore Carl Reiner (padre di Rob Reiner) che però è indisponibile, così “ripiega” su Harvey Korman, allora noto caratterista soprattutto della televisione. Per il personaggio di Lili von Shtupp, dichiaratamente ispirato a Marlene Dietrich, il regista deve trovare un’attrice avvenente, che sappia imitare la diva tedesca e al tempo stesso sappia far ridere. Così fa un provino a una giovane artista di Broadway reduce da una candidatura all’Oscar come migliore attrice non protagonista per il film “Paper Moon – Luna di carta”: Madeline Kahn, che riceverà una seconda candidatura all’Oscar proprio per questa nuova interpretazione.

Il resto del cast verrà composto da grandi caratteristi che poi lavoreranno molto spesso con Brooks come Dom DeLuise e Liam Dunn, nonché da Slim Pickens – nel ruolo di Taggart – unico vero, navigato e storico attore di film Western con un passato di clown da rodeo. Da ricordare anche due altri ottimi caratteristi: John Hillerman che poi diverrà famoso nel ruolo di Higgins nella serie “Magnum P.I.” e David Huddleston che, fra le numerose piccole parti, impersonerà anche il capitano McBride nell’inarrivabile “I 2 superpiedi quasi piatti” di Enzo Barboni.

Il resto è …storia del cinema. La pellicola sbanca al botteghino è diventa una pietra miliare non solo della comicità. Le numerose e strepitose gag segnano l’immaginario collettivo a partire da quella della cena nel vecchio e leggendario West a base di caffè, fagioli e …peti, passando per il discorso di insediamento di Bart o per il caotico e sui generis finale. Ma soprattutto “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” punta il dito senza false ipocrisie e senza pietà sulla tragica piaga del razzismo negli Stati Uniti, prendendo ferocemente in giro uno dei “sacri” – e troppo spesso reazionari – elementi fondanti il Paese: il leggendario Western.

Intramontabile, da rivedere a intervalli regolari.

Per la chicca: Hedy Lamarr, nata in Austria e naturalizzata negli Stati Uniti nonché prima attrice nella storia del cinema ad apparire completamente nuda davanti alla macchina da presa nel film “Estasi” del 1933 (ma anche studentessa di Ingegneria a Vienna e inventrice assieme al compositore George Antheil di un sistema di guida a distanza per siluri, realizzato per contrastare l’espansione di Hitler e dell’Asse di Ferro, che è oggi alla base della tecnologia delle reti wireless) fece causa alla Warner per la gag surreale di cui era protagonista il cattivo Hedley Lamarr che tutti chiamavano erroneamente “Hedy” scambiandolo con l’attrice. Su richiesta dello stesso Brooks la casa di produzione pagò quanto richiesto senza ricorrere all’ufficio legale.

“MOR – Storia per le mie madri” di Sara Garagnani

(ADD Editore, 2022)

E’ indiscutibile che la famiglia è spesso uno dei pilastri della società, ma è doveroso riconoscere allo stesso tempo come questa possa essere, fin troppo spesso, il focolaio di dolori e traumi profondi. Al di là della mera definizione di famiglia, che ormai fortunatamente è andata ben oltre a quella arcaica e oppressivamente limitante dettata da dogmi e condizionamenti religiosi, l’ambiente in cui cresciamo e impariamo a convivere con noi stessi ci segnerà in maniera indelebile nel bene come nel male.

Già dal titolo è chiaro che la Garagnani ci racconta la storia delle donne delle sua famiglia, donne con le quali è cresciuta o con le quali sono cresciute le donne con cui lei ha vissuto. Il racconto di questo bel graphic novel è al tempo stesso bello, drammatico e crudo. Inizia dall’infanzia di sua madre Annette, cresciuta assieme al fratello gemello Christer sotto l’ombra della madre Inger, una donna tanto avvenente quanto dura e preda sovente di terribili crisi d’ira, soprattuto quando il marito era assente.

I continui abusi emotivi e morali – e probabilmente anche fisici – portano i due piccoli bambini a crescere in un mondo il cui lato oscuro diventa sempre più ingombrante. Raggiunta la maggiore età Annette abbandona la casa della madre, che dopo aver lasciato il marito frequenta altri uomini alcuni dei quali assai ambigui, e dalla Svezia si trasferisce in Italia dove incontra Agostino col quale decide di creare una famiglia.

