“L’ultimo re di Scozia” di Kevin Macdonald

(UK/Germania/USA, 2006)

Un dittatore che ride, balla, abbraccia, e nel giro di una scena può firmare la tua condanna a morte con lo stesso sorriso con cui ti ha appena offerto da bere. È questa l’ambiguità velenosa su cui si regge “L’ultimo re di Scozia”, il film che ha trasformato Forest Whitaker in Idi Amin e Idi Amin in uno degli incubi più affascinanti mai portati sullo schermo, e ispirati ad eventi realmente accaduti.

Tutto comincia con un piccolo mappamondo in plastica. Nicholas Garrigan, giovane medico scozzese in cerca di fuga dalla noia prevedibile di un’esistenza già scritta, affida il proprio destino al caso: l’Uganda è il piccolo paese che il polpastrello del suo indice ha scelto casualmente, perché quello che conta è il gesto stesso, la fame di avventura senza la minima consapevolezza delle conseguenze. Da questa leggerezza colpevole nasce uno dei ritratti più inquietanti sul potere e sulla seduzione che il cinema abbia raccontato negli ultimi vent’anni.

Kevin Macdonald, documentarista prestato alla finzione, porta nel suo primo lungometraggio narrativo tutta la sua sensibilità per il reale. La macchina da presa si muove nervosa, quasi fosse stata rubata, tra le strade polverose e i palazzi coloniali di un’Uganda che vibra di una vitalità pericolosa. Non è un caso che il film sia stato girato quasi interamente sul posto: quella luce, quella polvere, quei colori accecanti diventano personaggi a pieno titolo, complici silenziosi della tragedia che si consuma.

E poi c’è lui, Forest Whitaker, che non recita Amin: lo abita, lo respira, lo trasforma in un corpo che occupa lo spazio con una fisicità debordante e insieme leggera, quasi da ballerino. È capace di passare dalla risata contagiosa alla paranoia omicida nel giro di un singolo respiro, di far innamorare lo spettatore prima di terrorizzarlo, esattamente come fa innamorare e poi terrorizza Garrigan. Il suo Oscar non è stato un premio alla carriera travestito da riconoscimento per un ruolo: è stata la certificazione di una delle prove attoriali più totali che il cinema abbia prodotto in quel decennio.

Sarebbe ingiusto, però, ridurre il film al solo trionfo di Whitaker, perché James McAvoy regge un peso specifico enorme: è lui il nostro sguardo, la nostra porta d’accesso a un mondo che si fa via via più claustrofobico. Il suo Garrigan è un misto perfetto di ingenuità e opportunismo, un giovane che scambia il fascino del potere per amicizia, che si lascia corrompere non da un’unica scelta clamorosa ma da una serie di piccoli compromessi quotidiani, ciascuno più grave del precedente. McAvoy costruisce questa discesa con una gradualità che fa male proprio perché è credibile: non ci sono momenti di svolta plateali, solo l’accumularsi silenzioso della complicità.

Il film funziona anche come studio antropologico del rapporto coloniale, rovesciato e complicato: Garrigan – che ci tiene particolarmente a chiarire le sue origini scozzesi e non inglesi – arriva in Uganda con la presunzione, mai dichiarata ma sempre presente, di poter aiutare, di poter fare la differenza, di essere in qualche modo migliore del suo predecessore imperiale. E invece si ritrova prigioniero degli stessi meccanismi di potere che pensava di poter osservare dall’esterno con distacco clinico. La sceneggiatura di Peter Morgan e Jeremy Brock, tratta dal romanzo di Giles Foden, ha il merito di non offrire mai scorciatoie morali, di non permettere allo spettatore la comodità di un giudizio semplice.

Quando la violenza esplode, nella seconda metà del film, Macdonald non cerca mai lo spettacolo fine a se stesso. C’è una scena, quella dell’ospedale, che rimane impressa nella memoria non per quello che mostra esplicitamente ma per quello che lascia intuire, per il modo in cui la macchina da presa si sposta lentamente rivelando l’orrore pezzo per pezzo. È cinema che sa quando guardare altrove e quando invece costringerci a fissare.

