
(Francia, 1933)
Ci sono film che nascono come atti di ribellione e finiscono per diventare manifesti involontari. “Zero in condotta” è uno di questi: circa quarantadue minuti di cinema che Jean Vigo gira nel 1933 – già minato dalla tubercolosi – con pochi soldi e tantissima rabbia. Una rabbia lucida, quella che serve per guardare l’infanzia non come un territorio nostalgico ma come un campo di battaglia.
La trama è elementare: quattro ragazzi in un collegio francese decidono di ribellarsi all’autorità oppressiva e patriarcale dei loro insegnanti. Ma Vigo non è interessato alla narrazione tradizionale. Quello che gli interessa è il gesto, la rivolta come linguaggio del corpo, il caos come forma di libertà. La sequenza finale della battaglia sui tetti del collegio, con i bambini che lanciano oggetti durante la cerimonia ufficiale, è puro cinema anarchico. Non c’è morale, non c’è redenzione. C’è solo l’esplosione della gioia di essere vivi e indomabili.
Vigo filma l’infanzia con uno sguardo che è insieme tenerissimo e feroce. Conosce l’ipocrisia degli adulti perché l’ha vissuta sulla propria pelle: suo padre, militante anarchico, è morto in prigione. Lui fu spedito in collegio, sotto falso nome, per “proteggerlo” dall’eredità paterna. Il collegio del film è un microcosmo di repressione, con insegnanti grotteschi e ambigui che sembrano usciti da un incubo espressionista. Il rettore Huguet, il viscido sorvegliante Parrain: Vigo li deforma, li carica di assurdo, li trasforma in marionette sinistre.
Ma è il modo in cui filma i ragazzi che cambia tutto. La macchina da presa non li osserva dall’alto, non li infantilizza. Li segue nei loro complotti, nelle loro fughe, nelle loro piccole crudeltà. La celebre sequenza al rallentatore del corteo notturno, con i bambini che marciano sotto le piume dei cuscini che hanno fatto a pezzi, in un sogno o in un rito iniziatico, anticipa di decenni l’uso poetico del ralenti che farà la Nouvelle Vague. Vigo usa il cinema come strumento di sovversione formale: il montaggio nervoso, gli angoli di ripresa inconsueti, la musica di Maurice Jaubert che accompagna il caos visivo.
“Zero in condotta” venne subito e ferocemente censurato in Francia e resterà vietato fino al secondo dopoguerra. Troppo sovversivo, troppo anarchico e quindi troppo pericoloso. Ma intanto inizia a circolare, a essere visto di nascosto, a influenzare chi verrà dopo.
Quando François Truffaut gira “I quattrocento colpi” nel 1959, pensa soprattutto a questo film. Lo dice esplicitamente in più di una occasione: Antoine Doinel che fugge dal riformatorio per andare a vedere il mare è il fratello dei ragazzi di Vigo, con la stessa disperata necessità di vivere e di libertà.
E Vittorio De Sica? Quando gira “Sciuscià” nel 1946, costruisce il suo neorealismo proprio su quella capacità di guardare i bambini come esseri umani completi, non come angeli o diavoli ma come persone che lottano per sopravvivere in un mondo che li schiaccia. Il collegio-prigione di “Zero in condotta” si trasforma nel carcere minorile romano, ma lo sguardo è lo stesso: rispettoso, non paternalistico, dolorosamente onesto. Anche “Ladri di biciclette” deve qualcosa a Vigo: quella Roma filmata all’altezza degli occhi del bambino, quella solidarietà tra i più deboli, quel rifiuto di giudicare.
Vigo muore nel 1934 a ventinove anni, pochi mesi dopo aver finito “L’Atalante“. Lascia pochissimo: due documentari, questo mediometraggio e un solo film. Ma quel pochissimo basta per cambiare il cinema. Perché “Zero in condotta” dimostra che si può fare cinema politico senza essere didascalici, cinema poetico senza essere compiacenti, cinema rivoluzionario semplicemente mostrando la realtà da un punto di vista diverso.
Oggi rivederlo significa riscoprire la forza del gesto cinematografico puro. Quel finale con i quattro ragazzi che camminano sui tetti verso la libertà, la macchina da presa che li accompagna, è un’immagine che contiene tutto il cinema che verrà: la leggerezza di Truffaut, il realismo di De Sica, la poesia di Andrej Tarkovsky, la ribellione di Pier Paolo Pasolini.
Meno di cinquanta minuti che valgono come un testamento. Vigo ci dice che il cinema esiste per questo: per dare voce a chi non ce l’ha, per mostrare che il mondo potrebbe essere diverso, per ricordarci che la rivolta è sempre possibile. Anche quando hai dodici anni e sei chiuso in un collegio. Forse soprattutto allora.
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