“Cat Ballou” di Elliot Silverstein

(USA, 1965)

Scritto da Walter Newman e Frank. P. Pierson (che poi vincerà l’Oscar come migliore sceneggiatore per lo script di “Quel pomeriggio di un giorno da cani” diretto da Sidney Lumet), anche se tratto dal romanzo di Roy Chanslor, “Cat Ballou” ha però un tono ben diverso, molto più ironico e scanzonato, e davvero innovativo.

Infatti Catherine Ballou (interpretata da una bravissima e luminosa Jane Fonda) – la “Cat Ballou” del titolo – è una protagonista davvero insolita per un film western. Nonostante la formale educazione ricevuta in un collegio di suore, quando lo spietato bounty killer Silvernoose (Lee Marvin) le uccide davanti agli occhi il padre, lei non esita a chiedere a Kid Shelleen (sempre Lee Marvin), che aveva assoldato per difenderlo, di farle giustizia sommaria.

Fra le grandi novità che introduce il film c’è quella impensabile fino a poco tempo prima: tutti gli uomini che portano stivali, speroni e lunghe pistole non sembrano essere all’altezza degli eventi. A partire dallo stesso Shelleen una volta mito del selvaggio West e ormai ridotto a un misero alcolista che non si rende conto neanche di quando gli calano le braghe. Per non parlare dei due cowboy Clay e Jed, pavidi truffatori che dissimulano uno strano e ambiguo reciproco rapporto, gli unici, a parte l’indiano Jackson-Due Orsi (continuamente vessato per il colore della sua pelle) disposti ad aiutarla…

Insomma, una commedia molto particolare grottesca e divertente ambientata nel West – “mostro sacro” della cultura nordamericana – antesignana delle lotte sociali che in quegli anni avevano appena acceso le polveri, e avevano nel loro centro la lotta al razzismo e l’emancipazione della donna.

Paragonabile solo a “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” diretto dal grande Mel Brooks quasi un decennio dopo, e alle ancora più recenti pellicole dei fratelli Coen.

Jane Fonda, che con questo film viene consacrata star di primo livello, già palesa quello che sarà il suo cinema: fatto di donne che devono lottare quotidianamente contro l’arroganza, l’ingerenza e la prepotenza degli uomini.

Da ricordare anche l’interpretazione di Lee Marvin, che non a caso vince l’Oscar come miglior attore protagonista, spesso simbolo di uomini e personaggi duri e tosti, che invece ci regala un ubriacone patetico e rassegnato, che fa da contraltare allo spietato e piatto Silvernoose.

Questa pellicola è stata anche l’ultima interpretata da Nat King Cole, stroncato da un cancro ai polmoni – le cui prime avvisaglie emersero proprio sul set – molti mesi prima che il film approdasse nelle sale.

Cole è stato il prima artista di colore ad avere un programma alla radio e successivamente alla televisione tutto suo, anche se poi, le feroci polemiche razziali di impavidi benpensanti portarono altrettanti pavidi sponsor al ritiro dei loro finanziamenti.

Sempre in prima linea contro il razzismo, anche nel mondo dello spettacolo, ne subì le dirette conseguenze nel 1956 quando venne pestato a sangue a Birmingham, in Alabama, da un gruppo di ameni membri del “White Citizens’ Council” poco dopo aver iniziato il suo concerto. Evento che viene ricordato anche nel recente e splendido “Green Book” di Peter Farrelly.

Artista fra i più quotati in quel periodo negli USA e nel mondo, Nat King Cole ebbe difficoltà ad ottenere la parte di Sunrise Kid – uno dei due cantastorie del film – e vediamo se qualcuno ne indovina il motivo? …Il colore della sua pelle, esatto! La produzione, infatti, era propensa a “non turbare troppo” la morale degli spettatori con un cowboy di colore che suona e canta nel vecchio West (…poveri noi!).

Fortunatamente, sia il regista che il cast artistico – così dicono le cronache dell’epoca – ebbero la meglio.

 

“Contratto per uccidere” di Don Siegel

(USA, 1964)

Qui, gente, parliamo di uno dei capolavori della cinematografia mondiale, uno di quei film che hanno fatto la storia del cinema e che sono stati copiati – e ancora oggi lo sono – per la loro bellezza, il loro ritmo e il loro fascino.