Inizia così la seconda parte della vita di Annette che diventa la madre di Sara. Ma quell’enorme vuoto nero è sempre più difficile da arginare, viste poi le frequenti ingerenze di Inger nella vita della neomamma. Se Inger, per sopravvivere al suo di vuoto, replica “l’educazione” ricevuta sulla figlia, Annette tenta in ogni modo di lasciare lontano Sara dalle dinamiche tragiche della sua infanzia. Ma il prezzo sarà, purtroppo, altissimo…

La Garagnani ci ricorda come il ruolo della madre, in una società inesorabilmente patriarcale, è schiacciato e oppresso visto che lo stesso ruolo deve essere sempre e comunque complementare a quello degli uomini, mariti o figli che siano. Che si tratti dell’Italia – dove negli anni dell’infanzia di Annette erano ancora in vigore tragicamente il “matrimonio riparatore” e il “delitto d’onore” – o della più “progredita” Svezia, le donne dovevano sempre e comunque adeguarsi, stritolate da arcaici dogmi culturali e religiosi. Tema che il maestro Ingmar Bergman ci ha raccontato in maniera sublime in molti dei suoi film, fra cui spiccano “Fanny & Alexander” o “Con le migliori intenzioni”, da lui scritto e diretto da Bille August nel 1992.

Quello che Garagnani ci sottolinea in maniera molto efficace è poi l’assordante silenzio di molti degli uomini della sua vita, a partire dal nonno, il padre di Annette.

Da leggere.

“Anno 2118: Progetto X” di William Castle

(USA, 1968)

Tratto dal romanzo “The Artificial Man” (1965) firmato da L. P. Davies (1914-1988) – scrittore britannico che molti paragonano al grande Philip K. Dick per il suo stile e soprattutto per l’ambientazioni e le atmosfere claustrofobiche e ossessivamente oniriche – e scritto da Edmund Morris, questo “Anno 2118: progetto X” è un piccolo gioiellino incastonato nel grande cinema di fantascienza degli anni Sessanta.

Anno 2118 (…naturalmente), il globo è diviso in due grandi blocchi geopolitici: l’Occidente e l’Australasia. Entrambi hanno lo stesso grande problema: le risorse. Il sovrappopolamento del pianeta, infatti, sta consumando inesorabilmente tutte le fonti e le riserve di alimenti ed energia. Per capire se l’Australasia stia preparando qualche drastica e nascosta contromisura viene inviato l’agente segreto Hagan Arnold (Christopher George) che però al suo rientro, prima di cadere in uno stato di incoscienza, è riuscito solo a inviare un inquietante quanto criptico messaggio: “…l’Occidente verrà distrutto fra quattordici giorni!”.

Lo Stato Maggiore dell’Occidente, rappresentato dal colonnello Holt (Harold Gould), come da protocollo mette in sospensione criogenica Arnold e affida al dottor Crowther (Henry Jones) il compito di risvegliarlo e soprattutto di fargli ricordare il motivo del suo terrificante messaggio, perché la memoria di Arnold è stata oscurata da un farmaco “antitortura” che lui stesso ha assunto quando, scoperto, è caduto nelle mani delle Forze Armate dell’Australasia.

Viene così ripercorsa la vita di Arnold e Crower assieme al suo staff si concentra sulla laurea in storia che lo stesso agente ha ottenuto qualche anno prima scrivendo la tesi sugli anni Sessanta del Novecento. Per sbloccare la memoria dell’uomo, dopo averlo riportato cosciente, lo si trasferisce in un edificio apposta ricostruito come una classica fattoria degli anni Sessanta con la speranza che il periodo tanto studiato e amato da Arnold possa sbloccargli la memoria, ma…

I limiti economici della produzione ricordano quelli della mitica serie televisiva contemporanea “Star Trek” – nata come di serie B e che spesso adattava le sceneggiature ai set disponibili per mantenere i costi bassi – e non a caso il cast è composto da attori che poi diverranno molto noti in televisione in ruoli da caratteristi come Harold Gould e Henry Jones.

