“La maledizione dello scorpione di giada” di Woody Allen

(USA, 2001)

Gli anni Quaranta sono stati per Woody Allen quelli dell’infanzia, che ha magnificamente raccontato nel delizioso “Radio Days“. In questa sua opera, invece, li usa come ambientazione per narrare una storia su uno degli argomenti più affascinanti ed esotici di quel momento: l’ipnotismo.

Negli anni della definitiva esplosione della jazz – musica non a caso tanto amata dallo stesso Allen – la società era incantata da alcuni sedicenti maghi che riuscivano in pochi istanti ad ipnotizzare le persone davanti a un pubblico sempre più numeroso.

Da questo spunto il genio newyorkese scrive dirige e interpreta una deliziosa pellicola in pieno stile hollywoodiano da sophisticated comedy – in cui ha brillato, per esempio, la coppia Katharine Hepburn e Cary Grant – e i cui due ingredienti principali sono l’amore e il mistero. Non è un caso, quindi, se la colonna sonora del film è centrata su alcuni pezzi storici dell’epoca fra cui “Sophisticated Lady” firmata ed eseguita da Duke Ellington, con testo di Irving Mills.

1940, CW Briggs (lo stesso Allen) è l’investigatore più esperto – …e più anziano – di una grande compagnia di assicurazioni di New York. Nonostante i suoi metodi elementari e poco ortodossi, Briggs riesce sempre a smascherare le truffe e a ritrovare i pezzi trafugati e assicurati dalla sua società.

I problemi arrivano quando Chris Magruder (Dan Aykroyd), presidente delle assicurazioni nonché figlio del fondatore, assume Betty Ann Fitzgerald (una bravissima Helen Hunt) per rinnovare e svecchiare la compagnia.

Fra Briggs e Fitzgerald scoppiano però subito delle acredini e delle scintille, e a complicare tutto ci si mette un prestigiatore che una sera, nel locale dove i due assieme a Magruder e ad altri colleghi cenano, li ipnotizza con un ciondolo di giada a forma di scorpione ordinandogli di essere per alcuni momenti due felici innamorati. Intanto, nella città che non dorme mai, iniziano ad essere messi a segno clamorosi furti che hanno come obiettivo gioielli assicurati proprio dalla compagnia di Magruder…

Deliziosa ed esilarante commedia con dei dialoghi irresistibili, grazie anche alla bravura della Hunt che riesce davvero a tenere testa ad Allen come poche altri attrici hanno saputo fare. Un grande omaggio ai film di quegli anni, su cui già calava inesorabile la terribile ombra del secondo conflitto mondiale, che con una risata riuscivano a far sopravvivere gli spettatori alla “orribile realtà”, come la chiama Briggs/Allen in una delle ultime scene.

Nel cast anche una prorompente e fascinosa Charlize Theron e Wallace Shan, quest’ultimo uno degli attori preferiti in assoluto da Allen.

“Il lavoro” di Luchino Visconti

(Italia, 1962)

Tratto dal racconto di Guy de Maupassant “Sul bordo del letto” e sceneggiato dalla grande Suso Cecchi D’Amico assieme allo stesso Luchino Visconti, “Il lavoro” è forse il più amaro e caustico fra i quattro episodi che compongono “Boccaccio ’70” assieme a “Renzo e Luciana” di Monicelli, “Le tentazioni del dottor Antonio” di Fellini e “La riffa” di De Sica.

Visconti sceglie il racconto di de Maupassant per narrare una storia nell’ambiente in cui è nato e cresciuto: l’alta e opulenta aristocrazia italiana. La protagonista è una giovane donna “bella e ricca” che però, in una società patriarcale e maschilista come era la nostra, non può sottrarsi al suo ruolo satellite del marito.

Il conte Ottavio (Tomas Milian) torna nel secolare e storico palazzo milanese della sua nobile e antica famiglia. Ad attenderlo c’è il preoccupatissimo avvocato Zacchi (un sempre bravo Romolo Valli) insieme ad uno stuolo di altri prestigiosi legali, fra cui Alcamo (che ha il viso dell’immortale Paolo Stoppa che, assieme a Valli e alla compagna di vita la grandissima Rina Morelli, era uno degli attori preferiti sia davanti alla macchina di presa che sul palcoscenico da Visconti).

Ottavio, infatti, è al centro di uno scandalo internazionale: alcune ragazze squillo – come allora si chiamavano le escort – hanno rilasciato delle interviste scottanti alla carta stampata sulla sua assidua e dispendiosa frequentazione di un’esclusiva casa per appuntamenti sita all’estero.

