“Il buio e il miele” di Giovanni Arpino

(Rizzoli, 1969)

Giovanni Arpino (1927-1987) è stato scrittore, poeta e giornalista fra i più rilevanti del Novecento italiano. Nonostante la sua prematura scomparsa avvenuta a sessant’anni – e provocata dalla sua forte dipendenza dal fumo – ci ha lasciato numerose opere fra cui romanzi, raccolte di poesie e di racconti, libri per ragazzi, sceneggiature e opere teatrali.

Partecipa, per esempio, alla redazione della sceneggiatura di “Renzo e Luciana”, splendido episodio diretto da Mario Monicelli e contenuto in “Boccaccio ‘70”, tratto da un racconto di Italo Calvino. Per la sua scrittura, spesso molto essenziale, ma soprattutto per la sua grande creatività, il cinema ha attinto sovente alla sua penna.

Nel 1969 pubblica il romanzo che poi, adattato per il grande schermo, riscuoterà il maggiore successo di tutti: “Il buio e il miele”.

A un giovane studente, che sta per terminare il servizio di leva, viene affidato il compito di assistere e accompagnare per una settimana, come se fosse un attendente, Fausto G., un capitano dell’esercito rimasto gravemente disabile a causa di un incidente avvenuto quasi dieci anni prima, durante un’esercitazione militare.

Il capitano, per l’esplosione accidentale di una granata, ha perso la vista e una mano, oltre a rimanere terribilmente sfigurato. Da Torino vuole andare prima a Genova, poi a Roma ed infine a Napoli. Nella capitale ha un appuntamento con suo cugino, che è un sacerdote, mentre a Napoli con il tenente Vincenzino V., suo commilitone che gli era vicino al momento dell’esplosione e che ha perso la vista anche lui.  

L’impatto, per il giovane militare di leva, è molto duro perché Fausto, che non si è mai sposato e vive con un’anziana cugina quasi recluso nella sua grande abitazione – dove la sua compagna più fedele è una bottiglia di whisky – non fa sconti a nessuno, e sa riversare la sua incontenibile rabbia contro se stesso così come contro gli altri, che provoca e sfotte senza remore tutte le volte che può, soprattutto con chi tenta di compatirlo o, ottusamente, di assecondarlo. Impone subito al ragazzo il nome Ciccio, che lui da a tutti i suoi attendenti “temporanei”.

Nella notte che i due passano a Genova – dove nel pomeriggio il capitano gli ha chiesto, fornendo precise indicazioni, di trovargli una prostituta – il giovane scopre una rivoltella nascosta nel bagaglio dell’ufficiale. A Roma la visita al prelato è senza dubbio più tranquilla, mentre nella città partenopea, dove Fausto è ospitato nella grande casa di Vincenzino, che ha un’ampia terrazza sul mare, si inizia ad organizzare una festa.

Oltre al padrone di casa e al suo capitano, partecipano alcune ragazze che sono le figlie adolescenti – e alcune loro amiche – della proprietaria del ristorante poco distante, dove regolarmente mangiano Vincenzino e i suoi ospiti. Fra queste c’è Sara che da sempre, anche da prima dell’incidente, e nonostante la sua giovane età è innamorata perdutamente di Fausto, che invece la rifiuta, allontanandola tutte le volte, e spesso umiliandola.

Ma il vero motivo del viaggio di Fausto a Napoli, Ciccio e Sara lo comprenderanno solo nel cuore della notte…

Originale, emotivamente crudo e indimenticabile romanzo che ci racconta la rabbia di un uomo disperato che odia più di tutto la vita, ma che ad essa rimane aggrappato con ogni briciolo di forza. Davvero un libro unico e struggente.

Nel 1974 Dino Risi scrive, insieme a Ruggero Maccari, e poi dirige il suo primo adattamento cinematografico che prende il titolo: “Profumo di donna”, con uno straordinario Vittorio Gassman nel ruolo di Fausto, Alessandro Momo in quello di Ciccio e Agostina Belli in quello di Sara, ruolo che la rende famosa.

Nel 1992 Martin Brest firma “Scent of a Woman – Profumo di donna” ispirato al film di Risi e tratto da romanzo di Arpino, scritto da Bo Goldman – due volte vincitore del premio Oscar per gli script di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e “Una volta ho incontrato un miliardario” – con un grande Al Pacino che vince l’Oscar come migliore attore protagonista.

Purtroppo questo libro è fuori catalogo da decenni e nel nostro Paese (…nonostante questo vanti una folta schiera di esperti, dotti e preparatissimi “addetti ai lavori”) è possibile reperirlo, non troppo facilmente, solo nell’universo dell’usato. E’ disponibile nel formato audiolibro o in versione kindle, anche se alcuni benpensanti storcono ancora il naso davanti a cotanta arrogante tecnologia…  

“Bellissima” di Luchino Visconti

(Italia, 1951)

Nel 1951 in Italia la televisione non era ancora arrivata, il mezzo di comunicazione di massa più seguito e idolatrato era il cinema. I giornali erano certo letti e seguiti da molti, ma la soglia di alfabetizzazione era ancora molto bassa e così la carta stampata era ad uso e consumo, comunque, di una piccola parte elitaria della società.