Ma oltre all’ambientazione e al cast, così come “Star Trek”, questo film possiede una sceneggiatura davvero originale, non senza qualche pecca, ma colma di colpi di scena e che ci parla di problemi fin troppo contemporanei e attuali. Ingiustamente dimenticato e sottovalutato.

Per la chicca: nei panni di Sen Chiu, il perfido leader dell’Australasia, c’è Keye Luke attore americano di origini cinesi, divenuto famoso negli anni Trenta e Quaranta per aver interpretato il ruolo del “figlio numero uno” in numerosi film il cui protagonista era il detective Charlie Chan, nonché il Maestro Po nella serie televisiva “Kung Fu”. Proprio per quest’ultima interpretazione George Lucas lo considerò fino all’ultimo per il ruolo di Obi Wan Kenobi in “Guerre stellari: Una nuova speranza” ruolo che poi, ci racconta la storia, andò ad Alec Guinness.

“Zucchero amaro” di Daniel Kraus

(Bompiani, 2022)

Jody è un ragazzino che ha avuto un’infanzia difficile così come lo è l’adolescenza appena cominciata. Nel suo mondo gli adulti sono soprattutto prepotenti, arroganti ed egoisti. Tutti tranne sua madre e Robbie. Da quando il padre li ha abbandonati, infatti, Jody e sua madre hanno sempre vissuto da soli fino al giorno in cui la donna ha smesso di alzarsi dal letto per guardare ininterrottamente la televisione, tanto da avere ormai il corpo pieno di piaghe da decubito.

Nel momento in cui i soldi hanno iniziato a finire la madre di Jody ha fatto richiesta per l’affido di Midget, una bambina che, nonostante la tenera età, era già passata in numerose case famiglia o fra le mani di pessimi genitori affidatari. I soldi che lo Stato passa loro per la piccola permettono a Jody e a sua madre di tirare avanti. Così il piccolo è diventato improvvisamente il fratello maggiore di una ragazzina che non parla con nessuno, se non con gli insetti che incontra.

L’altro adulto per il quale Jody ha un certo rispetto è Robbie, un uomo alle soglie dei trent’anni che vive in fondo a Yellow Street, in una casa ormai diventata una catapecchia. I suoi genitori, circa dieci anni prima, lo hanno abbandonato e lui è rimasto solo, riuscendo a sopravvivere spacciando o facendo piccoli lavoretti che nessun altro vuole fare. Eppure da adolescente Robbie era la promessa dei “Knights”, la squadra di football del liceo locale. Nel gruppo c’è anche Dag, una coetanea di Jody che vive invece in un quartiere molto chic della città. Anche lei però, nonostante il benessere e l’opulenza, è stata vittima dei suoi genitori.

Halloween si avvicina all’orizzonte e i quattro decidono di approfittarne per vendicarsi della cittadina e della società che fisicamente e moralmente li ha presi sempre a calci in bocca. Ma dal male può nascere solo il male, come loro stessi incarnano…

Pubblicato per la prima volta nel 2019 col titolo originale “Blood Sugar”, questo “Zucchero amaro” è un romanzo che ricorda stile e argomenti degli scritti più famosi dello scozzese Irvine Welsh che raccontano in maniera dura e cruda coloro che vivono ai margini, che sono stati masticati e poi sputati dalla società.

Yellow Street, infatti, potrebbe far parte tranquillamente di Leith, il sobborgo di Edimburgo nel quale Welsh è nato e cresciuto, e dove ha ambientato i suoi romanzi più famosi. Anche se “Zucchero amaro” non tocca le vette degli scritti di Welsh merita comunque di essere letto.

“La tempesta del secolo” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2000)

Little Tall Island è una delle isole sparse davanti alla costa del Maine. I suoi circa quattrocento abitanti si conoscono tutti, visto poi che sono quasi tutti parenti. Anche se l’estate l’isola ospita numerosi turisti e villeggianti, il cuore della comunità è composto dagli stessi cognomi da ormai molte generazioni.