Zacchi e i suoi collaboratori hanno cercato in ogni modo di arginare lo scandalo, ma quello di cui ora Ottavio ha bisogno è una dichiarazione a suo favore di Pupe (una dirompente e luminosa Romy Schneider) la sua giovane moglie, a cui peraltro il conte ha intestato tutte le sue attività per ragioni fiscali.

Ottavio, così, cerca in ogni modo di minimizzare l’accaduto, ma Pupe gli confessa di essere andata direttamente a parlare con le squillo per sapere alla fonte la verità. Il padre della donna vorrebbe bloccare i conti e lasciare Ottavio sul lastrico per l’onta pubblica subita, ma Pupe è contraria. Alla fine, stufa di dipendere economicamente dal padre o dal marito, decide di mettersi a lavorare. Ma dopo una lunga riflessione, in cui deve ammettere di non saper fare nulla, si rassegna all’unico “lavoro” che è in grado di portare a termine: soddisfare sessualmente il marito …a pagamento.

Dura e senza via di scampo riflessione sul matrimonio, dove la donna, indipendentemente dall’ambiente e dai beni che possiede è “incatenata” moralmente e materialmente al marito. Siamo in anni in cui il divorzio nel nostro Paese è ancora molto lontano, e nessuno può sfuggire alla morale più reazionaria della società.

Pupe così si ritrova da sola, perché anche il padre è alla fine un uomo patriarcale molto simile al marito. Certo, è offeso e indignato per lo scandalo che vede come vittima sua figlia che porta il suo stesso cognome, ma Pupe – suo malgrado – è sempre una donna, ricca sì …ma sempre una donna.

Triste concetto che ci ricorda superbamente anche Paola Cortellesi nel suo bellissimo “C’è ancora domani“. Quando Delia va dal Notaio per fargli la puntura, assiste casualmente alla conversazione fra il figlio del padrone di casa e la moglie. Ricca e laureata, lei vorrebbe intervenire nella conversazione che il marito sta facendo col figlio sulle imminenti elezioni, ma viene zittita perché …donna.

Sono passati molti decenni dall’uscita nelle sale dell’episodio diretto da Visconti, e grazie all’impegno di molte e di molti le cose sono cambiate. Ma non abbastanza. E visto che nel nostro Paese ci sono ancora dei romantici e nostalgici fan del patriarcato – di quando, per esempio, le donne non avevano diritto al voto – quanto è ancora lunga la strada da fare per arrivare davvero alla parità di genere?

Stavolta, però, non lasciamo ai posteri l’ardua sentenza.

“Nella città l’inferno” di Renato Castellani

(Italia, 1959)

Isa Mari (1910-1992), pseudonimo di Luisa Rodriguez, pubblica nel 1953 il romanzo “Roma, Via delle Mantellate” in cui racconta la sua esperienza di detenuta nel carcere femminile di Regina Coeli, che si trovava allora nella storica via delle Mantellate, a Trastevere.

La Mari aveva passato 8 mesi lì per motivi politici, e lì aveva conosciuto l’universo terribile del carcere femminile. Qualche anno dopo lo storico produttore Giuseppe Amato – primo finanziatore nel 1945 del film scritto da Sergio Amidei e diretto da Roberto Rossellini che poi prenderà il titolo di “Roma città aperta”, nonché de “La dolce vita” di Federico Fellini, e che diventerà successivamente il suocero di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer – ne compra i diritti per fare un film la cui protagonista sarà Anna Magnani.

Come regista Amato sceglie Renato Castellani, che ha già firmato ottime pellicole come lo splendido “Due soldi di speranza” nel 1952. Per la sceneggiatura il produttore si rivolge a una delle colonne portanti del nostro cinema: Suso Cecchi D’Amico, che proprio con Castellani firmò il suo primo script nel secondo dopoguerra.

Per scrivere la sceneggiatura e i dialoghi Cecchi D’Amico, accompagnata da Castellani, si reca numerose volte a Regina Coeli e parla sia con le detenute che con le suore che allora provvedevano alla loro gestione. Nasce così il film che vede, assieme a “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini e “Risate di gioia” di Mario Monicelli, una delle più grandi interpretazioni cinematografiche di Anna Magnani.

L’ingenua Lina (una bravissima Giulietta Masina) dentro un furgone della Questura viene condotta nel Carcere Giudiziario di Regina Coeli. Mentre le altre sono evidentemente consumate alla trafila, lei non riesce a trattenere i singhiozzi dicendo a tutti di essere innocente del furto con scasso di cui è stata accusata.