Anche per questo la radio, fin dai suoi albori, vista la sua facile e diretta accessibilità, aveva affascinato e ammaliato milioni di ascoltatori in tutto lo stivale. L’arrivo del cinema muto, e ancora più quello del sonoro, avevano cambiato in maniera irreversibile la cultura, la moda e gli usi quotidiani di tutti, cosa che sarebbe riuscita a fare, qualche decennio dopo, solo la televisione.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il nostro Paese, da perdente, era materialmente e moralmente prostrato. L’arrivo, soprattutto dall’altra parte dell’oceano, di pellicole spettacolari con l’ostentata opulenza dei musical e delle sophisticated comedy, accesero in molti il miraggio di una vita migliore, senza più privazioni e umiliazioni.       

Ad aumentare queste speranze c’era anche il successo immediato e clamoroso che un film poteva regalare a una sconosciuta o a uno sconosciuto, volti preferiti dal Neorealismo. Una semplice commessa o un modesto operaio, grazie alla partecipazione anche in un ruolo marginale ad una pellicola campione d’incassi, si ritrovava in pochi giorni sulla bocca di tutti con contratti faraonici per altri film e pubblicità.

Ma, come cita il vecchio detto: “Non è tutto oro ciò che luccica”, e così gli “eletti” che diventavano famosi nel giro di un film, fin troppo spesso dovevano constatare sulla loro pelle che il successo, così come la bella vita, più rapidamente arrivava, e più rapidamente poteva andarsene, lasciando macerie materiali e soprattutto emotive spesso inguaribili.

Fra i casi più noti c’è quello di Lamberto Maggiorani, protagonista del capolavoro assoluto “Ladri di biciclette” del maestro Vittorio De Sica e scritto dallo stesso Zavattini, che cercò in ogni modo di proseguire vanamente e disperatamente la carriera di attore dopo il successo planetario del film. Nonostante ciò, negli studi di Cinecittà, si accalcavano frotte di persone per fare un provino, soprattutto madri con figlie piccole o adolescenti.

La leggenda vuole che ad ispirare Zavattini per il soggetto di questo film fu proprio un episodio accaduto ad Alessandro Blasetti che dovette “fare i conti” con una madre che a tutti i costi voleva fargli prendere la sua piccola figlia nel film che stava per iniziare perché …bellissima. A scrivere la sceneggiatura sono poi due pilastri del nostro cinema immortale, oltre a Visconti la firmano Suso Cecchi D’Amico e Francesco Rosi, che farà anche la sua prima esperienza come aiuto regista.

La storia di Maddalena Cecconi che cerca in ogni modo di far prendere a Blasetti la sua piccola figlia Maria, interpretata da Tina Apicella, è una delle più struggenti e dolorose della storia del cinema. Questo grazie certo alla sceneggiatura, ma soprattutto alla stratosferica interpretazione dell’immensa Anna Magnani che dona a Maddalena un’umanità unica e forse irripetibile.

La bravura di Visconti, che era reduce del clamoroso insuccesso del suo “La terra trema”, fu quella di lasciare la Magnani libera di recitare quasi a braccio un ruolo che le apparteneva fin sotto la pelle, sapendo sapientemente ritrarla con un’eleganza e uno stile che solo lui possedeva. I due avrebbero dovuto lavorare insieme già in “Ossessione” del 1943, esordio dietro la macchina da presa dello stesso Visconti, ma la gravidanza della Magnani fece assegnare la parte a Clara Calamai. Nel cast deve essere ricordato anche un bravissimo Walter Chiari nei panni dell’ambiguo Alberto Annovazzi, forse il suo ruolo più odioso di sempre.

La modernità di questo capolavoro sta anche nelle sequenze girate in esterno a Cinecittà che ricordano fin troppo quelle attuali di persone che cercano di partecipare o partecipano a noti programmi televisivi che si realizzano proprio in quegli studi, e che hanno spesso la stessa espressione volitiva e speranzosa di Maddalena Cecconi.

All’uscita nelle nostre sale “Bellissima” però non fu accolto caldamente dal pubblico che evidentemente ci si riconosceva fin troppo. Fu all’estero, prima a Parigi e poi a New York, che venne acclamata come vera e propria opera d’arte, consacrando definitivamente Anna Magnani a stella di prima grandezza del cinema mondiale.     

Un capolavoro assoluto e immortale. 

Per la chicca: nelle sequenze iniziali lo speaker che annuncia il casting per il nuovo film di Blasetti è un giovanissimo ma già gagliardo Corrado Mantoni, con la sua indimenticabile voce.

Per la chicca seconda: in un ruolo secondario, la moglie del fotografo a cui si rivolge Maddalena per le immagini di Maria da presentare al provino, c’è Lola Braccini, grande attrice di teatro – la vera passione di Visconti – che divenne poi un’ottima doppiatrice e che presterà magistralmente la sua voce a grandi attrici straniere fra cui Margaret Rutherford nei film in cui impersona Miss Jane Marple.

