“Chi è Harry Crumb?” di Paul Flaherty

(USA, 1989)

C’è qualcosa di tremendamente affascinante nell’assistere al fallimento sistematico. Non parlo del fallimento tragico, quello che strappa lacrime e genera compassione, ma di quel fallimento comico, grottesco, quasi ballettistico nella sua precisione autodistruttiva. Ed è esattamente questo che Paul Flaherty mette in scena nel 1989 con “Chi è Harry Crumb?”, regalandoci uno dei personaggi più gloriosamente inetti della storia del cinema.

John Candy è Harry Crumb, detective privato di terza generazione che ha ereditato tutto dall’agenzia di famiglia tranne il talento. È un uomo convinto di essere un genio dell’investigazione mentre sistematicamente distrugge ogni indizio, traveste malamente la propria mole imponente e trae conclusioni che farebbero impallidire qualsiasi manuale di logica elementare. Eppure, ed è qui che si cela la magia, non possiamo fare a meno di amarlo.

Il riferimento a Peter Sellers e al suo ispettore Clouseau è inevitabile, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Candy costruisce qualcosa di diverso, di più americano, di più carnale. Dove Sellers era tutto nelle sfumature dell’accento francese e nei gesti misurati al millimetro, Candy lavora sul corpo, sulla presenza fisica, sulla capacità di trasformare la propria stazza in strumento comico senza mai scadere nell’autoironia pietosa.

La trama è funzionale quanto basta: una ragazza rapita, una famiglia ricca, investigatori corrotti. Ma Flaherty lo sa bene: non siamo qui per il mistero. Siamo qui per vedere Harry Crumb travestirsi da proprietario ungherese di palestre, da maestro di yoga, da drag queen, da esperto di tutto e di niente, fallendo magnificamente a ogni passo mentre il caso, per puro caso appunto, si risolve attorno a lui.

C’è una scena in cui Harry, appeso a un cavo durante un’operazione di sorveglianza, sfonda letteralmente il soffitto di una casa cadendo nel letto di una coppia. È slapstick puro, fisicità esplosiva, ma Candy riesce a mantenere una dignità quasi regale anche mentre precipita tra macerie e imbarazzo. Questo è il suo dono: rendere la catastrofe elegante, l’incompetenza poetica.

Il film non è perfetto. La regia di Flaherty è onesta ma prevedibile, la fotografia è quella lucida e un po’ asettica della seconda metà degli anni Ottanta, alcune battute invecchiano peggio di altre. Ma tutto questo diventa secondario di fronte all’interpretazione di John Candy, che costruisce un personaggio talmente convinto della propria bravura da trascinare anche noi nella sua allucinazione. Harry Crumb non dubita mai di sé stesso, e questa certezza incrollabile nel mezzo del caos totale è pura, meravigliosa commedia.

Accanto a lui, un cast di contorno che fa il suo dovere: Jeffrey Jones nei panni del suo ambiguo capo e Annie Potts in quelli di una dark lady disposta a tutto pur di diventare ricca. Ma sono tutti comprimari in un one-man-show che Candy orchestra con la sicurezza di chi sa esattamente cosa sta facendo, anche quando il personaggio non ne ha la minima idea.

Ciò che rende “Chi è Harry Crumb?” un piccolo gioiello dimenticato è la sua capacità di essere ridicolo senza essere stupido. C’è intelligenza nella costruzione delle gag, c’è cura nei travestimenti assurdi, c’è amore per quel tipo di commedia fisica che oggi sembra quasi un’arte perduta. Ogni scena è costruita per massimizzare il contrasto tra le ambizioni di Harry e la realtà dei fatti, creando un crescendo di situazioni imbarazzanti che non si prendono mai troppo sul serio.

Se dovessi posizionare questo film nella filmografia di John Candy, lo metterei tra quei lavori che mostrano appieno il suo talento ma che non hanno ricevuto l’attenzione che meritavano. Qui l’attore canadese dimostra tutta la sua grande arte che è molto vicino a quella, come già detto, del grande Peter Sellers quando veste i panni dell’ineffabile ispettore Clouseau.

Vedere “Chi è Harry Crumb?” oggi significa fare i conti con un tipo di commedia che non esiste quasi più: generosa, innocente, disposta a sacrificare tutto sull’altare della risata pura. Non ci sono messaggi nascosti, non c’è cinismo postmoderno, solo un uomo imponente e massiccio che finge di essere un genio mentre combina disastri con la grazia involontaria di un elefante in una cristalleria.

E forse è proprio questo che ci manca: la capacità di ridere senza secondi fini, di goderci l’incompetenza quando è elevata a forma d’arte. John Candy sapeva farlo come pochi altri.

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“Una pazza giornata di vacanza” di John Hughes

(USA, 1986)

John Hughes (1950-2009) è stato uno dei rappresentati di spicco del Brat Pack, il movimento culturale che comprende autori, registi e attori che hanno realizzato film di successo, soprattutto sugli adolescenti, negli anni Ottanta.