Le suore, che si occupano delle recluse, la portano nella grande cella che ospita, fra le altre, Egle (una stratosferica e prorompente Anna Magnani che recita per quasi tutto il film in una memorabile sottoveste nera) alla sua ennesima condanna. L’impatto per Lina è devastante ma lentamente la donna, grazie anche proprio ad Egle, riesce ad ambientarsi e a confidare alle compagne di cella il raggiro che ha subito dal suo presunto fidanzato Adone (Alberto Sordi) che la circuita per svaligiare la casa in cui prestava servizio.

Ma la storia di Lina è come quella di molte altre che, vittime degli uomini, non hanno avuto più una scelta, reiette ed escluse dalla società “perbene” che non concede loro una seconda possibilità, in quanto donne peccatrici. Ma alla fine, anche il cuore duro di Egle si addolcirà per aiutare la giovanissima Marietta (Cristina Gajoni) a non finire come lei…

Bellissima pellicola, fiore all’occhiello del nostro grande cinema d’autore, che ci racconta meglio di mille saggi o articoli la società italiana del tempo. Una società profondamente maschilista e patriarcale dove una donna macchiata dalla prigione, una volta uscita, per sopravvivere aveva quasi sempre solo una strada: il marciapiede.

E così invece che redimere la cella, per una donna degli anni Cinquanta, era una vera e propria condanna senza appello trasformandole in facili prede che finivano inesorabilmente in bocca alla bassa criminalità.

Non si può poi parlare delle interpretazioni delle due protagoniste, così caratterialmente differenti, e al tempo stesso così straordinarie. Ma la bravura e la sensualità della Magnani svettano, e donano a Egle una carnalità tragica e al tempo stesso euforica quasi unica nel nostro cinema del tempo e raggiunta, forse, solo decenni dopo.

Nel film, oltre a quello di Sordi, ci sono numerosi e godibilissimi camei come quelli di Renato Salvatori nei panni di Piero il fidanzato di Marietta, Sergio Fantoni in quello del Giudice Istruttore e Saro Urzì nelle vesti del secondino che scheda Lina.

Da vedere.

Per la chicca: Isa Mari, qualche tempo dopo aver pubblicato “Roma, Via delle Mantellate” (che è stato ripubblicato successivamente col titolo “Nella città l’inferno”) ha scritto un altro romanzo adattato poi per il grande schermo: “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” diretto da Luigi Zampa nel 1971 con, nuovamente, Alberto Sordi e una bellissima Claudia Cardinale.

“La riffa” di Vittorio De Sica

(Italia, 1962)

“La riffa” è forse il più iconico fra “Renzo e Luciana” di Monicelli, “Le tentazioni del dottor Antonio” di Fellini e “Il lavoro” di Visconti, i quattro storici episodi di “Boccaccio ’70”, film ideato da Cesare Zavattini e prodotto da Carlo Ponti. Ed è proprio Zavattini, assieme allo stesso Vittorio De Sica che poi lo dirige, a scriverne la sceneggiatura.

Siamo in piena esplosione economica e grazie – …o a causa – del Boom la società italiana sta inesorabilmente cambiando da rurale ad industrializzata e cittadina. Tra i bellissimi ritratti di donne che l’intera pellicola racconta, il duo De Sica/Zavattini sceglie quello di un’avvenente giovane donna, vero e proprio desiderio carnale di tutti gli uomini che incontra.

Zoe (una straripante e luminosa Sophia Loren) gestisce il tiro a segno di un luna park itinerante. Se la sua incontenibile avvenenza fa la fortuna del baraccone, allo stesso tempo le lascia poco spazio per vivere serenamente la sua vita personale, visto che dove si gira trova invadenti e raramente cortesi spasimanti.

Per questo vuole mettere da parte dei soldi e cambiare vita, ma il suo cuore è troppo generoso per non aiutare una coppia di giovani colleghi del luna park senza un soldo e in attesa del primo figlio. La ragazza così accetta di essere il “premio” di una riffa clandestina i cui proventi divide con la coppia. Zoe, purtroppo, è avvezza al “mestiere più antico del mondo” ma ha promesso a se stessa di non fare la prostituta tutta la vita, come sua madre.