“Il pianeta delle scimmie” di Franklin J. Schaffner

(USA, 1967)

Cult indiscusso della fantascienza, e non solo quella cinematografica, degli anni Sessanta.

Tratto dal’omonimo romanzo del francese Pierre Boulle (1912-1994) – che nel 1952 aveva pubblicato il libro di grande successo “Il ponte sul fiume Kwai” che ispirò il famosissimo adattamento cinematografico diretto da David Lean nel 1957 con, fra gli altri, Alec Guinness e William Holden – che venne pubblicato per la prima volta nel 1963, e due anni dopo nel nostro Paese col titolo “Viaggio a Soror”, opera che molti considerano ispirata a “Gorilla Sapiens (Genus Homo)” scritto dagli statunitensi Lyon Sprague de Camp e Peter Schuyler Miller nel 1941.

Il romanzo di Sprague de Camp e Schuyler Miller (che a sua volta si ispira indiscutibilmente allo splendido “La macchina del tempo” del maestro Herbert George Wells) però, non parla di viaggi nello spazio, ma di un gruppo di esseri umani che a causa di un incidente rimane intrappolato in un tunnel stradale. Grazie ad una sostanza chimica gli esseri umani cadono in un lungo letargo che li blocca nel tunnel per milioni di anni. Al loro risveglio il gruppo trova la Terra completamente cambiata: ricoperta quasi interamente da interminabili foreste fluviali, è dominata da quattro specie di scimmie intelligenti che sono in lotta fra loro…

Pierre Boulle, invece, nel decennio segnato della febbre per la conquista della Luna e allo stesso tempo dal terrore atomico, sposta la vicenda nello spazio dove una “particolare” coppia di viaggiatori interstellari trova una bottiglia con un messaggio che racconta l’incredibile viaggio sul pianeta Soror fatto dall’esploratore stellare Ulisse Mérou…

Nel 1967 la 20th Century Fox decide di realizzarne l’adattamento cinematografico e chiama due grandi esperti per scrivere la sceneggiatura: Michael Wilson (già premio Oscar per lo script de “Il ponte sul fiume Kwai”) e il grande Rod Serling, che con la sua serie immortale “Ai confini della realtà” ha cambiato per sempre il mondo di fare fantascienza. E la mano di Serling si vede tutta in quasi ogni fotogramma della pellicola, che abbandona alcuni snodi narrativi del romanzo originale – come ad esempio il finale che invece rispetterà quasi alla lettera Tim Burton nel suo “Il pianeta delle scimmie” del 2001 – per parlare dei temi bollenti nell’Occidente del momento: la piaga infame dell’intolleranza e del razzismo, e l’ombra tetra e oppressiva dell’olocausto atomico, che non sembrano poi così lontani l’uno dall’altro.

La regia viene affidata a Franklin J. Schaffner (che poi dirigerà pellicole come “Patton. Generale d’acciaio”, “Papillon” e “I ragazzi venuti dal Brasile”) che riesce a girare scene e sequenze d’azione davvero di primo livello, considerando i mezzi allora a disposizione, soprattutto quelli per realizzare gli effetti speciali.

Così ci troviamo a bordo della nave spaziale Icarus (nome che ce la dice lunga…) il cui equipaggio è composto da George Taylor (Charlton Heston) Landon (Robert Gunner), Dodge (Jeff Burton) e Stewart. La missione è quella di viaggiare nel cosmo per raggiungere un nuovo pianeta da popolare e colonizzare. Secondo la teoria della relatività del tempo, i sei mesi passati dal gruppo sulla Icarus – la cui velocità sfiora quella della luce – equivalgono a numerose decine di anni sulla Terra. I quattro, intanto, si ibernano per compiere un lungo viaggio nello spazio e raggiungere il pianeta simile alla Terra, loro obiettivo. 

Durante il viaggio però, la navicella naufraga su un pianeta ammarando in un lago salato nel centro di un deserto. Taylor, Landon e Dodge si svegliano in tempo per salvarsi e constatare che la cabina di Stewart era difettosa e che la donna è morta nel sonno ormai da molto tempo.

Raggiunta la riva, i tre astronauti iniziano a camminare nel deserto in cerca di acqua e cibo. Quando le loro riserve stanno per terminare, incontrano una tribù di esseri del tutto simili agli umani, ma senza la parola. Non hanno neanche il tempo di tentare una qualche comunicazione che tutti vengono attaccati da un gruppo di gorilla a cavallo che, con armi e reti, li cattura tutti, uccidendone molti.

Taylor, prima di essere preso insieme a Landon, viene ferito gravemente alla gola, mentre Dodge rimane ucciso. Quando Taylor riprende i sensi si ritrova in una gabbia guardato a vista da altri gorilla umanoidi – che evidentemente domina il pianeta – alcuni con in mano fruste e bastoni, altri con fogli di carta e penne.

