“48 ore” di Walter Hill

(USA, 1982)

Nel 1982, Walter Hill realizza uno di quei film che definiscono un genere e al tempo stesso lo trascendono. “48 ore”, con Nick Nolte ed Eddie Murphy protagonisti, non è semplicemente il capostipite del buddy movie – sotto genere centrato sull’amicizia fra due protagonisti che affrontano un’avventura insieme loro malgrado – poliziesco degli anni ’80: è un’operazione cinematografica che trasforma quello che poteva essere un semplice action in una riflessione tagliente sui pregiudizi razziali e sulla natura profonda dell’amicizia maschile.

Hill, regista dal pugno di ferro formatosi alla scuola del grande Sam Peckinpah, dipinge una San Francisco che è insieme paesaggio urbano e arena gladiatoria. La sua macchina da presa si muove attraverso i vicoli di Chinatown e i bar malfamati della città con la precisione di un chirurgo, catturando non solo l’azione ma anche le tensioni sociali che si nascondono sotto la superficie della California in piena era reaganiana.

La genialità dell’operazione risiede nell’aver trasformato una caccia all’uomo convenzionale – il poliziotto Jack Cates (Nick Nolte) che deve catturare due evasi pericolosi con l’aiuto del detenuto Reggie Hammond (Eddie Murphy) – in un duello verbale e fisico tra due concezioni opposte della virilità americana. Da una parte Nolte, incarnazione perfetta del maschio bianco frustrato, del poliziotto che ha visto troppo e che ormai naviga a vista tra alcol e cinismo. Dall’altra Murphy – al suo debutto cinematografico dopo il successo televisivo nel “Saturday Night Live” e prima di “Una poltrona per due” di John Landis – che porta sullo schermo una nuova tipologia di eroe di colore: intelligente, sfrontato, capace di trasformare la propria marginalità sociale in arma di seduzione e controllo.

Il film funziona su più livelli simultanei, caratteristica che lo rende ancora oggi sorprendentemente moderno. È un poliziesco efficace, con inseguimenti, sparatorie e colpi di scena calibrati alla perfezione. Ma è anche, e soprattutto, un’analisi spietata dei rapporti di potere nella società americana. Hill comprende intuitivamente che il razzismo non si manifesta solo attraverso la violenza esplicita, ma anche – e forse più insidiosamente… – attraverso microagressioni quotidiane, sguardi, battute apparentemente innocue, dinamiche di esclusione che si nascondono dietro il cameratismo professionale.

La chimica tra Nolte e Murphy è elettrizzante proprio perché nasce dal conflitto, non dall’armonia. I due attori costruiscono i loro personaggi come specchi deformanti l’uno dell’altro: Jack vede in Reggie tutto ciò che la sua educazione razzista gli ha insegnato a temere e disprezzare, mentre Reggie riconosce in Jack il volto istituzionale di un’oppressione che conosce fin troppo bene. È proprio da questa tensione iniziale che nasce gradualmente una forma di rispetto reciproco che non cancella le differenze, ma le trasforma in complementarità.

Eddie Murphy dimostra fin da questo esordio cinematografico di possedere un talento comico e drammatico di rara versatilità. Il suo Reggie Hammond non è il classico comprimario che di fatto è una spalla del protagonista bianco: è un personaggio a tutto tondo, dotato di una propria intelligenza strategica e di una capacità di manipolazione che spesso supera quella del poliziotto. Murphy riesce a rendere credibile la trasformazione del suo personaggio da delinquente di strada a improbabile detective, caricando ogni battuta di un sottotesto sociale che va ben oltre la semplice risata.

Nick Nolte, dal canto suo, offre una delle sue interpretazioni più convincenti e fisiche. Il suo Jack Cates è un uomo logorato dalla vita, dalla violenza urbana, dall’alcol e probabilmente anche dai propri pregiudizi. Nolte costruisce un personaggio che è insieme vittima e carnefice del sistema che rappresenta, incapace di esprimere vulnerabilità se non attraverso la rabbia e l’aggressività. La sua interpretazione anticipa di anni quella tipologia di antieroe che diventerà centrale nel cinema americano degli anni ’90.

Walter Hill dimostra ancora una volta la sua maestria nell’orchestrare le sequenze d’azione. Gli inseguimenti automobilistici per le strade di San Francisco sono girati con una precisione coreografica, mentre le sequenze di combattimento corpo a corpo hanno quella brutalità realistica che caratterizza tutto il cinema hilliano. Ma quello che distingue “48 ore” dai suoi numerosi imitatori è la capacità del regista di non sacrificare mai la caratterizzazione dei personaggi sull’altare dello spettacolo puro.

Particolarmente riuscite sono le scene ambientate nei locali notturni, dove Hill riesce a catturare l’atmosfera della San Francisco underground senza mai cadere nel pittoresco o nell’esotismo. Il celebre episodio del bar di country, dove Reggie si finge poliziotto per ottenere informazioni, è un piccolo capolavoro di tensione razziale camuffata da commedia, una sequenza che funziona contemporaneamente come momento di suspense e come satira sociale.