Come già accaduto, l’ultima sera che il luna park staziona in una località, scatta la lotteria clandestina il cui vincitore è decretato dal primo numero estratto al lotto, nel pomeriggio, sulla ruota di Napoli. A vincere è Cuspet (Alfio Vita) il sagrestano di Lugo di Romagna, località che ospita i baracconi. Ma mentre Zoe, rassegnata, si appresta a darsi in premio, incontra lo sguardo di Gaetano (Luigi Giuliani) un giovane e aitante bracciante che…

Questo episodio, come tutto il film, ha superato ormai i sessant’anni di vita, sessant’anni in cui il nostro Paese è cambiato molto. Ma per quanto riguarda il ruolo della donna nella società in realtà è – …purtroppo – cambiato ancora non a sufficienza. Zoe, nonostante la sua volontà e il suo ottimismo, alla fine non può fare altro che assecondare quello che la società maschilista e patriarcale le impone: la “maggiorata” e quindi un mezzo per assecondare e soddisfare i desideri materiali e morali degli uomini, e non solo.

Spicca, in questo senso, anche l’anziana madre del sagrestano che, tutta orgogliosa, lo aiuta a lavarsi per godere al meglio il “premio” che finalmente gli darà, oltre al piacere fisico, il tanto ambito “riconoscimento” sociale quale maschio sessualmente attivo. Così come spicca quello della collega che ostenta la sua gravidanza, sempre piangendo, ogni volta che Zoe è preda di dubbi o rimorsi, per farle venire i sensi di colpa e assecondare la riffa.

E’ quindi tutta – o la sua stragrande maggioranza – la società italiana che incatena Zoe al suo ruolo carnale ed effimero ad uso e consumo degli uomini ma anche di alcune donne. De Sica e Zavattini ci raccontano superbamente, con un’ironia molto amara, di un Paese che ha tanto da imparare sull’emancipazione delle donne e sulle concrete e reali pari opportunità.

Allora è lecito chiedersi: ma oggi siamo davvero molto più avanti alla Zoe di questo film?

Magistrale e tristemente attuale.

“Un colpo di fortuna – Coup de Chance” di Woody Allen

(USA/Francia, 2023)

Woody Allen torna a parlarci dell’importanza della fortuna nella vita.

Dopo il bellissimo “Match Point” il genio newyorkese ci racconta una nuova storia di amore, desiderio e delitto. Questa volta siamo a Parigi, dove vive Fanny Moreau (Lou de Laâge) e lavora presso una prestigiosa casa d’aste. Una mattina – …per caso – incontra per strada Alain (Niels Schneider) un suo vecchio compagno di liceo, ai tempi in cui entrambi vivevano a New York.

Fanny racconta ad Alain di essere diventata la signora Fournier, sposa devota di Jean Fournier (un bravissimo Melvil Poupaud) facoltoso personaggio di rilievo dell’alta finanza transalpina. Alain, invece, fa lo scrittore e dopo aver girato il mondo, sta finendo di scrivere il suo ultimo romanzo nella capitale francese.

Fanny accetta piacevolmente i successivi inviti di Alain a pranzo, mentre il ruolo di “moglie trofeo” nel quale l’ha incastonata Jean le inizia a stare sempre più stretto. Ma Jean, per arrivare dove è arrivato nel mondo della finanza, ha imparato a provocarla la fortuna e non più ad aspettarla, e tutte le cose che vuole le prende, come qualche tempo prima ha “preso” Fanny, e non è certo disposto a perderle facilmente. A casa Fournier, intanto, arriva Camille (Valérie Lemercier), la madre di Fanny, che ha un carattere e un approccio alla vita molto simile a quello di Jean. Infatti, come al genero, anche a Camille piace molto fare trekking e andare a caccia di cervi…

Scritto e diretto, ma non interpretato, da Allen questo film ci ricorda come l’autore americano sia particolarmente bravo a raccontare drammi, e non solo commedie. L’anima tragica di Allen – che lui stesso più volte ha reclamato in varie interviste – ci regala un racconto delizioso delle debolezze, delle ingenuità e delle cattiverie di noi esseri umani che, indipendentemente dal nostro status o conto bancario, siamo preda di atti e desideri spesso profondi e senza remore. Ma alla fine, di questo prima o poi tutti se ne devono fare una ragione, a far oscillare l’ago del destino ci pensa sempre e solo lei: la Dea Fortuna.

E poi Woody Allen in questa pellicola ci ricorda anche quanto possa essere inutilmente crudele la caccia …chapeau!

“Palazzina Laf” di Michele Riondino

(Italia/Francia, 2023)

L’immenso stabilimento Ilva di Taranto, uno dei più grandi centri siderurgici d’Europa inaugurato definitivamente nel 1965, da fiore all’occhiello della nostra grande industria dell’epoca d’oro del Boom economico, nel corso degli ultimi decenni si è trasformato in uno dei più grandi problemi sociali, sanitari ed economici del nostro Paese.

