“La moglie del soldato” di Neil Jordan

(UK/Giappone, 1992)

Nel 1992, Neil Jordan ci regala uno dei thriller più inquietanti e ambigui degli anni Novanta: “La moglie del soldato” con Stephen Rea protagonista assoluto. Un film che, oltre trent’anni dopo la sua uscita, conserva intatta la sua forza perturbante e la sua capacità di scavare nelle zone più oscure della psiche umana e delle dinamiche di potere.

Jordan, che aveva già dimostrato la sua maestria nel dipingere personaggi ai margini con “Mona Lisa“, costruisce qui una trappola narrativa perfetta, un labirinto psicologico dove realtà e finzione, verità e menzogna si intrecciano in una danza mortale che tiene lo spettatore in costante stato di allerta.

Al centro di questa ragnatela troviamo Fergus (Stephen Rea), un membro dell’IRA che si ritrova coinvolto nel rapimento di Jody (Forest Whitaker), un soldato britannico di colore catturato a Belfast. La storia inizia come un tipico thriller politico, ma Jordan ha in mente qualcosa di molto più complesso e disturbante: una riflessione sulla natura dell’identità, del desiderio e del tradimento che trascende i confini del genere.

La genialità del film risiede nella sua capacità di sovvertire costantemente le aspettative dello spettatore. Quello che sembra iniziare come un dramma politico sul conflitto nordirlandese si trasforma gradualmente in un’esplorazione delle relazioni umane più intime e complesse. Jordan non si accontenta di raccontare una storia di spionaggio e combattimento: vuole scavare nelle motivazioni profonde dei suoi personaggi, nelle loro paure e nei loro desideri più nascosti.

Stephen Rea, attore di straordinaria intensità emotiva, offre un’interpretazione magistrale. Il suo Fergus è un uomo lacerato tra lealtà politica e impulsi personali, incapace di distinguere dove finisca il dovere e dove inizi la passione. Rea riesce a rendere credibile e profondamente umana la trasformazione del suo personaggio, mostrando come un individuo possa essere completamente stravolto da eventi che superano la sua comprensione.

La figura di Dil, interpretata con coraggio e sensibilità da Jaye Davidson, rappresenta una delle creazioni più complesse e toccanti del cinema degli anni Novanta. Jordan riesce a costruire un personaggio che sfugge a ogni facile categorizzazione, una presenza che incarna le contraddizioni e le ambiguità dell’identità moderna. Attraverso Dil, il regista esplora temi di identità di genere e sessualità con una sensibilità rara per l’epoca, anticipando di decenni dibattiti che oggi consideriamo centrali.

Tecnicamente, il film è impeccabile. La fotografia di Ian Wilson crea un’atmosfera costantemente tesa, alternando i toni cupi di Belfast a quelli più caldi di Londra, ma mantenendo sempre una sensazione di precarietà. La colonna sonora, che include una versione inedita del brano “The Crying Game” magistralmente interpretata da Boy George e prodotta dai Pet Shop Boys, contribuisce a creare un’atmosfera di malinconica tensione che pervade tutta la narrazione.

Jordan dimostra una maestria assoluta nel dosare le rivelazioni, costruendo la tensione attraverso una serie di colpi di scena che non sembrano mai forzati o gratuiti. Ogni svolta narrativa è preparata con cura, ogni personaggio nasconde segreti che vengono svelati al momento giusto per massimizzare l’impatto emotivo.

“La moglie del soldato” è anche un film profondamente politico, ma non nel senso convenzionale. Più che sul conflitto nordirlandese, Jordan riflette sui meccanismi del potere, sulla violenza come strumento di controllo e sulle conseguenze psicologiche del terrorismo. Il regista mostra come la violenza politica contamini ogni aspetto della vita privata, trasformando individui normali in complici di azioni che li superano.

Il finale del film – che naturalmente non anticipo – orchestrato con maestria cinematografica, riesce a essere insieme catartico e profondamente inquietante. Jordan non offre risoluzioni facili o moralismi consolatori: presenta piuttosto una riflessione sulla possibilità di redenzione e sulla natura ciclica della violenza che rimane aperta e problematica.