L’astronauta non ci mette molto a capire che gli ultimi due, Zira (Kim Hunter, che nel 1952 vinse l’Oscar per la sua interpretazione di Stella ne “Un tram che si chiama desiderio” diretto da Elia Kazan, ruolo che aveva portato precedentemente in teatro) e Cornelius (Roddy McDowall), sono scienziati e gli altri semplici guardiani. A causa della ferita alla gola Taylor non riesce a parlare, ma Zira intuisce che quell’uomo non è come gli altri e così lo chiama “occhi vivi”. I due scienziati riferiscono del nuovo arrivato al professor Zaius (Maurisce Evans) che, oltre ad essere il responsabile della ricerca scientifica della comunità, è anche uno dei guardiani delle antiche scritture.

E proprio queste, da secoli, dicono che gli esseri umani oltre ad essere estremamente pericolosi non sono in grado di pensare e quindi di parlare, e per questo Zaius osserva e tratta Taylor con infinito disprezzo e sdegno, che forse dissimulano anche della paura…

Il resto è storia del cinema, che trova il suo apice nella scena finale che ancora oggi viene continuamente citata e omaggiata. Ma quello che colpisce sempre dritto al mento è la denuncia senza sconti che questa pellicola fa urlando contro il razzismo e la discriminazione, tema molto caro dal grande Rod Serling.

Il biondo, aitante e dagli occhi azzurri Charlton Heston viene picchiato e tenuto al guinzaglio da dei gorilla: cosa intollerabile per la parte più reazionaria, razzista e conservatrice dell’allora società benpensante americana, e non solo. E allo stesso tempo Serling ci ricorda che il peggior nemico dell’uomo …è se stesso.

Per comprendere al meglio la mano di Rod Serling in questo film basta andarsi a rivedere l’indimenticabile episodio “Gente come noi” della prima stagione di “Ai confini della realtà”, andato in onda nel marzo del 1960, con protagonista, guarda caso, lo stesso Roddy McDowall.

Immortale.  

“Quando muori resta a me” di Zerocalcare

(Bao Publishing, 2024)

Il senso di colpa per Zerocalcare, e purtroppo per molti di noi, è un elemento fondante della vita quotidiana.

Così l’autore ci racconta la storia di un breve viaggio compiuto recentemente con suo padre, che per lui ha l’aspetto e il nome di Ping Ping – ispirato direttamente all’omonima anatra della saga del cinema d’animazione di “Kung Fu Panda” e che è uno dei due padri del protagonista Po – nel piccolo paesino delle Dolomiti, località natale della sua famiglia.

Il viaggio, come tutti quelli dentro noi stessi, sarà faticoso, esasperante e soprattutto doloroso, e Zarocalcare dovrà affrontare antiche ferite ancora non del tutto disinfettate, come la separazione dei propri genitori avvenuta durante la sua infanzia.

E come unico e grande filo conduttore c’è sempre lui: l’inesorabile e sempre affilato senso di colpa che col passare del tempo – e con l’arrivo del successo – diventa sempre più famelico e implacabile, e che riesce a superare lo spazio e il tempo coinvolgendo diverse generazioni. E per questo, forse, il “buon vecchio” armadillo non basta più…

Non a caso, nella quarta di copertina di questo libro, c’è riportata la frase che lo stesso autore ci sussurra con rabbia fra le pagine: “A scuola ti insegnano Felice – Triste – Arrabbiato. Il senso di colpa non te lo spiega nessuno.”

Zerocalcare, al secolo Michele Rech, ci regala un altro godibilissimo e doloroso libro sulla sua vita e sulla nostra società che, soprattutto in questo periodo, non ama guardarsi troppo nello specchio. Tutto condito e saporito da un’ironia irresistibile e graffiante, che ci rende il viaggio più tollerabile, proprio come quello della vita.

Per questo considero Zerocalcare uno dei veri eredi – ammesso che ce ne siano altri – di quello che è stato in assoluto uno dei maestri della nostra – …e non solo – cultura del Novecento, che in una battuta o in una breve frase riassumeva l’anima e i vizi del nostro Paese: Ennio Flaiano.

“The Tomorrow Man” di Noble Jones

(USA, 2019)

Ed Hemsler (un bravissimo John Lithgow) è uno pensionato “che è nella parte sbagliata dei sessant’anni” – come dice lui – e vive in una piccola cittadina della provincia americana. Suo figlio abita a circa un’ora di auto da lui, con moglie e figlia adolescente, ed è a lui che fa l’unica telefonata quotidiana.

Il resto della giornata Ed lo passa a guardare il telegiornale, con le sue catastrofiche notizie dal mondo, e a finire di preparare il suo rifugio, segreto e personale, per quando arriverà la fine. Perché Ed ne è ormai certo: l’apocalisse, in qualsiasi forma si presenterà, è vicina.

Per questa sua ossessione, è molto oculato e previdente nella spesa che fa settimanalmente nel grande supermercato della zona. E un giorno, proprio girando fra gli scaffali, nota una donna che come lui acquista prodotti particolari e specifici, che sembrano essere adatti ad affrontare una calamità imminente.

Ed si fa coraggio, le dolorose ferite dell’abbandono della sua ex moglie ancora non sono tutte definitivamente rimarginate, e l’avvicina. La donna si chiama Ronnie (Blythe Danner) …e non si sente affatto nella parte “sbagliata” dei sessant’anni.