E’ per questo che da decenni sull’isola non si consuma nessun delitto, a parte quello presunto di Joe St. George, passato ufficialmente come incidente. St. George, infatti, è stato ritrovato in un vecchio pozzo morto per le ferite subite durante la caduta, ma tutti sull’isola sanno che nella dinamica della sua morte c’è entrata senza dubbio sua moglie, Dolores Claiborne. Ma è stato un “fatto” privato che riguardava esclusivamente le dinamiche e gli abitanti dell’isola, solo loro. A Little Tall Island tutti sanno tutto – o quasi – di tutti e per questo non si commettono delitti. Almeno fino al terribile inverno del 1989.

A raccontarci, nove anni dopo, gli eventi agghiaccianti di quell’inverno è Mike Anderson, che allora sull’isola era il proprietario dell’unico emporio e, “a tempo perso”, lo sceriffo. Il suo secondo lavoro, infatti, prevedeva al massimo il fermo per una notte di qualche suo concittadino ubriaco o molesto, ma niente di più. Il reo veniva ospitato nella cella realizzata dal fabbro alla meno peggio nel retro del suo emporio e la mattina seguente tornava a casa dopo un perentorio rimbrotto.

L’inverno del 1989 era iniziano come tanti altri, ma al suo culmine l’incontro di alcuni fronti freddi provenienti dal continente e dall’oceano aveva dato il via a una tempesta molto forte. Col passare delle ore i meteorologi avevano cominciato a intuire che l’evento sarebbe stato quasi senza precedenti e la sua furia si sarebbe scatenata soprattutto sulle coste del Maine.

Dei circa quattrocento abitanti di Little Tall Island la metà si fermò sulla costa dove c’erano le scuole superiori e fabbriche, mentre gli altri, soprattutto anziani e i bambini in età d’asilo, rimasero sull’isola. Fu lo stesso Anderson a chiedere al Sindaco Robbie Beals di organizzare letti e cibo per tutti gli isolani rimasti sull’isola nei sotterranei del Municipio.

Mentre il mare iniziava ad agitarsi e la neve a fioccare con vigore, alla porta dell’anziana Martha Clarendon bussò André Linoge, un essere molto cattivo che in pochi secondi la uccise colpendola violentemente col suo bastone dalla testa in argento a forma di lupo. Col sangue della sua vittima scrisse sul muro “Datemi quello che voglio e io me ne andrò” e poi si sedette nella poltrona della padrona di casa aspettando l’arrivo dello sceriffo. Ma chi era Andre Linoge? …E soprattutto cosa voleva dagli abitanti di Little Tall Island?

Il Re ci racconta superbamente, ancora una volta, una storia agghiacciante dove il mostro più terribile forse non è l’essere sovrannaturale che uccide e abusa gli abitanti di una piccola comunità, ma il lato oscuro della stessa comunità messa con le spalle al muro.

Nella prefazione King ci racconta la genesi e la struttura di questa sua opera. L’idea gli è venuta semplicemente osservando una vecchia foto che ritraeva uno sconosciuto seduto su una branda dietro le sbarre di una cella. Dall’espressione e soprattutto dagli occhi l’uomo doveva essere una persona cattiva, molto cattiva. Al Re è bastato questo per liberare la sua fantasia che col passare del tempo ha elaborato la spina dorsale della storia che si è andata a intrecciare con la vera tempesta di neve che a metà degli anni Settanta colpì duramente gli Stati Uniti del nord.

La scelta poi di ambientarla nella stessa isola immaginaria dove qualche tempo prima aveva fatto consumare le vicende del suo splendido “Dolores Claiborne” – da cui Taylor Hackford ha diretto l’ottimo adattamento “L’ultima eclissi” nel 1995 – gli forniva nuove e numerose possibilità narrative in un ambito conosciuto e già ampliamente rodato.

Per quanto concerne la struttura King ci spiega come fin dalla stesura delle prime pagine gli sia stato chiaro che non si trattava di un romanzo classico ma di un: “autentico romanzo per la televisione”. “E’ sempre l’idea a dettare la forma” ci sottolinea il Re che ha scritto quindi direttamente una vera e propria sceneggiatura. Lo sviluppo della storia non poteva essere contenuto in un normale film e per questo King, una volta finita, la propose direttamente a un nertwork nazionale. La miniserie suddivisa in tre puntate andò in onda sulla Abc a partire dal febbraio del 1999 e solo dopo venne pubblicato questo libro che contiene perciò la sceneggiatura originale firmata dal Re.