La medicina e la scienza hanno dimostrato, purtroppo, come l’acciaieria abbia causato gravissimi e spesso inesorabili danni alla salute non solo alle lavoratrici ed ai lavoratori dello stabilimento stesso, ma anche a quella delle cittadine e dei cittadini della limitrofa Taranto. Intanto, la situazione dei dipendenti dell’Ilva subisce un indiscriminato peggioramento a metà degli anni Novanta, quando il nostro Paese inizia a privatizzare le sue più grandi aziende nazionali.

Nel grande patrimonio di società statali creato dai nostri governi a partire dal secondo dopoguerra – patrimonio che ci permise di diventare negli anni Sessanta la settima potenza industriale del pianeta – che dal 1992 è stato messo in vendita c’è anche l’Ilva, che si ritrova così ad avere dall’oggi al domani una proprietà privata che, come accade fin troppo spesso, per aumentare i ricavi e limitare le spese, per prima cosa inizia a mettere in discussione alcuni fondamentali diritti dei lavoratori.

Taranto, 1997. All’llva lavora come operaio Caterino Lamanna (Michele Riondino), nipote di uno dei dirigenti storici dello stabilimento. Per Caterino il cambio di proprietà non ha voluto dire nulla anzi, poco condivide le proteste che alcuni suoi colleghi minacciano ogni giorno visto il numero sempre più rilevante di incidenti, spesso mortali, che si consumano nello stabilimento.

Così Lamanna viene avvicinato dal dottor Giancarlo Basile (un bravissimo Elio Germano), alto dirigente che ha il compito di riordinare la società per renderla più “snella ed efficiente”. Basile, con la scusa di parlare dello zio di Caterino con il quale lui ha lavorato da giovane, gli chiede di tenerlo informato sugli umori e soprattutto sulle intenzioni dei lavatori in relazione alla nuova riorganizzazione.

Per incoraggiarlo e dimostrargli fiducia, Basile gli assegna anche un’automobile aziendale. Lamanna inizia così a diventare gli occhi e le orecchie di Basile, scoprendo che il delegato sindacale Renato Morra (Fulvio Pepe) si sta rivolgendo ad un avvocato specializzato nel Diritto del Lavoro.

Morra va spesso nella Palazzina Laf – che è l’acronimo di “Laminatoio a freddo” – che molti considerano il “rifugio” dei dipendenti scansafatiche dell’Ilva. Lamanna allora chiede a Basile di essere trasferito proprio lì, in quello che molti considerano il paradiso dei privilegiati. Ma Caterino, nonostante i suoi grandi limiti difficili da superare a causa soprattutto della sua indolenza e dei suoi pregiudizi, alla fine comprenderà che la Palazzina Laf più che il Paradiso è l’Inferno dei lavoratori dell’Ilva, che la nuova dirigenza considera scomodi e che vuole riassegnare in posti lontani o opposti alle loro peculiari competenza proprio per renderli pesi morti, anche agli occhi dei colleghi…

Riondino, al suo esordio dietro la macchina da presa, ci racconta gli eventi che portano la Magistratura italiana ad indagare su quello che ancora oggi è considerato uno dei casi di mobbing più gravi della nostra storia repubblicana. Grazie anche alle ottime interpretazioni di Riondino e Germano, alla sceneggiatura scritta dallo stesso Riondino assieme a Maurizio Braucci, riviviamo uno dei drammi lavorativi più rilevanti della nostra storia recente, e di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.

La – troppo spesso frenetica – privatizzazione delle nostre grandi aziende, a distanza di circa trent’anni, non ha reso il nostro Paese più agile e più competitivo – come …qualcuno… prometteva allora – ma lo ha fatto diventare soprattutto più povero, arricchendo solo una manciata di “eletti” individui col passaporto italiano, oltre che rimpinguare la casse di varie società straniere.

“The Mysteries” di Bill Watterson e John Kascht

(Andrews McMeel Publishing, 2023)

Il grande Bill Watterson, dopo molti anni, torna a pubblicare un nuovo volume inedito.

Watterson, nato a Washington D.C. nel 1958, pubblica nel 1985 la sua prima vignetta dedicata a “Calvin and Hobbes” che in breve tempo diventa una delle strisce satiriche più famose degli Stati Uniti, pubblicate sui più grandi quotidiani del Paese. Nonostante il clamoroso e duraturo successo, il 31 dicembre del 1995 Watterson decide di smettere di pubblicarle, per dedicarsi ad altro, soprattutto alla pittura.