Nonostante le differenze di carattere i due iniziano a frequentarsi e Ed rimarrà sempre più affascinato dalla donna che scoprirà non essere ossessionata come lui della prossima fine del mondo, ma una “semplice” conservatrice seriale da quando sua figlia e poi suo marito sono mancati.

Ed e Ronnie decideranno così da affrontare le proprie più oscure e profonde paure, ma…

Originale commedia sentimentale scritta e diretta da Noble Jones, dedicata all’amore senza età e senza pregiudizi, ambientata ai giorni nostri, prima però che qualcuno avesse potuto solo immaginare cosa sarebbe accaduto con lo scoppio della pandemia… o forse no?

“Figli e amanti” di Jack Cardiff

(UK, 1960)

Lo splendido e intramontabile romanzo “Figli e amanti”, firmato da David Herbert Lawrence e pubblicato per la prima volta nel 1913, trova un ottimo adattamento cinematografico diretto da Jack Cardiff e scritto da David Lambert e T.E.B. Clarke.

La famiglia Morel vive nei pressi della cittadina inglese di Notthingham, non lontano da una vecchia miniera dove lavorano o hanno lavorato tutti i maschi di casa, a partire dal capo famiglia Walter Morel (Trevor Howard). William Morel (William Lucas), il figlio maggiore, dopo i primi anni si è trasferito a Londra dove ha trovato un posto come commesso, tutto pur di non scendere più nel pozzo oscuro della miniera, in cui invece continua a lavorare Walter assieme al secondo genito Arthur (Sean Barrett).

Paul (Dean Stockwell) è il più piccolo e presto anche lui scenderà nel pozzo, ma sua madre Gertrude (una bravissima Wendy Hiller) si oppone con tutte le forze al marito: almeno lui non dovrà fare la fine degli altri passando la propria esistenza “sottoterra”. Quando un’esplosione nella miniera uccide Arthur, sua madre convince definitivamente il padre a lasciar fare a Paul il contabile in un laboratorio di indumenti femminili di Nottingham.

Paul ha però una grande passione e un grande sogno: fare il pittore, e così riesce a trovare il coraggio di esporre un suo quadro, che raffigura il padre appena uscito dalla miniera, in un’esposizione a Nottingham.

La cosa ha risvolti inaspettati visto che un mercante d’arte nota il dipinto e, dopo averlo pagato venti sterline, offre al ragazzo di andare con lui a Londra per studiare e diventare un pittore professionista. Ma Paul non se la sente di abbandonare sua madre, visto il rapporto stretto e viscerale che ha con lei, e così rinuncia a partire. Intanto, nel negozio dove ha iniziato a lavorare, il giovane conosce Clara Dawes (Mary Ure), una lavorante che appartiene alle suffragette, e che si è da poco separata da un altro lavorante del laboratorio.

Fra i due inizia una tenera relazione, ma Paul non riesce a concedersi completamente alla donna, così come era accaduto in precedenza con la giovane Miriam (Heater Sears). Nella sua testa, ma soprattutto nel suo cuore, c’è spazio solo per sua madre che in lui cerca quel rapporto emotivo che Walter non potrà mai darle…

Non sono poche le differenze fra la sceneggiatura di questa pellicola e il libro originale, a partire per esempio dal numero dei figli Morel, ma Cardiff realizza un’opera a sestante che però mantiene lo spirito del rapporto morboso e opprimente fra una madre e i suoi figli, così superbamente raccontato da Lawrence. Certo, il romanzo ha una potenza narrativa ineguagliabile, e questa pellicola ha dovuto fare i conti con la censura morale dell’epoca in cui venne realizzata, motivo per il quale il dramma interiore di Paul è sicuramente più smussato e sotto inteso, rispetto allo scritto a cui è ispirato.

Basta pensare che nella versione italiana venne tagliata la scena in cui Paul e Clara sono in vacanza in una camera d’albergo in riva al mare d’inverno, perché il loro dialogo era troppo esplicito e diretto, riferendosi direttamente al rapporto ingerente con sua madre, e di come questo influenzasse anche la loro vita sessuale.

Purtroppo i rapporti squilibrati fra genitori e figli esistono ancora, così come esistono ancora genitori che nei loro figli vorrebbero trovare quelle soddisfazioni morali o materiali che non hanno avuto nella propria esistenza. Per questo l’opera di Lawrence, così come questo film, rimangono sempre molto attuali.

Da ricordare, oltre a tutto l’ottimo cast, anche la fotografia diretta da Freddie Francis, che si aggiudicherà, fra gli altri premi, anche l’Oscar.

“La principessa di ghiaccio” di Camilla Läckberg

(Marsilio, 2010)

Erica Falck ha perso solo poche settimane fa i suoi genitori per un banale, quanto mortale, incidente automobilistico. E’ tornata a Fjällbacka, la cittadina balneare della Svezia occidentale, dove è cresciuta assieme a sua sorella minore Anna.

Di lavoro Erica fa la scrittrice e ormai si è trasferita da tempo a Stoccolma, così tornare nella piccola località dove è cresciuta ha un sapore particolare, soprattutto d’inverno. Questa volta, poi, camminare e frugare nelle stanze della grande casa sul mare è ancora più emozionante e struggente, visto che sua sorella Anna, che è sposata e ha due figli piccoli, una volta ereditata intende venderla.