Non si può parlare perciò di un adattamento televisivo di un’opera del maestro del terrore, come ad esempio “L’ombra dello Scorpione”, ma di un’opera scritta e pensata proprio per la TV. La serie, diretta da Craig R. Baxley, rispecchia fedelmente l’opera originale e le pochissime modifiche, ci racconta sempre King nella prefazione, hanno toccato solo le scene più cruenti o hanno riguardato i tempi per l’inserimento degli spot pubblicitari.

Per la chicca: Stephen King recita un brevissimo cameo nei panni di un conduttore televisivo che appare per qualche secondo sulla televisione rotta della povera Martha Clarendon.

“Misera e nobiltà” di Eduardo Scarpetta

(Italia, 2009)

La notte di Natale del 1888 andava in scena al Teatro del Fondo, a Napoli, la prima della commedia “Miseria e nobiltà” scritta, diretta e interpretata da Eduardo Scarpetta. Il successo fu subito immediato tanto da diventare l’opera e l’interpretazione più famosa del suo autore. Autore che aveva scritto il testo creando il personaggio del piccolo Peppeniello per “battezzare” sul palcoscenico il suo secondogenito Vincenzo, destinato a diventare il suo erede artistico ufficiale.

Ma il tema dello scontro fra la miseria e la nobiltà, fra la fame e l’opulenza rende la commedia inossidabile e immortale così da essere rappresentata nel corso del tempo quasi senza sosta diretta e interpretata da grandi artisti come, ad esempio, Raffaele Viviani . Nel ruolo di Peppeniello così vengono battezzati tutti gli eredi dello stesso autore come accadrà qualche decennio dopo allo stesso Eduardo De Filippo e a suo fratello Peppino.

A partire dalla notte di Natale del 1931, quando va in scena la prima assoluta di “Natale in casa Cupiello” sarà definitivamente Eduardo ad essere considerato il suo vero erede artistico tanto da creare, qualche anno dopo, la compagnia stabile “La Scarpettiana” che rappresenterà molte delle opere del padre.

Nel 1953, per il centenario della nascita di Scarpetta, Eduardo riporta in teatro “Miseria e nobiltà”, e le celebrazioni approdano anche al cinema dove Mario Mattoli dirige gli irresistibili adattamenti “Un turco napoletano” e la stesso “Miseria e nobiltà” dove a interpretare il protagonista Felice Sciosciammocca c’è uno stratosferico Totò.

Ma in Italia è appena sbarcato un nuovo mezzo di comunicazione di massa che molti snobbano o guardano addirittura con disprezzo, ignorando completamente il suo vero potenziale e la sua ricaduta sociale e culturale: la televisione. Eduardo De Filippo, invece, da genio indiscusso quale era, intuisce subito la grande rivoluzione che quell’ingombrante e rumorosa scatola rappresenta e così, come il suo fratellastro Vincenzo Scarpetta che fu uno dei pionieri del cinema italiano degli inizi del Novecento, gli si avvicina curioso e ricco di aspettative.

Così, la sera del 30 dicembre 1955 dal Teatro Odeon di Milano, mette in scena in diretta per la Rai Radiotelevisione Italiana “Miseria e nobiltà”. Inizia così un connubio con la nostra televisione di Stato che di fatto durerà circa trent’anni e grazie al quale le generazioni future possono godere della sua immensa arte, non solo leggendola, ma assaporandola interpretata da lui stesso.

La diretta rappresenta anche il debutto ufficiale di suo figlio Luca che, naturalmente, veste i panni di Peppeniello. Nel cast ci sono anche Dolores Palumbo, che con Eduardo aveva esordito agli inizi degli anni Trenta, Ugo D’Alessio attore stabile nella compagnia De Filippo – nonché grande caratterista al cinema dove, per esempio, interpreta magistralmente l’italo-americano arricchito Decio Cavallo al quale Totò “vende” la Fontana di Trevi in “Totòtruffa ’62” e sarà sempre lui a dare il volto a Mastro Ciliegia nello splendido “Le avventure di Pinocchio” diretto, sempre per la RAI, da Luigi Comencini nel 1972 – e Isa Danieli nel ruolo di Gemma.