Nel corso degli anni le sue vignette vengono ripubblicate in varie raccolte che riscuotono sempre un grande successo, non solo negli Stati Uniti. Ma dopo diversi decenni Watterson pubblica una nuova storia inedita, realizzata nelle immagini assieme al caricaturista e illustratore statunitense John Kascht.

Ci troviamo così in un lontano e cupo regno che è afflitto da un grande e oscuro male: i misteriosi, esseri che qualcuno crede sovrannaturali, dalla forza inaudita e capaci di ogni terribile e infame azione. Nel corso del tempo non sono stati pochi gli artisti che hanno ritratto le gesta terrificanti dei misteriosi, cosa che non ha fatto altro che aumentare il terrore in tutta la nazione.

Il Re così raduna i suoi migliori cavalieri per catturare i misteriosi e scoprirne i loro segreti per sconfiggerli. Ma, inesorabilmente, di tutti i cavalieri si perdono le tracce, fino a quando uno, ferito ed esausto, torna al castello con una gabbia che racchiude un misterioso…

Deliziosa e godibilissima favola per adulti densa della grande ironia tipica di Watterson che, unita alle immagini grottesche e surreali realizzate dallo stesso autore insieme a Kascht, ci regalano un piccolo viaggio memorabile e divertente.

“Parasite” di Bong Joon Ho

(Corea del Sud, 2019)

I Kim, una famiglia indigente di Seul, vive alla giornata grazie al modesto sussidio di Kim Ki Taek (Song Kang-ho) il padre ed ex autista, e agli espedienti che riescono a realizzare i due figli poco più che adolescenti Ki Woo (Choi Woo-sik) e la secondogenita Ki Jung (Park So-dam) ai quali collabora sempre anche la madre Chung Sook (Jang Hye-jin).

Gli scarsi mezzi economici hanno impedito ai due ragazzi di portare avanti i loro studi, ma grazie al loro estro e alla loro volontà riescono sempre a rimanere aggiornati sulle novità planetarie attraverso la rete, anche se nel seminterrato dove vivono il segnale è spesso altalenante.

Una sera, un vecchio compagno di studi di Ki Woo, gli propone un’ottima occasione per guadagnare dei soldi. A breve lui dovrà lasciare la Corea per un corso di studi all’estero e da tempo fa delle ripetizioni di inglese alla giovane Da-Hye, la figlia maggiore di una ricca famiglia dell’upperclass della capitale. Per evitare che la giovane s’invaghisca del suo sconosciuto futuro sostituto offre a Ki Woo il posto, certo che lui non lo tradirà, a patto però che si finga uno studente universitario.

A convincere definitivamente Ki Woo è soprattutto la disarmante ingenuità di Yeon Kyo (Cho Yeo-jeong) la madre di Da-Hye. Così Ki Woo inizia il suo nuovo, semplice e assai redditizio lavoro. Tutti i suoi familiari ascoltano incantati i suoi racconti, soprattutto quelli riguardanti la grande opulenza in cui vivono Da-Hye e la sua famiglia.

Ki Jung, assieme al fratello, inizia allora ad elaborare un piano basato su un nuovo castello di bugie per arrivare a lavorare anche lei a casa di Da-Hye; e visto che funziona e che a casa finalmente si vedono soldi come mai era accaduto prima, ne studia un altro subdolo per il padre e poi un altro ancora, senza scrupoli, per la madre ma…

Scritto dallo stesso Bong Joon Ho assieme a Han Jin-won “Parasite” ci racconta in maniera cruda e al tempo stesso visionaria, grazia anche all’ottima regia, una società spaccata in due: poveri e ricchi. Ma le due parti non sono uguali una, quella dei ricchi, è sempre più piccola e opulente, mentre l’altra, quella dei poveri, è sempre più popolosa e senza speranza.

Il ritratto che fa Bong Joon Ho, purtroppo, riguarda tutto l’Occidente, e non solo, dove gli ultimi anni le – famigerate… – contingenze internazionali hanno fomentato una crisi economica che ha abbassato ulteriormente il tenore di vita di quella che una volta era la classe media, la cui consistenza si sta assottigliando sempre di più, naturalmente verso il basso.

Alla stragrande maggioranza del pianeta, quindi, non rimangono altro che le “briciole”, il resto – che certo non è poco – è in mano a sempre meno. I poveri devono accontentarsi e devono essere pronti a tutto e riconoscenti per quello che riescono a rosicchiare e che lasciano, come avanzi, i ricchi nel piatto.