A trent’anni dalla sua uscita, “La moglie del soldato” mantiene intatta la sua forza perturbante e la sua capacità di mettere in discussione le nostre certezze. È un film che continua a dividere e provocare, un’opera che rifiuta le categorie semplici per esplorare la complessità irriducibile della condizione umana. Come i migliori film degli anni Novanta, “La moglie del soldato” rappresenta un cinema coraggioso e visionario, capace di affrontare temi difficili senza mai perdere di vista l’umanità dei suoi personaggi.

Un capolavoro del cinema contemporaneo che merita di essere riscoperto e rivalutato, soprattutto in un’epoca come la nostra che sta ancora imparando a confrontarsi con le questioni di identità e diversità che Jordan ha anticipato con straordinaria lucidità.

Per la chicca: prima di realizzare il film così come poi è arrivato nelle sale Jordan, su imposizione dei produttori, dovette girare un …”lieto fine” – del tutto avulso allo sviluppo dei personaggi – ambientato in una Londra natalizia imbiancata dalla neve. Fortunatamente il regista riuscì a trovare nuovi produttori che gli permisero di rigirare quello definitivo.

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“Mona Lisa” di Neil Jordan

(UK, 1986)

Mentre la New Wave britannica invadeva le classifiche e le case dei giovani di tutto il mondo, che sognavano più di ogni altra cosa Londra per vivere a pieno quella mitica seconda “british invasion” di moda e costume, in quelle stese strade si consumava uno dei film più belli e struggenti del periodo.

George (uno straordinario Bob Hoskins) è un piccolo e non tanto acuto malvivente che ha sempre vissuto nel sottobosco criminale della capitale inglese. Per proteggere il suo capo Mortwell (un bravissimo quanto insolitamente antipatico Michael Caine) si è fatto sette anni di carcere.

All’uscita la prima cosa che vuole è rivedere Jeanine, sua figlia ormai adolescente, ma l’ex moglie glielo vieta in ogni modo. Ad aspettarlo c’è solo il meccanico Thomas (quel Robbie Coltrane che poi indosserà i panni di Rubeus Hagrid nella saga di Harry Potter) suo unico amico che lo ospita nella propria officina.

George si reca nel locale di Mortwell che alla fine, per ricompensarlo della sua fedeltà, gli trova un lavoro come autista e lacchè di Simone (Cathy Tyson), una prostituta d’alto bordo. Nonostante i primi difficili incontri/scontri fra i due nasce un’amicizia tanto che Simone chiede a George di aiutarla a ritrovare Cathy, un’altra prostituta che ha perso di vista da qualche tempo.

Intanto Mortwell chiede a George di scoprire i vizi e le passioni segrete di un facoltoso cliente di Simone…

Splendido e crudo sguardo ai margini della società, con chiari accenti pasoliniani, dove vive e prolifera chi sfrutta in ogni basso modo gli altri, là dove spesso ha puntato la sua meravigliosa macchina di presa Ken Loach, che ci ha sempre ricordato che anche gli ultimi e i diseredati hanno diritto alla loro dignità e soprattutto ai loro sentimenti.

Scritta dallo stesso Neil Jordan assieme a David Leland, questa piccola e al tempo stesso grande pellicola, che calca la scia dell’indimenticabile Free Cinema britannico – di cui Loach è l’ultimo grande rappresentante – rimane una delle migliori realizzate negli anni Ottanta, non solo nel Regno Unito; e lancia definitivamente la carriera del suo ottimo protagonista.

Fra i numerosi riconoscimenti ricevuti dal film, infatti, ci sono soprattutto quelli ottenuti da Bob Hoskins che vince il premio come miglior attore protagonista a Festival del Cinema di Cannes del 1987 e il Golden Globe nello stesso anno, nonché la candidatura all’Oscar che però quell’anno gli strappa Paul Newman per la sua interpretazione ne “Il colore dei soldi”.