Ma Erica è costretta a soprassedere al suo dolore, visto che scopre il corpo senza vita di Alexandra Wijkner, sua inseparabile amica d’infanzia, che però da quasi venticinque anni non vedeva. Alexandra si è tagliata le vene nella vasca da bagno della sua casa, poco distante da quella di Erica.

La donna è morta già da qualche giorno e la caldaia della sua casa deve essersi spenta, così il corpo é completamente ghiacciato come l’acqua della vasca. Per Erica è un nuovo trauma, anche se Alex, così come la chiamava da bambina, era sparita dalla sua vita improvvisamente, senza dare spiegazioni. A dodici anni si era trasferita a Göteborg con la sua famiglia senza nemmeno salutarla.

Nel commissariato di Fjällbacka lavora Patrik Hedström, anche lui nella cerchia dei bambini prima e ragazzi poi che frequentava Erica prima di trasferirsi a Stoccolma. Tutta la cittadina costiera sembra riprendersi dal triste evento, ma il medico legale, dopo l’autopsia, esclude categoricamente che si tratti di suicidio: Alexandra è stata prima narcotizzata e poi sistemata nella vasca dove le sono state tagliate le vene. Inoltre, dice il referto, era nei primi mesi di una gravidanza.

Erica e Patrick, nonostante le evidenti difficoltà e una reciproca attrazione, decidono di indagare insieme…

Primo giallo della serie “I delitti di Fjällbacka” con la coppia Erica Falck e Patrik Hedström che acquisterà fama internazionale, diventando anche il soggetto di vari adattamenti televisivi. Camilla Läckberg (classe 1974) è considerata, giustamente, una delle autrici di spicco nel panorama del giallo noir scandinavo e quindi planetario.

Con questo suo primo libro crea due personaggi originali e complementari che accompagnano piacevolmente il lettore fino alla risoluzione, sempre dolorosa, del caso. Personalmente la considero una delle vere eredi dei maestri Maj Sjöwall e Per Wahlöö, che nel 1965 creano l’ispettore Martin Beck, fondando di fatto il nuovo giallo contemporaneo, non solo scandinavo.

Come i suoi maestri, infatti, anche Camilla Läckberg ci racconta una storia tragica, dove è una certa parte della società – quasi sempre la più opulenta e perbenista – che costringe moralmente e materialmente il colpevole di turno ad agire non vedendo altre vie di fuga o possibilità di sopravvivere fisicamente, emotivamente e socialmente.

Una società spietata piena di barriere e muri, non può che creare individui spietati.

“Mr. Harrigan’s Phone” di John Lee Hancock

(USA, 2022)

Primo adattamento dell’omonimo racconto “Il telefono del Signor Harrigan” di Stephen King, che apre la raccolta “Se scorre il sangue”, pubblicata dal Re nel 2020.

2003, in una cittadina del Maine il piccolo Craig ha dovuto accompagnare al cimitero – …suo malgrado – il feretro di sua madre prematuramente scomparsa. A tenergli la mano c’era suo padre con il quale, disperato, è tornato a casa.

Poco tempo dopo, dalla grande casa in cima alla collina dove finisce la strada in cui abita, arriva una singolare proposta. Il facoltoso signor Harrigan (un inquietante e sempre bravo Donald Sutherland), che da New York si è appena trasferito lì, avendo dei seri problemi di artrite alle mani e per assecondare la sua passione per la lettura, gli chiede di leggere per lui. Così, per pochi dollari all’ora, Craig inizia quasi ogni pomeriggio a salire fino a casa del Signor Harrigan per leggere ad alta voce.

Nei cinque anni trascorsi, Craig (Jeaden Martell, che partecipa anche alla nuova versione cinematografica di “It” del 2019) e Harrigan sono diventati amici e, fra un grande classico della letteratura mondiale e l’altro, si confrontano scambiandosi idee e riflessioni. Il ragazzo non riesce a comprendere come l’anziano posso rifiutare, nonostante i grandi mezzi, tutta la tecnologia che il progresso offre, non possedendo alcun televisore, ma solo una vecchia radio dove ascolta la sua tanto amata musica country.

Eppure, nella dimora di Harrigan, arrivano quotidianamente i più importanti giornali economici del Paese, e non solo, perché li suo ospite, ha scoperto Craig nel corso del tempo, è stato uno dei più scaltri e implacabili assi della finanza della Borsa di New York.   

Siamo agli albori della rivoluzione che gli smartphone porteranno in tutto il globo che, in pochi anni, cambierà lo stile di vita di tutti noi. Anche Craig, quindi, anela il suo primo Iphone e quando il padre, per il suo compleanno gliene regala uno, si sente in paradiso. Vorrebbe condividere la sua gioia con Harrigan, ma l’anziano gli confida di essere molto scettico e prevenuto su questi nuovi “aggeggi”.

