
(USA, 1932)
Nel 1932, in piena Grande Depressione, quando milioni di americani facevano la fila per un piatto di minestra e il sogno americano sembrava essersi frantumato insieme ai corsi di borsa del famigerato ’29, la Paramount Pictures decide di produrre un’opera collettiva tanto audace quanto insolita: “Se avessi un milione”, un film a episodi che raduna ben sette registi diversi – tra cui il maestro Ernst Lubitsch che coordina tutta la produzione – per rispondere a una domanda apparentemente semplice ma profondamente sovversiva: cosa faresti se ricevessi improvvisamente un milione di dollari?
Il punto di partenza è semplice quanto geniale: John Glidden, interpretato da Richard Bennett, è un magnate industriale prossimo alla morte che decide di lasciare la sua immensa fortuna non ai parenti avidi e ipocriti, ma a otto perfetti sconosciuti scelti casualmente dall’elenco del telefono. Otto assegni da un milione di dollari ciascuno, otto destini che cambiano radicalmente, otto storie che diventano specchio dell’America rooseveltiana.
Ciò che rende “Se avessi un milione” un’opera straordinariamente moderna è la sua struttura frammentaria, che anticipa di decenni quello che oggi definiremmo cinema corale o antologico. Ogni episodio funziona come un piccolo film autonomo, con il proprio tono, il proprio registro narrativo, la propria visione della ricchezza e della felicità. È un’operazione audace che trasforma il film in un caleidoscopio di sguardi sulla società americana.
L’episodio più celebre, l’unico firmato ufficialmente dal grande Ernst Lubitsch, vede protagonista un sempre straordinario Charles Laughton nei panni di un impiegato vessato da un capo tirannico. Quando riceve l’assegno, la sua reazione è di una semplicità devastante: passando per la ferrea catena gerarchica alla fine entra nell’ufficio del presidente e, senza dire una parola, emette una sonora pernacchia prima di andarsene con dignità regale.
È il “Lubitsch touch” nella sua essenza più pura: dire tutto attraverso un gesto minimale, trasformare la rivolta sociale in balletto comico, condensare anni di umiliazioni in un respiro liberatorio. Tocco che si respira anche nell’episodio la cui protagonista è interpretata da Wynne Gibson, che veste i panni di una giovane e indigente prostituta che, ricevuto l’assegno, come prima cosa decide di passare una notte in un albergo di lusso per dormire in un vero letto e fra vere lenzuola di seta.
Ma è forse l’episodio diretto da Norman Z. McLeod, con W.C. Fields e Alison Skipworth, a offrire la satira più feroce e anarchica. I due anziani protagonisti, stanchi delle prepotenze automobilistiche, decidono di investire il loro milione nell’acquisto di decine di automobili usate per distruggerle deliberatamente contro quelle dei guidatori maleducati e arroganti. È una sequenza di distruzione metodica e gioiosa che trasforma la frustrazione quotidiana in vendetta poetica, anticipando quel cinema della violenza catartica che esploderà negli anni ’70.
Gene Raymond appare nell’episodio più drammatico, interpretando un condannato a morte, per una rapina in banca finita in tragedia, che riceve l’assegno poche ore prima della sua esecuzione. La crudele ironia della situazione diventa riflessione amara su un sistema sociale che concede opportunità solo quando è troppo tardi per sfruttarle. Il denaro si rivela improvvisamente inutile di fronte all’unico bene veramente prezioso: il tempo.
Particolarmente toccante è l’episodio ambientato in un ospizio per anziani, dove la vittima della burocrazia più ottusa è una donna sfinita dalle regole oppressive dell’istituzione. Qui il film tocca corde di denuncia sociale che risuonano ancora oggi con dolorosa attualità: la mercificazione della vecchiaia, l’alienazione degli ultimi, l’indifferenza delle istituzioni di fronte alla sofferenza individuale.
La varietà tonale degli episodi – dalla farsa più anarchica al dramma sociale, dalla satira politica alla commedia sentimentale – riflette perfettamente la complessità e le contraddizioni dell’America degli anni ’30. “Se avessi un milione” rifiuta ogni risposta univoca, ogni soluzione consolatoria, mostrando come lo stesso evento possa generare reazioni completamente diverse a seconda delle circostanze personali.
Ciò che il film suggerisce, con lucidità quasi profetica, è che il denaro non è mai neutro: amplifica quello che siamo, rivela i nostri desideri più profondi, smaschera le nostre priorità nascoste. Per alcuni diventa strumento di vendetta, per altri occasione di dignità riconquistata, per altri ancora rivelazione dell’assurdità del sistema stesso, sottolineando come il capitalismo sia alla fine un’arma molto pericolosa e a doppio taglio.
Il cast stellare – che include anche Gary Cooper e George Raft – regala interpretazioni di altissimo livello. Ogni attore porta il proprio marchio distintivo, la propria sensibilità, contribuendo a quella ricchezza di sfumature che rende il film così stratificato e complesso.
“Se avessi un milione” è un’opera profondamente americana nella sua capacità di mescolare intrattenimento e critica sociale, speranza e disincanto, risata e malinconia. In un’epoca in cui il capitalismo aveva mostrato il suo volto più crudele, il film osa immaginare una redistribuzione della ricchezza che è insieme sogno utopico e beffa esistenziale. Non a caso il primo nome che la sorte offre a John Glidden è, nientepopodimeno che quello di… John Rockfeller.
Un piccolo grande capolavoro del cinema americano degli anni ’30 che merita di essere riscoperto, celebrato e meditato. Perché, come dimostra ogni episodio con la propria particolare lucidità, il vero lusso non è avere un milione di dollari, ma avere la libertà di scegliere chi essere.
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