Nei nostri dizionari la parola “parassita” rappresenta, soprattutto, un organismo che vive alle spalle di un altro sfruttandolo al massimo e portandolo, non di rado, alla morte. E dopo aver visto questo film sorge spontanea la domanda: nella società moderna, alla fine, chi sono i veri parassiti?

Da vedere.

“Il violinista sul tetto” di Norman Jewison

(USA, 1971)

Il 22 settembre del 1964 va in scena a Broadway la prima de “Il violinista sul tetto”, musical scritto da Jerry Bock, Sheldon Harnick e Joseph Stein. Gli autori si ispirano ai protagonisti del libro “Tevye il lattivendolo ed altre storie” di Sholem Aleichem (1859-1916) che narra le vicissitudini degli abitanti di uno shetl, una una piccola comunità ebraica, nell’Europa dell’est agli inizi del Novecento.

Il titolo si ispira a un personaggio ricorrente nel quadri di Marc Chagall e simboleggia le grandi difficoltà che nel corso dei secoli le comunità ebraiche hanno dovuto affrontare per poter sopravvivere, come se avessero dovuto suonare il violino rimanendo in piedi su un tetto, col rischio costante di cadere e rompersi l’osso del collo.

Nel cast ci sono attrici e attori veri pilastri del teatro statunitense dell’epoca come Zero Mostel, che interpreta il protagonista Tevye, e Bea Arthur che veste quelli di Yente la sensale. Il successo è clamoroso, tanto da far sbarcare il musical poco dopo anche in altri paesi. Nel 1971 Norman Jewison, con la sceneggiatura scritta dallo stesso Joseph Stein, realizza l’adattamento cinematografico.

1905, nell’Ucraina che è parte della Russia zarista, Tevye (Topol) è il modesto lattaio dello shetl – immaginario – di Anatevka che, non senza fatica e sacrifici, mantiene la sua famiglia composta oltre che dalla moglie Golde (Norma Crane) dalle sue cinque figlie di cui le prime tre, Tzeitel (Rosalind Harris) Hodel (Michele Marsh) e Chava (Neva Small) già in età da marito.

Ciò che dona la forza ogni giorno a Tevye di andare avanti è la sua fede granitica ed il continuo dialogo che ha ogni giorno con l’Onnipotente, al quale pone domande e quesiti sulle ingiustizie e i piccoli e grandi problemi che deve affrontare al sorgere di ogni alba, come le razzie e i pestaggi ciclici che i militari russi impongono a tutto lo shetl.

Vista l’indigenza nella quale vivono, Golde si rivolge a Yente (Molly Picon), la sensale del villaggio, per trovare marito a Tzeitel. Yente offre la ragazza al facoltoso Lazar Woolf, l’anziano macellaio di Anatevka, che subito accetta. Dopo che Tevye e Woolf si stringono la mano sancendo l’accordo per il matrimonio, Tzeitel rivela al padre di amare e voler sposare Motel (Leonard Frey), un giovane e povero sarto.

Il lattaio si trova così davanti ad un bivio del tutto inaspettato: sacrificare la vita e la felicità della figlia o rispettare le millenarie tradizioni della sua cultura, su cui si poggia da sempre la sua stessa esistenza, visto che anche lui ha conosciuto Golde solo il giorno del loro matrimonio, organizzato e voluto dalle rispettive famiglie.

Non senza remore Tevye alla fine asseconda il volere della figlia e manda a monte l’accordo con Woolf. Nel frattempo il lattaio ha ospitato nella sua fattoria Perchik (Paul Michael Glaser, che qualche anno dopo impersonerà il detective Dave Starsky nella mitica serie tv “Starsky & Hutch”) un giovane idealista, convinto sostenitore delle teorie di Karl Marx, che tenta in ogni modo di esortare tutti gli sfruttati a ribellarsi.

Il lattaio non si è accorto però della tenera amicizia nata fra il giovane e la sua secondogenita Hodel così, quando Perchik viene arrestato come rivoluzionario dalle truppe dello Zar e deportato in Siberia e la figlia decide di raggiungerlo per sposarlo, tutte le sue convinzioni tornano a vacillare.

Ma la vita non ha certo finito con Tevye: sua figlia Chava gli confessa di voler sposare Frydka (impersonato dall’italiano Ray Lovelock che diventerà uno dei volti più noti del cinema poliziottesco nostrano di quegli anni) un giovane ucraino avulso dalla comunità ebraica. E il capo del comando delle guardie comunica a tutti gli abitanti di Anatevka che entro tre giorni devono vendere i loro averi e lasciare il villaggio come stabilito dall’editto dello Zar…

Girato nelle campagne nei pressi di Belgrado, “Il violinista sul tetto” è uno dei migliori adattamenti di un musical di Broadway del Novecento e rimane una pietra miliare del genere. La storia di Tevye e della sua famiglia ci racconta di come l’integralismo religioso – che in questo caso è quello legato alla religione ebraica ma che vale anche per le altre, per quella cattolica per esempio ce lo ricorda stupendamente Paola Cortellesi nel suo bellissimo “C’è ancora domani” – altro non è che una forma di duro e ferreo patriarcato castrante e limitante, non solo per chi lo subisce ma anche per chi lo impone.