E’ infatti lui il regista e sceneggiatore di pellicole come “Breakfast Club” o “La donna esplosiva” che hanno raccontato in maniera originale e molto ironica la generazione che viveva la propria adolescenza negli edonistici Ottanta. Ma è stato anche l’autore di sceneggiature di film come “National Lampoon’s Vacation”, “Bella in rosa”, l’esilarante “Un biglietto in due” (che ha anche diretto), “Io e zio Buck”, e “Mamma ho perso l’aereo”, solo per citarne alcuni, diventando autore fra i più richiesti per il cinema dedicato alle famiglie.

Nel 1986 scrive e dirige “Una pazza giornata di vacanza” che – insieme a “Breakfast Club” con cui ne condivide l’ambiente scolastico – è forse uno dei manifesti adolescenziali più efficaci di quegli anni.

Ferris Bueller (un Matthew Broderick nella sua più iconica interpretazione del decennio) è uno studente apparentemente modello che tutta la cittadina, nei pressi di Chicago, nella quale vive stima e adora. Solo sua sorella minore Jeanie (Jennifer Grey, giusto prima che indossi i panni di Frances “Baby” Houseman in “Dirty Dancing – Balli proibiti”, altra grande icona cinematografica degli Ottanta) sa che è un gran bugiardo e manipolatore, capace di ingannare anche i propri genitori. Ferris non lo fa per cattiveria o lucro, ma solo per vivere la propria adolescenza al meglio e goderne ogni attimo insieme alla sua ragazza Sloane (Mia Sara).

Per questo, invece che la classica automobile, come premio per il suo alto rendimento scolastico ha chiesto un personal computer (il riferimento a “War Games – Giochi di guerra” del 1983, con lo stesso Broderick, naturalmente non è casuale) con il quale riesce, per esempio, a entrare nel database della sua scuola e modificare i proprio voti, alla faccia del Preside Roony (Jeffrey Jones altro attore cult del decennio) che qualche sospetto alla fine comincia ad averlo.

Ma Ferris ha piena fiducia nei propri mezzi e soprattutto nel proprio cervello, e così decide di passare un’intera giornata a Chicago, bigiando la scuola insieme a Mia e al suo migliore amico Cameron (Alan Ruck), ma…

Divertente pellicola che racchiude un’infinità di simboli e must degli anni Ottanta, solo per i quali merita di essere rivista. Così come la sua colonna sonora – elemento sempre molto curato da Hughes in tutti i suoi film – che racchiude l’anima della musica del periodo. E come “Breakfast Club” ci racconta il conflitto generazione fra genitori e figli, dove i primi però erano quei figli rabbiosi che contestavano aspramente i loro genitori negli anni Sessanta. Rispetto a quegli anni, negli Ottanta il conflitto è invece più edulcorato e sottile, ma proprio per questo bisognerebbe chiedersi quali danni ha provocato a lungo termine? …Ai posteri l’ardua sentenza.

Intanto rivediamoci questo film che ci dimostra come gli anni Ottanta siano ancora vivi e combattano accanto a noi!

Per la chicca: piccolo cameo per l’ancora sconosciuto Charlie Sheen, altro simbolo del cinema e della televisione dei decenni a seguire.

“Senza indizio” di Thom Eberhardt

(UK, 1988)

Sul mitico Sherlock Holmes ne sono stati girati tanti di film, ma pochi hanno saputo prendere spunto dagli scritti dal grande Arthur Conan Doyle per aggiungere qualcosa di veramente nuovo. Fra questi spiccano “Piramide di paura” (che ipotizza un incontro fra Holmes e Watson al college) e questo “Senza indizio” che, con un colpo di genio, cambia le carte in tavola.

Il vero talentuoso e superbo detective, infatti, è il dottor John Watson (interpretato da un bravissimo Ben Kingsley) che, per non precludersi l’ingresso in un famoso studio medico londinese molto conservatore ma al tempo stesso amando le indagini, scrive i resoconti di queste inventandosi il fittizio investigatore Sherlock Holmes.

Quando la possibilità di entrare nel prestigioso studio medico sfuma e, soprattutto, i suoi racconti cominciano ad avere un certo successo, Watson assume Reginald Kincaid (uno strepitoso Michael Caine) attore squattrinato e ubriacone, per impersonare il suo Sherlock Holmes.

La farsa tiene a tal punto che ormai tutti ci credono e Watson è prigioniero della sua stessa menzogna. Frustrato, si accinge a denunciare al mondo la verità, ma l’ombra del malvagio Professor Moriarty (che ha il viso di Paul Freeman, già perfido archeologo ne “I predatori dell’arca perduta” di Spielberg) cala pericolosamente su Londra e sulle finanze di Sua Maestà…

Divertentissima commedia con un cast eccezionale (solo fra Caine e Kingsley in totale fanno tre premi Oscar), che proviene quasi tutto dalla grande tradizione teatrale britannica (a eccezione del bravo Jeffrey Jones che veste i panni impacciati dell’ispettore Lestrade) e con un Michael Caine davvero in stato di grazia.

Con un’ottima sceneggiatura (scritta da Gary Murphy e Larry Strawther su soggetto di Peter Benchley) “Senza indizio” è per gli amanti del segugio di Baker Street, e non solo.