Fra le consuetudini di Harrigan c’è quella di regalare per le ricorrenze dei “gratta e vinci” alle persone che lavorano per lui, cosa che naturalmente comprende anche Craig. E proprio il “gratta e vinci” regalatogli consente a Craig di riscuotere 3.000 dollari. Con una parte della somma il ragazzo decide di regalare un Iphone ad Harrigan, che però ne rimane perplesso.

Solo quando Craig gli mostra come è possibile collegarsi in tempo reale col mondo là fuori, come per esempio con la Borsa di New York, l’asso della finanza cambia opinione. Negli incontri successivi Harrigan, che ha preso sempre più dimestichezza con il suo cellulare, confida al giovane tutte le sue perplessità sugli smartphone, oggetti che in mano alle persone sbagliate possono diventare davvero molto pericolosi. Craig, che reputa le riflessioni del suo anziano amico esagerate, sorride divertito.           

Non troppo tempo dopo, un pomeriggio, il ragazzo trova l’anziano morto a causa di un attacco cardiaco nel suo salone, con in mano ancora il cellulare attivo. Craig deve affrontare così un nuovo lutto, e nel momento dell’ultimo saluto, senza che nessuno lo veda, per calmare il suo dolore infila nella tasca della giacca con cui l’anziano è stato vestito il cellulare che gli ha regalato, acceso.

Passano i giorni e il ragazzo scopre che Harrigan gli ha lasciato un lauto fondo fiduciario per consentirgli di fare tranquillamente l’università. Ma la sicurezza economica a volte non basta a tutelare dagli eventi più duri e spiacevoli che la vita ci riserva. Così Craig deve affrontare da solo il bullismo violento di Kenny Yankovich (Cyrus Arnold), irrisolto e scostante compagno di scuola che è convinto che sia stato lui ad informare i professori della sua attività di spacciatore.

Dolorante e preso dallo sconforto, Craig fa il numero di Harrigan che incredibilmente trova attivo, nonostante l’uomo sia stato seppellito già da qualche tempo. Quando parte la segreteria gli lascia istintivamente un messaggio raccontandogli le violenze di Yankovich.

Il giorno dopo Craig viene informato che il suo aguzzino è morto cadendo violentemente a terra, mentre tentava di scappare di casa…

Con una sceneggiatura, scritta dallo stesso Hancock, questa pellicola riporta in maniera quasi integra il suo spirito graffiante e angosciante del racconto originale. Così come lo scritto di King, anche questo film è un’ottima metafora dei pericoli che un uso sconsiderato, superficiale e aggressivo del cellulare – che in pochi istanti ci consente di collegarci al mondo intero – può provocare.

La pandemia e i fatti di cronaca quotidiani ci ricordano quanto questo aspetto oscuro del nostro cellulare sia reale. D’altronde, lo dice anche il grande Vasco Rossi: “Al diavolo non si vende …si regala”.

“Dolce veleno” di Noel Black

(USA, 1968)

Nel 1966 Stephen Geller (classe 1940) pubblica il suo primo romanzo, il thriller noir “She Let Him Continue”, che riscuote un discreto successo di pubblico e critica. Il libro racconta, in maniera originale, la storia di Dennis, un giovane che ha passato molti anni in un riformatorio per aver dato fuoco alla casa in cui abitava, uccidendo involontariamente la zia che lo ospitava.

Due anni dopo Noel Black dirige l’adattamento cinematografico la cui sceneggiatura è firmata da Lorenzo Semple Jr., fra i più capaci autori del periodo e autore di script di pellicole come: “Papillon” (1973) di Franklin J. Schaffner che scrive assieme a Dalton Trumbo, “Perché un assassino” (1974) di Alan J. Pakula, “Detective Harper: acqua alla gola” (1975) di Stuart Rosenberg e “I tre giorni del condor” (1975) diretto da Sidney Pollack, per il quale vince l’Oscar.

Dennis Pitt (un bravo e ambiguo Anthony Perkins) esce finalmente dal riformatorio dove ha passato la gran parte dell’adolescenza e la maturità da poco raggiunta. A 15 anni ha incendiato la casa in cui viveva assieme alla zia, che è rimasta vittima del rogo.

Il dottor Morton Azenaur (John Randolph) che è il direttore dell’istituto nel quale Dennis è stato rinchiuso, oltre a comunicargli le ferree regole della sua nuova libertà – che è ovviamente vigilata – gli ricorda che fuori da quelle mura la sua incontenibile fantasia difficilmente verrà apprezzata.

Anche se Azenaur gli ha trovato un posto in una falegnameria nei dintorni dell’istituto, Dennis preferisce trasferirsi a Winslow, una piccola cittadina della provincia americana, dove trova lavoro in uno stabilimento chimico.

Pitt non sopporta come la fabbrica scarichi impunemente i suoi rifiuti nel grande fiume della città e così decide di boicottarla, nonostante il suo burbero capo Bud Munsch (Dick O’Neill) lo tenga costantemente d’occhio. Intanto, un pomeriggio, nel parco pubblico Dennis osserva l’esibizione delle majorette della cittadina e rimane incantato dalla porta bandiera, la giovane e prorompente liceale Sue Ann Stepanek (Tuesday Weld).

