
(USA, 1985)
Prima di cominciare, fate una cosa: prendete quello che usate per ascoltare la musica — il telefono, lo stereo, le cuffie, quello che preferite — e mettete “Don’t You (Forget About Me)” dei Simple Minds. Sì, adesso. Prima di leggere un’altra parola.
Fatto? Bene. Adesso si può cominciare davvero.
Siamo nel 1985. Ronald Reagan è al suo secondo mandato, le spalline invadono anche i guardaroba di chi non se lo meriterebbe, e a Hollywood un regista di Chicago di trentacinque anni con già una commedia adolescenziale al suo attivo — “Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare” del 1984 — decide di girare qualcosa di diverso. Non un blockbuster, non un film costoso. Cinque giovani attori, una scuola quasi deserta, un sabato di punizione. Budget contenuto, ambizioni smisurate.
Il risultato è “Breakfast Club”. E se non l’avete mai visto, quello che state per leggere è già un atto di spoiler involontario, perché parlare di questo film equivale a raccontare quello che succede quando cinque persone smettono di recitare.
La premessa è di una semplicità disarmante: cinque studenti della Shermer High School, in Illinois, vengono convocati a scuola il sabato mattina per scontare altrettante punizioni in biblioteca. Non si conoscono davvero, o meglio: si conoscono come ci si conosce nei corridoi di un liceo americano degli anni Ottanta, cioè per categoria. Perché Hughes ha la furbizia — o l’onestà intellettuale, che a volte coincidono — di partire dagli stereotipi e di smontarli dall’interno, uno per uno, senza mai fingere che non esistano.
C’è Andrew Clark, lo sportivo di successo, interpretato da Emilio Estevez con quella mascella quadrata e quella fragilità accuratamente nascosta sotto i muscoli. C’è Claire Standish, la ragazza popolare per definizione, Molly Ringwald con i capelli rossi e quella capacità rara di sembrare allo stesso tempo irraggiungibile e disperatamente umana. C’è Brian Johnson, il “secchione” — Anthony Michael Hall, che come Ringwald con Hughes aveva già lavorato e che porta sullo schermo quella goffaggine intelligente con una precisione quasi matematica. C’è Allison Reynolds, la “pazza”, la strana, la silenziosa, Ally Sheedy avvolta in un cappotto come in un’armatura, che parla pochissimo ma quando lo fa taglia con il bisturi. E poi c’è lui: John Bender, il ribelle, il difficile, l’aggressivo, Judd Nelson che costruisce un personaggio capace di farti passare dall’antipatia all’empatia nel giro di trenta secondi, che è esattamente quello che fa alle altre persone nella stessa stanza.
Li sorveglia il preside Vernon — un Paul Gleason che sembra uscito direttamente da un manuale di pedagogia sbagliata — il quale assegna loro un tema: “Chi siete?” La domanda è retorica nell’intenzione di chi la pone. Ma, alla fine, non lo sarà per nessuno di loro.
Quello che Hughes capisce, e che rende questo film ancora guardabile e ancora necessario oltre quarant’anni dopo, è che gli adolescenti non hanno bisogno di essere salvati dagli adulti. Hanno bisogno di essere lasciati soli con loro stessi e con i propri simili abbastanza a lungo da smettere di fare la parte che gli altri si aspettano. Il preside Vernon esce di scena, e in quella biblioteca succede qualcosa che non si può sceneggiare: la verità. Lenta, imbarazzante, a volte urlata, a volte quasi sussurrata, ma vera.
Si parla di famiglie, di aspettative, di paura. Si parla di quanto sia faticoso essere quello che gli altri hanno deciso che tu sia. Andrew si scopre prigioniero di un padre che vive attraverso di lui. Claire ammette che la sua popolarità le costa ogni giorno qualcosa che non sa ancora nominare. Brian porta il peso di chi ha costruito tutta la propria identità sul voto in pagella. Allison mostra ferite che nessuno aveva pensato di cercare. E Bender — il più difensivo, il più aggressivo, il più rumoroso — è ovviamente quello che ha più da nascondere e quindi più da perdere nel momento in cui abbassa la guardia.
È cinema che non si vergogna di essere cinema adolescenziale, e questa è la sua forza più grande. Hughes non tratta i suoi personaggi come problemi da risolvere o come maschere da togliere in modo edificante. Li tratta come persone in transizione, nel senso più letterale del termine: creature a metà strada tra quello che erano e quello che non sanno ancora di poter diventare.
“Breakfast Club” è diventato nel tempo uno di quei film-manifesto che sembrano generare figli ogni decennio. “Noi siamo infinito” di Stephen Chbosky — che nel 1985, per inciso, aveva quindici anni, l’età dei protagonisti di questo film — deve molto a quella biblioteca della Shermer High School. Come lo devono, in modi diversi e con risultati diversi, decine di produzioni successive che hanno cercato di replicare quella stessa alchimia: l’onestà emotiva di un gruppo di persone che si trovano in un posto che non hanno scelto e decidono, alla fine, di essere se stesse.
Non sempre ci si riesce. Non sempre il cinema adolescenziale sa essere così lucido e onesto. “Breakfast Club” lo sa, e lo sa da oltre quarant’anni, e continua a saperlo ogni volta che qualcuno lo guarda per la prima volta a sedici anni e ha la sensazione che Hughes stia parlando di lui.
Il finale è ormai nell’immaginario collettivo a un livello tale da essere quasi impossibile da guardare con occhi vergini. Ma se ci riuscite, se trovate il modo di togliervi per un momento il peso di sapere già com’è andata a finire, quello che vedrete è qualcuno che sta ancora cercando se stesso in una biblioteca di un liceo un sabato mattina apparentemente come tanti altri.
E forse, se siete onesti, lo riconoscete benissimo.
Adesso alzate il volume …a palla!
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