Dallo stesso racconto “The Killers” di Ernest Hemingway, nel 1946 Robert Siodmak dirige “I gangsters” con Burt Lancaster e Ava Gardner. Bel film, ma niente a che vedere con questo capolavoro che il maestro Don Siegel gira quasi vent’anni dopo.

Siegel (che per la cronaca si è laureato a Cambridge), preso in considerazione proprio per girare “I gangsters”, sconvolge il racconto di Hemingway che trova folgorante all’inizio ma, giustamente, deludente alla fine. E così riduce i flashback e costruisce una storia intorno ad un uomo che davanti ai suoi assassini non ha la minima voglia di scappare.

Charlie (uno straordinario Lee Marvin da Oscar, ma che vince solo il BAFTA) e il suo giovane socio Lee (Clu Gulager) fanno irruzione in un istituto per non vedenti. Il loro obiettivo è l’insegnante di meccanica Johnny North (un bravissimo e irrequieto John Cassavetes) che freddano nell’aula in cui sta insegnando, senza nessuna difficoltà. Anzi, l’uomo avvertito del loro arrivo, non fugge e aspetta la morte senza ribellarsi. La cosa insospettisce troppo Charlie che decide di scoprire la storia di North e soprattutto chi li ha pagati per ucciderlo…

Nel cast deve essere ricordata anche la bravissima e bellissima Angie Dickinson, fra le dive più eleganti e attraenti di Hollywood, nello splendido ruolo di Sheila, una Dark Lady come poche altre. Mentre nella parte dell’astuto e feroce Jack Browning c’è Ronald Reagan alla sua ultima interpretazione di rilievo prima di intraprendere, pochi mesi dopo, la carriera politica che lo portò ad essere prima Governatore della California e poi Presidente degli Stati Uniti. Se questo non è l’ambito per parlare delle sue capacità di statista (delle quali ancora oggi comunque paghiamo le drammatiche conseguenze) la recitazione statica, inespressiva e obsoleta di Reagan – che già mostra quella tinta mogano scuro che poi ostenterà in tutte le foto dalla Stanza Ovale nel corso dei suoi due mandati – è davvero l’unico neo del capolavoro di Siegel.

Questo “Contratto per uccidere“ doveva essere il primo vero e proprio film realizzato interamente per la televisione, ma una volta montato venne considerato troppo “audace” e violento e così distribuito nelle sale con tanto di censura.

Ogni fotogramma merita di essere ricordato, ma la scena finale è una delle più strepitose e suggestive di tutto il cinema.

Quanto è stato copiato? Vincent e Jules, i personaggi che interpretano John Travolta e Samuel L. Jackson in “Pulp Fiction”, tanto per fare un esempio, Quentin Tarantino secondo voi da chi li ha “presi”?

Un capolavoro assoluto.