A vent’anni dalla sua uscita, “L’ultimo re di Scozia” resta un ritratto lucidissimo su come il carisma possa diventare una gabbia, su come la fascinazione per il potere sia spesso il primo passo verso la propria distruzione morale. Un film necessario, che non invecchia, e che continua a interrogarci su quanto siamo disposti a chiudere gli occhi pur di restare vicini a chi ci fa sentire speciali.

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“La moglie del soldato” di Neil Jordan

(UK/Giappone, 1992)

Nel 1992, Neil Jordan ci regala uno dei thriller più inquietanti e ambigui degli anni Novanta: “La moglie del soldato” con Stephen Rea protagonista assoluto. Un film che, oltre trent’anni dopo la sua uscita, conserva intatta la sua forza perturbante e la sua capacità di scavare nelle zone più oscure della psiche umana e delle dinamiche di potere.

Jordan, che aveva già dimostrato la sua maestria nel dipingere personaggi ai margini con “Mona Lisa“, costruisce qui una trappola narrativa perfetta, un labirinto psicologico dove realtà e finzione, verità e menzogna si intrecciano in una danza mortale che tiene lo spettatore in costante stato di allerta.

Al centro di questa ragnatela troviamo Fergus (Stephen Rea), un membro dell’IRA che si ritrova coinvolto nel rapimento di Jody (Forest Whitaker), un soldato britannico di colore catturato a Belfast. La storia inizia come un tipico thriller politico, ma Jordan ha in mente qualcosa di molto più complesso e disturbante: una riflessione sulla natura dell’identità, del desiderio e del tradimento che trascende i confini del genere.

La genialità del film risiede nella sua capacità di sovvertire costantemente le aspettative dello spettatore. Quello che sembra iniziare come un dramma politico sul conflitto nordirlandese si trasforma gradualmente in un’esplorazione delle relazioni umane più intime e complesse. Jordan non si accontenta di raccontare una storia di spionaggio e combattimento: vuole scavare nelle motivazioni profonde dei suoi personaggi, nelle loro paure e nei loro desideri più nascosti.

Stephen Rea, attore di straordinaria intensità emotiva, offre un’interpretazione magistrale. Il suo Fergus è un uomo lacerato tra lealtà politica e impulsi personali, incapace di distinguere dove finisca il dovere e dove inizi la passione. Rea riesce a rendere credibile e profondamente umana la trasformazione del suo personaggio, mostrando come un individuo possa essere completamente stravolto da eventi che superano la sua comprensione.

La figura di Dil, interpretata con coraggio e sensibilità da Jaye Davidson, rappresenta una delle creazioni più complesse e toccanti del cinema degli anni Novanta. Jordan riesce a costruire un personaggio che sfugge a ogni facile categorizzazione, una presenza che incarna le contraddizioni e le ambiguità dell’identità moderna. Attraverso Dil, il regista esplora temi di identità di genere e sessualità con una sensibilità rara per l’epoca, anticipando di decenni dibattiti che oggi consideriamo centrali.

Tecnicamente, il film è impeccabile. La fotografia di Ian Wilson crea un’atmosfera costantemente tesa, alternando i toni cupi di Belfast a quelli più caldi di Londra, ma mantenendo sempre una sensazione di precarietà. La colonna sonora, che include una versione inedita del brano “The Crying Game” magistralmente interpretata da Boy George e prodotta dai Pet Shop Boys, contribuisce a creare un’atmosfera di malinconica tensione che pervade tutta la narrazione.

Jordan dimostra una maestria assoluta nel dosare le rivelazioni, costruendo la tensione attraverso una serie di colpi di scena che non sembrano mai forzati o gratuiti. Ogni svolta narrativa è preparata con cura, ogni personaggio nasconde segreti che vengono svelati al momento giusto per massimizzare l’impatto emotivo.