Decide così di avvicinarla, fingendosi un agente della CIA in incognito, pronto a sferrare un attacco alla fabbrica nella quale lavora. Sue Ann rimane affascinata da Dennis, credendogli subito e assecondandolo senza remore, ma…

Originale thriller noir che ci racconta come sia difficile uscire dalla gabbia che, nel bene e soprattutto nel male, la società ci impone e ci mette addosso, e per questo alla fine siamo fin troppo vulnerabili alle manipolazioni altrui.

Grazie anche all’ottima interpretazione dei due protagonisti Anthony Perkins e Tuesday Weld, oltre alla sceneggiatura di Semple Jr., questa pellicola è un piccolo e sfizioso gioiellino noir che resiste al tempo.

Per la chicca: il dolce veleno del titolo – che è quello anche della versione originale “Pretty Poison” – si lega ad una delle scene finali del film.

“Ratto” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2020)

“Ratto”, ultimo in ordine di pubblicazione dei quattro racconti: “Il telefono del signor Harrigan“, “La vita di Chuck” e “Se scorre il sangue” che dona il titolo alla raccolta, chiude la raccolta firmata dal maestro Stephen King nel 2020.

Drew Larson è un discreto professore di letteratura che ha un passato di autore di racconti di tutto rispetto. Alcuni suoi scritti, infatti, hanno attirato le attenzioni di prestigiose riviste facendolo diventare una delle più interessanti “promesse” letterarie del Paese.

Così Drew, qualche tempo prima, ha sentito il desiderio di scrivere un romanzo per provare a se stesso di essere quella promessa mantenuta. Ma, dopo un discreto inizio, la pagina bianca – o se preferite il monitor bianco – che si ritrovava inesorabilmente davanti agli occhi lo ha fatto vacillare e alla fine crollare, lasciandolo in preda ad un grave esaurimento nervoso.

Nel 2018 Drew si sente pronto ad affrontare una nuova sfida, visto che nella testa gli è venuta un’idea molto originale e assai intrigante per un romanzo western, e per questo si è preso un anno sabbatico dall’insegnamento. Ma sua moglie Lucy entra subito in agitazione, visto poi che Drew vuole andare a scrivere nella sua vecchia casa fra i boschi ad una certa distanza da TR-90, un agglomerato agricolo a molte ore di macchina da casa.

La vecchia abitazione, che lo scrittore ha ereditato da suo padre, è poco più che un capanno isolato fra i monti, che lui negli ultimi anni lui ha affittato nel periodo estivo per contribuire al bilancio familiare. Ma proprio la lontananza da tutto lo rende per Drew il posto ideale, lontano da sua moglie e dai suoi figli piccoli.

Nonostante le proteste di Lucy, Drew parte e dopo molte ore di viaggio raggiunge TR-90. Come è stato sempre abituato a fare, si ferma nell’ultimo emporio disponibile per fare la spesa necessaria per almeno una settimana, e poi prende la strada sterrata che lo porta alla sua vecchia casa.

Come promesso telefona a Lucy per avvisarla di essere arrivato e poi inizia subito a scrivere. Questa volta le pagine bianche non hanno il tempo di turbarlo visto che le idee che gli vengono sono sempre più numerose e originali. Dopo la prima notte passata nella casa, Drew comincia a non sentirsi bene e capisce di aver preso quella brutta influenza che aveva il padrone dell’emporio. Ma il libro procede a meraviglia e così Drew assume due aspirine e continua a scrivere.

Col passare delle ore l’influenza diventa sempre più forte e Lucy, intuendola dalla sua voce al telefono, gli chiede di tornare a casa. Ma Drew non ha alcuna voglia di abbandonare il libro che sembra davvero scriversi da solo. A mettere l’uomo ancora più sotto pressione ci pensa una tempesta di vento e pioggia che si sta dirigendo proprio verso TR-90, che quasi certamente renderà inagibile la strada sterrata che porta al capanno. Lucy gli impone di tornare a casa prima dell’arrivo della perturbazione, ma Drew non intende cedere.

Qualche ora dopo, in preda alla febbre alta e mentre la prima pioggia violentemente inizia a sbattere sul tetto e sulle finestre della vecchia casa, Drew comincia a temere di aver commesso un grave errore perché, improvvisamente, la pagina del suo monitor rimane inesorabilmente bianca. La fragorosa tempesta che si abbatte senza pietà sul capanno, facendo tremare le sue vecchie fondamenta, sembra urlargli nelle orecchie il suo fallimento. Ma un vecchio e malconcio peluche a forma di topo, che qualche inquilino estivo ha dimenticato in una vecchia cesta, sembra fissarlo con interesse, come se volesse parlagli…                 

L’impotenza creativa è uno dei temi cari al maestro Stephen King – “Shining” o “Misery non deve morire” sono solo due fra i più famosi esempi – e anche in questo racconto il Re ci parla senza sconti e con grande efficacia dei sacrifici e dei compromessi che uno scrittore deve fare con se stesso, e con i propri cari, per poter portare a termine un’opera, senza far spegnere la sacra fiamma dell’ispirazione che a volte può essere imponente come un fiume o, molto più spesso, flebile come una candela che sta per spegnersi.

Da leggere, per chi ama scrivere.