Tevye, che ama e rispetta incondizionatamente il suo Dio, soffre e si lacera comunque nel dover imporre alle sue tanto amate figlie le stesse cose che le “tradizioni” hanno prima imposto a lui. E naturalmente le prime vittime del patriarcato, indipendentemente dal travestimento che questo assume, sono sempre le donne.

Anche se ci racconta una storia di oltre un secolo fa, “Il violista sul tetto” rimane un film, purtroppo, assai attuale, tanto che il violista sul tetto è una metafora che può andare bene anche per le donne, in paesi come il nostro, dove ogni giorno devono portare avanti al meglio la loro esistenza, troppo spesso con vicino un uomo che le può spingere giù dal tetto.

“Il labirinto del fauno” di Guillermo Del Toro

(Messico/Spagna, 2006)

Con questa pellicola viene consacrato definitivamente il genio cinematografico di Guillermo Del Toro. Il cineasta messicano, infatti, scrive e dirige una delle pellicole più visionarie e struggenti del decennio, raccontando la storia di una bambina la cui infinita fantasia non può, purtroppo, sopravvivere in una realtà crudele e ottusa.

Del Toro decide di ambientare la storia della piccola Ofelia (Ivana Baquero) nel 1944, nella Spagna sotto la dittatura franchista. Scelta molto simile a quella che farà dopo nel suo bellissimo “Pinocchio“, ambientandolo nell’Italia sotto la dittatura fascista.

Ofelia e sua madre Carmen (Ariadna Gil) sono costrette a fare un lungo e faticoso viaggio in una delle zone montuose più selvagge della Spagna per raggiungere il capitano Vidal (un bravissimo e cattivissimo Sergi Lòpez) secondo marito della stessa Carmen. Il primo, il padre di Ofelia, era un sarto morto improvvisamente, evento che ha costretto sua madre ad accettare la corte del dispotico e arrogante militare franchista.

Ora che è all’ultimo mese di gravidanza, Vidal vuole a tutti i costi che suo figlio nasca davanti ai suoi occhi e così ha costretto la moglie e la figliastra a seguirlo dove è in missione per stanare e annientare gli ultimi ribelli repubblicani che combattono contro il regime di Franco. Il viaggio e la sistemazione sono molto faticosi e precari, e così Carmen è costretta a muoversi su una sedia a rotelle e passare il resto del tempo a letto.

Il carattere libero della piccola viene mal tollerato dal suo patrigno, che cerca in ogni modo di isolarla e tenersela lontano, affidandola a Mercedes (Maribel Verdù), la governante del casale sperduto nei boschi.

Ad Ofelia non rimane che la sua fantasia per affrontare il triste e duro momento che sta vivendo, e così grazie ad alcune fate del bosco, di notte, incontra il fauno custode del labirinto costruito da tempo immemore non lontano dal casale. La creatura fantastica sostiene che la stessa Ofelia è la principessa del mitico mondo sotterraneo, fuggita molto tempo prima, che suo padre il Re non ha mai smesso di cercare.

Varcando la soglia del mondo fantastico, però, la principessa ha perso memoria del suo vero passato, motivo per il quale Ofelia non ricorda nulla. Per tornare nel mondo a cui davvero appartiene la piccola sarà costretta a superare tre prove. Intanto, però, la cruda realtà, incarnata soprattutto da Vidal, inesorabilmente incombe…

Nonostante l’atmosfera cupa e dolorosa che la pervade, questa pellicola rimane un indimenticabile omaggio a tutti coloro che vogliono sognare. La storia di Ofelia è la storia di molti che tentano di sopravvivere a momenti difficili, come l’adolescenza, cercando di rimanere sempre e comuque fedeli a se stessi e ai proprio sogni.

Non tutti ce la fanno, purtroppo, ma chi riesce a sopravvivere al duro impatto con la realtà magari diventa poi un ottimo scrittore e un grande regista.

Fra i numerosi premi vinti in tutto il mondo, “Il labirinto del fauno” ottiene anche cinque candidature e tre Oscar.

Da vedere.