“La moglie del soldato” è anche un film profondamente politico, ma non nel senso convenzionale. Più che sul conflitto nordirlandese, Jordan riflette sui meccanismi del potere, sulla violenza come strumento di controllo e sulle conseguenze psicologiche del terrorismo. Il regista mostra come la violenza politica contamini ogni aspetto della vita privata, trasformando individui normali in complici di azioni che li superano.

Il finale del film – che naturalmente non anticipo – orchestrato con maestria cinematografica, riesce a essere insieme catartico e profondamente inquietante. Jordan non offre risoluzioni facili o moralismi consolatori: presenta piuttosto una riflessione sulla possibilità di redenzione e sulla natura ciclica della violenza che rimane aperta e problematica.

A trent’anni dalla sua uscita, “La moglie del soldato” mantiene intatta la sua forza perturbante e la sua capacità di mettere in discussione le nostre certezze. È un film che continua a dividere e provocare, un’opera che rifiuta le categorie semplici per esplorare la complessità irriducibile della condizione umana. Come i migliori film degli anni Novanta, “La moglie del soldato” rappresenta un cinema coraggioso e visionario, capace di affrontare temi difficili senza mai perdere di vista l’umanità dei suoi personaggi.

Un capolavoro del cinema contemporaneo che merita di essere riscoperto e rivalutato, soprattutto in un’epoca come la nostra che sta ancora imparando a confrontarsi con le questioni di identità e diversità che Jordan ha anticipato con straordinaria lucidità.

Per la chicca: prima di realizzare il film così come poi è arrivato nelle sale Jordan, su imposizione dei produttori, dovette girare un …”lieto fine” – del tutto avulso allo sviluppo dei personaggi – ambientato in una Londra natalizia imbiancata dalla neve. Fortunatamente il regista riuscì a trovare nuovi produttori che gli permisero di rigirare quello definitivo.

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“Rogue One: A Star Wars Story” di Gareth Edwards

(USA, 2016)

Scritto da Chris Weitz e Tony Gilroy – giovani ma ben rodati sceneggiatori – e diretto da Gareth Edwards, è arrivato caldo caldo nelle sale italiane l’ultimo capitolo della saga più famosa della storia del cinema.

Ultimo sì, ma non in senso cronologico della storia – che al momento rimane “Star Wars: Il risveglio della Forza” – questo “Rogue One” (che è il primo della nuova serie “Star Wars Anthology” che racchiuderà una serie di pellicole parallele a quelle vere e proprie della saga) è ambientato poco prima di “Guerre Stellari” – che poi ha preso il titolo “Una nuova speranza” – e ci racconta come un manipolo di ribelli eroi riesca a rubare i preziosissimi piani della famigerata Morte Nera, dettaglio fondamentale dello stesso primo film, fino a oggi mai affrontato.

Nel cast spiccano Felicity Jones, Forest Whitaker, Mads Mikkelsen (il primo cattivissimo di James Bond/Daniel Craig) e Diego Luna (attore e regista messicano, interprete fra gli altri di film come “Elysium”, “Milk” o “Il Libro della Vita”). E ovviamente lui, il cattivo dei cattivi, colui che una volta era Anakin Skywalker: Lord Darth Vader. E con lui è presente anche un tormentato rapporto padre-figlio, o meglio figlia.

Se “Star Wars: Il risveglio della Forza” era rivolto alle nuove generazioni, questo “Rogue One” è stato pensato, scritto e realizzato per chi nel lontano 1977 rimase “folgorato” – eddaje! – al cinema da “Guerra Stellari”.

Torna tutto, tutto si incastra e ci prepara per andare “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”. E poi c’è l’incredibile ricostruzione digitale di Peter Cushing, che come in “Star Wars: Una nuova speranza” interpreta il perfido Tarkin, incredibile visto che Cushing è scomparso nel 1994. E quella di…

Il titolo – che letteralmente sarebbe “canaglia 1” – è riferito a… beh, ve lo andate a vedere al cinema!

Per veri amatori: astenersi perditempo.