Robert Aldrich

Robert Aldrich Cop

Il 5 dicembre del 1983 scompariva Robert Aldrich, uno degli ultimi grandi artigiani della macchina da presa della grande Hollywood. In realtà Aldrich aveva iniziato i suoi studi e la sua carriera come attore, ma la passione per la MDP lo porta ad esordire come regista in alcune serie televisive. A soli 36 anni dirige due mostri scari del grande schermo come Gary Cooper e Burt Lancaster in “Vera Cruz” del 1954. Le sue corde sono quelle del western  e del film d’azione/thriller. L’anno successivo firma “Un bacio e una pistola” tratto dal romanzo di Mickey Spillane, uno dei migliori esempi di noir di quel periodo. Oltre ad altre numerose pellicole western, nel 1962 Aldrich firma “Che fine ha fatto Baby Jane?”, con Bette Davis e Joan Crawford, considerato da molti uno dei primi grandi film dell’orrore, e che già contiene un’impietosa fotografia del mondo dello spettacolo, argomento caro al regista. Nel 1964 torna all’horror con il perfido “Piano …piano dolce Carlotta”, sempre con una bravissima Bette Davis. Nel 1967 Aldrich gira “Quella sporca dozzina” con, tra gli altri,  Lee Marvin, Charles Bronson, John Cassavetes e Telly Savalas. Da molti la pellicola viene vista come un inno alla guerra  – gli USA sono nel pieno del conflitto in Vietnam – ma a guardarlo bene, soprattutto dopo tanto tempo, anche se pieno di scene spettacolari, è tutto meno che uno spot militarista, anzi. L’anno successivo firma “Quando muore una stella”, graffiate e spietato affresco del mondo del cinema, e dello spettacolo in generale. Il 1973 è l’anno de “L’imperatore del nord”, con due dei suoi attori preferiti: Ernest Borgnine e Lee Marvin (di questo film ho già scritto e se ti interessa lo trovi ne La mia Cineteca). L’anno successivo dirige Burt Reynolds in “Quella sporca ultima meta”, film sul football americano – e no sul rugby come hanno scritto decine di critici geniali – dietro alle sbarre che a me fa impazzire.  Le ultime tre pellicole dirette da Aldrich sarebbero tutte da rivedere alla prima occasione: “I ragazzi del coro” (1977) dedicato all’universo troppo spesso stessato e difficile degli agenti di polizia, il divertentissimo “Scusi, dov’è il West?” (1979) con Gene Wilder nei panni di un rabbino polacco che deve raggiungere la sua nuova comunità di San Francisco e Harrison Ford in quelli di un fuorilegge dal cuore d’oro; e il malinconico “California Dolls” (1981) con una bravissimo Peter Falk nei panni di un triste impresario di donne lottatrici, specchio del lato più squallido e misero del mondo dello spettacolo.

Trentennale o meno, se ti capita di beccare nel palinsesto di qualche tv un film diretto da Robert Aldrich, anche se non sie un patito del genere, ti consiglio di farci un pensierino.

“L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford

Liberty Valance Cop

(USA, 1962)

Non sono un amante del genere Western, fatta eccezione dei film di Sergio Leone, de “Gli Spietati” di Clint Eastwood, dell’ultimo “Django” di Quentin Tarantino, e soprattutto di questa splendida pellicola diretta dal grande John Ford.

Il Senatore degli Stati Uniti Ransom Stoddard (un superbo James Stewart), uno degli uomini più influenti di Washington, torna nella piccola cittadina di Shinbone per partecipare al funerale di Tom Doniphon (John Wayne).

E’ l’occasione per ricostruire l’inizio della sua carriera politica partita proprio nella piccola cittadina molti anni prima.

Il giovane avvocato Stoddard ha tutta l’intenzione di riportare l’ordine e la legalità a Shinbone, preda degli interessi di alcuni dei più importanti allevatori di bestiame dello Stato.

Al soldo di questi c’è lo spietato Liberty Valance (un cattivissimo Lee Marvin) che, non avendo la minima intenzione di cedere, sfida a duello l’avvocato. Stoddard è molto abile con i codici ma non con le armi e così l’esito della scontro sembra tristemente scontato. Ma, contro ogni probabilità, è Valance a morire, anche se la dinamica della sparatoria lascia molti dubbi, compreso il ruolo in questa del pistolero Doniphon, che ha preso sotto la sua ala protettrice Stoddard.

Epica e crepuscolare ricostruzione della nascita del Grande Paese, che ancora oggi continua a fare i conti con le sue anime così diverse e contrastanti.

“L’imperatore del nord” di Robert Aldrich

Imperatore Nord

(USA, 1973)

Epica avventura ambientata nell’America della grande depressione.

Fra i numerosi vagabondi e derelitti che girano il Paese viaggiando abusivamente sui treni merci, spicca Numero 1 (un grande Lee Marvin) che è l’unico riuscito a viaggiare su un treno vigilato da Shack (un cattivissimo e infame Ernest Borgnine) senza rimetterci la pelle.

La notizia fa scalpore e fra gli addetti alla ferrovia e gli stessi vagabondi scatta una gara di scommesse. Numero 1 accetta la sfida, ma il giovane e arrogante Cigaret (Keith Carradine), un vagabondo con manie di grandezza, si mette in mezzo.

Girato fra le splendide montagne del nord America, “L’imperatore del nord”, ricostruisce alla perfezione il clima e la disperazione di quegli anni, dove la vita valeva meno di un piatto di minestra. Memorabili le scene girate sui treni in movimento.

Ottima pellicola di un grande regista incredibilmente dimenticato.