“48 ore” ha influenzato profondamente il cinema d’azione degli anni ’80, aprendo la strada a una serie infinita di buddy movie che però hanno spesso frainteso la lezione di Hill, privilegiando la spettacolarità sull’approfondimento psicologico. Ma questo film mantiene ancora oggi una sua specificità e modernità, soprattutto nella sua capacità di affrontare tematiche razziali complesse senza ricorrere a semplificazioni moralistiche.

Il successo commerciale del film dimostrò che il pubblico era pronto per una nuova tipologia di cinema d’azione, più attenta alle dinamiche sociali e meno interessata agli eroi monodimensionali. Hill e i suoi protagonisti avevano centrato perfettamente lo spirito dei tempi, anticipando molte delle tensioni che sarebbero esplose negli anni successivi.

A distanza di oltre quarant’anni, “48 ore” conserva intatta la sua forza cinematografica e la sua rilevanza sociale. Scritto dallo stesso Walter Hill assieme a Roger Spottiswoode, Larry Gross e Steven E. de Souza, è un film che ha saputo trasformare l’intrattenimento popolare in strumento di riflessione, dimostrando come il cinema di genere, quando è in mano ad autori consapevoli, possa diventare specchio fedele delle contraddizioni e delle speranze di un’epoca, capace di farci riflettere su quanto strada abbiamo fatto – e quanta ne dobbiamo ancora fare – a proposito dei pregiudizi che continuano a segnare la nostra società.

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“A spasso con Bob” di Roger Spottiswoode

(UK, 2016)

James Bowen non ha avuto una vita semplice. Figlio unico, i suoi genitori si sono separati quando era ancora un bambino, e lui ha seguito la madre in Australia lasciando la Gran Bretagna.

Ha iniziato così a far di tutto pur di evitare di affrontare le violente emozioni che lo investivano, e l’unica cosa che funzionava erano gli stupefacenti. Morta la madre, James, senza nulla se non la sua chitarra, torna a Londra dove vive senza un tetto sulla testa, e rimedia gli spiccioli che gli permettono di sopravvivere – e comprarsi la “roba” – suonando la sua chitarra e cantando nei pressi del Covent Garden.

Suo padre si è creato una nuova famiglia, e la sua nuova moglie gli impedisce di frequentare suo figlio di primo letto, visto che è un tossicodipendente. L’unica persona che si occupa e preoccupa di lui è Val, l’assistente sociale. E’ lei infatti che lo ha convinto ad abbandonare l’eroina per il metadone. Ed è lei che quando James ricade nella trappola mortale dell’eroina, gli offre un’ultima possibilità, riuscendo a fornirgli anche un piccolo appartamento in periferia.

Poco dopo essersi trasferito e mentre si sta facendo un bagno con l’acqua calda – cosa che non gli capitava da molto tempo – James sente dei rumori dalla cucina. Spaventato esce dall’acqua e, armato del suo anfibio, si reca in cucina dove trova però un bel gatto randagio che, entrato dalla finestra, gli sta mangiando i cereali, l’unico cibo presente nell’appartamento.

James non è capace neanche di occuparsi di se stesso e quindi, dopo averlo sfamato e battezzato Bob – in omaggio a Killer Bob de “I segreti di Twin Peaks” – lo manda via. Il giorno dopo però, lo stesso gattone rosso torna da lui con una brutta ferita tipica da zuffa felina. James decide di sacrificare i suoi miseri risparmi per portare l’animale dal veterinario e compragli le costose medicine.

Una volta guarito Bob decide di seguire James al lavoro sistemandosi sulle sue spalle. La cosa attira numerose persone e gli spiccioli che James rimedia cantando diventano sempre più consistenti… ma soprattutto Bob dona a James amore e dignità, che sono alla base per trovare il rispetto per se stessi e la voglia di vivere.

Questa piccola ma allo stesso tempo emozionante storia ha il pregio di essere vera, visto che James Bowen esiste veramente e dopo essere stato il protagonista di un articolo è diventato l’autore del best seller internazionale autobiografico che in originale è “A Street Cat Named Bob” edito nel 2010.

Roger Spottiswoode dirige con garbo ed eleganza questo adattamento cinematografico – scritto da Tim John e Maria Nation – in cui spicca Luke Treadaway nei panni di James, ma soprattutto il vero gatto Bob in quelli di …Bob.

Un inno ai nostri amici a quattro zampe, felini o canini, che tanto spesso ci amano davvero per quello che siamo e senza riserve, cosa che non fanno altrettanto spesso i nostri “compagni di specie”.

Per la chicca: alla fine del film, quando James/Treadaway presenta il suo libro, fra i primi fan a complimentarsi con lui c’è il vero James Bowen.