L’adattamento di Eduardo smorza i toni della farsa e li avvicina a quelli del suo teatro che provoca, più che sghignazzi, risate tristi e amare, proprio sulla scia delle opere di Luigi Pirandello, col quale lui stesso collaborò. E così De Filippo amplia il monologo dedicato alla miseria, sognando – lui, lo squattrinato Felice Sciosciammocca che non riesce a sfamare nemmeno suo figlio – un mondo senza poveri perché la povertà: “…fa schifo!”.

Immortale e preziosissimo documento storico e sociale che ci ricorda l’arte immensa del grande Eduardo De Filippo così come quella irresistibile di suo padre Eduardo Scarpetta.

“L’ultima follia di Mel Brooks” di Mel Brooks

(USA, 1976)

La quinta pellicola diretta da Mel Brooks, dal titolo originale “Silent Movie”, non doveva avere neanche una colonna sonora. Solo la parola “No!” detta dal grande mimo francese Marcel Marceau avrebbe dovuto toccare le orecchie degli spettatori in sala durante la proiezione. Questo proprio per omaggiare i film muti dei primi decenni del Novecento dei quali erano maestri indiscussi Buster Keaton, Mack Sennett (il primo produttore e regista del maestro Charlie Chaplin e di molti altri pionieri della macchina da presa dell’epoca) e Hal Roach, scopritore e storico produttore, tanto per fare due nomi, di Stan Laurel e Oliver Hardy. 

Ma alla fine la 20th Century Fox, che già aveva forti perplessità sul realizzare in pieni anni Settanta un film muto per la grande distribuzione, si impose e Brooks dovette accettare la colonna sonora. Nonostante lo scetticismo il film fu un successo al botteghino ricordando – come fece “The Artist” di Hazanavicius quasi quarant’anni dopo – quanto il sonoro sia “solo” una parte del film, e che a volte può anche mancare ma non per questo la pellicola non esprima forti emozioni o faccia ridere a crepapelle nella grande tradizione della farsa che alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento dominava i teatri di tutto il mondo per poi approdare sul grande schermo, regalandoci dei veri e propri capolavori immortali che, anche a distanza di oltre un secolo, brillano e possiedono intatto tutto il loro fascino.

Ispirandosi alla reale scalata della Paramount Pictures da parte di una grande industria di estrazione, Brooks ci racconta la “redenzione” del regista Mel Spass (interpretato dallo stesso Brooks) caduto in disgrazia a causa del suo alcolismo che, assieme i suoi fedeli amici Bellocchio (Marty Feldman) e Trippa (Dom DeLuise) propone al capo della Big Picture Studios (Sid Caesar, noto comico e autore televisivo degli anni Cinquanta e Sessanta per il quale lo stesso Brooks, per un periodo anche assieme a Woody Allen, scrisse numerosi sketch televisivi) il suo nuovo progetto per un film muto.

Intanto, la famelica multinazionale “Trangugia & Di Vora” vuole rilevare la Big Pictures Studios e i suoi titolari Trangugia (Harold Gould) e Di Vora (Ron Carey) sono disposti a tutto pur di avere quello che vogliono. Così, quando vengono a sapere del progetto di Spass e del fatto che lui vuole scritturare divi del calibro di Paul Newman, Burt Reynolds, Anne Bancroft, Liza Minnelli e James Caan decidono di usare le maniere forti…

Spassosa pellicola scritta da Brooks assieme ai suoi collaboratori preferiti del periodo quali Ron Clark, Rudy De Luca e Barry Levinson, colma di gag e scene tipiche dei film basati sulla farsa e la comicità tipica del vaudeville. Spass, Trippa e Bellocchio nelle loro dinamiche richiamano, infatti, ai Tre Marmittoni, trio comico creato da Hal Roach e protagonista di numerosi film dell’epoca.  

Gioiellino delizioso dell’epoca d’oro di Brooks da tenere nella propria videoteca accanto a “Frankenstein Junior“, “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” e “Alta tensione“.